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Inchieste

Centrali nucleari: costano, inquinano, sono anacronistiche

INCHIESTA – Negli anni ’70 furono individuate alcune aree ritenute idonee per ospitare gli impianti. In Veneto a Torretta nel basso veronese, nel delta del Po e in provincia di Chioggia

INCHIESTA – C’è chi ne parla come di una risorsa indispensabile per l’autonomia del Paese e chi la vede come una scelta centralista, miope e per nulla vantaggiosa. L’energia nucleare non piace a chi avrebbe la centrale nel giardino di casa, anche se per qualche amministratore questo significherebbe l’accesso a certi benefici economici.

Così, ora che a livello nazionale torna a farsi avanti il progetto di costruire otto reattori distribuiti sulla penisola, per un a spesa complessiva di circa 30 miliardi di euro (l’Enel parla di 4-5 miliardi di euro a centrale, ma i costi sono destinati a lievitare), in Veneto chi comanda dice di sì, ma anche di no, e spesso e volentieri scivola in ambiguità e poca chiarezza.

Il Veneto rappresenta, infatti, una delle regioni candidate a ospitare una di quelle otto centrali (di cui quattro affidate a Enel ed Edf, l’azienda elettrica francese) che, secondo le linee del Governo, dovrebbero essere iniziate entro il 2013, per arrivare all’attivazione dei primi impianti nel 2020.

Stando alle indagini degli anni ’70, le aree papabili individuate nella nostra regione sono principalmente tre: una nel basso veronese (e nello specifico a Torretta di Legnago dove, peraltro, è già in funzione l’unica discarica esistente nella provincia di Verona), un’altra nel delta del Po e l’ultima sulla fascia costiera, a Chioggia.

Zone in grado di soddisfare quei criteri indispensabili per la localizzazione di impianti nucleari, quali la grande disponibilità di acqua per il raffreddamento dei reattori e l’assoluta stabilità sismica, oltre che la bassa densità della popolazione.

Tutte aree “già penalizzate da ingombranti servitù energetiche (la centrale Enel di Porto Tolle e il rigassificatore)”, secondo Legambiente Veneto, “ricche di attività produttive, come la pesca e l’agricoltura, che sarebbero gravemente colpite”.

Se il presidente della regione, Luca Zaia, pur dichiarandosi favorevole alla produzione di energia elettrica tramite il nucleare, dice no all’eventuale realizzazione di una centrale entro i confini veneti, l’assessore regionale all’Energia Massimo Giorgetti si allinea con Giancarlo Galan, ex patron del Veneto e attuale ministro dell’Agricoltura, secondo cui la centrale va realizzata in casa, per non perdere i benefici che altrimenti andrebbero ad altre regioni.

In Provincia, il presidente Giovanni Miozzi da un lato non sembra gradire l’idea di una centrale vicina a Verona, dall’altro la preferisce in Veneto che altrove, sempre nell’ottica di usufruire dei vantaggi economici. Il sindaco di Verona Flavio Tosi sembra avere invece le idee più chiare su un sì a tutti costi al nucleare in pianura padana.

Che sia in Veneto oppure in Lombardia poco importa, ciò che conta è recuperare il tempo perso da quel lontano 1987, anno in cui l’Italia, tramite tre referendum, si espresse in maniera sfavorevole all’utilizzo del nucleare e soprattutto ai cosiddetti “oneri compensativi” spettanti agli enti locali sedi dei siti individuati per la costruzione di nuovi impianti. Sul nucleare il dibattito è più che mai acceso e avanza l’ipotesi che il referendum venga stralciato in nome di una pretesa indipendenza energetica.

Quella della realizzazione di una centrale nella provincia di Verona è una minaccia che un anno fa, in risposta alla legge Sviluppo del luglio del 2009 – la quale esautora totalmente le regioni del loro potere concorrente in materia di produzione energetica –, ha visto formarsi nel giro di breve il Comitato antinucleare di Legnago e Basso veronese, che conta già oltre 850 adesioni.

«Negli anni ’80 e già prima del referendum, Legnago fu nominato Comune denuclearizzato – rende noto il presidente del Comitato, nonché vicepresidente di Legambiente Legnago, Lino Pironato –. Per questo, la scorsa primavera, abbiamo chiesto all’amministrazione di ribadire tale scelta. Ma la risposta è stata l’astensione, con la conseguente bocciatura della richiesta. Sembra che i nostri amministratori non abbiano nemmeno il coraggio di prendere posizione».

Capacità che non manca invece nel sud della Lombardia, dove sono gli stessi Comuni a essere insorti per opporsi con determinazione alla prospettiva di una centrale sotto casa, più precisamente a Viadana, in provincia di Mantova. Prova ne è che il coordinamento territoriale contro il nucleare, nato nel 2008 l’indomani della delibera del Governo per il riavvio del programma di sviluppo del nucleare ai fini energetici, ha come capofila lo stesso Comune.

