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Inchieste

Verona: gli architetti raccontano di una città bistrattata

Verona, Castel San Pietro e il Ponte Pietra sull'Adige (Foto Verona In)
Verona, Castel San Pietro e il Ponte Pietra sull'Adige (Foto Verona In)

INCHIESTA. E il museo dove lo metto? Quello di Storia naturale all’Arsenale. Anzi no, agli ex Magazzini Generali. Pardon, volevamo dire al Palazzo del Capitanio. O forse quello della Ragione. Ma sai che c’è? Visto che siamo riusciti a vendere solo Palazzo Gobetti (che ospitava una parte delle collezioni) ma non Palazzo Pompei, sede principale del museo, per il momento lo teniamo lì dove si trova; le collezioni “eccedenti” le parcheggiamo in deposito all’Arsenale e, selci blu permettendo, quando sarà pronto Castel San Pietro trasferiremo tutto là dentro…

Del resto la Fondazione Cariverona ha proprio il problema di trovare un contenuto per il castello, acquisito dal Comune nel 2005, in epoca di centrosinistra, con vincolo di destinazione museale. Tra le altre cose, negli ultimi anni si era pensato di adibire Castel San Pietro a succursale dell’Heremitage di San Pietroburgo, ma poi russi avevano ritenuto più idonea la città di Ferrara; quindi si era pensato di trasferirvi la Galleria d’arte moderna, ora di stanza a Palazzo Forti ma destinata a prendere la via del Palazzo della Ragione; poi a un non meglio precisato “museo della città”; infine, ma è ancora soltanto un’ipotesi, al museo di Storia naturale. Ecco due esempi di circoli “viziosi” che da anni imperversano non solo sui musei, ma su tutti i cosiddetti “contenitori” della città. Progetti che mutano al cambiare delle amministrazioni o delle esigenze di bilancio, con il Comune sempre e comunque attento a cogliere l’occasione per alienare qualche pezzo di patrimonio architettonico con l’esplicito intento di far cassa.

Ci sono casi di edifici storici scambiati con terreni come Palazzo Forti, finito alla Fondazione Cariverona come contropartita (parziale) dei 33 milioni che il Comune doveva pagare alle banche dopo la rinuncia a realizzare il Polo Finanziario negli spazi dell’ex Mercato ortofrutticolo. A Palazzo Forti ora dovrebbero finire la Fondazione Arena e il nuovo Museo della lirica. Ma siccome nel grande risiko dei contenitori e dei palazzi nessuna mossa è priva di conseguenze, ecco presentarsi il problema del recupero dell’Arsenale. Una volta stracciato il progetto Chipperfield – commissionato dalla precedente Amministrazione di centrosinistra, che prevedeva il trasferimento della Fondazione Arena e dell’Accademia Cignaroli – esso rimane un contenitore privo di progettualità. Non pare un caso, dunque, che il recupero dell’Arsenale sia stato di recente stralciato dal piano triennale delle opere 2011-2013, in attesa che la giunta predisponga un nuovo “piano organico”. Una parte del denaro per la ristrutturazione dovrebbe venire dall’alienazione di Palazzo del Capitanio (17 milioni), ma visti i precedenti e le precarie condizioni di bilancio comunale, il condizionale è d’obbligo. Palazzo Pompei rimane invece ancora invenduto.

A ben guardare, il disordine “culturale” non è che un aspetto del generale disordine urbanistico e viabilistico, che affonda le sue radici nei decenni precedenti, rispetto al quale le amministrazioni odierne non hanno altra colpa tranne quella di vivere tenacemente abbarbicate agli errori del passato, senza la volontà di cercare di porvi rimedio. Vediamo qualche altro esempio: l’esaurimento della funzione della Zai storica, motore economico del secondo dopoguerra, era divenuta palese già dalla fine degli anni Settanta, quando l’omonimo ente che aveva in gestione gran parte delle aree di Verona Sud, il Consorzio Zai, si mise a cercare nuove direttrici di sviluppo al Quadrante Europa (il centro intermodale è del 1977); alla Bassona (del 1978 comincia l’assegnazione dei primi lotti alla cosiddetta Zai Due) e alla Marangona, che avrebbe dovuto diventare un Parco dell’Innovazione capace di attrarre imprese tecnologicamente avanzate.

