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La sera, nella stalla il rito antico del «filò»

Nella stalla ci si andava per lavorare e per stare al caldo e non ci andava solo il contadino per farsi qualche lavoretto per la sua azienda contadina, ma anche il giovanotto che sperava in una vicenda amorosa con una ragazza del luogo

Ottobre si appresta a calare il suo sipario con minacciosi banchi di nubi spumeggianti che risalgono pigramente le valli e vanno ad adagiarsi sulle cime dei monti. Le bestie dei contadini non ce la fanno a resistere fuori sui pascoli vicini casa, anche perché di erba non ce n’è più e, allora, vengono riassettate le stalle per raccoglierle durante la stagione fredda. L’inverno è alle porte anche se si aspetta quell”ingannevole”Istadèla de San Martin”, la quale, proprio perché è aleatoria e lusinghiera, viene evocata come “Istadèla de le vedove”. Ed ecco le prime sbrumade di neve e l’affacciarsi prepotente delle serate del filò. Bisognava aspettare che le stalle venissero riscaldate dal fiato delle bestie, che si mettesse a punto el fenàro (un angolo della stalla delimitato da pali e tavole dentro cui si calava ogni giorno dal sovrastante fienile una quantità di fieno necessaria per una giornata; di sera, però, durante il filò, qualche anziano ne approfittava e vi si buttava dentro anticipando la pennichella notturna. Ma che significava “filò”?

Cosa si intende per “filò”? Intanto sappiamo che deriva dal termine “filare”. Poi siamo ricorsi al “Dizionario” del dialetto di Giuseppe Boerio, l’unico e il più quotato per offrirci una definizione più realistica e più vicina alle nostre memorie, perché i dizionari della lingua italiana neanche citano questo vocabolo. Esso recita testualmente: «Filò, Vegghia, o Veglia, e nel diminutivo Vegliuccia. “Raunamento” invernale di donne in qualche stalla o altro luogo, di notte, per filare». Ma era anche detto “Femminiera”, che ha valore di: «Unione di femmine». Molto più precisa e attuale, invece, la spiegazione che ne dà Giorgio Rigobello nel suo dizionario: «Riunione serale che la gente dei campi effettuava scambievolmente nelle cucine o nelle stalle allo scopo di trascorrere le serate e mantenere o legare rapporti d’interesse e di amicizia…».

Chi andava a filò in taluni paesi doveva conoscere già i confini morali che colà vigevano e non andare oltre. Il giovanotto foresto che tentava di metterseli dietro le spalle o fingeva di infischiarsene, molto spesso, all’uscita della stalla, veniva fatto bersaglio di lanci di secchie di fango delle vicine pozze d’acqua, quando andava bene, di liquame delle concimaie, quando la faccenda si complicava.

V’era anche un modo particolare di aprire un discorso con una ragazza della contrada e un rituale un tantino ambiguo per farsi intendere da lei senza far capire nulla agli altri, ovviamente per concordare in segreto un incontro oppure per programmare un eventuale “rapimento”, una “fuitina”, come la chiamano nel meridione. Ecco un dialogo “cifrato” tra un giovane e una ragazza, i cui genitori erano contrari al matrimonio con quel pretendente.

Mi son qua par quel fato che vu savì, / se par certo me ‘l disì (dice il giovane). Risponde la ragazza: Coàn son sute le fontane, / e son ferme le rugolane, / e che el morto coèrda el vivo, / e ch’ el prà sarà fiorìo,/ sarà come ve digo. Traduciamo: «Quando saranno spenti i lumi (le fontane), quando si saranno fermati i filatoi (le rugolane), quando le coperte copriranno gli uomini (a letto) e il cielo (prà) sarà stellato (fiorìo), sarà come vi ho promesso”». In altre parole, la ragazza, in questi termini, dava il suo consenso al rapimento, da effettuarsi subito dopo il filò.

Non solo le donne, dunque, si rifugiavano nelle stalle per certi lavoretti di tessitura, rammendo, riparazione, rinnovamento di capi di vestiario con dei tacóni (rappezzi), per cucire, per dipanare e filare la lana (guìndolo, molinèla), e via dicendo. Vi andavano anche gli adulti per fabbricare attrezzi di lavoro (rastrelli, gerle, féri da segàr «falci da fieno», oppure per rigovernare certi attrezzi che di giorno non avevano il tempo di fare.

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Si andava nelle stalle, perché in casa il fuoco del focolare non riusciva più a procurare una temperatura sufficiente per resistere e le cucine economiche (le stùe), che a quei tempi erano in cotto, per mantenere un po’ di calore divoravano legna a non finire; si andava nelle stalle, perché si recitava un lungo Rosario per i Morti (Le sénto rèchie), per i parenti, per i “benefattori ” della chiesa del paese; si ascoltava una persona, un tantino più corretta nella lettura, che leggeva a puntate qualche romanzo dell’epoca (famosi “Il Conte di Montecristo”, “I Miserabili”, “La sepolta viva”); si conoscevano, magari distorti dai passaggi dei vari “contastorie”, i fatti del giorno o del mese, ma era anche il momento e il luogo per sparlare, per dir male degli altri, per malignare, screditare chi non ti era amico. Insomma, il filò poteva essere anche occasione di litigate e di odi. E la stampa li ha pubblicizzati questi fatti a bella posta.

Il filò nel passato
Il filò non è di ieri e neppure del secolo scorso; è vecchio, è antico. Il vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti, nei suoi ordinamenti (Constitutiones) condannò i cosiddetti filò «cioè le veglie nelle lunghe e fredde notti invernali nelle stalle, dove gli abitanti si rifugiavano per difendersi dal freddo, ma che troppo spesso degeneravano in tristi ritrovi… dove si faceva a gara anche a raccontare le barzellette più boccaccesche..».

