Connect with us

Hi, what are you looking for?

Magazine

Inchiesta ordinanze a Verona: «Ordine e polizia» nella città dei divieti

di Laura Lorenzini

«Siamo noi i nuovi vu cumprà». Da cacciatori a cacciati. Da sostenitori dell’ordine a vittime dell’eccesso di zelo. I commercianti, fino a due anni fa, si sentivano padroni del centro storico. Oggi si sentono braccati. Immolati su quell’altare della sicurezza e della ferrea osservanza delle norme che, durante la campagna elettorale del 2007, imploravano per spazzare via vu cumprà, vu lavà e compagnia cantante. Ma quella città del rigore e dei divieti che avevano salutato con tanto entusiasmo, quando al governo della città venne nominato il sindaco sceriffo Flavio Tosi, sta rischiando di travolgerli. Perché è vero, dicono, che si sono diradati i venditori di chincaglieria e borse taroccate, i mendicanti veri e finti e le zingare con i bambini in braccio ai semafori, le prostitute, i trans e tutta l’umanità più o meno disperata che riempiva le strade. Ma ora il virus proibizionista sta contagiando tutti: «È vietato parcheggiare, è vietato fermarsi, è vietato controbattere, è vietato divertirsi, è vietato vivere», si legge in un volantino diffuso dal neonato coordinamento di esercenti, esasperati da multe, controlli e normative. I bonghisti di piazza Dante sono in perfetta sintonia: «In questa città è vietata la vita». I cittadini, alle ultime consultazioni elettorali, hanno rinnovato la fiducia al Tosi decisionista, sintonizzato con gli umori del popolino, che chiede super-poteri ai sindaci e raggi d’intervento a 360 gradi per la polizia locale. Ma la ragnatela sempre più vischiosa e ramificata di divieti e controlli sta diventando fastidiosa e appiccicaticcia. La sicurezza mostra l’inquietante faccia di un controllo occhiuto e sopra le righe che si abbatte su tutti, indistintamente: baristi, negozianti, turisti, guide, compagnie di giovani, cani, studenti in gita. Dal 2007 sono una decina le ordinanze sfornate «per la tutela della sicurezza e del decoro». E quasi 1500 le contravvenzioni fioccate. Un terzo ai danni di lucciole e clientela, il resto distribuite tra le più disparate categorie. Ben 392, ad esempio, sono piovute per la cosiddette norme «antipanino», immortalate sui famosi cartelli a sfondo blu. Puniti immigrati e turisti per bivacco, passeggio a torso nudo, rifiuti gettati al suolo e consumo di cibo da asporto vicino ai monumenti e sulle scale di accesso a luoghi storici o istituzionali. Ma altre disposizioni hanno sollevato polemiche, come quella che sanziona chi fuma nei parchi giochi, che vieta di bere alcolici nelle aree verdi del centro, San Zeno e Veronetta (altre 320 multe) e che punisce il disturbo nei condomini e la «lesione della civile convivenza» causata dalla prostituzione negli appartamenti. Per finire con il provvedimento che ha scatenato la battaglia più rovente dell’estate, cioè il veto di strumenti musicali all’aperto dopo le 22. Il sindaco Flavio Tosi non fa marcia indietro e rivendica il rigore. «La città è più sicura. Le regole servono e vanno osservate. Le ordinanze fioccano anche nelle città amministrate dalla sinistra, è la gente che le vuole», ha ribadito. Ma è vero che divieti e multe sono graditi alla maggioranza dei cittadini? Quanto sono efficaci per risolvere le complesse problematiche dei centri urbani? E sono l’unica risposta possibile per garantire ordine e sicurezza? Dall’osservatorio del difensore civico confermano che c’è, effettivamente, un’esigenza generale di quiete e sicurezza. E le richieste più frequenti dal centro e dai quartieri giungono per problemi legati ai rumori. Una cinquantina le pratiche aperte nel 2008 per bar fracassoni, concerti e schiamazzi notturni. Dal comando della polizia municipale riferiscono che nei week-end è una grandinata di telefonate, soprattutto dal centro storico, per la musica dei bar, il brusio dei gruppetti nei vicoli, gli schiamazzi di chi alza il gomito. Ma è anche vero, ammette Stefano Andrade Fajardo, difensore civico da poco succeduto ad Anna Tantini, che la tolleranza è in caduta libera: «Nei condomini si litiga su tutto: per le tapparelle, gli zoccoli di chi vive sopra, la lavasecco che lavora di notte. Si sta perdendo l’antica abitudine del dialogo e del buon vicinato». E c’è il rischio che a furia di ascoltare la pancia della gente si alzi il livello di conflittualità. Un anno fa il quotidiano britannico The Indipendent titolò duro contro l’ordinanza-mania dilagante nel Belpaese: «In Italia sono vietate tutte le cose divertenti». In centro storico gli esercenti concordano: «Sono spariti i vu cumprà, i lavavetri, gli spacciatori. E al nostro sindaco non possiamo che fare i complimenti – concede il capofila Marco Righetti, titolare del bar Rialto e del Campidoglio –. Ma cavalcando l’onda della sicurezza tanto sbandierata, si è pensato di bastonare cittadini e commercianti con interventi di repressione e punizione che non hanno riscontro nel passato della nostra città. Il nostro centro è diventato inaccessibile: posti di blocco nei punti più belli della