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Opinioni

Il maltempo e le responsabilità di chi dovrebbe prevenire i disastri

“Le stagioni non sono più quelle”, lamentava duemila anni fa Virgilio nelle Georgiche. Aveva ragione: anche in passato, nel volgere relativamente breve di ottanta – cento anni, raramente le stagioni hanno mantenuto immutate le proprie caratteristiche. Nell’ultimo mezzo secolo o giù di lì, però, i cambiamenti hanno assunto velocità ed intensità mai rilevate prima, e pare difficile credere che lo zampino umano non c’entri, come qualcuno ancora vuol sostenere.

Le anomalie meteorologiche stanno diventando sempre più frequenti e in stagioni analoghe ondate di calore (chi non ricorda l’estate del 2003?) si alternano a lunghi periodi di maltempo (ho ancora nelle ossa l’umido della bella primavera ed estate appena trascorse). La costante è che ad ogni episodio o periodo eccezionale, una o più parti del nostro Paese sono chiamate a fronteggiare emergenze o, peggio, vere e proprie tragedie, legate – ripetono i media come un mantra – alle “bombe d’acqua”, alla “perturbazione nr xyz”, a “Caronte” e simili compagnie infernali.

Altro che “cambiare verso”: una delle cose che non cambiano, in Italia, e anzi peggiorano anno dopo anno, governo dopo governo, condono dopo condono, tweet dopo tweet, è la situazione in cui versa il nostro territorio. Parma, il terrificante bis di Genova, l’Est Veronese sott’acqua qualche anno fa, e ancora, per chi ha memoria, Sarno e company, sembrano raccontare un’Italia d’altri tempi. Quella che nell’Ottocento faceva parlare i vari governi Crispi, Giolitti e Depretis di “sfasciumi calabri” e “condanna geografica del Sud”: zone che, per le loro caratteristiche morfologiche, senza interventi umani di sostegno sono da sempre a rischio di “dissesto idrogeologico”, altro mantra ripetuto per lo più a vanvera solo in occasione di eventi di cronaca, e poi messo nel più comodo dimenticatoio mediatico e politico.

Con amara ironia, oggi il fango ciclicamente unisce – sommergendoli – Nord e Sud egualmente. Non solo dunque il Mezzogiorno, ma anche quelli che furono il Regno di Sardegna di Cavour e il Lombardo – Veneto di Cattaneo, un tempo all’avanguardia in Europa nella gestione del territorio. Cento anni dopo, non a caso, è arrivato il Vajont. Qualcosa si è inceppato.

Purtroppo gran parte della classe politica (dai parlamentari europei ai consiglieri di circoscrizione, con rare eccezioni) oltre a manifestare scarso interesse (non economico, si intende: quello c’è, eccome), talvolta malcelato disprezzo e nella maggior parte dei casi una crassa ignoranza nei confronti delle problematiche territoriali ed ambientali, pare mancare anche di “curiosità”, intesa come stimolo a cercare di capire la realtà, come costante ricerca del nuovo. Al contrario, ogni qualvolta si fronteggiano situazioni critiche (dalla siccità ai terremoti, dalle alluvioni alle frane) si percepisce e trasmette solo sorpresa e allarmismo, tanto più da parte di quei grulli che non hanno capito le decisioni che altri, ben più scafati, hanno fatto loro prendere, o più semplicemente hanno preso al posto loro, spesso per tornaconto economico, talvolta per pura e conclamata ottusità.

Che alcuni fenomeni meteorologici sfidino ogni previsione – soprattutto di lungo periodo – è indubbio (ma d’altronde, la meteorologia non è una scienza esatta) e per questo riescono a mettere alla prova anche le capacità di Stati che hanno dimostrato di avere solide cognizioni di geografia, di storia patria, e di memoria collettiva.

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Ma non tutti gli Stati rispondono ugualmente agli stessi stimoli. L’Italia nemmeno risponde. Come esattamente vent’anni fa sosteneva Cesare de Seta sul Corriere, lo stato italiano «non solo non è stato capace di perseguire la politica cavouriana o austro-ungarica [di gestione del territorio], ma ha ridotto regioni favorite dalla geografia nelle condizioni in cui versavano le balze più disperate del sottosviluppato meridione» post unitario.

La situazione, purtroppo, non è cambiata dall’alluvione del 1994 a cui faceva riferimento de Seta: l’incapacità e l’irresponsabilità dei governi e delle amministrazioni locali che si sono succeduti sono andate via via crescendo, determinando in molti casi una non – programmazione delle politiche territoriali. Ora siamo ridotti a condannare ogni nubifragio per ciò che hanno causato decenni di incuria, ignoranza, cementificazione selvaggia e malgoverno.

Francesco Premi

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1 Comment

1 Comment

  1. ENRICO BERTELLI

    16/10/2014 at 17:27

    Complimenti Francesco, ricostruzione storica molto stimolante e giuste riflessioni sulla (mancata) pianificazione e attuazione di serie, responsabili e lungimiranti politiche ambientali. Accidenti il diffuso e imperante malgoverno! Grazie.

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