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Cultura

Poesiainprimavera con Massimo Cacciari: Zanzotto critico e i suoi classici

Poesiainprimavera è la rassegna di iniziative culturali che tra aprile e maggio 2012 viene proposta dall’Università di Verona in collaborazione con le varie istituzioni della città. In un momento in cui la poesia pare rivivere una sorta di luminosa renaissance, focalizza la sua attenzione sulle figure di Andrea Zanzotto, a sei mesi dalla sua scomparsa, di Giorgio Caproni e Antonia Pozzi, dei quali ricorre il centenario dalla nascita. Critici, esperti di teatro, cinema ne delineano i profili, ne illustrano l’opera, presentano i loro ultimi scritti, offrendoci interessanti chiavi di interpretazione. 

Un particolare spazio tra gli eventi viene dedicato ad Andrea Zanzotto, poeta quanto mai ostico da avvicinare. Spirito libero, eclettico, la sua cultura immensa muove dalla letteratura alla filosofia e alla psicoanalisi, dalla musica al cinema, cimentandosi in lavori critici, di prosa, di natura autobiografica. Nonostante l’età, produceva ancora moltissimo. Rimane però la poesia “il suo punto fisso”.

A soccorrerci nell’approccio alla sua poetica è una lezione magistrale tenuta al Polo Zanotto dal filosofo Massimo Cacciari, autore di importanti studi su questo illustre personaggio veneto che non esita a definire un gigante della poesia del ‘900. “Zanzotto critico e i suoi classici” è il titolo della conferenza che, senza nulla togliere all’importante contributo critico del poeta, scrittore di importanti saggi su Hölderlin e Celan, intende invece approfondire il ruolo che ebbero i classici nella sua poetica. Un tutt’uno con essa. Ed in proposito – lasciando volutamente in controluce i riferimenti noti di Virgilio, Dante, Petrarca, Leopardi, Foscolo, Rimbaud, perché autori fondamentali di ogni poeta – il filosofo si concentra invece sull’influenza che ebbero sulla sua arte Hölderlin e Celan. Riprendendo alcuni noti versi, mostra come tra di loro corrano sorprendenti analogie.

E’allora interessante notare che tutta la poesia di Zanzotto, a partire da Beltà, Galateo in bosco e Idioma, si alimenta di questa ispirazione e si struttura sulla questione della lingua. A segnare la svolta, la conoscenza e appropriazione delle acquisizioni di Lacan, Saussure, Derrida in tema di linguistica. La considerazione che nessun soggetto può prescindere dall’accadere nella lingua, la teorizzazione della differenza tra significato e significante.

Nel merito Cacciari parla di Zanzotto come «l miglior fabbro della nostra lingua». Fabbro è colui che esercita una téchne, che pratica un’arte. In questo senso ”la poesia non è sentimento, bensì maestria, esercizio, áskesis”, lavoro instancabile sulla parola. Il poeta diventa allora colui che la decostruisce, la scandaglia, la apre alle infinite possibilità semantiche, andando così alla ricerca della sua abissalità.

L’intento è quello di arrivare a quel grembo germinante, come afferma Cacciari, che costituisce la matrice del linguaggio. Là dove si origina ogni idioma, quell’insieme di segni attraverso cui comunichiamo e quindi ci definiamo come identità. Qui si rivolge Zanzotto, nel desiderio di trovare il suo dire poetico. Qui rinviene quel dia-letto, quel vecio parlar che fonda il colloquio, la lingua della comunicazione, lo stare con gli altri.

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Ma questo arduo esercizio del poeta ha ancora un senso oggi dove non c’è più comunità, dove il paesaggio tutto sembra essersi infranto e la relazione originaria con l’altro si è eclissata? Queste sono le domande che assillano il poeta, perché avverte con dolore quanto la parola poetica sia a rischio di afasia. 

Corinna Albolino 

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