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Verona e l’archeologia: un rapporto difficile

È un lavoro investigativo, quello dell’archeologo, votato alla ricostruzione di un puzzle andato distrutto, ma che a tratti è possibile ricomporre. Un enorme mosaico che, un pezzetto alla volta, prende forma riportando a galla quella parte nascosta di Verona che contribuisce a renderla una meta ambita da appassionati e turisti. Un mestiere che richiede determinazione, costanza, curiosità e una grande tenacia: ingredienti che non mancano a chi ha scelto di dedicare la propria vita alla scoperta del passato a suon di pale, picconi e cazzuole. Tuttavia quei reperti, che restituiscono a ogni luogo la propria origine, talvolta vengono percepiti come scomodi, insignificanti o addirittura di ostacolo alla realizzazione di una città più “moderna”.
«Quattro sassi», per ricordare l’ormai celebre espressione usata dal Sindaco Flavio Tosi fin dai tempi della campagna elettorale, a sottolineare il fatto che, a suo parere, i rinvenimenti archeologici, di cui è zeppa Verona, troppo spesso ostacolano la realizzazione di parcheggi e, in generale, lo sviluppo edilizio cittadino. Tanto da convincerlo a ritenere che dovrebbe essere la Regione ad avere l’ultima parola su molte delle decisioni che ora spettano alla sola Soprintendenza.
Eppure, nel 1993, era stato proprio il Comune, con spirito per l’epoca del tutto avanguardista, a introdurre nella normativa della variante 33 del Piano Regolatore un articolo, il 14, che affida alla Soprintendenza per i beni archeologici il controllo generale e sistematico degli scavi entro le mura magistrali.
Cosa è cambiato quindi da allora, e perché oggi l’archeologia è spesso percepita come la scienza che blocca i parcheggi, lo sviluppo della città e non come risorsa per salvaguardare un patrimonio storico culturale da restituire alla memoria? Perché antico e moderno sembrano non riuscire a dialogare? E come mai, nonostante la Soprintendenza si esprima con pareri nettamente negativi, vengono tentate strade come quella della realizzazione di parcheggi interrati, come è successo in piazza Viviani, destinati a rivelarsi fin dall’inizio uno spreco di soldi e tempo?
«Di certo non manca la consapevolezza di un problema che va affrontato con modalità diverse» dichiara Giuliana Cavalieri Manasse, direttore del Nucleo operativo della Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto, a Verona ormai da trentatré anni. «È da diciassette anni che le cose stanno così». Dai tempi della modifica al Piano Regolatore. Norma poi confermata e ampliata dalla normativa del Pat (Piano assetto del territorio) e rivelatasi fondamentale per la conoscenza che oggi si ha della città romana e di quella medievale.
«L’attenzione del Comune non è mancata» precisa la soprintendente «ma certo l’archeologia andrebbe maggiormente valorizzata. C’è da dire che i nostri uffici non sono stati coinvolti nella pianificazione dei parcheggi, operazione che in assoluto è la più invasiva del suolo urbano, e di cui veniamo a conoscenza mano a mano dai giornali».
Quello che manca è un piano strategico della città, da portare avanti instaurando sinergie e dando vita a tavoli di concertazione tra le parti. Di modo che, se l’opera in programma è davvero indispensabile, venga realizzata a fronte di una progettazione chiara e condivisa dalle varie realtà con cui, prima o poi, si dovranno fare i conti. La pensa così Paolo Richelli, architetto veronese. «La Soprintendenza non blocca i lavori, ma cerca una coabitazione tra passato e presente, come è avvenuto per esempio con gli Scavi Scaligeri. Ma i rapporti con essa vengono poco considerati dalle amministrazioni. Con la logica del bando, la politica, pur di accontentare i cittadini e soddisfare le loro esigenze di nuovi posti auto, dà l’ok a ogni proposta, rimettendo poi a ciascun esecutore dei lavori i problemi archeologici. È quanto accaduto con la giunta Sironi, che nel 2001 ha messo in moto un piano urbano dei parcheggi che non ha tenuto conto di una concreta fattibilità anche archeologica e del necessario coordinamento. Un forte interesse pubblico per il patrimonio storico e artistico della città è il presupposto al dialogo per stabilire, ad esempio, i limiti entro cui consentire le rimozioni, la trasportabilità dei reperti.
Quando i rapporti sono buoni, tutti sono disposti a un po’ di sacrificio. E la concertazione serve anche nell’ottica di procedere in tempi più rapidi e con risultati migliori. Altrimenti si resta fermi alla situazione attuale in cui la Soprintendenza, nel momento in cui viene a conoscenza di nuove opere, se ha sentore che vi siano rischi, lo segnala. E da qui nasce il caos».
O «scoppia il bubbone», per dirla come la direttrice tecnica della Multiart, Paola Fresco, che segue tra gli altri gli scavi di lungadige Capuleti.
