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L’Italia e la conquista dell’Etiopia, crimini di guerra e uso dell’iprite

10/10/1935. La Società delle Nazioni denuncia pubblicamente l’occupazione italiana dell’Abissinia

Il 9 maggio del 1936 Benito Mussolini proclamava la sovranità italiana sull’Etiopia. L’Italia aveva dunque il suo impero: l’Etiopia andava ad aggiungersi ai possedimenti coloniali conquistati in precedenza, ovvero i territori corrispondenti alle attuali Libia, Somalia ed Eritrea. La conquista dell’Etiopia costo’ all’Italia le sanzioni economiche decretate dalla Società delle Nazioni, che il 10 ottobre 1935 denuncia pubblicamente l’occupazione italiana dell’Abissinia. Ne deriva per l’Italia un quasi totale isolamento sullo scenario internazionale che spinse il regime fascista verso la rovinosa alleanza con la Germania nazista. L’impero si rivelò poi di effimera durata.

Secondo Mussolini l’impero italiano era un Impero di pace mentre in realtà si fondava su guerre e crimini contro l’umanità. La pacificazione della Libia, dove era sorto un movimento di resistenza anti italiano, venne affidata al governatore Pietro Badoglio e al generale Rodolfo Graziani. Per sradicare la resistenza essi ordinarono la deportazione di massa di circa metà della popolazione residente in Cirenaica. Fu cosi’ che 100 mila libici vennero deportati in campi di concentramento creati dagli Italiani intorno a Bengasi e Sirte; 10 mila persone morirono per le conseguenze della deportazione, le violenze degli italiani e le malattie contratte durante le lunghe marce verso i campi di concentramento.

Il bilancio dell’occupazione fascista dell’Etiopia fu ancora più tragico. La guerra contro l’impero guidato da Haile Selassie fu condotta in violazione dei più basilari principi di diritto internazionale e bellico. L’aviazione italiana fece ampio uso di gas asfissianti contro l’esercito etiope e sganciò tonnellate di iprite sui guadi dei fiumi attraverso i quali l’esercito nemico si ritirava. Numerosissimi civili e capi di bestiame che si abbeverarono in questi fiumi, o che si trovavano nelle zone vicine, morirono dopo atroci sofferenze. Penetrando in profondità nel tessuto cutaneo, anche attraverso abiti, cuoio e gomma, l’iprite causa in poche ore l’apertura di grosse piaghe nella pelle, oltre che gravissimi danni agli apparati respiratorio ed ematopoietico.

Il regime fascista tentò di nascondere al resto del mondo l’uso di queste armi nella campagna d’Etiopia. Quando la Croce Rossa Internazionale ne denunciò l’impiego massiccio, le forze italiane al comando di  Badoglio e Graziani bombardarono gli ospedali da campo dei medici internazionali.

Alla data del crollo dell’AOI (Africa Orientale Italiana), le vittime etiopi dell’occupazione italiana (1936-1941) erano più di 750 mila, tra cui 275 mila soldati, circa 100 mila membri delle forze di resistenza, 350 mila civili e 35 mila persone decedute nei campi di concentramento italiani. A questi dati terrificanti bisogna poi aggiungere quelli riguardanti le immense perdite materiali e culturali. Stando ai dati forniti dagli etiopi, numerosi libri, dipinti e abitazioni private furono distrutti, mentre circa 2000 chiese andarono bruciate: una terribile ironia, se si pensa che la Chiesa italiana sostenne in modo quasi compatto la guerra, anche con grosse donazioni fatte dai vertici ecclesiastici per sostenere lo sforzo bellico.

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Fatta eccezione per Mussolini, i principali responsabili dei crimini italiani nelle colonie africane rimasero impuniti. Questo fu possibile a causa della protezione degli anglo-americani, a cui premeva garantire il ritorno all’ordine in Italia nel nuovo contesto della guerra fredda, del Vaticano e del partito della Democrazia Cristiana, che tra l’altro assorbì tra le sue fila alcuni ex militari implicati in crimini di guerra.

Pietro Badoglio morì nel suo letto nel 1956 ed ebbe un funerale con onori militari, a cui parteciparono rappresentanti del governo postfascista e altre autorità. Rodolfo Graziani fu catturato dagli Alleati al termine del conflitto e tenuto in custodia come prigioniero di guerra per qualche anno. Condannato a 19 anni di prigione per alto tradimento e collaborazione coi nazisti, nel 1943-1945, lasciò il carcere dopo pochi mesi e divenne presidente onorario del Movimento Sociale Italiano. Morì in libertà a Roma nel 1955, senza essere mai stato processato per crimini di guerra.

Ha fatto scalpore la notizia che ad Affile, provincia di Roma, lo scorso 11 agosto è stato inaugurato un mausoleo per ricordare Graziani costato 180 mila euro, una vergogna che infanga il passato e il presente del nostro Paese.

Sintesi da www.instoria.it

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