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Grecia e Italia sono i campi profughi dell’Unione Europea

L’Europa si sta sottraendo alle sue responsabilità ed anziché attivare misure adeguate reagisce con azioni di chiusura.

«Regrense a su tierra, mexicanos». Questa frase, ripetuta per anni dalla Migra, gli agenti del Border Patrol che al confine con la frontera tra gli Stati Uniti ed il Messico urlavano non appena avvistavano i latinos che cercavano di attraversare il confine (la situazione è cambiata – anche se non di molto – con la crisi economica iniziata nel 2009: non c’è lavoro per i gringos, figuriamoci per i mexicanos) è risuonata nei giorni scorsi a Milano, dove un capotreno ha rischiato l’amputazione di un braccio ad opera di un appartenente alla MS13, una delle diverse bande di sudamericani che spadroneggiano per il capoluogo lombardo. C’è però da chiarire che il ventenne autore del tentato omicidio, e che andava in giro con il machete, è un ecuadoriano: dunque non un messicano e nulla ha a che fare né con gli stranieri presenti in Italia, né con i richiedenti asilo che sbarcano sulle nostre coste e che bivaccano nelle stazioni di Roma Termini e di Milano Centrale in attesa di poter abbandonare l’Italia verso il resto dell’Europa.

La cattiva coscienza e la confusione. Nel calderone gli Italiani, compresi quelli di seconda generazione, mettono ormai di tutto: gli apolidi, i clandestini, gli extracomunitari, i migranti, i profughi, i rifugiati, gli sfollati… E’ una confusione nella quale si mescolano l’intolleranza (tutto sommato poca e di pochi), il fastidio (parecchio) e l’ignoranza (tanta). Nell’emergenza sbarchi che sta interessando l’Italia (e l’Unione Europea) dal 18 ottobre 2013, quando ufficialmente era entrata in vigore la missione Mare Nostrum (con risultati che è opportuno ricordare: 171.690 persone salvate, 369 scafisti arrestati e 9 navi sequestrate alle organizzazioni che allestiscono il traffico di essere umani), arrivano sì migranti “economici”, ma pure stranieri che richiedono lo status di rifugiato (che è quella condizione giuridica riconosciuta ai sensi dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 a chiunque si trovi al di fuori del proprio Paese e non possa ritornarvi a causa del fondato timore di subire violenze o persecuzioni). In Italia il diritto d’asilo è garantito dal 3° comma dell’art. 10 della Costituzione.

La cattiva coscienza e l’ipocrisia. Mare Nostrum si chiusa il 31 dicembre 2014 ed è stata soppiantata da Triton, la missione europea coordinata dall’Agenzia per la protezione delle frontiere Frontex. Mare nostrum è costata allo Stato italiano circa 115 milioni di euro, Triton (15 mezzi fra navi d’altura, motovedette, aerei ed elicotteri messi a disposizione da 16 Paesi) ne costa 2,9 milioni al mese, erogati da Frontex. In realtà, la scelta di mettere fine alla missione non è stata dettata solo dall’aspetto economico, ma dalla richiesta avanzata da Palazzo Chigi che l’Unione europea si facesse carico dei profughi in arrivo sulle nostre coste. Richiesta lecita, tanto più che la stragrande maggioranza non ci pensa nemmeno a rimanere in Italia, ma vorrebbe raggiungere il nord Europa, per la quale però è necessario che Bruxelles modifichi il regolamento di Dublino III che obbliga i richiedenti asilo a restare nel Paese in cui arrivano e quest’ultimo a farsene carico. Un punto che l’Ue non ha mai detto di voler accettare, tanto che dopo aver insistito per mesi il ministro Alfano ha compreso che non era il caso di continuare e ha chiesto a Bruxelles di intervenire con una propria missione. Così è nata Triton che però, contrariamente a quanto affermato negli ambienti italiani e come invece ribadito più volte dall’ex commissaria agli Affari interni Cecilia Malmstrom, non è stata affatto pensata per sostituire Mare nostrum.

Triton rischia così di smascherare l’ipocrisia di Bruxelles, ma pure di Roma, nell’affrontare i flussi migratori. La missione, infatti, è per lo più impegnata nel sorvegliare il confine delle 30 miglia. Il che non vuol dire che in caso di necessità non intervenga (nel primo quadrimestre di quest’anno sono state 19.862 le persone messe in salvo), ma che il suo compito è soprattutto quello di dissuadere i migranti dal prendere il mare. Obiettivo fallito, almeno a giudicare dai continui arrivi di carrette stracariche di uomini, donne e minori.

