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Tortora e Berlusconi: non c’è paragone perché anche i processi sono cambiati

Se non si colloca storicamente il caso Tortora (ma anche Sofri) si rischia di far apparire “ragionevoli” i timori suscitati dal Cavaliere per sè e per gli altri, che invece non sono neppure “plausibili”, quanto meno per fatti accaduti dopo l’entrata in vigore del Nuovo Codice di Procedura penale del 1989

di Paolo Ricci. Impazza sui media, anche locali, la polemica per il paragone azzardato da Berlusconi tra il proprio caso giudiziario e quello di Tortora di cui ricorre il trentennale dall’arresto (maggio 1983). Superfluo ricordare le differenze, rimarcate anche dalla figlia Silvia che parla di “distanza siderale”, precisando come suo padre si dimise da parlamentare europeo per entrare in carcere e difendersi nel processo. Le motivazioni della sentenza di assoluzione piena in Cassazione del marzo ’88, che anticipò di soli due mesi la morte di Tortora per grave malattia, costituì una sorta di condanna morale per quegli stessi giudici che ne avevano consentito anche soltanto l’arresto, tanto le accuse apparivano deboli e infondate.

Il messaggio di Berlusconi è chiaro: per me, e per chiunque di voi “spettatori”, oggi è possibile incorrere nuovamente in questi tragici errori giudiziari ad opera dello “strapotere” di una magistratura politicizzata che quindi va ridimensionato. Se oggi fosse ancora “tecnicamente” possibile un caso Tortora, comunque la si pensi, il Cavaliere forse non avrebbe tutti i torti, al di là della legittimità dei paragoni. Ma così decisamente non è. E’ questa la considerazione che non viene affrontata dai media, neppure nel dialogo tra Fazio e Mentana a che tempo che fa dell’11 maggio. Ci si limita ad esecrare il paragone di Berlusconi sul piano etico, senza però confutarne la fondatezza giuridica. E questo non fa altro che alimentare l’assunto di Berlusconi sull’incontinenza del potere giudiziario conseguente alla sua politicizzazione, fino al punto di incrinare l’equilibrio costituzionale dei poteri dello Stato. E’ in nome della Costituzione quindi che egli paradossalmente chiede di intervenire.

Due sono i fatti che vanno ricordati, se la confutazione del Cavaliere vuole essere pertinente e cogente. Mi appoggio sulla mia trentennale esperienza di collaboratore della Magistratura in materia di reati contro la sicurezza degli ambienti di vita e di lavoro.

Nell’ottobre del 1989 entra in vigore il Nuovo Codice di Procedura Penale che trasforma il processo da inquisitorio, residuato del codice fascista Rocco, ad accusatorio, di diversa matrice anglosassone. Accusa (PM) e Difesa (avvocati) pressoché simmetrici davanti alla figura terza del Giudice. In concreto, la parola del poliziotto per la prima volta vale quanto quella dell’imputato, quelle raccolte dal PM non possono più essere considerate “prove”, ma semplici “fonti di prova” da discutere e rendere “oggettive” in dibattimento, sottoponendole al fuoco di una Difesa che nulla lascia di scontato, sia sotto il profilo sostanziale che formale della loro acquisizione, per impedire che si trasformino in “prove” effettive a carico dell’imputato. Costui diventa tale solo dopo il “rinvio a giudizio” accordato al PM da parte di un Giudice diverso da quello che parteciperà al successivo Dibattimento che deve essere rigorosamente “tabula rasa”, cioè sgombro da qualsiasi potenziale pregiudizio. Un rinvio che si colloca a conclusione dell’indagine condotta dal PM e che, tramite “avviso di garanzia”, deve consentire all’ “indagato” di organizzare anticipatamente la propria difesa.

Negli anni a venire, come noto, il nuovo Codice di Procedura Penale accentua progressivamente tutti gli aspetti “garantisti” a favore dell’imputato, fino a prevedere per la Difesa le stesse possibilità di indagine pre-processuale che una volta erano esclusiva prerogativa del PM. L’allungamento del processo penale solo in parte è conseguente ai nuovi “diritti della difesa”. Alla Difesa conviene infatti “oggettivamente” puntare alla prescrizione del reato (non punibilità dopo un certo tempo dal suo compimento), piuttosto che ad una rapida sentenza di assoluzione nella convinzione dell’innocenza del proprio assistito. I ben tre gradi di giudizio del nostro ordinamento, che solo a definitivo espletamento comportano la condanna definitiva, favoriscono nei fatti questa strategia processuale dilatoria.

Al proposito, una riflessione andrebbe fatta, anche perché ne va del principio costituzionale dell’uguaglianza del cittadino di fronte alla Legge. Maggiore è la capacità di avvalersi dei sofismi della procedura processuale da parte di una Difesa competente, maggiore è la possibilità di raggiungere la prescrizione. Ergo, più elevato è il reddito di un cittadino, più alta è la probabilità per lui di non essere condannato, a prescindere da una innocenza o colpevolezza che difficilmente possono essere accertate. E’ quindi l’oro e non la verità che fa oscillare la bilancia della Giustizia. Anche questo spiega molto bene la tipologia dei delinquenti che affollano le nostre carceri.

