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Cultura

In scena al Nuovo Il giardino dei ciliegi di Čechov

Claudio Di Plama e Gaia Aprea
Claudio Di Plama e Gaia Aprea

Claudio Di Plama e Gaia Aprea

Scritta tra il 1901 e il 1903, la commedia debuttò al Teatro d’Arte di Mosca il 17 gennaio 1904, pochi mesi prima della morte di Čechov.

Dopo l’avvio di stagione con Enrico IV di Pirandello nell’intensa interpretazione di Franco Branciaroli, il secondo appuntamento del Grande Teatro di martedì 16 dicembre alle 20.45 al Teatro Nuovo è con un altro classico: Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov (1860-1904), uno dei maggiori autori russi di tutti i tempi. A metterlo in scena sono il Teatro Stabile di Napoli e il Teatro Stabile di Verona in un allestimento che vede come protagonista Gaia Aprea con la regia di Luca de Fusco, che cura anche l’adattamento del testo tradotto da Gianni Garrera.

Scritta tra il 1901 e il 1903, la commedia debuttò al Teatro d’Arte di Mosca il 17 gennaio 1904, pochi mesi prima della morte di Čechov. La commedia non rispecchiava le intenzioni del suo autore che l’aveva concepita con toni leggeri, quasi vicini alla farsa. Il regista dell’allestimento, Konstantin Sergeevic Stanislavskij la trasformò invece in un dramma sociale e in tale “veste” venne proposta al pubblico dal 1904. Da allora in poi la duplice natura dell’opera non fu più messa in discussione.

Al centro della pièce c’è la trasformazione della società russa del tempo con l’aristocrazia che ha dilapidato i propri averi a vantaggio dei nuovi “ricchi”, riscattati dall’originale condizione di servi della gleba e ora proiettati in un presente sempre più roseo. Spettatori di quest’evoluzione sono gli studenti, animati dalla speranza in un futuro diverso e migliore.

La trama risente di alcune esperienze personali dell’autore: in primo luogo la vicenda della madre che si trovò sommersa dai debiti a seguito di una truffa perpetrata da alcuni costruttori incaricati di erigerle una casa. Nella vicenda ebbe un ruolo importante un precedente inquilino che si offrì di aiutarla finanziariamente salvo poi acquistare la casa per sé. Ispirato a questi fatti è sicuramente il personaggio di Lopachin, futuro proprietario dei magnifici giardini che l’aristocratica Ljuba è costretta a mettere all’asta assieme all’edificio che li comprende perché ha dissipato ogni sua sostanza in spese folli per sé e per l’amante senza avvedersi della catastrofe cui stanno andando incontro lei e la sua famiglia.

Lopachin, agiato commerciante, è figlio di un servo di Ljuba riuscito a riscattarsi dalla sua originale condizione. Anche qui riferimenti autobiografici: era avvenuto lo stesso al nonno di Čechov che aveva comprato la propria libertà versando al padrone 3500 rubli. Il padre dello scrittore-drammaturgo era invece un piccolo commerciante, con un certo spirito artistico.

Nato in Ucraina, prima di dedicarsi definitivamente alla scrittura, Čechov si laureò in medicina ed esercitò la professione per un certo periodo. Fin da giovane, egli scrisse parecchio, dapprima reportage dei suoi viaggi, poi novelle e brevi racconti umoristici ricorrendo a diversi pseudonimi, fino al passaggio alla drammaturgia. Le prime esperienze teatrali furono negative tanto da peggiorare le sue già precarie condizioni di salute e indurlo a lasciar perdere. A poco a poco il successo arrivò scoprendo tutto il genio dell’autore di cui si ricordano in particolare – oltre al Giardino dei ciliegi – i drammi Ivanov (1899), Il gabbiano (1896), Zio Vanja (1899) e Le tre sorelle (1901).

Nelle opere di Čechov c’è sempre una venatura di tristezza, l’accettazione di un’esistenza spesso opaca cui solo la speranza in un futuro migliore può dare un po’ di conforto. Ma nonostante tutto, l’attaccamento alla vita non viene mai meno. In quest’allestimento il regista Luca De Fusco privilegia «un approccio mediterraneo al grande repertorio russo… perché sia la società russa che quella meridionale hanno avuto grandi difficoltà a entrare nella logica della rivoluzione industriale e la trama stessa del Giardino riflette questo fenomeno».

Protagonista dello spettacolo, nel ruolo di Ljuba è Gaia Aprea che da anni collabora con De Fusco. In scena, accanto a lei, Claudio Di Palma (Lopachin), Alessandra Pacifico Griffini (Anja), Paolo Cresta (Jaša), Serena Marziale (Dunjaša), Giancinto Palmarini (Trofimov), Alfonso Postiglione (Pišcik), Federica Sandrini (Varja), Gabriele Saurio (Epichodov), Sabrina Scuccimarra (Šarlotta), Paolo Serra (Gaev) ed Enzo Turrin (Firs). Scene di Maurizio Balò, costumi di Maurizio Millenotti, luci di Gigi Saccomandi, coreografie di Noa Wertheim, musiche originali di Ran Bagno.

Dopo la “prima” di martedì, lo spettacolo viene replicato tutte le sere sino a sabato (alle 20.45). L’ultima recita, domenica 21 dicembre, è alle 16. Come sempre, giovedì pomeriggio alle 17 al Nuovo, è previsto l’incontro con la compagnia. Gaia Aprea e gli altri attori saranno intervistati dal giornalista Lorenzo Reggiani.

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