Trent’anni dopo troviamo che l’innovazione non è mai partita: non c’è mai stato un forte impegno da parte della classe imprenditoriale e non si sono mai sviluppate sinergie significative con l’Università per attivare la ricerca. A completamento di questa parabola c’è la recente proposta di costruire, proprio alla Marangona, il nuovo stadio dell’Hellas Verona; avanzata prima in sordina nel settembre 2010 e poi scopertamente nel gennaio 2011 dalla stessa società di calcio per il tramite di uno studio professionale specializzato. «Un bellissimo progetto», assicuravano i promotori ammiccando all’Amministrazione comunale che nel 2008 aveva già provato, senza successo, a fare accettare alla città l’idea di un nuovo stadio alla Spianà.

Gli stessi vizi stanno presiedendo anche al recupero della Zai storica, un intervento di “ricucitura” di aree private, molto discusso e discutibile, che tuttavia, con l’Amministrazione Zanotto, aveva trovato una propria connotazione economico-sociale con i progetti del Polo Finanziario e del Polo Culturale che puntavano a sviluppare la vocazione terziaria. Con l’avvento della nuova Amministrazione di centrodestra i progetti vennero stoppati e ora al posto del Polo Finanziario è previsto un bel… parcheggio, o forse la nuova sede del Comune: come sempre è ancora tutto da decidere. Mentre negli spazi del Polo Culturale troveranno posto anche gli uffici dell’Ulss 20.

Altro caso di cattiva (o meglio mancata) pianificazione riguarda l’assenza di un piano regolatore degli edifici storici e del patrimonio edilizio sotto utilizzato: il risiko (o il valzer) dei palazzi storici è un tormentone che assilla i veronesi da ormai molti anni. Più trascurati invece sono i circa 10 mila alloggi che, secondo i dati dell’Istat rimangono sfitti in città. Una cifra impressionante, che dovrebbe suggerire la radicale revisione del programma di nuove edificazioni pubbliche e private. Il che, ovviamente, rischierebbe di mandare in malora tutta una serie di equilibri politici ed economici.

Non da ultimo, è interessante osservare come è andata a finire la “lunga marcia” per l’acquisizione delle ex caserme avviata negli anni Novanta dall’Amministrazione Sboarina e perseguita da tutte le amministrazioni comunali successive fino al 2007 e al 2010, data di definitiva acquisizione rispettivamente della Passalacqua e dell’Arsenale. La prima caserma è stata consegnata alla cementificazione dei privati, con buona pace del Campus universitario che ne uscirà fortemente ridimensionato. La seconda è stata appunto stralciata dal piano triennale delle opere, in attesa di un “piano organico”.

Un po’ di storia
Di occasioni mancate è pieno anche il passato meno recente, a partire dal Piano regolatore generale del 1946-1954. In quegli anni la scena era dominata dall’architetto Plinio Marconi, che aveva disegnato un piano per una città gigantesca di 600 mila abitanti, piena di quello che sono passati sotto il nome di Trojani, Architetti Verona, Tognetti, Rudi, Mellini, Vercelloni, Fagiuoli“sbreghi”, ovvero sventramenti, abbattimenti di case e quartieri per far posto a nuove opere urbanistiche. Pratica venuta in auge in tutte le città italiane durante il fascismo, ma perseguita fin dai primi del Novecento, alla ricerca di un malinteso concetto di modernità.

A questa maniera di pianificare ritenuta “decrepita” si oppose, agli inizi degli anni Sessanta, un gruppo di giovani architetti riuniti da Guido Trojani attorno alla rivista Architetti Verona: Otto Tognetti, Arrigo Rudi, Gianlorenzo Mellini, Virgilio Vercelloni. «Sulle pagine della rivista venivano contestati alcuni sventramenti, come quelli del chiostro seicentesco di San Domenico, adiacente la chiesa di Sant’Anastasia, poi ricostruito da Ettore Fagiuoli» ricorda Tognetti. Il gruppo di giovani architetti cercò di impedire che, dopo l’approvazione del Prg del 1958, venisse affidata a Marconi anche la Variante generale. Impresa ardua perché l’architetto aveva solidi agganci romani e a Verona poteva contare sul sostegno di Piero Gonella (fratello del più noto parlamentare democristiano) vicesindaco e assessore ai lavori pubblici, ma il gruppo era deciso: «Ritenevamo fondamentale la battaglia sul Piano regolatore così pensammo di organizzare un convegno per suggerire all’Amministrazione una personalità di diversa sensibilità rispetto Marconi» prosegue Tognetti.

