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Paolo Ricci: «Non si può dire che gli inceneritori non inquinano»

La sera del 22 ottobre 2012 si è svolto a Casa Novarini di San Giovanni Lupatoto un incontro sull’inceneritore di Ca’ del Bue, durante il quale il prof. Paolo Ricci ha spiegato ai cittadini il contenuto di due relazioni dell’Istituo Superiore di Sanità, frutto di una Convenzione con il Comune di Verona per “predisporre un sistema di monitoraggio finalizzato alla tutela della salute delle popolazioni che vivono nell’area” in previsione della realizzazione dell’impianto. Su quanto era stato detto durante quell’incontro Verona In aveva pubblicato una cronaca dal titolo L’Istituto Superiore di Sanità spiega a Tosi che l’inceneriotre inquina. Oggi arriva la smentita dell’ISS per alcuni passaggi dell’articolo, smentita che pubblichiamo insieme alla replica del direttore del giornale con il titolo Verona In su Ca’ del Bue: smentita dell’Istituto Superiore di Sanità. Alcune precisazioni, per dovere di chiarezza, le affidiamo però all’epidemiologo Paolo Ricci.

Paolo Ricci

– Prof. Ricci, la lettera dell’ISS fa riferimento ad alcune importanti istituzioni. E’ vero che l’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sostengono che gli inceneritori non inquinano? 
«Francamente non risulta in alcuna pubblicazione che questi due autorevoli enti abbiano mai asserito una tesi così radicale, cioè che l’inceneritore non inquina. Verò è invece che esiste un’abbondante ed accreditata letteratura scientifica che documenta rischi di patologia neoplastica e di altra natura correlati con l’emissioni degli inceneritori. Alcuni di questi articoli portano anche la firma di ricercatori dello ISS. Memorabili al proposito sono comunque le valutazioni del compianto prof. Lorenzo Tomatis che per un decennio fu alla guida dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS). Ma nessun ricercatore, a partire da quelli appartenenti allo ISS, sostiene invece che gli inceneritori non emettano sostanze cancerogene».
– Ma dobbiamo sempre preoccuparci di queste sostanze? Non c’è un livello minimo di emissione che di fatto azzeri i rischi per la salute?
«La preoccupazione per la salute pubblica dipende anche dal fatto che in generale per questo tipo di sostanze non è possibile stabilire una soglia di sicurezza che garantisca l’azzeramento del rischio, come ricorda anche la IARC dello OMS, tanto più che alcune di queste, come i PCB e le Diossine, si accumulano progressivamente nei tessuti dell’organismo indipendentemente dalle basse concentrazioni presenti nelle matrici ambientali, a causa dei lunghi tempi (anni) della loro spontanea degradazione metabolica, come insegnano pubblicazioni scientifiche che portano anche la firma di ricercatori dello ISS».
– Questo significa che nella comunità scientifica tutti la pensano allo stesso modo su questo problema?
«Questo no, però altra questione è sostenere che nella comunità scientifica il dibattito sia ancora aperto intorno al grado di evidenza e alla forza delle associazioni causali riscontrate, nonchè allo spettro degli organi bersaglio coinvolti. Ciò è molto diverso dall’apodittica affermazione dell’Ufficio Stampa dello ISS».
– Il Consiglio regionale del Veneto ha recentemente approvato una moratoria per Ca’ del Bue, con un solo voto contrario. Vede qualche nesso con la crescente consapevolezza sui rischi legati alla realizzazione di inceneritori?
«Non ritengo si sia trattato esclusivamente di ripicche politiche. Penso che anche il rischio per la salute abbia pesato in questa decisione che mi sento di definire “saggia”».
– Ma quella famosa sera del 22 ottobre 2012 a Casa Novarini di San Giovanni Lupatoto (Verona) lei ha criticato oppure no l’Istituto Superiore di Sanità?
