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Renzi e la comunicazione, il segreto è che studia. Ma cosa?

Berlusconi-Renzi

Renzi prima che essere un bullo o un seduttore è un secchione. Il premier imita le tecniche ipnotiche ericksoniane, come hanno fatto e fanno tuttora numerosi grandi comunicatori. Tutte queste cose Renzi le ha studiate da Lakoff, Westen, Mooney e altri.

Da sinistra si sentono commenti severi, sconfortati e spesso sprezzanti sullo stile di comunicazione introdotto da Matteo Renzi. I commentatori credono che il successo della strategia renziana risieda in un mix di una naturale eloquenza e di abuso di slogan suggestivi, e sostengono altresì che questo particolare cocktail porrebbe Renzi e la sua comunicazione in piena continuità con lo stile di Silvio Berlusconi.

Alcuni osservatori e analisti hanno analizzato la comunicazione renziana, ma spesso, a mio avviso, prendendo in considerazione aspetti piuttosto marginali. Infatti, essi analizzano piccoli artifici retorici, alcune metafore fortunate e false improvvisazioni che sono più che mai volute. La vera rivoluzione che Renzi ha compiuto nel marketing politico del Partito Democratico, risiede invece nel target dei suoi discorsi, ovvero il pubblico ai quali sono indirizzati. Le migliori analisi di marketing politico in Italia, dicevano chiaramente da tempo che c’era una grossa spaccatura tra gli Italiani progressisti da una parte, e quelli conservatori e qualunquisti dall’altra. Io la chiamavo e la chiamo tuttora “differenza antropologica”, visto che non si ferma ai giudizi politici, ma investe gusti, tendenze, preferenze culturali e religiose.

Renzi ha capito che, essendo l’elettorato progressista in gran parte razionale, esso avrebbe votato in ogni caso il migliore candidato disponibile con serie possibilità di vittoria. Quindi egli ha deciso di trascurare questa parte di elettorato e di concentrarsi sul grosso del bacino elettorale, costituito principalmente da qualunquisti che si nutrono di slogan. Ha costruito la sua retorica sui luoghi comuni più diffusi tra questi elettori, elaborando la sua narrazione in continuità con la narrazione qualunquista dominante.

E dunque, “lo stato si deve mettere a dieta”, “i politici devono diminuire”, “il governo deve fare e fare in fretta”, “l’evasione è sbagliata ma lo stato deve smettere di perseguitare i contribuenti”, e infine “le idee di Berlusconi erano buone, ma perché non le ha realizzate?”. Questa narrazione sconnessa, farcita di semplicismo e di linguaggio popolare, repelle molti votanti progressisti, soprattutto i più istruiti e sofisticati. Tuttavia, molti di costoro comprendono che questi slogan non esauriscono la proposta politica di Renzi, la quale ha un contenuto riformista meno banale di quello che appare e un afflato umanitario sconosciuto al qualunquismo di destra.

In secondo luogo, Renzi ha capito che nella politica di oggi avere un’immagine negativa è di per sé una colpa, anche quando è essa fondata su dubbi ingiustificati e semplici illazioni. Per cui ha cominciato a rimuovere dai ruoli dirigenziali tutti coloro che avrebbero potuto rovinare l’immagine di un PD rinnovato, giovane e vincente. In altre parole, ha applicato la regola per cui non deve contare solo quanti militanti appoggiano un politico, ma deve valere soprattutto il computo della differenza tra quello che il partito prenderebbe senza la sua faccia in prima linea e quello che prende attualmente. Nel basket questo valore lo chiamano il “plus-minus”.

Nei discorsi pubblici, Renzi cita spesso il punto di vista di diverse categorie sociali, mai scelte a caso. Anche se le menziona velocemente, senza abbondare in descrizioni, egli dà la possibilità a molti individui di riconoscersi, soprattutto se quello che sta dicendo è un’ovvietà. In questo aspetto, egli imita le tecniche ipnotiche ericksoniane, come hanno fatto e fanno tuttora numerosi grandi comunicatori. Si chiamano tecniche di “ricalco”, ossìa semplici descrizioni di stati di fatto che preparano e precedono l’elemento “guida” in cui l’ipnotista chiede al paziente di pensare o fare qualcosa di specifico.

Tutte queste cose Renzi le ha studiate da Lakoff, Westen, Mooney e altri. Essendo al corrente delle pubblicazioni più recenti nell’ambito della psicologia politica, ho constatato che Renzi ha studiato e continua a studiare tanto, soprattutto in quest’ambito. E’ questo un aspetto che pochi mettono in risalto, ma io ritengo che la qualità migliore che il premier progressista ha, sia proprio quella di aggiornarsi e di studiare la saggistica politica con attenzione. Renzi, infatti, prima che essere un bullo o un seduttore di masse, è un “secchione”, che mette molto impegno nelle sue ricerche. Farebbe bene anche ad altri dentro il PD, qualche lettura che non sia l’ultimo libro di Revelli o di Canfora. Ma molti ancora credono di poter capire gli elettori solo con il proprio intelletto e sono convinti che per comunicare bene sia sufficiente avere contenuti validi. Essi sono ancora dell’idea che gli esperti di comunicazione siano da consultare solo al momento di fare i cartelloni elettorali.