La cattiva coscienza e i politici italiani. I bivacchi di migranti nelle stazioni di Milano e Roma hanno rotto gli argini. Pure diversi sindaci del Pd si sono allineati alle posizioni dei presidenti della Liguria, della Lombardia e del Veneto. «Noi non li prendiamo più, devono prenderseli loro», il succo del loro discorso. D’altra parte, già il 17 aprile il sindaco Pd di Vigodarzere, in provincia di Padova, Francesco Vezzaro aveva annunciato le dimissioni per protestare nei confronti del prefetto Patrizia Impresa che voleva adibire una caserma dismessa come centro temporaneo d’accoglienza. Bravo il sindaco di Vigodarzere, se non altro perché ha esplicitato un sentimento sin troppo comune fra i primi cittadini, uno dei quali, il sindaco Flavio Tosi, in più occasioni (si veda l’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa lunedì 8 giugno) ha proposto di rilasciare lo status di rifugiato politico a tutti i richiedenti asilo che sbarcano in Sicilia, in modo da permettere loro di andare in giro per l’Unione Europea. Proposta semplicistica, non semplice, se si pensa a quanto affermato dal viceprefetto Adriana Sabato, presidente della Commissione territoriale per l’esame delle richieste di riconoscimento dello status di rifugiato di Verona, in occasione di un convegno tenutosi il 4 giugno: «Si tratta di soggetti che hanno subito persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche, ovvero che hanno fondato e ragionevole timore di subire tali persecuzioni nel caso facciano ritorno nel proprio Paese. Per individuarne la provenienza e vagliare la credibilità del loro racconto occorrono professionalità specializzate, capaci di guardare negli occhi queste persone, entrare nella loro vita, capire valutare e, alla fine, decidere del loro destino». Per garantire tali esigenze, la Commissione convoca due, massimo tre richiedenti al giorno, dal lunedì al venerdì e se si pensa che le pratiche sono 2.206, di cui 1.769 ereditate dalla Commissione di Gorizia, si capisce perché la proposta di Tosi sia semplicistica.

La cattiva coscienza e l’Unione Europea. Lo sfondo italiano di questa emergenza è lo scandalo di Mafia Capitale, con il tariffario per essere umano a gonfiare le tangenti destinate ai professionisti dell’accoglienza, uno scandalo che certo non fa guadagnare punti all’Italia in vista del vertice europeo del 25 e 26 giugno. Lì si deciderà come e se migliorare un piano d’accoglienza che è già un insulto all’umanità: 27 Paesi si stanno palleggiando la proposta della commissione Juncker di distribuire 40.000 profughi in tutta l’Unione Europea, con la Francia che chiude la frontiera a Ventimiglia, la Germania che ci accusa di non identificare i migranti che sbarcano sulle nostre coste e la Gran Bretagna che ci rimprovera il funzionamento delle Commissioni territoriali per l’esame delle richieste di riconoscimento dello status di rifugiato; senonché, come riportato in un documento pubblicato sul Guardian dell’ottobre del 2013, alcuni richiedenti asilo nel Regno Unito hanno dovuto attendere pure 16 (sedici) anni per avere una risposta alle loro istanze.

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La cattiva coscienza e il Viminale. La legge 146 del 17 ottobre 2014 ha raddoppiato le Commissioni territoriali per l’esame delle richieste di riconoscimento dello status di rifugiato, stabilendone una anche a Verona con sezione staccata a Padova.

Per il funzionamento della Commissione, Verona ha a disposizione 250.000 euro annui, ma ha anche competenza su 6 province (oltre Verona, Belluno, Bolzano,Trento,Treviso e Vicenza), quattro componenti (oltre il presidente, che è un prefettizio, un membro dell’Acnur (l’Alto Commissario Onu per i rifugiati) e due “prestati” dal Comune di Verona e dalla Polizia di Stato). Tanti soldi, dunque, ma troppe province, pochi componenti (ci sono pure tre lavoratori contrattualizzati dell’ Amministrazione civile dell’Interno aggregati dalla questura di Verona) e molte pratiche, con tempi di attesa che possono sfiorare i nove mesi.

Una proposta semplice ed a costi contenuti avrebbe potuto essere quella di istituire una Commissione presso ogni prefettura, ed un’altra avrebbe potuto prevedere l’assegnazione delle pratiche riguardanti i richiedenti asilo agli Sportelli Unici per l’Immigrazione (SUI), debitamente rinforzati con personale a tempo determinato, scelti magari fra i laureati e gli studenti universitari che si occupano dell’argomento. Adesso, invece, accade che in quasi tutte le prefetture gli asilanti sono gestiti dall’area IV (che si occupa di diritti civili, cittadinanza, condizione giuridica dello straniero, immigrazione e diritto d’asilo), tranne alcune, come quella di Verona, dove i richiedenti asilo all’interno dell’operazione Triton sono trattati dall’ufficio di gabinetto (tre persone, compreso il dirigente che, oltre a svolgere le funzioni di capo di gabinetto, ha pure la reggenza dell’area V, che tratta di difesa e protezione civile), mentre tutti gli altri (tipo gli afgani che non arrivano con i barconi) sono trattati dall’ area IV.

