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Opinioni

Il pugno di Francesco e quello del vescovo di Verona Zenti

Riferendosi a Charlie Hebdo e al massacro di Parigi il vescovo di Verona parla di «eccidio occasionato, se non proprio causato, da un eccesso di satira nei confronti della religione mussulmana»

«Se qualcuno dice una parolaccia contro mia mamma, lo aspetta un pugno. E’ normale. Non si può insultare la fede degli altri». Un concetto in assonanza con quello espresso dall’Iman di Verona Mohamed Abdeslem Guerfi e stigmatizzato su questo stesso giornale da Luciano Butti (Quelle parole sbagliate dell’Imam di Verona Guerfi). Una frase molto infelice, soprattutto se si tiene conto del contesto in cui è stata espressa, cioè dopo una strage di giornalisti che avevano disegnato vignette irriverenti. E il fatto che sia stata pronunciata in una situazione informale, in cui si allentano i freni inibitori, la rende ancor più significativa, proprio in ragione della sua spontaneità.

Premetto che molte delle vignette di Charlie Hebdo non mi fanno né ridere, né sorridere, ma proprio per questo ribadisco volterrianamente Je suis Charlie!

Come bene spiega la dialettica hegeliana, senza il cristianesimo non ci sarebbero stati né la Modernità, né l’Illuminismo, né la Rivoluzione francese. Ricordiamo che nell’Atene di Pericle c’erano gli schiavi, uomini equiparati a cose, diversi “per natura”, come affermava il grande filosofo Aristotele. L’uguaglianza tra gli uomini, anche di coloro che si collocano nella condizione sociale più infima, come quella suggellata dalla nascita e dalla morte di Gesù, è un guadagno originale del cristianesimo. Ciò detto, il rimosso costituito dalle pesanti contraddizioni storiche del cristianesimo, a volte affiora, approfittando delle distrazioni dell’io, come ci ha insegnato Freud. Credo che questo sia accaduto a Papa Francesco, uomo tra gli uomini.

L’inadeguatezza di questa battuta non dipende dallo sdegno indotto dalle vignette di Charlie Hebdo ed equiparato all’offesa verso la madre, quanto dall’azione conseguente che viene esplicitamente legittimata. Al logos ed al graphema non si oppone la confutazione dialettica, ma il gesto simbolico della violenza primordiale contro l’altro, non giustificato dalla legittima difesa. E’ questo salto qualitativo, proprio “tra il dire e il fare”, che esprime l’intolleranza religiosa anelante ad occupare ad ogni costo una posizione privilegiata nei confronti dei valori laici che, rifiutando in quanto tali ogni assolutismo, si vorrebbero abbassati di rango.

Non è l’opinione religiosa espressa come fede che va rispettata, ma l’opinione senza aggettivi, qualora non ambisca a limitare la libertà dell’altro, materiale, sociale o spirituale. Qui sta il discrimine. L’unico episodio di violenza della vita di Gesù raccontato dai quattro evangelisti è quello della nota cacciata dei mercanti dal tempio, quando Gesù rovescia tavoli e sedie.

Quindi “ribellarsi è giusto”, ma in assenza di legittima difesa, nessuna violenza contro l’altro.

Se quello di Papa Francesco è stato un lapsus freudiano, quello del vescovo di Verona Giuseppe Zenti è stato invece un vero e proprio sfogo dell’io in cui l’azione, che reagisce contro il pensiero o l’immagine irriverente, non è un semplice pugno, ma diventa un «eccidio[..]occasionato, se non proprio causato, da un eccesso di satira nei confronti della religione mussulmana», quindi una reazione «in forma spropositata» continua il monsignore nell’editoriale a sua firma pubblicato sul settimanale Verona Fedele.

Chissà quale sarebbe la forma proporzionata, sperando che non la si debba misurare in numero di morti o feriti. Ma non basta. Mons. Zenti si rammarica perché «I cristiani al contrario, anche di fronte a dissacrazioni persino volgari della propria religione lasciano correre». Un invito subliminale a competere in termini di intolleranza. Per Zenti il diritto di satira senza censura è «diritto alla libertà di blasfemia». Un pensiero talebano che raggiunge il suo acme quando auspica «una radicale revisione del concetto di libertà, un valore sacro che non si esercita mai contro».

