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Indifferenza e cinismo d’animo. Così Leopardi spiega gli italiani

Durante la prima puntata di “Virus, il contagio delle idee”, la trasmissione politica condotta da Nicola Porro, la discussione verteva sulla tenuta del governo Letta. Si è parlato delle diverse problematiche che affliggono il nostro Paese: la questione economica sempre affiancata alla questione Berlusconi. Presenti: Feltri, Giannini, Monti, Epifani. Mario Monti ha detto che è soprattutto necessario che il popolo cambi mentalità. Per citare le caratteristiche negative degli italiani ha rispolverato Giacomo Leopardi, quel Costume degli italiani di cui già Verona In aveva scritto e che vi riproponiamo.

Illuminante risulta il testo di Leopardi, scritto nel 1824, dal titolo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, verso il quale la critica ha mostrato negli ultimi anni molto interesse. Un saggio che indaga la psicologia sociale degli italiani nel contesto più ampio della storia degli Stati europei. Va subito rilevato il significato che il termine “costume” assume nel pensiero dell’autore.
Qui l’éthos non è infatti riducibile alle abitudini o usanze che definiscono, per tradizione, il carattere di un popolo, ma rimanda piuttosto ad una forma mentis, un modo di essere, di abitare il mondo. È quella modalità di dimorare la Terra che fonda la cultura di una civiltà. Éthos diventa allora la morale che si traduce in determinate consuetudini di vita, consolidate poi nelle leggi.

Éthos, civiltà, cultura hanno a che fare con il senso dell’esistenza. Se il tutto, nella sua essenza, è, come interpreta Nietzsche, caos e divenire delle cose, queste parole stanno ad indicare allora le sovrastrutture che l’uomo edifica per dare significato alla sua finitezza. Sono quelle finzioni, quelle maschere autoillusorie, al dire del filosofo, che ci consentono di sopravvivere.

Nel merito Leopardi ricorda come la “gloria” degli antichi sia diventata nei secoli successivi “onore” per trapassare poi con i moderni nel concetto civico di “stima”, intesa come riconoscimento pubblico del proprio agire. Sono questi i valori fondativi di una società che ne garantiscono anche la coesione.

L’Italia, a differenza delle altre nazioni europee, spiega l’autore, non è riuscita a costruire un proprio paradigma di società. Una deficienza, in effetti, che si è trascinata lungo tutta la storia risorgimentale e post-risorgimentale, fino ad influenzare ancora la politica dei nostri giorni. L’individualismo, “l’amor proprio”, “l’indifferenza profonda, radicata ed efficientissima verso sé stessi e verso gli altri” nei confronti di ogni giudizio sociale, sono le connotazioni dell’italiano moderno. Costituiscono un’ineludibile conseguenza di questa lacuna storica. Leopardi chiama “atteggiamento cinico” questo rapporto che l’italiano tiene con il mondo, con il prossimo. “Cinismo d’animo, di pensiero, di carattere, di costumi, d’opinione, di parole e d’azioni”.

Una modalità di esistere che, avulsa da ogni condivisione sociale, si risolve in comportamenti denigratori. “Passano il loro tempo a deridersi, scambievolmente, a pungersi fino al sangue[..], a mostrar con le parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui[..], a ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno incominciando da se medesimo”. Il cinismo, una risposta naturale dell’uomo di fronte all’insensatezza della vita, diventa nell’italiano un tratto psicologico più accentuato, fino a qualificare la cifra del vivere politico, proprio perché la “mancanza di società” non può esprimere quei valori che conferiscono senso alla dimensione comunitaria della vita.

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Ritornare oggi a questa analisi psicologica dell’italiano, offerta dal Leopardi, può aiutare a capire la crisi profonda della politica, al di là delle contingenze. La “mancanza di società” basata sul reciproco riconoscimento dell’altro, di quella “società stretta” fondata sulla “fratellanza” è all’origine di una disaffezione della politica che, salvo rare e brevi eccezioni, ha percorso come una vena carsica l’intera storia del nostro Paese. Ora è diventata dilagante e domina da tempo la scena politica. A mascherarla non sono bastate le grisaglie del governo tecnico. Sovrastati dall’omologazione, i contenuti della politica hanno progressivamente perso la loro identità. Un linguaggio impoverito, ridotto a reiterato messaggio pubblicitario, si affanna a promuovere un prodotto non più in grado di sollecitare neppure la semplice attenzione dei cittadini-consumatori. Se il peccato d’origine è la “mancanza di società”, forse è il modo di stare nel mondo, di abitare la città, che va ripensato.

A questo punto è proprio il concetto di “fratellanza” leopardiana, accennato in questo saggio politico ed esplicitato poi nella Ginestra, che può soccorrerci, in virtù della sua sorprendente attualità. Una morale laica, scevra da ogni a-priori metafisico, “etsi Deus non daretur”, per usare l’espressione di Grozio, che riconosca la propria ragion d’essere nella cura del supremo bene comune, cioè la vita sulla e della Terra. Un’etica da declinare però in nuova politica economica, a partire dalla polis, dalla nostra città.

Corinna Albolino 

Written By

Originaria di Mantova, vive e lavora a Verona. Laureata in Filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è poi specializzata in scrittura autobiografica con un corso triennale presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo). In continuità con questa formazione conduce da tempo laboratori di scrittura di sé, gruppi di lettura e conversazioni filosofiche nella città. Dal 2009 collabora con il giornale Verona In. corinna.paolo@tin.it

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