città, sanzioni continue ai commercianti con motivazioni ridicole, controlli martellanti sugli avventori quasi fossero tutti delinquenti». C’è chi lamenta comportamenti delle forze dell’ordine poco ortodossi con la clientela e con i baristi. Documenti chiesti ai ragazzi davanti ai bar, toni bruschi con chi parcheggia il motorino per qualche minuto e contravvenzioni da centinaia di euro per lo yorkshire appisolato davanti al negozio del padrone. E pure le camionette dei militari, inizialmente accolte con simpatia, inquietano con quel continuo solcare i sampietrini di piazza Bra pure nelle serate di lirica. Davanti a stranieri sbigottiti. «Un turista si è preoccupato e ha chiesto se stava succedendo qualcosa di grave – riferisce un barista del centro. Le guide confermano la sensazione di disorientamento delle comitive per una città sempre più proibita. «Non capiscono i nostri divieti. I cartelli blu peraltro sono incomprensibili – spiega Aurorà Soldà, dell’associazione Ippogrifo –. I tedeschi sghignazzano di fronte alle due figure che indicano il divieto di camminare a torso nudo. E chiedono se in Italia sia vietato tenersi mano nella mano. Gli inglesi non capiscono perché nei parchi non ci si possa sdraiare sull’erba o sulle panchine. Loro, che hanno posti come l’Hyde park di Londra dove si fa di tutto, faticano a concepire che non si possa mangiare sui gradini o in piazza Erbe. Anche perché, osservano, se ci sono i banchi con le vivande è logico che da qualche parte si possano consumare». Così logico che hanno il loro bel daffare, i piassaròti, a spiegare che lì non si può mangiare. E che si rischiano 50 euro di multa, come accaduto a una turista russa sulla berlina. Nessuno lo sa e lì c’è sempre zeppo di turisti che mangiano, si rinfrescano alla fontana e si fanno fotografare incatenati. Tutti stupiti, se li avverti: «Scusi, non sapevamo – farfugliano due norvegesi, quasi vergognosi. Ma cosa pensano dell’ordinanza? «Stupid», rispondono, senza tanti giri di parole. Idem due francesi, che però informano che anche da loro, in qualche città, ci sono ordinanze del genere. «Noi li avvisiamo che non possono sedersi. Ma certo, non possiamo mica farlo sempre – spiega Valentina, terza generazione del banco di panini e pizze. Si lamentano più gli italiani, dice, degli stranieri. «Soprattutto la gente del Sud dice che siamo la città dei divieti. Un po’ hanno ragione. Una volta piazza Erbe era più folkloristica. Si mangiava dappertutto, era più viva». Un suo collega che vende frutta e macedonie ha messo un cartello per spiegare l’ordinanza, in inglese e tedesco: «Si sa che è stata fatta per alcune categorie di immigrati, che non sono abituati a regole. Però ad andarci di mezzo sono anziani e famiglie. Bisognerebbe mettersi nei loro panni e capire cosa vuol dire mangiare in piedi, quando le gambe non reggono. Certo, c’è l’area picnic in piazza delle Poste, ma non c’è neanche un cartello per indicarla. E c’è sempre pieno di barboni». Lì, sul lato che confina con via Nizza, alle quattro del pomeriggio i tavoli sono affollati di senzatetto e suonatori ambulanti. Tutti lì, in barba alle ordinanze che avrebbero dovuto spedirli fuori dal centro. Vigili e militari passano di continuo a controllare e ordinano di mettere via il fiasco. I cartelli parlano chiaro: si può mangiare, non bere alcolici. E qualche volta multano. «Ho beccato 50 euro perché dormivo sotto l’arco del cortile del tribunale – racconta Raffaele, 49 anni. «Sono separato, non ho lavoro. Dormo su un cartone sotto la chiesa di Santa Maria Antica, il prete mi lascia. Ma alle cinque di mattina arriva il vigile e mi manda via. Dove dovrei andare? Compro pane e vino e vengo qui, non ce li ho venti euro per pagarmi una bottiglia ai tavolini di piazza Erbe. Ma non diamo fastidio a nessuno e non sporchiamo». Accanto un gruppo di emo-punk, adolescenti con lunghe frange nere e occhi bistrati, si lamenta perché l’agente ha ordinato di svuotare le birre. «È una grande stronzata che in un luogo pubblico non si possa bere – si sfoga Daniele –. Arriviamo da diversi quartieri, questo è il nostro regno. Compriamo qualche bibita al supermarket e ce la beviamo qua. Che male c’è?». «Tanto rumore per nulla, direbbe Shakespeare – commenta Franco Dusi, capogruppo del Pd in centro storico –. Tosi ha fatto una bella operazione ad effetto, ma i nodi rimangono. Certo, sono spariti i vu cumprà, ma resta il caos di auto e plateatici in centro storico, così come i barboni e i turisti che mangiano sui monumenti. Le ordinanze sono lo specchio del vuoto pneumatico della nuova politica». Secondo il presidente della prima circoscrizione Matteo Gelmetti, area Pdl, le norme hanno funzionato sul piano dell’ordine pubblico, ma per il commercio e le altre situazioni la strada del divieto creativo va stoppata. «Quando uno va in Svizzera, si chiede perché tutto sia perfetto senza spiegamenti di polizia. Semplice. Nessuno sporca perchè nessuno lo fa. È qui che bisogna ripartire, dall’esempio e dalla sensibilizzazione». La vecchia educazione civica antidoto al far-west. E agli sceriffi.

