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Opinioni

L’Islam apra un dibattito sull’interpretazione dei testi sacri

Quando la violenza colpisce il cuore dell’Europa, l’impatto emotivo si amplifica enormemente per intensità ed estensione. Probabilmente confidiamo che 60 anni di pace e di democrazia ci abbiano reso immuni da certi fenomeni, mentre in realtà è molto improbabile che i nostri anticorpi siano sufficienti a contrastare i movimenti tellurici dei Paesi vicini, non solo in ragione della breve distanza che da questi ci separa, ma soprattutto delle interconnessioni socio-economiche che progressivamente si sono fatte più strette, a fronte di una politica estera europea sfilacciata e contraddittoria, incapace di porsi come forza unitaria e lungimirante.

Lo scenario inquietante è che la violenza esterna possa far breccia in sottogruppi di popolazioni di più recente nazionalità europea, le cosiddette seconde (o terze) generazioni, ma originari di quegli stessi Paesi in cui il potere politico non si è mai emancipato da quello religioso ed appare sempre più in grado di reclutare proseliti pronti ad immolarsi in una guerra senza frontiere contro l’Occidente. E a partire proprio dal Paese, la Francia, in cui questa separazione è stata più netta, tanto da farne il simbolo della stessa laicità, la forma di pensiero più antitetica alla pratica della teocrazia.

Contro un fronte interno potenziale di ampie proporzioni, che non era neppure all’ordine del giorno nei fatti dell’11 settembre 2001, non ci sarebbe scampo. Nessun esercito, nessun corpo speciale di polizia, nessuna sofisticata tecnologia potrebbe avere la meglio, senza considerare che questa risposta costituirebbe in se stessa la sconfitta planetaria della democrazia perché negandone di fatto i valori fondativi (Liberté, Égalité, Fraternité) si consegnerebbe perdente alle ragioni degli avversari. Quasi un miliardo e mezzo di mussulmani nel mondo distribuiti su tutti i continenti e cinque milioni soltanto in Francia. E questo gli jiadisti lo sanno molto bene. Sembra un bivio che comunque non consente vie d’uscita. Si evoca un inevitabile scontro di civiltà che soltanto una stolta e miope visione politica pensa di poter piegare e confinare a fini localistici.

Ma cerchiamo di capire lucidamente qual è il discrimine effettivo di queste due civiltà sollecitate a fronteggiarsi. Sotto il profilo religioso, cristianesimo e islam (cui bisognerebbe aggiungere l’ebraismo), condividono una stessa origine, quella dell’antico testamento, e solo ad un certo punto le loro strade divergono. Mai come nel nome dell’unico vero Dio si sono commessi crimini tanto atroci.

Sono trascorsi circa cinquecento anni da quando l’Europa, per evitare l’autodistruzione provocata dalle sue guerre intestine di religione, ha teorizzato la separazione dei poteri avviandosi lungo l’impervia e faticosa strada della sua realizzazione storica, avvenuta non senza laceranti e reiterate contraddizioni che ci hanno inseguito fin nel Novecento. E’ un’evidenza storica che le religioni monoteistiche abbiano preferito la dittatura alla democrazia ed abbiamo mostrato grande difficoltà ad adeguarvisi. In effetti la democrazia è il luogo delle verità molteplici a confronto, la religione monoteistica quello della verità unica escludente. L’ecumenismo è un’incompiuta strada recente che fatica a produrre frutti, anche se il nuovo corso della chiesa cattolica fornisce prospettive inedite.

Ma su cosa si fonda questo diverso percorso del cristianesimo che, pur visitato su alcune questioni dai fantasmi del passato, è riuscito progressivamente a conciliarsi con la democrazia fino al punto di diventarne componente propulsiva quando denuncia e combatte le disuguaglianze sociali dell’umanità? E’ la capacità filosofica intrinseca alla sua storia di non rinunciare all’interrogazione e di fare i conti con la secolarizzazione nella consapevolezza che in alcuni momenti ne ha offuscato totalmente ogni spiritualità. In definitiva, una rinnovata e ininterrotta ermeneutica dei testi sacri per contrastare l’assolutismo teoretico ed etico. E’ quell’umìlitas che condivide la stessa ragione scientifica.

Se la religione islamica è ed è stata praticata dai popoli in forme molto diverse, che a volte appaiono opposte, vuol dire che uno spazio per la discussione è possibile. Questo spazio però è patrimonio di pochi, mentre dovrebbe entrare nella disponibilità dei molti. Più che sollecitare gli imām ad una reiterata denuncia contro i crimini perpetrati nel nome di Allāh, che si limita ad una logica oppositiva per quanto ineccepibile, sarebbe utile chiedere loro di aprire nelle moschee un ampio dibattito sul problema dell’interpretazione dei testi sacri che, come per tutte le altre religioni, non può essere disgiunto dalla contaminazione storica del potere umano.

E’ Il senso critico, che poi si identifica con il concetto stesso di cultura, il più efficace antidoto contro la violenza che costituisce sempre la scorciatoia e la semplificazione di un linguaggio incapace di dialogare con l’altro.

Paolo Ricci

Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

2 Comments

2 Comments

  1. CARLO CASTIGLIONI

    14/01/2015 at 18:14

    Vorrei introdurre alcune osservazioni che mi derivano da una discreta frequentazione di amici di religione mussulmana che vivono da anni nella nostra Verona.
    Molti di loro, forse la maggioranza, non frequentano la moschea o se lo fanno (come i nostri giovani con la Messa) la frequentano su pressione dei genitori. A mio avviso moltissimi si sentono già secolarizzati, ne più ne meno, come i nostri giovani con tutte le conseguenze che ne derivano. Ora il problema per loro è come proseguire la convivenza e il dialogo con noi quando si sentono accusati di islamismo o di terrorismo. Ancora una volta il pregiudizio vince sulla realtà. Appare quindi evidente che di fronte a questi fatti il dibattito sulle religioni di appartenenza sia fuorviante, e venga per lo più utilizzato come elemento di strumentalizzazione a scopi politici per dividere e creare disagio. Dobbiamo dare fiducia ai giovani di tutte le religioni al fine di costruire insieme una società non basata sulla religione del mercato del profitto e della competizione, ma su ideali laici che si possono ispirare a principi religiosi che vanno in ogni caso rispettati.

    Carlo Castiglioni

    • REDAZIONE

      17/01/2015 at 08:53

      Gent.le Carlo, secondo me occorre capire bene qual è la differenza tra religione e ideologia ad essa collegata perché quando il senso religioso si spegne rimane sempre un legame con la cultura che lo ha generato. In questo senso molto meglio avere credenti convinti, buoni conoscitori delle norme che regolano il proprio credo piuttosto che delle persone dove la spiritualità ha ceduto il posto al vuoto e all’odio. Quindi questo tipo di secolarizzazione, intesa nel senso di abbandono dei valori religiosi, non la vedo come un salvacondotto per il futuro. Diverso è quando la secolarizzazione si lega a quel processo di emancipazione iniziato con la modernità, dove vivere civile, religione e individuo possano convivere in armonia. Ci sarebbe poi da fare una riflessione sulle responsabilità dei vari capi religiosi nell’interpretare i testi sacri, proprio per l’ideologia che ne consegue. g.m.

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