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Cultura

Salgari esce dal buio, ma non come dovrebbe

Sono trascorsi cento anni dalla tragica morte di Emilio Salgari e Verona prova, con grande difficoltà, a ricordare con dignità questo grande scrittore. Siamo lontani da quanto hanno fatto Amiens per Jules Verne, Edimburgo per Robert Louis Stevenson, Bad Segeberg per Karl May, che hanno profuso energie e risorse per fare dei loro amatissimi narratori un punto di riferimento culturale e turistico permanente. Tuttavia, nel 2011, l’attenzione per Salgari è cresciuta soprattutto in gruppi e associazioni culturali che hanno sentito il bisogno di fare i conti con uno scrittore di cui si conosce ancora poco. Sembra comunque che la leggenda prevalga ancora sulla realtà e, più che altro, sui luoghi comuni (la presunta povertà, i viaggi mai fatti, la creatività spontanea, la brutta scrittura…) ai quali nessuno dovrebbe ormai prestar fede e che invece allignano in ambienti insospettabili.

Occorre dire che in questi anni il Consorzio delle pro loco della Valpolicella, raccordando istituzioni e associazioni salgariane e non, ha dato vita e consolidato il Premio letterario “Emilio Salgari” per la letteratura avventurosa: riconoscimento che ha ormai un impatto nazionale. Meritoriamente il Comitato per le celebrazioni del centenario della morte di Salgari, voluto dalla Regione Veneto, si è assunto il difficile compito di porsi come riferimento delle numerose iniziative che si svolgono nel Veneto e in altre regioni italiane e, nello stesso tempo, di consolidare esperienze che diano continuità all’opera di valorizzazione e conoscenza dell’opera salgariana. 

Avventure in riva all’Adige

In riva all’Adige e nella vicina Valpolicella, dove c’erano le proprietà terriere del padre, Salgari trascorse la sua infanzia. Se ne andò giovinetto a Venezia, patria della madre, per inseguire il sogno di diventare uomo di mare, capitano di Gran Cabotaggio. Senza tuttavia riuscirci. Egli in seguito affrontò mari in tempesta, sopportò bonacce, fece naufragio, combatté battaglie solo su navi di carta al fianco dei suoi amatissimi personaggi. Valga per tutte la Folgore del Corsaro Nero. Tornò a Verona nel 1882, appena ventenne, e si fece notare partecipando con non poca genialità alla vita sociale con scherzi, giochi, imprese che richiamarono l’attenzione dei suoi concittadini.

A Verona divenne giornalista per la Nuova Arena prima, e per L’Arena poi. Scrisse articoli di cronaca bianca e nera, editoriali di politica estera con straordinaria competenza, cronache e critiche teatrali. Autore di memorabili appendici, fin dagli esordi letterari, creò la figura di Sandokan che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Fu schermidore di buon livello, abile ginnasta e soprattutto pioniere del ciclismo nazionale, dando vita al Circolo velocipedistico veronese che organizzava passeggiate cicloturistiche e prendeva parte alle competizioni si svolgevano nel Nord Italia.

Nel 1891 sposò Ida Peruzzi, ambiziosa e giovane attrice teatrale dotata di talento, anche se si esibì solo con compagnie amatoriali. Probabilmente delusa da una vita spesa al seguito di un uomo – oltre che di uno scrittore – non meno ambizioso di lei, Ida soffrì non poche difficoltà, inquietudini, delusioni. Un malessere di cui lo scrittore portava la sua parte di responsabilità, che forse può aiutare a comprendere la tragica fine della loro storia d’amore e della loro vita.

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Addio alla provinciale Verona

Salgari, alla fine, come tanti altri giornalisti e letterati, patì Verona. Consapevole del proprio straordinario talento, risiedette dopo il 1893 molto a Torino e poco a Genova. Egli comprese che per vivere scrivendo romanzi doveva abbandonare la provinciale Verona, una città che non gli avrebbe offerto possibilità o occasioni per emergere. Una scelta definitiva. Salgari, infatti, non ritornò più sui suoi passi. Il difficile rapporto con la città non era solo suo. Molti altri letterati e giornalisti ruppero emotivamente e culturalmente con Verona: Ippolito Nievo, i fratelli Tedeschi, alla guida di molte riviste e collane di casa Treves; Lina Schwarz, nota autrice di filastrocche, e Renato Simoni, grande critico teatrale; Arnaldo Fraccaroli, giornalista e viaggiatore… Si potrebbe continuare fin quasi ai giorni nostri. Per sua fortuna Salgari trovò riconoscimento in importanti case editrici nazionali (Donath, Paravia, Treves, Voghera, Bemporad) e fortuna all’estero che, come ha testimoniato Paco Taibo II nella sua recente venuta a Verona, non è mai venuta meno.