Per questo spero che, indipendentemente da come proseguirà l’epopea di Renzi, la sinistra comprenda che la politica nel mondo di oggi prevede una tecnica di comunicazione molto particolare e niente affatto immediata. Essa ha al suo centro un’analisi dei bisogni e delle convinzioni delle persone, perché se un messaggio non è fondato su di essi in maniera esplicita e convincente, esso non viene ascoltato né tantomeno recepito. La politica 2.0 è dunque trovare buone soluzioni, persone adatte a impersonarle e messaggi convincenti compatibili con i più estesi e capillari canali mediatici. La sinistra non può tornare indietro nei modi e nei mezzi, pena un triste destino di irrilevanza.

Marco Milani

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5 Comments

5 Comments

  1. PAOLO RICCI

    30/11/2014 at 09:45

    Certamente dietro lo stereotipo renziano c’è molto studio, così come ce n’è a monte del messaggio pubblicitario, al di là dell’apparenza idiota dei contenuti. Vendere cose inutili o farci desiderare di possederle è una grande impresa commerciale, soprattutto in tempi di crisi, però manteniamo almeno questa consapevolezza. Era inevitabile che anche la politica venisse omologata a merce. Questa è stata la cifra della cosiddetta seconda Repubblica. Rimane il problema sull’opportunità di adeguarsi a questa logica per “battere il nemico”. Penso però che adottarne la stessa arma sia già di per sè una sconfitta, perchè così facendo si prescinde da ogni contenuto, astrazione che costituisce proprio l’obiettivo primario di colui che si vorrebbe contrastare. Populismo contro populismo: il vincitore è sempre lo stesso. Un vicolo cieco dentro il quale non vale la pena finire. Speriamo che il meccanismo de “l’usa e getta” indotto dal mercato produca la sua nemesi. Ciò non significa ignorare l’antico adagio “aiutati che il Ciel t’aiuta”. Insomma, teorizziamo e sperimientiamo altre tattiche e strategie.
    Paolo Ricci

  2. GIORGIO CHELIDONIO

    30/11/2014 at 10:53

    Non ho competenze per una disciplina detta “psicologia politica”, ma mi pare che, in parole povere, la strategia renziana così descritta possa definirsi, nella migliore delle ipotesi, “raggiro a fin di bene”. Cioè una comunicazione molto simile al vecchio detto “attaccare lu ciuccio dove vuole il padrone”, dare all’elettore qualunquista (“strumento cieco di occhiuta rapina” !?) le risposte che vuole, magari “a fin di bene”. Una strategia, però, in cui il “bene” stesso, cioè le finalità sono tutt’altro che chiare, anzi spesso ondivaghe, com’è tipico dei “ras” che grattano la pancia ai loro servi per illuderli di essere padroni. Mi sembra proprio questo il caso del “patto del Nazzareno” (citazione che dovrebbe inquietare proprio i cattolici, abituati però ad abbracciare a criticamente “l’uomo della provvidenza” di turno): viene spesso evocato come fosse la chiave della stabilità ma, ad oggi, non sappiamo neppure cosa abbiano patteggiato! Altro che democrazia rappresentativa: mi pare sempre più un’oligarchia competitiva fra cesarìsti !

  3. MARCO MILANI

    30/11/2014 at 22:36

    Ringrazio Giorgio e Paolo per i loro commenti, che trovo davvero interessanti. Credo che il fattore che determina le esigenze comunicative cui Renzi risponde non sia tanto il raggiro in quanto tale, o la mercificazione della politica; il marketing politico si basa sulla capacità di comprensione dell’elettore e sui suoi interessi prevalenti. La maggior parte degli italiani è ormai incapace di ragionare su fatti complessi, e, come dimostrato da recenti ricerche, è addirittura incapace di capire gli editoriali scritti sui quotidiani. Questo ê il frutto di anni di diseducazione voluta dalla destra conservatrice, con i suoi attacchi al mondo della scuola e della cultura. Ormai, però, questa è la situazione. Credo che dobbiamo prenderne atto. Per avere consenso bisogna adattarsi a parlare “potabile” a colpi di slogan e a comunicare con il corpo e l’immagine. E nel frattempo ricostruire una rete formativa all’altezza di quella che esiste nei più avanzati paesi europei.

  4. N. ROCHE

    20/12/2014 at 07:25

    Voglio ringraziare l’autore per questa excellente spiegazione sulla politica italiana attuale. Soltanto voglio sottolineare che in politica i contenuti sono ancora importanti, ed anche i mezzi per portarli avanti, ma se i contenuti sono deboli, nonostante ogni sofisticazione i mezzi mai potranno salvarli…

  5. MARCO MILANI

    20/12/2014 at 22:49

    Grazie a te N.Roche. Il vero dilemma della politica mediatica è proprio quello che descrivi tu: come fare entrare contenuti validi in una descrizione popolare convincente….

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