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Festa dell’Unità: l’innovazione a sinistra è fatta di contenuti

Orietta Salemi e Alessio Albertini

Alla Festa dell’Unità di Quinzano l’analisi è spietata, come lo è quella nei confronti della sinistra colpita, secondo il consigliere regionale Roberto Fasoli, da una vera e propria deriva culturale

La destra la nà messo in busa, questo l’efficace epigramma di un militante a conclusione della tavola rotonda “Veneto anno zero?” alla Festa dell’Unità di Quinzano sabato 2 agosto. Hanno partecipato Renzo Mazzaro, autore del libro I padroni del Veneto (Laterza) e giornalista del gruppo editoriale l’Espresso, i consiglieri regionali Robero Fasoli e Franco Bonfante, i parlamentari Roger Demenech, anche neo-segretario regionale PD, e Diego Zardini.

L’analisi è spietata. Causa prima del malaffare, che solo di recente ha raggiunto la cronaca mediatica, è l’aver gettato alle ortiche ciò che rappresentava la più ammirata virtù economica della nostra Regione, cioè lo spirito imprenditoriale che nel corso di una lunga storia ha consentito di vincere impegnative sfide di mercato da parte di un corpo industriale minuto, rispetto ai propri competitori, ma proprio per questo agile nella capacità di modulare continuamente l’offerta rispetto alla domanda. Ma, ad un certo punto, questa virtù è degenerata in vizio. E’ stata imboccata la strada del più facile arricchimento che portava dritti alla rapina del capitale pubblico ed alla sostituzione degli investimenti negli impianti produttivi della manifattura con la speculazione finanziaria. Un connubio mortale per il mondo del lavoro complessivamente inteso.

La politica, che usciva ammaccata ma non rinnovata dalla Tangentopoli della prima Repubblica, ha colto la palla al balzo, rinunciando definitivamente ad esercitare il proprio ruolo. L’individuazione delle priorità strutturali ed infrastrutturali del Veneto non hanno più riconosciuto come stella polare il soddisfacimento dei bisogni reali del territorio, ma quelli di imprenditori parassiti che si traducevano in progetti ispirati unicamente al raggiungimento del massimo profitto, anche se questo passava attraverso l’inutilità o addirittura la dannosità di opere spesso incompiute che alla fine avrebbero pesato unicamente sulla spesa pubblica e quindi sulle spalle dei cittadini: il Mose è solo la punta emblematica dell’iceberg.

Insomma, una sorta di meridionalizzazione dell’economia, alla faccia del leghismo. Il sistema del project financing è stato il coniglio uscito dal cilindro di un prestigiatore imbroglione che ha consentito agli speculatori di scegliere le opere su cui speculare, ai controllati di controllare se stessi, ai Partiti, ormai disintegrati in bande trasversali organizzate, di approfittare a man bassa ed alle istituzioni tutte di lasciarsi andare ad un sopore mortale. Risultato, una crisi profonda senza luce in fondo al tunnel.

E qui arrivano le dolenti note. L’opposizione ha fatto fino in fondo il suo mestiere? Il no più secco arriva da Roberto Fasoli che lancia il suo J’accuse: la causa prima di tutti mali non sta in un errore politico o in una caduta etica, ma in una deriva culturale che ha colpito il cuore della Sinistra. L’idea, insinuatasi lentamente nella coscienza collettiva, che “il privato” fosse automaticamente portatore di efficienza ed “il pubblico” la zavorra di uno sviluppo che sarebbe naturalmente lievitato verso il benessere di tutti, invece di rimanere trattenuto dai “lacci e lacciuoli” di una burocrazia camuffata da legalità.

Non aderire a questo schema significava apparire vecchi, vittime del passato, nemici del progresso, essere contro “le magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria. Tutto il resto è venuto di conseguenza. E allora, pur di non rimanere emarginati, si è accettato il gioco, forse a malincuore, negoziando qualche briciola del ricco bottino che però è risultata fatale, sufficiente per omologare il ladro di polli a quello di mandrie e chiedere la testa di entrambi.

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Questo è lo spazio lasciato oggettivamente al Movimento 5S che oggi può permettersi di dire cose che la Sinistra non può dire. Uno spazio grande come un’autostrada che avrebbe potuto portare l’opposizione subito alla guida della Regione. Così non è stato, perché la Destra la nà messo in busa, ma sarebbe potuto essere se il PD si fosse sempre comportato come a Verona in quest’ultima tornata amministrativa. Qui si è tenuto duro e la logica di adeguarsi al nuovo modello vincente di sviluppo non è passata.

In consiglio comunale non si sono mai fatti sconti, su tutto: dal traforo delle Torricelle, all’autodromo, ai centri commerciali, alla mobilità, all’Arsenale, alla speculazione sulle aree dismesse e alla fine anche sull’inceneritore di Ca’ del Bue, nonostante gli sbuffi dell’ala più industrialista del Partito che guardava all’esempio della regione Emilia dove ce n’è uno per provincia. E speriamo si tenga duro anche sulla funicolare per Castel S. Pietro. Non sono stati no aprioristici, ma sempre argomentati, in nome di una visione alternativa di città.

Si può dire che l’opposizione a Verona costituisca un modello di riferimento che ce la può fare a vincere, se non prevarranno le miopi logiche di partito sempre in agguato. Ma per la Regione che fare? D’accordo sul ribadire la necessità di chiudere definitivamente con un consociativismo da “lato B del potere”, per usare l’efficace espressione di Renzo Mazzaro, di cui va assolutamente letto il libro, ma la questione vera è come rendersi credibili di fronte ad un’opinione pubblica giustamente disincantata e diffidente. Quali forze mettere in campo? Quali strategie? Quali priorità individuare su cui sia possibile intervenire subito? Forse l’ultima, ma, come auspicato, non certo a ridosso del voto.

Paolo Ricci

Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

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