«Detto così suona male. Sono partito proprio da una valutazione molto positiva dell’approccio utilizzato dallo ISS per stimare l’impatto ambientale esercitato da un simile inceneritore sul territorio, mentre ho evidenziato alcune “debolezze” sulla parte epidemiologica relativa al monitoraggio della salute della popolazione esposta».
– Pensa che i colleghi dello ISS si offenderebbero se lo venissero a sapere?
«Le faccio una confidenza. Proprio perché ci conosciamo da anni ho avuto occasione di parlare prima dell’incontro con il prof. Giovanni Marsili, responsabile scientifico del progetto commissionato dal Comune di Verona per esprimergli pur soltanto con poche battute il mio pensiero».
– E lui come ha reagito?
«Come reagirebbe qualsiasi serio ricercatore: ha ribadito che ogni contributo critico alla discussione per il perfezionamento del progetto era il benvenuto».
– Ci può elencare sinteticamente le sue critiche alle relazioni fin qui prodotte dallo ISSin alcuni punti essenziali?
«L’assenza di una rassegna bibliografica completa sul rapporto tra effetti sulla salute ed esposizione ambientale alle emissioni degli inceneritori, ma soltanto l’esclusivo riferimento al progetto Moniter della regione Emilia Romagna; l’utilizzo di indicatori biologici di esposizione solo subordinatamente all’accertamento nelle matrici ambientali di concentrazioni importanti di contaminanti, mentre rilevanti fenomeni di bio-accumulo si potrebbero verificare anche in diverse condizioni ambientali; l’identificazione della popolazione esposta alla contaminazione alimentare con quella residente nell’area di ricaduta delle emissioni dell’inceneritore, mentre potrebbe non essere sovrapponibile per ragioni inerenti alla commercializzazione e distribuzione dei prodotti contaminati che andrebbe verificata prima di intraprendere lunghe e costose rilevazioni sulle abitudini alimentari della popolazione da parte della ULSS che si potrebbero rivelare inutili e fuorvianti; l’utilizzo del solo consumo dei farmaci e dei CEDAP (certificati di assistenza al parto) per la mappatura degli eventi sanitari di interesse, a fronte di una molteplice ricchezza di flussi informativi oggi sempre più completi ed affidabili; la mancata inclusione nel progetto di tutti gli eventi avversi della riproduzione (nati morti, abortività spontanea, malformazioni congenite nei nati e nei non-nati, parti pre-termine, nati basso peso, rapporto tra nati maschi e nati femmine) e non soltanto di alcuni; l’assenza dell’utilizzo ante e post operam di indicatori di effetto precoce (mesi) in un campione di popolazione, quali i test di genotossicità (comet-test e micronuclei), dal momento che si tratta di una competenza di eccellenza disponibile presso l’Università di Verona che potrebbe utilmente essere inserita come partner del progetto insieme a ULSS e ARPA (le sole strutture venete coinvolte) ed al prestigioso Registro Tumori del Veneto dell’Istituto Oncologico Veneto (IOV) che ha condotto un importante studio epidemiologico in provincia di Venezia su inceneritori e sarcomi dei tessuti molli insorti nella popolazione veneta;
– Ci può spiegare meglio cosa sono i test di genotossicità?
«Il principale limite dell’epidemiologia basata sugli indicatori di effetto (malattie) è quello di individuare i rischi quando i danni si sono già verificati. E perché si possano eventualmente verificare di solito bisogna aspettare anni, perché il periodo che intercorre tra inizio dell’esposizione (all’inquinamento) e la possibile comparsa di malattie è dell’ordine di anni. La cosiddetta latenza. Un test di genotossicità invece sarebbe in grado di informare se i contaminanti anche a distanza di pochi mesi sono stati in grado di danneggiare il DNA delle cellule. Sono danni ancora reversibili, perché il nostro organismo possiede fortunatamente un apparato difensivo robusto, però sarebbe un importante campanello di allarme che suggerirebbe di rafforzare le misure di prevenzione primaria, senza attendere troppo tempo».

Giorgio Montolli

 

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