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Stando così le cose, oggi un Tortora sì e no che sarebbe stato semplicemente iscritto nel registro degli indagati.

Certamente è un’altra storia, incomparabile, ma probabilmente oggi non sarebbe più possibile neppure un caso Sofri che si resse unicamente sulla parola di uno screditato collaboratore di giustizia. Il primo rinvio a giudizio avvenne pochi mesi dopo l’entrata in vigore del nuovo Codice di Procedura Penale. L’istruttoria fu quindi tutta costruita secondo la vecchia impostazione inquisitoria.

Forse però, a differenza di un non lontano passato, oggi sono possibili processi a uomini eccellenti che una volta, ai tempi di Tortora, nonostante un vecchio Codice che oggi tutti direbbero “forcaiolo”, non erano neppure sfiorati dalla possibilità d’incorrere nel giudizio penale. Per tanti anni una magistratura post-fascista ha preferito guardare dall’altra parte di fronte a certi reati ed a certi delinquenti, contribuendo a costruire quello Stato clientelare che ha alimentato il deficit pubblico, minato l’economia del nostro Paese, ma soprattutto ammorbato le coscienze, dei governati oltre che dei governanti.

Questa è stata la magistratura politicizzata che discriminava in base al censo ed alla gerarchia del potere, caduta insieme al regime sovietico incombente oltre confine, ultimo baluardo ideologico che giustificava in Italia omissioni di ogni sorta a favore di un potere politico che appariva legibus solutus, cioè al di sopra e al di là della legge. Quindi la coincidenza temporale di un fatto storico, la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989), e di un fatto giuridico, la promulgazione del Codice di Procedura Penale (24 ottobre 1989), hanno inaugurato una nuova epoca, liberato una nuova generazione di magistrati dal giogo di una Giustizia forte con i deboli e debole con i forti. Molte le contraddizioni che rimangono da superare, ma un salto di qualità è stato compiuto, una direzione iniqua è stata invertita. Mai più casi Tortora quindi, ma neppure mai più impunità per i potenti.

Se quindi non si colloca storicamente il caso Tortora, si rischia di far apparire “ragionevoli” i timori suscitati dal Cavaliere per sè e per gli altri, che invece non sono neppure “plausibili”, quanto meno per fatti accaduti dopo il 1989. Attenzione allora a non dimenticare mai il contesto in cui questi si inscrivono. Spesso è lo sfondo a conferire significato autentico al soggetto che si rappresenta.

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Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

3 Comments

3 Comments

  1. Emma Mignani Carraro

    14/05/2013 at 15:06

    Condivido la ricostruzione dei diversi regimi in cui i due processi si sono svolti e apprezzo il contenuto dell’articolo
    Emma Mignani Carraro, insegnante di materie giuridiche ed economiche nella scuola media superiore

  2. Paolo Ricci

    13/05/2013 at 23:41

    Se si verificano date e prescrizioni, rimane in piedi solo qualche apriori ideologico che non giova alla Giustizia. E i detenuti in attesa di giudizio non appartengono certo alle classi sociali sovraordinate. Quando gli uomini di potere erano legibus soluti, mai nessuno (o pochi) hanno gridato all’ingiustizia, eppure gli errori giudiziari erano certamente più frequenti di oggi. Sono certamente sempre troppi, ma non si combattono combattendo il principio di uguaglianza di fronte alla Legge.

  3. Piero Paris

    13/05/2013 at 17:41

    I paragoni ci sono e sono tanti.
    PROCESSI INFINITI
    In Italia è molto facile rimanere intrappolati in uno di quei gironi danteschi creati da un sistema giudiziario irresponsabile che certo non ci fa onore.
    Basta un semplice sospetto, una parola detta, per sbaglio o volutamente, da qualcuno che non si conosce, un irrilevante indizio che non ha niente a che fare con le indagini in corso o trovarsi per caso nel posto sbagliato.
    Pensate a Giulio Andreotti. Anni di processi e miliardi di lire spesi per niente.
    Riflettete sul processo Enzo Tortora. I 10 miliardi di risarcimento li abbiamo pagati noi, non gli inquisitori che lo hanno condannato a morte, nonostante che tale pena non sia scritta sui codici.
    Pensate a Pietro Pacciani, il povero contadino di Mercatale che non aveva le risorse per potersi difendere. Anche lui condannato a morte per delle colpe che non aveva.
    Riflettete sul decesso dei fratellini Pappalardo, lasciati morire di stenti in quelle vecchie cisterne. Invece di credere al padre che indicava dove andare a cercarli, fu arrestato perché sospettato della loro sparizione.
    Meditate sull’ultima eclatante assoluzione di quella vittima costretta a subire 22 anni di carcere. I 60 e più milioni di euro richiesti per risarcimento, li dovremo pagare noi, non quei sedicenti tutori delle istituzioni.
    Riflettete sull’accanimento contro Berlusconi, tra i cui processi, quello di Ruby è il più ridicolo della nostra Storia.
    Pensate a quei tanti detenuti che da anni aspettano che si chiarisca se sono innocenti o colpevoli e a quei tanti suicidi che avvengono nelle carceri del Bel Paese.
    Meditate gente! Meditate in quali mani è finita la Giustizia Italiana!!!
    – da COCOMIND.com – La voce del dissenso

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