Eppure i veronesi lo dimenticarono. Basta scorrere i quotidiani scaligeri in occasione della sua morte – si suicidò a Torino il 25 aprile 1911 – e della traslazione a Verona della sua salma, l’anno successivo. È vero, per un attimo la città si mobilitò e gli tributò un omaggio popolare senza pari. In una giornata di vento e pioggia, lungo il percorso verso il cimitero monumentale dove riposa ancora oggi, due ali di folla accompagnarono il corteo funebre. In realtà, nessuno sembrava ricordare lo scrittore offrendo una testimonianza autentica o un ricordo originale. Le parole spese in quell’occasione non erano diverse da quelle di tanti articoli apparsi sulla stampa nazionale. E così forse è ancora oggi.

Un grande innovatore

Emilio Salgari, ormai un classico della letteratura italiana, è per tanti uno scrittore per bambini di un’età ormai superata, un narratore di avventure, genere negletto, un romanziere popolare di cui sorridere con facilità. Si ignora e non si percepisce che Salgari è stato un grande innovatore e che studiosi, uomini di lettere, accademie esclusive, università, non solo nazionali, celebrano con amore e rispetto. Scrittore di cui essere orgogliosi e attenti cultori della sua memoria, intuì le modalità attraverso le quali poteva rispondere alle esigenze dei nuovi lettori che invasero il “mercato” a cavallo dei due secoli. Salgari, per dirla con Bruno Traversetti, il critico che meglio di tutti ha saputo collocare lo scrittore al centro della storia letteraria e culturale italiana, «è venuto a trovarsi […] in una condizione culturale mediana che gli ha consentito (diversamente da quanto accadeva ad autori maggiori) di misurarsi non con i problemi eleganti e profondi, insiti nel dibattito letterario dei suoi anni, e dunque nell’universo etico e intellettuale delle classi superiori, ma con le imperiose dinamiche del gusto di massa; e, in parte senza saperlo, con i problemi tecnici di una letteratura degradata ma esigente che a quel gusto doveva offrire soddisfazione, alimento e dignità estetica e costruttiva». Travolse la barriera della propria origine trovando accoglimento vasto in tutti i ceti sociali italiani, seppure talvolta in modo furtivo. In fondo l’opera dello scrittore trovava riferimento nella «corposa domanda emozionale e conoscitiva di ceti sostanzialmente esclusi, fino allora, dall’esercizio di una vera influenza sui casi e sulle scelte della letteratura».

Il romance italiano

È un grande processo culturale democratico, è la modernità che passa attraverso l’opera di Salgari, in grado di modificare e orientare le scelte tecniche dell’industria editoriale per ciò che concerne il modo di costruire “fisicamente” i libri, poiché la rivoluzione che avanza è anche estetica e riguarda la carta, l’immagine, la grafica e l’illustrazione. La sua forza letteraria mette in discussione i labili e artefatti confini tra letteratura “alta” e letteratura “popolare” (per lungo tempo e, ancor oggi, con superficialità definita “paraletteratura”), e proietta immediatamente il romance italiano nella contemporaneità novecentesca. Dopo di lui la letteratura italiana non sarebbe mai più stata scritta davvero allo stesso modo, non sarebbe più stata appannaggio esclusivo di ceti intellettuali, conservatori o comunque elitari.

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 Cultura contro la crisi

Verona dovrebbe essere orgogliosa di questo suo figlio celebrato con infinite iniziative in tutta Italia organizzate da giovani intellettuali, scrittori, autori di fumetti, sceneggiatori, registi cinematografici o televisivi che in Salgari riconoscono un caposcuola, un punto di riferimento da cui non si può prescindere. Una grande forza viva e interessata che, pur vivendo in un Paese disattento, è consapevole che la cultura – quella vera e non elitaria ­– è la principale via, e anche la grande risorsa a cui attingere, per uscire dalla crisi che viviamo, culturale, civile e morale, prima che economica. È la vittoria di Salgari, autore universale. Perché il grande narratore di storie ammalianti, il nostro Tusitala, non è alle nostre spalle, ma ci precede ancora. Forse ci guida, ci indirizza verso ideali decisamente misconosciuti dalla odierna “civiltà”, non solo locale. Non lui ha bisogno di Verona, ma Verona ha bisogno di lui.

Se esiste un Paradiso degli scrittori, Salgari si trova in numerosa e vivace compagnia: Victor Hugo, Charles Dickens, Edgard Allan Poe, Robert Louis Stevenson, Jules Verne, James Fenimore Cooper, Rudyard Kipling. Joseph Conrad, Jack London… Chissà quali trame avvincenti, racconti straordinari, saghe avventurose, si stanno delineando: auguriamoci che qualcuno sia in grado di percepirle e raccontarcele, gliene saremmo grati.

Per un approfondimento del ruolo di Salgari nella storia letteraria italiana rimandiamo al saggio pubblicato in appendice alla biografia scritta a due mani con Giuseppe Bonomi: Emilio Salgari, la macchina dei sogni (Bur Rizzoli, 2011).

Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi

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