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Opinioni

Casa e capannone, per il Nordest un mito da rottamare

È stato pubblicato a fine gennaio 2015 un rapporto della Fondazione Nordest intitolato Nordest 2015. Il Nordest alla prova della discontinuità, che delinea i cambiamenti avvenuti nell’arco degli anni della crisi, 2008-2015, e le nuove vie di sviluppo della macro-regione Nordest.

I risultati della ricerca indicano chiaramente come l’area abbia vissuto negli anni tra il 2008 ed il 2015 la fine di un ciclo economico e di un modo di fare impresa a causa di concomitanti cambiamenti tecnologici ed economici che hanno costretto il sistema ad una riorganizzazione e un ridimensionamento anche drastico. I numeri rendono l’idea più delle parole:

– il PIL dell’area è calato di 8 punti percentuali dal 2007 al 2013 con un piccolo rimbalzo solo nel 2010/2011.

– la domanda interna dal 2007 al 2014 è caduta del 9% con un calo del 6,1% dei consumi delle famiglie e del 22,5% degli investimenti, dato quest’ultimo che preoccupa anche in chiave di competitività futura del sistema

– c’è stata una perdita netta di 138 mila posti di lavoro, più del 5% del totale, con forte sofferenza nel settore delle costruzioni in primis, della manifattura poi e con un piccolo saldo positivo solo nel settore terziario

– il tasso di disoccupazione è raddoppiato al 7,7% nel 2013. I profili più colpiti dalla crisi sono stati quelli meno qualificati e gli operai generici, soprattutto edili, mentre i profili con titolo di studio superiori hanno sofferto meno con addirittura un 67% di laureati assunti in nuove posizioni nelle aziende a forte crescita.

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D’altra parte i punti di forza che hanno contribuito alla competitività dell’area prima della crisi restano ancora saldi:

– la qualità del capitale umano: gli studenti delle scuole superiori del Nordest hanno una preparazione in materie linguistiche e matematiche superiori alle aree europee di riferimento ed in materie tecniche superiori alla media italiana

– l’internazionalizzazione delle imprese: la percentuale del Pil veneto generata dall’export è del 37% nel 2013, in crescita costante e superiore al 30% nazionale, ed il suo valore è risalito a 71,2 miliardi di euro, con una distribuzione geografica sempre meno euro-centrica

– la specializzazione in settori produttivi diversificati: le macchine utensili in testa seguite da meccanica, abbigliamento ed alimentare

Dai dati raccolti emerge che la manifattura nordestina ha perso dipendenti ma ha guadagnato in valore, creando prodotti nuovi capaci di coniugare la tradizione manifatturiera con la qualità tecnologica e lo spessore culturale.

Il contenuto “culturale” dei nostri prodotti, anche se non strettamente culturali, come eredità della tradizione e del territorio, fa spesso la differenza rispetto alle produzioni di massa dei competitor europei ed asiatici.

Capacità di produrre varietà e personalizzazione per una clientela globale sempre più esigente, una guidata contaminazione tra prodotto analogico e digitalizzazione (la manifattura digitale) ed un legame profondo con il mondo della cultura sono caratteri comuni dell’offerta delle aziende più competitive.

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Questo nuovo modello di sviluppo ha bisogno di essere adeguatamente sostenuto con una nuova educazione di competenze rispetto al manifatturiero tradizionale, con una scuola più aperta al fare che all’imparare ed in grado di stimolare la contaminazione tra le diverse competenze in laboratori interdisciplinari ed in esperienze sul campo.

Restano delle forti incognite regionali (quelle nazionali sono risapute…) a limitare l’attrattività dell’area nei confronti degli investimenti esteri: lo scarso sostegno all’innovazione ed il mancato consolidamento di un polo metropolitano regionale in grado di competere con le grandi metropoli nell’attrazione dei giovani talenti.

