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Spettacoli

A Velo la guerra vista dalla parte di chi è andato a morire

La micro storia fatta da quella moltitudine di uomini che ancora ragazzi furono mandati al suicidio durante la prima guerra mondiale

«Dormi sepolto in un campo di grano», le memorabili parole di una nota canzone di Fabrizio De André sono state scelte per titolare lo spettacolo teatrale Velofestival 2014, di giovedì 7 agosto a Velo Veronese. L’iniziativa rientra nell’ambito di un ricco programma di eventi promosso da Le Falìe della Lessinia e vede protagonista per la narrazione Alessandro Anderloni, per il canto Giuliana Bergamaschi, alla chitarra Federico Mosconi.

In un luogo non casuale, la Sala dei Centomila, memoria delle Centomila gavette di ghiaccio, in scena è dunque la Grande Guerra, nella storica ricorrenza del suo centenario, e più oltre semplicemente la Guerra, quel dramma che attraversando tutti i tempi ed ogni confine, si impone ancora oggi nella sua sconvolgente attualità.

Uno spettacolo ben costruito che utilizza una narrazione documentata e colta e che si intreccia in modo suggestivo alle canzoni. Una rappresentazione che, dei tragici fatti del 1915/1918, intende descrivere non tanto le logiche economico-politiche che sottendono ai conflitti, quanto restituire ed onorare quella micro storia fatta dai racconti di vita di quella moltitudine di uomini che, ancora ragazzi, in modo del tutto inconsapevole, furono mandati al suicidio e soprattutto fatta dalle donne: sorelle, mogli, fidanzate, madri che mai abbandonarono i loro uomini.

Un grido di denuncia della barbarie della guerra che qui si disvela in tutta la sua crudeltà, stracciando definitivamente quella cortina di retorica che, fino agli anni ’70, aveva paludato, nei libri scolastici di storia, gli eventi, esaltando solo le gesta di generali e ministri, stendendo una sorta di censura su quanto era veramente accaduto.

E sono allora le lettere strazianti dal fronte dei mandati a morte alle mogli, alle madri, ad offrire oggi la verità storica di una grande guerra risoltasi in una carneficina, condotta da vanagloriosi personaggi con al seguito un esercito di soldati straccioni, sporchi, malati e affamati. Loro, gli «ultimi» della storia, rei solo di aver ubbidito. Dietro, sempre gli interessi economici, le fabbriche delle armi, i commerci, i giochi di potere, ieri come oggi.

Uno di questi, un ragazzo della Lessinia, Alessandro Anderloni, l’omonimo del nostro narratore, fucilato perché disertore della Patria. Cancellato da ogni archivio storico, escluso da ogni commemorazione, perché innominabile. Colpevole di essere scappato con mille peregrinazioni a casa, dalla moglie morente. Una questione di cuore per quei tempi imperdonabile.

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Corinna Albolino 

2 Comments

2 Comments

  1. ELVIO BISSOLI

    09/09/2014 at 18:46

    Buongiorno.
    Sono un laureando in Storia all’Università di Ca’ Foscari e sto elaborando la mia tesi su “Il mito della Grande Guerra e il cinema francese e italiano”. Gentilmente potreste fornirmi ulteriori informazioni sulla vicenda di Alessandro Anderloni e se risponde al vero che il suo nome, inciso sulla lapide dei caduti, fu rimosso dai fascisti? Vi ringrazio infinitamente. Un cardiale saluto.

    Elvio Bissoli

  2. STELLA CERNECCA

    10/08/2014 at 16:29

    La forza delle parole! Una omonimia di nome e cognome inducono il regista di Velo Veronese, Alessandro Anderloni, a interessarsi di questo personaggio, partito per la Grande guerra e rientrato a casa, a San Rocco di Piegara frazione di Roverè, quando viene scoperto dai carabinieri come disertore e viene ucciso con una revolverata, quello che non fa il fuoco nemico riesce a farlo il fuoco dell’ordine, tale ignominia viene ancora ricordata nel centro di Velo in una lapide che lo distingue dagli altri caduti in guerra. La storia conserva la traccia di questa trasgressione perenne con i suoi cimeli che rendono memoria ai caduti nelle guerre.

    Alessandro sa raccontarla bene questa storia, lui è intessuto di racconti di guerre uditi in famiglia, tramandati dai vecchi che facevo filò nelle stalle, uditi e letti, tanto che ha allestito più spettacoli sul tema della guerra, in particolare Al disertore.

    L’evoluzione tecnologica è andata di pari passo con l’obiezione alla coscrizione obbligatoria del 1861, ci sono state le lotte degli obiettori di coscienza del secondo dopoguerra, don Milani negli anni 60 scisse il testo “L’obbedienza non è più una virtù” in condanna delle guerre e a difesa degli obiettori.

    Ricordo ancora le cronistorie dei giornali radio alla fine degli anni 60, primi anni 70 che informavano di giovani che la facevano finita non tollerando la vita nelle caserme, era una moria continua, una epidemia sociale.

    Oggi chi odia la guerra può far valere pacificamente la sua obiezione di coscienza, senza dover subire il carcere come capitava agli obiettori pacifisti del dopo guerra fino al 1972, anno che vide la legge che permise il servizio civile in sostituzione del servizio militare.
    Il servizio militare odierno è volontario e professionale, dal 2005 non c’è più il servizio obbligatorio di leva.

    Stella Cernecca

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