Le nostre personali conoscenze e quelle che abbiamo raccolte dalla viva voce di chi ha vissuto questi momenti di vita di paese – e di campagna, perché anche nelle corti e nelle contrade di campagna si faceva il filò; si veda il celebre film L’albero degli zoccoli – si differenziano un tantino da quelle del Boerio in quanto non solo le donne si radunavano (ecco il termine raunamento) nelle stalle per filare e non solo per filare, come vedremo più avanti, ma anche gli uomini.

Abbiamo accennato al filò, che si verificava quando nelle case non c’era ancora un minimo di sistema di riscaldamento o abbastanza legna per ottenerlo. Allora, dopo la frugale cena, ci si rifugiava al caldo naturale prodotto dalle vacche nelle stalle e, in quella occasione e in quell’ambiente si poteva osservare donne e uomini che si industriavano a far qualcosa di utile e a chiacchierare del più e del meno. La stalla, dunque, diventava principalmente luogo di lavoro, un ripiego per eseguire lavori molto umili ma, non per questo, meno importanti e necessari di quelli più complessi ed evoluti; e nel contempo anche luogo di “insegnamento”, inteso come conoscenza, istruzione, cultura, scuola. Sì, la stalla faceva anch’essa, a modo suo, scuola.

Nella stalla ci si andava per lavorare e per stare al caldo e non ci andava solo il contadino per farsi qualche lavoretto per la sua azienda contadina, ma anche il giovanotto che sperava in una vicenda “amorosa” con una ragazza del luogo, perché di sera le ragazze ripiegavano pure loro nelle stalle con lo scopo di farsi “adocchiare” da qualche giovane, anzitutto, ma anche per cominciar a prepararsi un po’ di dote; nar a filò, per un giovanotto, significava anche frequentare una ragazza con lo scopo di sposarla. Insomma, vi andavano il contadino, la massaia, la donna di casa, per confezionare indumenti, lavorar di uncinetto, rammendare, imbastire, cucire con ago e ditale, far maglie, calze, calzette e altri indumenti e tutti gli altri con un motivo; far passare la serata.

E gli uomini cosa facevano di bello durante il filò? Zoccoli di legno (grapéle), sgàlmare (scarpe di legno ricoperte di scarti di pelle conciata alla bell’e meglio) —, dérli (contenitori per letame e altro) e dèrle (bicolli), conchéti (collari per aggiogare i buoi), fassàre, canàole (collari di legno per le vacche), bùci (zangole verticali per fare il burro), cópe e spanaróle (coppe per travasare il latte), rastrelli, manici per forche e forchetti, coàri (portacote per falciatori) e via dicendo.

Dalle stalle alle case senz’anima
Per collocare più adeguatamente l’ identità folklorica e sociale del filò nel tempo, occorrerà ricostruire almeno alcuni elementi e aspetti di fondo dell’epoca che sono entrati a dar vita a un modo di essere, di vivere, di comportarsi, di agire. Proviamo a immaginare le poche e malridotte strade di allora, in montagna e anche in pianura. I pochi mezzi di trasporto e di comunicazione che le percorrevano erano gróie (carri speciali per trasportare fieno e legna), caréti e carri agricoli, che caricavano letame, fieno, terra, sterpaglie, legna, fogliame, prodotti dei campi. Solo in quelle di fondovalle funzionavano le carrozze trainate da cavalli che facevano anche servizio postale.
Ne arrivava sì e no uno per paese e, di solito, lo leggevano, magari prestandoselo, il parroco, il maestro, il medico, il farmacista. Gli altri, le notizie le apprendevano, indirettamente, dopo qualche tempo e non sempre in maniera molto rigorosa. Nelle stalle si riproponevano le cronache dei giornali, magari in ritardo di qualche settimana; ma comunque si faceva scuola, istruzione.

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E i giovanotti frequentavano le stalle anzitutto perché nelle case, al freddo, le ragazze non si fermavano; poi perché in mezzo a tanta gente era più facile scambiar qualche parola in più e osservare da vicino il comportamento della ragazza che si adocchiava e con cui si aveva in mente di fidanzarsi e in futuro di prender per moglie.

La donna, nei paesi di montagna, era sì “protetta”, tra virgolette, perché con l’ età veniva ad assumere funzioni di guida morale e di direzione economica; ma bisogna anche sapere che per le donne erano stabiliti dall’usanza certi confini morali oltre i quali non avrebbero dovuto andare. Ecco un detto singolare: «… done e vache bone non le va mai fora de paese; la dona bisogna che la sia brava, che la tasa, che la staga in casa».

In mezzo a tutto questo fermento di uomini e di cose, non mancava un posto per il contastorie, per il lettore. Lettore era colui che sapeva leggere un po’ più speditamente e decentemente degli altri (di solito, allora, un ragazzino non andava oltre la terza elementare); ma primeggiava colui che sapeva leggere in maniera più suggestiva, più espressiva. A puntate come nei romanzi d’ appendice, sera dopo sera, egli, il contastorie, leggeva libri che andavano di moda allora ed erano sulla bocca di tutti, ma che nessuno osava confessare al prete; libri all’ indice ma che si procuravano di sottobanco e che, talora, il lettore interpreta a modo suo. I personaggi de Il conte di Montecristo, o quelli de I Miserabili o de La sepolta viva finivano per confondersi gli uni con gli altri in un intricato quanto complicato scenario di individui e di fatti che, in realtà, è difficile collocare nella loro giusta taglia.

Piero Piazzola

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