«Se tempi e costi archeologici fossero adeguatamente pianificati fin dall’inizio» dichiara convinta «verrebbero messi in conto senza arrivare a relegare la Soprintendenza in una posizione spesso difficoltosa e scomoda».
Programmazione, dialogo e una valutazione preliminare appropriati, quindi. Parole che dovrebbero diventare d’ordine per procedere con serenità nella messa in opera di nuovi cantieri.
«Lo scavo è un’attività lenta e capillare», chiarisce ancora Cavalieri Manasse, «ma il fatto che le cose vadano per le lunghe non dipende sempre dai ritrovamenti. Per esempio, in piazza degli Arditi e in piazza Corrubbio la verifica archeologica era stata fin da subito favorevole e non ostativa. E in piazza Corrubbio i lavori per i sottoservizi potevano partire mentre si concludevano gli scavi, com’è avvenuto in Cittadella, dove in pochi mesi si è vista la fine dell’opera».
Ma cosa rimane di tanta terra sollevata e del rumore di pale e picconi alla ricerca di una testimonianza antica?
A restituire memoria alla necropoli rinvenuta in piazza Corrubbio resterà una tomba a copertura a volta, mentre nel parcheggio di lungadige Capuleti, sarà il lungo muro scaligero a far da testimone ai tempi che furono.
Frammenti di storia riemersi, là dove il passato archeologico – prima delle normative del 1993 – è spesso stato devastato in tempi remoti e recenti. Frammenti che non possono competere con i lavori che più danno lustro all’archeologia di Verona e che risalgono a ben prima, addirittura agli anni Ottanta, sono quelli realizzati nel cortile del Tribunale e a Porta Leoni.
«Il cortile del Tribunale rappresenta un vero esempio virtuoso di architettura urbana, all’avanguardia in tutta Italia, primissimo caso di archeologia preventiva», spiega Manasse. Per realizzarlo l’architetto Libero Cecchini previde infatti, tra le varie voci del progetto, 700 milioni da dedicare agli scavi archeologici. Una cifra stratosferica per l’epoca.
Un entusiasmo e una sensibilità che oggi sembrano mancare. «Se il progettista è in gamba, suggerisce modifiche al progetto. In quel caso, a fronte di quanto rinvenuto, si abbandonò l’idea di un’aula di corte d’assise sotterranea per costruire l’attuale museo fotografico».
Ma nonostante quella degli Scavi Scaligeri rappresenti un’opera unica, isolata nel tempo, la Soprintendente non sembra scoraggiarsi. «Negli ultimi trent’anni gli scavi urbani sono stati numerosissimi, oltre 400, e ormai Verona è una delle città meglio conosciute dell’intera Italia settentrionale. Si tratta di una grande soddisfazione dal punto della ricerca e dei risultati scientifici. Personalmente posso dire che mi reco ogni giorno al lavoro con la speranza di rinvenire quel tassello in più mancante». Tra tutti, il più ambito sta verso via Santa Chiara. «Nella zona del Seminario abbiamo trovato una serie di tempi votivi, ma il santuario deve essere più a nord e quello davvero mi piacerebbe individuarlo». Una passione vera, quella della Soprintendente, come di chi si trova sul campo a scavare. Ma che non sempre riesce a essere contagiosa.
Eppure si tratta delle nostre radici in cui, in più di un caso, i cittadini hanno dimostrato di volerci mettere volentieri il naso. La passerella in piazza degli Arditi, la balconata che era stata realizzata in piazza Viviani, la recinzione in plexiglass trasparente in piazza Corrubbio, e persino gli Uffici finanziari di lungadige Capuleti rappresentano affacci importanti sugli scavi in corso, spesso irrinunciabili se non caparbiamente richiesti dalla stessa collettività. Utili per diminuire quella lontananza tra addetti ai lavori e profani, che spesso genera incomprensioni.
«Qualsiasi cosa, anche già vista, scientificamente serve per riempire il non riempito», spiega Paola Fresco. «Con i vari ritrovamenti, ad esempio, vi è un’idea della Verona romana che evolve e prende corpo. Procediamo nelle indagini alla scoperta delle nostre origini. Mano a mano una serie di documenti tangibili vengono distrutti e ciò che resta sono dati importanti per proseguire nella conoscenza». Un percorso faticoso, ma pieno di soddisfazioni che andrebbe condiviso – oltre che valorizzato e incastonato nella “nuova” Verona – per rendere la comunità davvero partecipe di un passato che ancora ha molto da dire.
«Il livello di trasformabilità di Verona in termini di modernità è medio basso, dovendo fare i conti con un suolo così pieno di storia» conclude l’architetto Richelli . «Ma d’altro canto ben si presta alla conservazione e valorizzazione di una città piena di tradizioni, e anche per questo invidiata da tutti».

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