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Non lasciamo Shakespeare da solo

Se la cittadina ligure di Alassio vanta una storia d’amore più antica di quella di Giulietta e Romeo, tanto che il ministero dello Sviluppo economico le ha riconosciuto il titolo di “unica città degli innamorati in Italia”, Verona non ha solo la vicenda immortalata da Shakespeare a sostegno di un primato oggi messo in discussione.
Gli alassini si rifanno all’antica leggenda di Adelasia e Aleramo, che affonda le sue radici nell’anno Mille, quindi in un tempo precedente la vicenda dei due giovani a cui si ispirò il drammaturgo inglese, anche se la tragedia dei due amanti scaligeri sembra trovare riferimenti addirittura nell’antica Grecia.
La notizia offre l’occasione per rispolverare un’altra curiosità amorosa, una storia quasi moderna per il suo carattere “trasnazionale”, che tocca da vicino Verona e che nella scala dei secoli si colloca precedentemente alla dinastia degli Ottoni, quindi in un tempo in cui la principessa Adelasia e il suo servo Aleramo ancora non erano nati.
Siamo in Italia sul finire del VI secolo e questa è la storia di Teodolinda e Autari: lei era la figlia di Garibaldo, re cattolico di Baviera; lui il re dei Longobardi e primo duca di Verona, di fede ariana. Spieghiamo che l’arianesimo era una dottrina abbracciata da molti popoli “barbari” che contraddiceva l’idea della natura divina di Cristo, condannata come eretica dal primo Concilio di Nicea (325 d.C).
Minacciati a Nord dai cattolicissimi Franchi, osteggiati a Sud dal papato, che sempre meno trovava in Bisanzio un valido punto di riferimento, i re Longobardi, per ragioni di stato, cercarono spesso di sposare donne nobili di fede cattolica. E così cercava di fare Autari che, dopo aver tentato senza esito di unirsi alla sorella del re Franco Childeberto II, mandò ambasciatori in Baviera perché chiedessero in moglie per lui la figlia del re Garibaldo.
Scrive Paolo Diacono nella sua Historiae Langobardorum, che il sovrano bavarese accolse amabilmente gli emissari, acconsentendo alle nozze.
Ricevuta la notizia il re dei Longobardi non seppe resistere: va bene il matrimonio di interesse, ma la sposa doveva anche essere bella, molto bella: la cosa andava assolutamente verificata. Autari scelse tra i longobardi una scorta non molto numerosa ma formata da coraggiosi con a capo un uomo che gli era particolarmente fedele e si mise subito in marcia con loro per la Baviera nel finto ruolo di semplice ambasciatore.
Quando vennero condotti davanti al re Garibaldo e quando il capo dell’ambasceria ebbe pronunciato le parole di rito, Autari, che nessuno aveva riconosciuto, si avvicinò al sovrano bavarese e disse: «Il mio signore, il re Autari, mi ha qui inviato con l’espresso comando di vedere vostra figlia, che è fidanzata a lui e che in avvenire sarà la nostra signora, affinché io possa fornirgli notizie più sicure sulla sua persona».
Il re fece cercare la figlia Teodolinda e quando Autari poté ammirare in silenzio quanto fosse bella e come corrispondesse ai suoi desideri «sotto ogni rapporto» come precisa Paolo Diacono, disse a Garibardo: «Poiché l’aspetto di vostra figlia ci piace moltissimo e noi ci auguriamo di averla come nostra regina, saremmo contenti che piacesse alla vostra nobiltà di avere dalla sua stessa mano una coppa di vino». Il sovrano bavarese acconsentì e la cronaca del tempo narra che la giovane, secondo le usanze, offrì prima la coppa a colui che sembrava essere il capo, poi a Autari, non sapendo che fosse il suo fidanzato.
Come questi ebbe bevuto, nell’atto di rendere la coppa, senza che nessuno se ne accorgesse, toccò con un dito la mano della principessa e con la destra le accarezzò la fronte, il naso e la guancia.