Giorgio Gioco: gonne lunghe e camicie abbottonate

Per una buona pearà il consiglio che dispensa è la lunga e lenta cottura, oltre a una generosa masenàda di pepe nero. Per una Verona gradevole e vivibile sono quattro gli ingredienti che elenca: «Rispetto, equilibrio, disciplina e autodisciplina». Giorgio Gioco, patròn dei Dodici Apostoli e re della cucina scaligera, è un signore all’antica che il mondo se lo ricorda dall’alto della sua classe 1924: semplice, fatto di tanta povera gente, per dirla con lo scrittore Cesare Marchi, ma anche di sobrietà e buona educazione. Non gli piacciono i turisti in t-shirt e bermuda, le compagnie di ragazzotti che scolano lattine di birra sulle panchine, nè quelli che scorrazzano in scooter lungo corso Porta Borsari, né tanto meno quelli che suonano i bongos in piazza Dante: «Se vogliono battere il tamburo, vadano nella foresta». E dunque l’alfiere della tradizione, il monumento vivente della veronesità sta con Tosi e le sue ordinanze, senza dubbio: «Ma col giusto equilibrio, beninteso». Ci vuole rispetto per le città d’arte, scandisce Gioco, che non ha ricordi della Verona malvestita e un po’ sporca che fa capolino dai giornali del primo Novecento. Lancia un’occhiata di disapprovazione alla mise estiva della cronista e spiega: «Un secolo fa in riva all’Adige faceva caldo, molto caldo. Eppure nessuno sarebbe entrato in un ristorante a maniche corte. I maschi giravano con gilet e doppiopetto, le donne con gonne lunghe e camicie abbottonate fino al collo. Adesso le ragazzine camminano con l’ombelico fuori. E in via Mazzini vedi gli stranieri in pantaloncini e canottiera. È giusto? No, che non lo è. E allora va bene la multa per chi gira a torso nudo. E sanzioni per chi fa schiamazzi, per chi si ubriaca e anche per chi mangia vicino ai monumenti. Le famiglie non educano più i figli. C’è troppa maleducazione, troppo permissivismo. E allora bene, se ci pensa il Comune a far rispettare le regole». Ma col panèto co la bòndola sbocconcellato sui gradini della piazza come la mettiamo? Cosa direbbe il buon Berto Barbarani della russa multata da una vigilessa per aver addentato la pizza sulla berlina? Che fine ha fatto l’anima genuina e sociale delle piazze? «Ecco, non bisogna esagerare. I vigili devono applicare le regole col buon senso e lasciare che si vada ai giardini a consumare lo spuntino. Che non si possa neanche mangiare su una panchina è un eccesso».