Il gruppo in effetti riuscì a far convergere l’interesse di personalità del peso del sovrintendente Piero Gazzola e del direttore dei Musei civici Licisco Magagnato sul nome di Luigi Piccinato, autore del Piano regolatore generale di Legnago. Per un attimo il miracolo sembrò a portata di mano: l’Amministrazione di Giorgio Zanotto abbracciò l’iniziativa del gruppo e la fece propria. Il convegno si tenne con successo nel luglio 1962, ma ad appena un paio di settimane di distanza la doccia fredda: Zanotto affidò l’incarico della variante generale di nuovo a Marconi, infrangendo così i sogni dei giovani architetti.

Ma che Verona era quella di allora? «Era il periodo del boom di Borgo Trento» ricorda Tognetti. A partire dagli anni Cinquanta il centro storico era stato abbandonato dalle famiglie della borghesia cittadina. Destinazione oltre Ponte Garibaldi e Ponte della Vittoria, dove c’erano già degli insediamenti in corrispondenza delle villette liberty. Le nuove urbanizzazioni si addensarono lungo via IV Novembre, che ancora oggi è l’unica strada di collegamento tra Ponte della Vittoria e l’Ospedale di Borgo Trento. La proprietà di quelle terre era in mano a un’unica famiglia, i Trezza-Acquarone. Per le nuove costruzioni fu impiegato un ristretto numero di ingegneri e soltanto qualche architetto. Di qui, secondo Tognetti, la scarsa qualità estetica del quartiere, che tuttavia rimase uno dei più esclusivi fino agli anni Ottanta.

Esaurita la direttrice di via IV Novembre venne avviata l’urbanizzazione della zona di Ponte Catena (Borgo Trento “Due”) che aveva in comune con la prima la caratteristica di essere in mano ad un’unica famiglia, i Jenna. Poi, piano piano, cominciò il lento ritorno verso il centro storico, anche se ancora nei primi anni Ottanta risiedere a Borgo Trento costava il doppio rispetto alla zona del Duomo. Un ritorno interrotto soltanto dal boom della casa in collina e favorito, secondo Tognetti, anche dall’inizio della stagione dei rapimenti (ad esempio quello di Garonzi o della giovane Tacchella). «Per motivi logistici o anche soltanto psicologici, il centro storico veniva preferito e ritenuto più sicuro» spiega l’architetto. Ora il rapporto si è definitivamente invertito, anzi, le quotazioni immobiliari di Borgo Trento sono in lenta ma continua discesa.

E la Variante al piano regolatore? «Venne bloccata a lungo a Roma, in attesa che le competenze urbanistiche passassero alle Regioni. E quando tornò a Verona era stata tagliata di brutto: 400 mila abitanti invece dei 600 mila del progetto originario» appunta l’architetto, «tuttavia ancora decisamente troppi». Andando sempre più a ritroso, un filo rosso lega la filosofia sottesa al Piano regolatore generale di Marconi alle concezioni urbanistiche pre-repubblicane. «Tutte le idee del Piano regolatore generale erano già contenute nel concorso di urbanistica indetto nel 1931 dal Comune di Verona e, ancora prima, erano contenute nella realizzazione di Ponte della Vittoria (del 1925, ndr) e nel conseguente sbrego di via Diaz» spiega l’architetto Libero Cecchini. «Sulle stesse basi è stato poi realizzato il ponte del Risorgimento (anni Sessanta, ndr) ed è nata l’idea di realizzare un analogo sbrego anche in via Oberdan».

A Libero Cecchini, classe 1919, si deve la ricostruzione post-bellica del Ponte di Castelvecchio e di Ponte Pietra, nonché, negli anni Sessanta, un lavoro di salvaguardia delle Torricelle svolto con Piero Gazzola e che salvò le colline dalla voracità del Piano regolatore del 1975. Curatore degli Scavi scaligeri e del restauro di numerosi chiese e siti archeologici, tra cui San Zeno Maggiore, la sua opera rappresenta l’anello di congiunzione tra presente e passato per una parte considerevole di quello che c’è (o che resta) di buono a Verona.