Lo scorso 9 novembre il coordinamento ha organizzato un’assemblea pubblica che ha visto la partecipazione di oltre 300 persone e l’adesione di una ventina di Comuni della zona. Occasione dell’incontro sono stati i 23 anni dal referendum, ma soprattutto la volontà di dare risposte alle ultime uscite del ministro dello Sviluppo Paolo Romani sull’ipotesi di costruire ben due reattori atomici sull’asta del Po, tirando in ballo un supposto parere favorevole di Formigoni, finora sempre contrario al nucleare in Lombardia (che ritiene una regione autosufficiente sotto il profilo energetico ).

Obiettivo dell’assemblea è stato anche quello di raccogliere sottoscrizioni per un documento che chiede “l’adozione di un Piano nazionale, elaborato con il coinvolgimento delle regioni, non di offerta di energia elettrica ma di definizione del fabbisogno energetico complessivo (termico, elettrico, per la trazione) con evidenziate le reali possibilità di risparmio ed efficienza energetica e di sviluppo delle fonti rinnovabili”.

Umberto Chiarini, referente del coordinamento, precisa: «Ci dicono che il nucleare risolverà il 25 per cento del fabbisogno di energia elettrica in Italia. Ma essa rappresenta solo il 20 per cento del nostro fabbisogno, necessitiamo anche di energia termica e per la trazione e quindi, di fatto, con il nucleare risolveremmo solo il 5 per cento della domanda». Nel documento è chiesto poi di valorizzare nei piani energetici l’energia solare, “dando così una risposta ai temi dell’occupazione per ricercatori e lavoratori in settori fortemente innovativi”.

Il settore del fotovoltaico è quello che al momento sta avendo più seguito, tanto che entro la fine dell’anno si stima che in Italia si potrà raggiungere la potenza di 1.500 Megawatt derivanti da installazioni fotovoltaiche. Non male, se si pensa che quella di una centrale nucleare in un anno è di circa 1.600 Megawatt. A parità d’investimento, il settore del fotovoltaico è in grado di offrire occupazione in misura quindici volte superiore rispetto al nucleare.

«Il Po è usato per tutto – continua Chiarini –. Dalla zootecnica all’agricoltura, come via di comunicazione e forza motrice per le centrali idroelettriche. Bisogna pensare a disinquinarlo, non ad aggravarlo di un ulteriore carico. È giunto il momento di smettere di cementificare, per non rischiare il ripetersi di alluvioni simili a quelle che hanno appena sconvolto il Veneto e che, una decina di anni fa, abbiamo rischiato anche noi».

Eppure, se le centrali venissero costruite, il sito di Viadana resta il più probabile della Lombardia, anche se forse il meno disposto ad accettare le misure compensative. «Siamo decisi a opporci in modo democratico, dando eventuale appoggio anche a ogni azione popolare nonviolenta volta a contrastare l’installazione di impianti nucleari sul territorio», è scritto a fine del documento proposto durante l’assemblea del 9 novembre.

Toni con i quali le amministrazioni della bassa veronese non sembrano disposte a scendere in campo, ma forse la gente sì. All’incontro organizzato dal Comitato di Legnago il 12 novembre scorso a Vangadizza, infatti, oltre 100 persone si sono trattenute fino alla mezzanotte per essere informate sui rischi del nucleare, e non solo sotto casa.

«Si potrebbe pensare che l’ipotesi di Legnago sia stata tirata fuori in maniera funzionale alla realizzazione della centrale a Viadana – ipotizza Chiarini –. Quasi per incentivare il mantovano ad accettare la realizzazione di un’opera che, altrimenti, verrebbe comunque realizzata a pochi chilometri e senza nemmeno alcuna compensazione».

Sta di fatto che, alla faccia della politica, i comitati delle aree coinvolte riescono a dialogare senza problemi e, anzi, sono decisi a muoversi in rete nell’ottica di un coordinamento nazionale. «Dobbiamo uscire dal localismo e fare rete con la gente – conclude Chiarini – contro chi ha fatto del Po un dio fasullo e, come la Lega, si mostra incapace di dare risposte concrete».

Vada come vada, per il presidente del Comitato di Legnago Pironato «anche se le centrali non venissero mai realizzate, quella in corso resta una perdita di tempo e di risorse per il Paese, a scapito di una valida programmazione in tema di energie rinnovabili in vista degli obiettivi europei da raggiungere entro il 2020».

E proprio Legnago, nel 2009, ha visto l’acquisto di 63 impianti tra fotovoltaici e solari da parte di aziende e privati: «È questa l’energia su cui puntare. Il nucleare è una scelta che porta a un controllo militare e stringente sul territorio, oltre a essere non economico, non sicuro e non utile».