Come che sia, per il Viminale la responsabilità di trovare delle strutture ricettive è dei prefetti e quelli che non lo faranno, come ha rimarcato Mario Morcone, capo del Dipartimento per l`Immigrazione del ministero dell’Interno, in occasione dell’incontro avvenuto nel pomeriggio di lunedì 15 giugno a Venezia, saranno rimossi.

La coscienza dei sindacati. Con Mario Morcone hanno polemizzato i sindacati della Polizia di Stato, in particolare il Siulp ed il Coisp (quest’ultimo, con un comunicato firmato dal segretario nazionale Franco Maccari, lo ha accusato di ignorare «le situazioni di estrema difficoltà e di pericolo in cui sono costretti a lavorare gli operatori delle forze dell’ordine» e che «dietro al sistema dell’accoglienza si nascondono spesso interessi economici tutt’altro che umanitari e, soprattutto, tutt’altro che leciti, come ha mostrato chiaramente l’inchiesta su Mafia Capitale», mentre il segretario regionale del sindacato unitario Silvano Filippi ha definito inaccettabile che un alto rappresentante delle istituzioni non comprenda che «finora il sistema ha retto grazie alla nostra disponibilità agli straordinari, ma questa potrebbe cessare».

Anche i sindacati del personale dell’Amministrazione civile dell’Interno sono intervenuti, buoni ultimi, con un comunicato unitario con il quale Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto al ministro Alfano “la definizione delle piante organiche delle Commissioni territoriali per la protezione internazionale; il riavvio delle procedure di stabilizzazione dei lavoratori a tempo determinato impiegati presso gli sportelli unici per l’immigrazione; un piano straordinario di assunzioni finalizzato al potenziamento dei servizi; rafforzamento degli uffici degli UTG-Prefetture dedicati al controllo e verifica delle procedure di  appalto dei servizi di gestione dei centri di accoglienza; preminenza di assegnazione alla Croce Rossa Italiana o a soggetti che garantiscano appropriati livelli di assistenza alle persone”.

La Triplice ha poi preso le distanze dal comunicato con il quale gli autisti della Rsu dell’Azienda Trasporti di Milano, il 17 giugno, ha invitato “tutti i conducenti a non effettuare tale servizio”, servizio consistente nel trasferire i profughi dalla stazione centrale a via Martinelli, dove c’è una casa di accoglienza per i migranti, in attesa di controlli sanitari tali da evitare “i pericoli che corrono i conducenti e le loro famiglie”.

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Conclusione. Dal 2014 il Libano sta accogliendo, da solo, più esseri umani di quanto non abbiano fatto i 28 Stati dell’Unione Europea. In tutta l’Ue, lo scorso anno, sono state presentate circa 650.000 domande d’asilo (185.000 quelle presentate nel primo trimestre di questo 2015), mentre il Libano (neppure 4 milioni e mezzo di abitanti) ha accolto un milione di profughi siriani.

L’Europa si sta dunque sottraendo alle sue responsabilità ed anziché attivare misure adeguate per l’accoglienza, utilizzando ad esempio la direttiva 55 presa il 20 luglio 2001 dal Consiglio dell’Unione in seguito al conflitto del Kosovo del 1999 (direttiva fra l’altro mai applicata) che consente il rilascio di un titolo di soggiorno europeo temporaneo in caso di flussi straordinari, reagisce con azioni di chiusura e designando a campo profughi la Grecia e l’Italia («E’ un problema vostro: teneteveli») delle guerre che investono ormai i confini di tutta l’Ue. Una Unione incapace di comprendere la dimensione geopolitica del problema, giacché guarda solo ciò che interferisce con le vite quotidiane dei suoi quasi 504 milioni di cittadini; per alcuni dei quali l’unica soluzione sarebbe quella che Italia e Grecia respingessero con la forza i migranti oppure smettessero di salvarli in mare. Una soluzione semplice e dal nome facile: sterminio.

Antonio Mazzei

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Antonio Mazzei è nato a Taranto il 27 marzo 1961. Laureato in Storia e in Scienze Politiche, giornalista pubblicista è autore di numerose pubblicazioni sul tema della sicurezza. antonio.mazzei@interno.it

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