Parole cupe che rimandano immediatamente al rogo di Giordano Bruno, una filosofia che probabilmente offendeva il sentimento religioso del tempo. Ecco, quando in un mio precedente articolo (L’Islam apra un dibattito sull’interpretazione dei testi sacri) mi riferivo al «cristianesimo [..] visitato [..]dai fantasmi del passato», pensavo proprio alla sensibilità dei tanti Zenti che popolano la periferia della Chiesa cattolica. Riflettiamo allora come quanto asimmetrico, rispetto ai fatti francesi, sia stato il suo atteggiamento verso i “mercanti del tempio” della nostra città quando, in occasione delle imputazioni per malaffare contro i nostri amministratori, ha rispolverato il motto evangelico del «non giudicate» torcendolo in un peloso garantismo ad personam (Verona inquisita: il vescovo Zenti e la morale da tribunale). Sostituire l’etica con gli affari è proprio la peggiore delle blasfemie, tanto da essere l’unica che ha fatto irritare Gesù spingendolo fin sulla soglia della violenza, lui che porgeva l’altra guancia al nemico.

Le parole del vescovo su Verona Fedele, inevitabilmente sdoganate dalla battuta di Papa Francesco, offendono profondamente la mia (ma credo non solo) sensibilità laica e democratica, ma mai, neppure in sogno, mi potrei immaginare di chiederne la censura. Questo perché Je suis Charlie!

Paolo Ricci

Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

4 Comments

4 Comments

  1. MARCELLO TOFFALINI

    19/01/2015 at 09:47

    Parole sagge che condivido. Questi preti legati alla controriforma e al concordato non riescono a vedere il diritto alla libera espressione del pensiero se non come una concessione dall’alto e comunque sottoposta al rigore della Legge vigente, che spesso non ha niente a che fare con la salvaguardia dei Diritti fondamentali.

  2. PAOLO RICCI

    18/01/2015 at 21:21

    Perdonatemi se commento me medesimo, però l’articolo di Scalfari di oggi su La Repubblica mi ha intrigato parecchio. Parlava anche lui del pugno del Papa. Ho avuto però l’impressione che per difenderlo si sia contraddetto. Afferma di non essere Je suis Charlie perchè non condivide le vignette. Neppure a me piacciono in generale, però proprio perchè non ci piacciono dovremmo essere Je suis Charlie, altrimenti sarebbe troppo facile. Quindi non è volteiriano a sua insaputa….. Poi afferma che il Papa, anche se non esigibile che sia volteiriano, è tuttavia coerente perchè anche Gesù ha scacciato i mercanti dal tempio con il bastone e quindi avrebbe usato violenza. Ma così non è perchè l’unico evangelista che entra in questo dettaglio è Giovanni. Il testo greco originale non parla di bastone ma di verga fatta con corde di giunco. Inoltre non dice che è stata usata contro i mercanti. Si intuisce chiaramente che è stata impiegata per far uscire le pecore ed i buoi che si trovavano nel tempio e che erano oggetto di compravendita da parte dei mercanti.
    Anch’io ho stima di Papa Francesco, ma non per questo evito di criticarlo quando lo ritengo in errore. Questo richiede la laicità e la democrazia.
    Paolo Ricci

  3. DANIELA MOTTI

    18/01/2015 at 19:08

    caro Paolo, Papa Francesco parla ancora con la veste del prete di “strada” che è sempre stato, fin dall’inizio del suo sacerdozio: ha condiviso la strada con i poveri delle periferie del mondo e ha imparato a parlare ai fedeli con un linguaggio comprensibile alle persone semplici.
    La frase va letta così come è stata pronunciata e non come scorrettamente riportato da molti, e invece correttamente riportata da te nell’articolo. “Lo aspetta un pugno” significa solo che chi offende mia madre si attende che io reagisca con un pugno, esplica la reazione attesa. In ogni caso riporto quanto ha detto Moni Ovadia su VIta “Io credo che abbia pensato a sé da ragazzo. Quando, probabilmente faceva a botte nelle periferie di Buenos Aires come tanti suoi coetanei. Ha fatto riferimento al “vilipendio” della mamma, che in castillano è una cosa estremamente pesante. Per altro dal punto di vista cattolico, guardando al comportamento di Gesù, non è una cosa così strana. La cacciata dei mercanti dal tempio lo fa prendendoli a pedate e bastonate. E il motivo era proprio la mancanza di rispetto per la fede. Gesù non fu tenero e mostrò molto vigore. In ogni caso ritengo che quella battuta sia stato un seme sapiente di lungimiranza.” E comunque Gesù ha cacciato i mercanti dal tempio, seppur con vigore, ma non li ha uccisi…

    • PAOLO RICCI

      18/01/2015 at 21:23

      Non condivido ma comprendo, però il testo evangelico non riporta “pedate e bastonate”.
      Ma continuiamo a discutere…… Ciao, Paolo

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