E altrove? da non credere…

Sicurezza, parola dal vocabolario bipartisan. In principio fu Gentilini, il sindaco-sceriffo di Treviso, a fare dell’ordinanza l’arma per bandire dalla Marca clandestini, moschee, mendicanti e perdigiorno. Oggi in tutto lo Stivale imperversano provvedimenti firmati indistintamente da amministrazioni di destra e sinistra, pronte a cavalcare l’onda lunga dell’insofferenza e delle paure – vere o fittizie – dei cittadini. Del resto, era stato proprio il ministro Roberto Maroni, un anno fa, a sollecitare i primi cittadini a scatenare la fantasia. «Da voi mi aspetto idee creative», esortò, incalzandoli a sondare gli inesplorati poteri sul terreno della sicurezza urbana e del decoro. E in tanti lo hanno preso in parola. Se a Roma c’è Alemanno che ha dichiarato guerra ai poveri che frugano nei cassonetti con la norma “anti-rovistaggio”, a Pisa l’ex Pci Marco Filippeschi multa i punkabestia che usano i cani per chiedere soldi e chi utilizza i vicoli per i bisogni fisiologici. E, tra gli applausi del suo elettorato, costringe i baristi a fare da spazzini, ripulendo gli spazi esterni da tutta la sporcizia abbandonata dai clienti. In tema di accattonaggio è stato il Comune di Assisi a fare scuola, vietando la questua davanti alle chiese. In fondo, hanno osservato i frati, «Francesco mendicava, ma solo se non trovava sostentamento lavorando». Liquidato anche il principio cristiano della carità, sono corse a seguire l’esempio Venezia e Cortina, Firenze e Vicenza, dove è stato il sindaco di centrosinistra Achille Variati a vietare il sagrato agli accattoni. «Non ce l’ho con la povertà, ma con chi la sfrutta», si è giustificato. E lì, ma guarda un po’ quanto è coerente la politica, sono insorti Pdl e Lega. Ma il record delle normative più stupefacenti, che fanno apparire il nostro sindaco Flavio Tosi quasi un dilettante, spetta ai Comuni del centro-sud. A Termoli il Comune ha imposto la rimozione di vasi e fioriere dalle strade. E a Siliqua, 35 chilometri da Cagliari, una pensionata di 62 anni è stata multata per aver dato da mangiare a un cane randagio: è proibito. Ed è in attesa di un parere del ministro Maroni un’ordinanza anti-burqa del sindaco leghista di Fermignano, Comune marchigiano. Si salva, dal virus dei divieti, la piadina di Bologna la rossa. Eletta a baluardo anti-degrado con il via libera agli ambulanti, fino alle tre del mattino, nei viali di periferia. Qualcuno si sta accorgendo che, a furia di ordinanze, le città diventano deserte. E pericolose.

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Altri articoli

Advertisement