Le scorie: problema mai risolto
Negli anni ’70 il Comitato per l’Energia Nucleare (Cnen), oltre a elaborare una mappa per la localizzazione dei siti nucleari (tra cui, come detto, la zona compresa tra l’Adige e il Po a sud di Legnago), produsse anche una valutazione preliminare delle aree idonee per il deposito dei rifiuti radioattivi.

Tra queste la più vicina a Legnago si trova nel mantovano, a Rivalta sul Mincio: ulteriore preoccupazione per il Comitato, che non vede di buon occhio l’eventuale futuro spostamento delle scorie da Torretta a Rivalta tramite treno o magari l’autostrada Nogara-Mare che, sospetta il Comitato, forse si punta a realizzare in quest’ottica, e non solo per risolvere i problemi di viabilità tra la bassa veronese e il Polesine.

Iniziative in corso
Oltre a promuovere la campagna “Una bandiera a ogni balcone” per invitare la cittadinanza a manifestare in questo modo un chiaro no al nucleare, il Comitato di Legnago e basso veronese ha già raccolto oltre 700 firme a favore della proposta di legge per lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima, che si pone tra i vari obiettivi proprio quello di impedire il ritorno del nucleare in Italia. Un’iniziativa, avviata a livello nazionale lo scorso giugno, che punta a raggiungere le 50 mila firme entro il prossimo dicembre.

Un po’ di storia
Nei primi anni ’60 l’Italia – con le tre centrali distribuite tra la provincia di Latina, Caserta e a Trino Vercellese – figura come il terzo produttore al mondo di energia elettrica a fonte nucleare dopo Stati Uniti e Inghilterra. Il 1º gennaio 1970 inizia la costruzione della quarta centrale nel comune piacentino di Caorso, sull’argine del Po, mentre nel 1975 avviene il varo del primo Piano Energetico Nazionale (Pen) che prevede, fra le altre cose, un forte sviluppo del nucleare.

È in quegli anni che vengono proposti una serie di siti per nuove centrali elettronucleari, tra cui Viadana e Torretta di Legnago. Ma con l’esplosione, nel 1986, di un reattore della centrale di Chernobyl le cose cambiano e l’8 novembre del 1987, tramite referendum, la maggioranza degli italiani si esprime in maniera sfavorevole nei confronti del nucleare.

In breve tempo le quattro centrali vengono chiuse. Il dibattito politico si è riaperto dopo l’impennata dei prezzi di gas naturale e petrolio tra il 2005 e il 2008, fino alla decisione del Governo nel 2008 di ripristinare in Italia una capacità nucleare a fini di elettro-generazione. L’intento di tornare alla produzione elettronucleare in Italia è stato normato con la legge 23 luglio 2009, n. 99 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

Con l’approvazione da parte del Governo del Decreto legislativo del 15 febbraio di quest’anno, che fissa i criteri per l’attuazione del piano energetico, e la nomina, del 5 novembre, di Umberto Veronesi a presidente dell’Agenzia nucleare e dei consiglieri che lo affiancheranno, in Italia l’ipotesi di un ritorno al nucleare si fa sempre più concreta.

Non conviene…
Da un’analisi comparativa realizzata dalla Fondazione sviluppo sostenibile, risulta che l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari costa il 16 per cento in più rispetto a quella delle centrali a gas e addirittura il 21 per cento in più rispetto alle centrali a carbone. Anche il fotovoltaico è diventato ormai più economico del nucleare.

Per la Fondazione, decidendo di investire nel nucleare “si dovrà ripartire da zero, importare reattori che non produciamo, tener conto delle caratteristiche del nostro territorio, affrontare le forti opposizioni locali, considerare i tempi prevedibilmente più lunghi di realizzazione delle centrali”.

A far lievitare i costi sono anche le difficoltà di garantire la sicurezza e lo smaltimento corretto delle scorie. Un esempio per tutti il cantiere di Areva, a Olkiluoto in Finlandia, dove i costi, dai 2,3 miliardi di euro iniziali, si sono gonfiati fino ai 7,68 miliardi di oggi.

Ed è anche nocivo
Una centrale nucleare emette radiazioni anche nel suo normale ciclo di funzionamento. Uno studio governativo tedesco (Kikk studium) realizzato dall’Università di Magonza ha rivelato che tra i bambini che vivono a meno di cinque chilometri dai reattori di uno dei sedici impianti nucleari presenti in Germania, la leucemia infantile è tre volte più frequente rispetto ai coetanei che vivono a più di cinquanta chilometri.

Come se ciò non bastasse, un altro studio effettuato vicino agli impianti di ritrattamento di Sellafield e Dounreay (Gran Bretagna) e a Krummel (Germania) ha registrato tassi di rischio di tumori superiori da due a quattro volte rispetto alla media europea.

Chiara Bazzanella
Verona In numero 27, dicembre 2010

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