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Fermiamoci e parliamone: come uscire dalla barbarie

Una settimana fa, camminando lentamente sulla ciclo-pedonale che collega Avesa al quartiere Pindemonte, ero intento a sistemare il mio piccolo lettore MP3, per riuscire ad ascoltare una trasmissione in cuffia, quando improvvisamente avvertii una scampanellata e un ciclista che mi si avvicinava chiedendo spazio. “Ah, mi scusi” risposi tosto mentre mi spostavo per evitarlo. Poco dopo ripensai all’episodio ed osservai tra me e me che quelle scuse non gliele dovevo per niente. Ero un pedone, un po’ sbadato, in una corsia di almeno due metri di larghezza e non mi trovavo al centro: non poteva il ciclista scansarmi tranquillamente? Fu così che mi chiesi: la “strada” di chi è, in questo caso? O, se si vuole, tra pedone e ciclista chi doveva avere la precedenza?

Ma ne ho un’altra da raccontare. Due giorni fa arrivo in auto ad uno “stop”, mi fermo per dare eventualmente la precedenza, vedo a trenta metri sulla destra una grossa moto ferma, forse in procinto di partire, metto in moto lentamente per girare a sinistra quando, improvvisamente sento un clacson potente (unito ad una frase gridata) e vedo un centauro che mi si avvicina con animo minaccioso per non avergli dato la precedenza. Lì per lì comprendo con disappunto la sua reazione e considero la mia parte di responsabilità; ero contento per l’incidente evitato. A mente fredda però ripensai alla dinamica del fatto: avevo ben guardato e mi sembrava fermo quando decisi di partire, per cui solo una grossa accelerazione del motoveicolo poteva spiegare l’evento. Meno male che non ci siamo toccati, ma perché accelerare in quel modo, con la strada in parte invasa dalla mia auto? E in questo caso di chi era la precedenza? O, se si vuole, si può considerare la strada come una pista da competizione?

Si sa, il Codice della Strada esiste e fissa le regole generali del movimento sulle strade, che devono sempre essere rispettate da tutti, pena sanzioni e possibili reati, e da tutti gli attori: pedoni, ciclisti, veicoli motorizzati di varie tipologie e dimensioni. Ma a parte la prudenza, virtù non sempre praticata, non dovrebbe il buon senso ed una residua forma di umanità spingere, in un potenziale conflitto, verso il più debole e meno sicuro tra i cittadini coinvolti?

In un mondo dove la velocità e la tecnica si è talmente evoluta da consentire movimenti di persone e di merci sempre più rapidi da un capo all’altro del Pianeta, sfidando persino la velocità del suono, sembra (anche da questi due marginali episodi) che la strada stia perdendo il suo antico ruolo di via di comunicazione e luogo (dentro i paesi e le città) di vita e di attività artigianali e commerciali, per assumere sempre più quello di una sede in cui far prevalere le abitudini più asociali: evitare di modificare alla bisogna un percorso pensato o un’accelerazione prevista per salvare altri da un possibile incidente, mostrare la propria forza, la propria velocità, il proprio “status” sociale e alla fine il proprio “potere”.

Ma questi ultimi sono riflessi che portano al conflitto gli utenti di una strada, senza alcuna vera utilità reciproca, conflitto solo temperato da forme assicurative precedentemente accettate; riflessi che, per uscire dal campo stradale, non sono poi tanto diversi da quelli che hanno portato e portano alla guerra gli Stati: è sempre la difesa di interessi prevedibili e ritenuti minacciati, il motivo dominante, interessi legati alle risorse delle Colonie (oggi delle ex-Colonie) o al potere espresso per alcuni secoli in modo inumano da alcune Religioni (ed oggi da un certo Islam).

Per evitare certe incomprensioni e barbarie si cominci col rimettere i cittadini più in contatto e in comunicazione tra loro, anche mostrando se serve la futilità e la stupidità di certi atteggiamenti raccolti sulle strade, magari riportandoli giù appena fuori dal loro guscio, proprio in strada, aiutandoli a riappropriarsi lentamente di un altro modo di vivere la strada, perché questa torni ad essere luogo di vita e di comunicazione dei nostri bambini, prima ancora di noi adulti. Ci faremo caso mai aiutare da loro.

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Non sarebbe questa una bella rivoluzione?

Marcello Toffalini

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