La sua filosofia si riassume in alcuni semplici regole, bene esposte nella mostra dei suoi lavori che si è da poco conclusa agli Scavi scaligeri. La prima: lo spazio architettonico esiste in natura, il segreto è scoprirlo. La seconda: cercare di trasmettere la continuità della storia è come prendere il filo di una ragnatela e muoverlo senza spezzarlo. Se si spezza il filo si è rotto l’equilibrio ambientale. La terza: definire l’ambiente è come immaginare di aprire un grande ombrello sotto cui proteggere le preesistenza storiche o naturalistiche. E per Cecchini non ci sono dubbi: le «preesistenze» della struttura urbanistica di Verona sono da rinvenire «nella pianta dei forti risalenti alle diverse epoche: romana, viscontea, scaligera e asburgica, che formano già di per sé una struttura urbanistica». Peccato, prosegue l’architetto, «che per scelte poco lungimiranti siano stati in parte abbattuti, togliendo così la spina dorsale della città». Cecchini parla ad esempio del forte di Santa Lucia, ma ci ricorda che il Piano regolatore del 1975 «prevedeva di buttare giù anche l’Arsenale e al suo posto fare dei giardini». Fortunatamente il progetto non andò in porto, «ma è per questa ragione – sottolinea – che Borgo Trento rimane ancora oggi senza verde pubblico».

Per noi profani è immediato pensare alla destinazione di forte Procolo e della caserma di Villasanta, da poco ceduti dalla Regione all’Azienda ospedaliera che li trasformerà in parcheggi a servizio del nuovo Polo Chirurgico. Con i suoi 60 anni di attività professionale e di impegno civico (tra le altre cose è stato per 25 anni vicepresidente dell’Accademia Cignaroli) e con circa 240 progetti al suo attivo, Cecchini mostra di essere giunto alla conclusione che «forse senza piani sarebbe stato meglio». Agli errori urbanistici si sono infatti sommati quelli politici-amministrativi: «Fino al 1927 Verona era circondata da comuni satellite come Avesa, Parona, San Massimo, Santa Lucia, San Michele, Poiano, Montorio che all’improvviso vennero assorbiti dalla città. C’era anche San Giovanni Lupatoto, che poi tornò a essere autonomo. Per fare grande Verona non hanno tenuto conto delle specificità: le città venete non hanno la strutture delle metropoli, ma di un insieme di comunità che hanno un proprio baricentro attorno al quale si sviluppano. Senza un piano sarebbe forse stato meglio, perché queste piccole comunità sono capaci di auto-controllarsi esercitando una propria forma di autocontrollo. Ma è andata come è andata ed è per questo che oggi abbiamo bisogno delle tangenziali».

Nella grandeur di inizio Novecento, con le sue brecce nelle mura antiche, gli isolati sventrati, i ponti e le strade costruite, Cecchini individua anche l’origine del caos viabilistico di cui soffre oggi Verona. Da queste opere e dai piani regolatori discende infatti la struttura viaria che taglia la città ai quattro punti cardinali incrociando invariabilmente il centro storico e in particolare Piazza Bra. Una struttura, osserva l’architetto, che prende forma a partire dall’innalzamento dei muraglioni a contenimento dell’Adige, realizzati alla fine dell’Ottocento dopo la grande piena del 1882 che precluse la navigazione con le barche. «Questo evento fece esplodere una città che fino ad allora era letteralmente chiusa a chiave» spiega. «Venuto meno il rapporto del centro col suo fiume, si sono aperte le brecce impostando una viabilità che passa tutta da piazza Bra».

In effetti al 1912 risale l’apertura di una prima breccia nella cinta muraria sul lato Est di Porta San Zeno, finalizzata a favorire la circolazione sulla strada per Milano. Nel 1913, con l’intento di favorire i collegamenti con la nuova grande stazione ferroviaria da poco progettata, il Comune decide l’isolamento di Porta Nuova aprendo due grandi brecce di 30 metri ciascuna nelle mura laterali, scandalizzando i cultori dell’arte. Al termine di un lungo braccio di ferro con la Sovrintendenza di allora, tra il 1913 e i primi anni Venti, il Comune realizza la breccia di Porta San Giorgio. Poi fu il turno di Porta Vescovo (1920) e nel 1936 quello di Porta Palio.