Lo studio indica lo storico baricentro delle province di Venezia, Padova, Treviso come possibile polo trainante per l’intera regione ma si sa che qui ci si addentra in scelte di carattere prettamente politico.

E’ difficile riassumere in poche righe la complessità di alcuni temi trattati nello studio (la cui sintesi è scaricabile nel sito www.fondazionenordest.net) ma dai numeri e dai dati risulta evidente che siamo di fronte al tramonto dell’era del boom nordestino basato sul concetto “una casa, un capannone”.

Il Nordest, ed il Veneto in primis, hanno bisogno di una nuova classe dirigente di imprenditori/politici che abbiano ben piantate le loro radici nella terra ma che sappiano raccontare in forme nuove l’unicità della nostra ricchezza culturale e di competenze umane.

Credo che una lettura accurata di questo bel rapporto sarebbe estremamente utile anche ai candidati presidenti della nostra regione.

Martino Franceschi

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Written By

Martino Franceschi nasce nel 1972 a Valdagno (Vicenza). Dopo la maturità classica, nel 1988, si laurea in Economia e Commercio e, dopo diverse e disparate esperienze professionali si trasferisce definitivamente a Verona dove lavora come Export Area Manager di una nota azienda nel settore dei marmi. Praticante di sport (mtb, nuoto, sci, montagna), di buone letture e cinema, per tradizione familiare e per formazione culturale si interessa ai temi politici-economici. martino.franceschi@teletu.it

4 Comments

4 Comments

  1. MARTINO FRANCESCHI

    29/04/2015 at 13:53

    Grazie Lorenzo, come dice Francescco è fondamentale pensare ad un secondo polo veneto con a capo Verona e come area naturale di influenza Vicenza e Trento..la città trentina è all’avanguardia nella ricerca mentre Verona potrebbe essere il polo per industria, commercio e turismo..

  2. LORENZO DALAI

    28/04/2015 at 12:00

    bell’articolo! un contributo reale ad una campagna elettorale che altrimenti rischia di essere solo una contrapposizione ideologica (migranti si,migranti no). Il Lavoro prima di tutto e per avere un economia solida ci vogliono imprenditori che fanno Impresa, non finanaza o peggio!

  3. martino franceschi

    27/04/2015 at 13:55

    sono riuscito soltanto a tratteggiare i contenuti della ricerca in poche righe ma invito tutti a leggerla.
    Francesco, quello che dici è piu’ che giusto infatti come è naturale lo sviluppo concertato dell’area ve-pd-tv, altrettanto naturale dovrebbe essere l’aggregazione dell’area atesina.
    Vedo Vicenza piu’ orbitante verso Padova,.Venezia..
    purtroppo anche in queste ricerche Verona sembra sempre in posizione marginale, forse per mancanza di centri studi/università che contino sul territorio..

  4. FRANCESCO PREMI

    27/04/2015 at 12:48

    Grazie Martino Franceschi per questa ottima sintesi del Rapporto, e per tratteggiare quali potrebbero essere le potenzialità da sfruttare per dare al territorio veneto una nuova e –perché no- diversa possibilità di sviluppo (non uso crescita, e a proposito).
    Diversa rispetto a quanto si è fatto finora, perchè ha esaurito la sua spinta propulsiva.
    Un grosso punto di domanda resta sull’area del Veronese, ancora una volta considerata marginale rispetto al triangolo VE-PD-TV, ed effettivamente con una storia economica diversa da questo.
    Sarà il caso che politica e forze economiche, sociali e culturali si chiedano il prima possibile se non sia venuto il tempo di aprire alleanze operative, più che formali, con altre “marginalità” a noi vicine. Penso a MN, TN, RO e in parte VI e BS, ovvero quella seconda “area metropolitana” veneta, la atesino-benacense, non riconosciuta politicamente e amministrativamente ma che già esiste. Una sorta di “smart land”, più che smart city, che potrebbe fare e dire molto.

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