Ma c’era davvero bisogno di queste opere? «Fino al 1945 la popolazione di Verona era ai livelli di fine Ottocento – risponde laconico Cecchini – poi è cresciuta a macchia d’olio secondo piani regolatori fatti con poca lungimiranza». Insomma, in questa maniera la città forse pensava di aprirsi alla modernità, ma interrompendo il suo secolare rapporto col fiume finì per perdere una parte della sua anima.

«Verona è sempre stata un posto non solo di difesa ma anche di riposo e svago. Accade fin dai tempi dei romani, come dimostrano i teatri – spiega l’architetto – ma la mancanza del fiume ha finito per isolare ancora di più una città che per secoli è stata chiusa a chiave» insiste. «Nel Medioevo era chiusa da mura e dai conventi. Gli stessi veneti sono stati più occupatori che liberatori, perché hanno lottizzato e venduto tutte le proprietà degli Scaligeri. Mentre con gli austriaci c’era più esercito che popolazione, di qui la necessità dei grandi forni per il pane» appunta Cecchini facendo riferimento all’ex panificio della Caserma di Santa Marta.

Il valore dell’Adige per la città di Verona è presto illustrato: «Il fonte battesimale del battistero di Parma è realizzato con marmo di Sant’Ambrogio, che veniva trasportato via fiume – argomenta l’illustre concittadino –, ma tutto il marmo con cui si costruirono le cattedrali della Valpadana, da Ferrara a Modena e via dicendo, proveniva da Sant’Ambrogio. Veniva caricato sulle barche a Ponton e viaggiava prima via Adige e poi via Po». Ed ecco la conclusione: «Tanti degli errori che sono stati fatti derivano dalla mancanza di capacità di leggere la storia».

Ma quali altri rimedi si sarebbero potuti escogitare contro le piene dell’Adige? Cecchini non si tira indietro e spiega: «A Valencia nel 1957 ci fu una grossa inondazione come quella di Verona del 1882. Dopo questo evento le autorità cittadine hanno deciso di deviare il corso del fiume lungo un canale artificiale, un po’ come il nostro Camuzzoni, e il letto prosciugato è stato trasformato in giardino pubblico. Lì gli spagnoli hanno messo i grandi contenitori comunali: la biblioteca, il teatro, la città dell’Arte e quella della Scienza. Insomma, hanno dato alla città dei servizi e ora sono tutti contenti. Ma è successo là, a Valencia, non qui» commenta sornione Cecchini. «Certo che – ammette – l’ansa vuota del fiume sarebbe stata la cosa più bella del mondo…».

In una città sostanzialmente tutta da ripensare, l’architetto si ritrova poco nel presente: «Mi sembra si stia procedendo sul lato negativo, cercando di disfare quello che di buono è stato fatto. Penso a certi miei lavori, come la Banca Cattolica del Veneto in Corte Farina oppure a quelli di Fagiuoli: il garage Manin o il palazzo delle Poste, trasformato oggi in un albergo. È strano – conclude Cecchini – una volta il liberalismo si basava sulla proprietà, mentre in questa fase storica si pensa solo a vendere. Potrebbero essere invece questi i tempi per affrontare a tavolino i nodi urbanistici che si trascinano da decenni, come il Parco ferroviario, l’Ospedale, la Zai storica e via elencando».

Forse si potrebbe cominciare proprio dai percorsi culturali, offrendo ai turisti in visita alla città degli itinerari meno dispersivi e più curati. Si potrebbe, osservando bene la disposizione di certi importanti contenitori, progettare un “itinerario della cultura” su un’unica chiara direttrice; uno di questi potrebbe partire dall’Arena, dalla Gran Guardia, quindi continuare nella direzione del museo Maffeiano e dell’ex garage Manin, il posto più adatto, vista la vicinanza con l’anfiteatro, per ospitare un moderno museo della lirica (destinato a diventare invece un centro commerciale di lusso). Sulla stessa linea troviamo il teatro Filarmonico, il museo di Castelvecchio, l’Arco dei Gavi con la via Postumia, il Ponte scaligero e infine, sulla riva sinistra del fiume, l’Arsenale. È tutto sotto i nostri occhi. Basta saper vedere.

Michele Marcolongo
Verona In 29, luglio 2011

1 Comment

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  1. Giorgio

    14/01/2013 at 09:47

    Bravo Michele: la storia è intessuta e vive di memoria. E i veronesi ce l’hanno cortissima!

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