Rossa per l’imbarazzo e confusa Teodolinda narrò la cosa alla sua nutrice e questa saggiamente le disse: «Se questo uomo non fosse il re in persona, e quindi il tuo fidanzato, non avrebbe mai osato toccarti. Ma per il momento teniamo la cosa segreta perché tuo padre nulla ne sappia».
Gli scritti giunti fino a noi descrivono un Autari giovane, nobile nel portamento, con i capelli biondi e ricci, il viso roseo e bello per cui è facile immaginare che il gradimento fosse reciproco e che l’amore fosse di quelli a prima vista.
Sulla via del ritorno, quando Autari raggiunse la frontiera con l’Italia si drizzò più che poté sul suo cavallo e con tutta la sua forza scagliò l’ascia di guerra che portava con sé contro un albero dicendo «Ecco i colpi che Autari inferisce!» e da quelle parole i bavari della scorta riconobbero con stupore che egli non era un semplice ambasciatore, ma bensì il re dei longobardi in persona.
Poco tempo dopo, trovandosi Garibaldo in difficoltà per l’invasione dei Franchi, sua figlia Teodolinda fuggì in Italia e fece annunciare il suo arrivo al fidanzato Autari, che con grande apparato andò personalmente ad incontrarla proprio a Verona, dove in campum Sardis, a Nord della città, il quindici maggio del 589 furono celebrate le nozze. Ricordiamo che Verona fu conquistata da Alboino che ne fece la capitale d’Italia fino al 571, anno in cui la corte longobarda fu spostata a Pavia, altra famosa città teodicea.
Il destino anche per questi due amanti fu però tragico. Proprio a Verona, e proprio il giorno della cerimonia nuziale, avvenne infatti un episodio eccezionale: un fulmine con un fragoroso boato colpì un albero nei pressi della reggia. Un servo del duca di Torino, esperto nell’arte della divinazione, prese da parte il suo signore Agilulfo, in città per le nozze del re, spiegandogli il significato di quell’evento: «Questa donna che ora si marita con il nostro sovrano diverrà fra poco tempo tua sposa». Agilulfo minacciò il servo di fargli saltare la testa se solo avesse aggiunto dell’altro, ma questi rispose: «Sia pure, fammi tagliare la testa, ma è sicuro che questa donna è venuta nel nostro paese per essere unita a te».
Lasciamo per un attimo la misteriosa profezia e riportiamo un altro fatto che lega la vicenda di Teodolinda e di Autari a Verona: un episodio miracoloso, che avvenne probabilmente nell’ottobre dello stesso anno e che viene interpretato come il segno della conversione di Autari al cattolicesimo.
In quel tempo nel Veneto si ebbe una devastante inondazione «quale non era più avvenuta dai tempi di Noè» scrive Diacono, forse esagerando un po’. «Intere proprietà e beni terrieri furono ridotti a campi sassosi e fra gli animali e gli uomini vi furono morti in gran numero; le strade erano distrutte, i passaggi ostruiti e il fiume Adige, straripando, era uscito così lontano dal suo letto che nella chiesa del santo martire Zeno, che si trova davanti alle mura di Verona, l’acqua arrivava alle finestre superiori». In questo desolante panorama ci immaginiamo una chiesa allagata, cosa che miracolosamente non avvenne perché l’acqua, come scrisse più tardi anche papa Gregorio, non penetrò in nessun modo all’interno che rimase asciutto. «Questo fatto si verificò il 17 ottobre e si ebbero lampi e tuoni di tale violenza che simili non si vedono nemmeno d’estate. Due mesi dopo gran parte di questa città bruciò completamente».
Tornando alla profezia, ecco cosa avvenne. Autari dopo le nozze ebbe una figlia da Teodolinda ma dovette presto abbandonare la città di Verona per sfuggire ai Franchi che stavano scendendo la Valdadige. Il re si stabilì a Pavia, dove morì il 5 settembre del 590, probabilmente avvelenato durante una congiura di palazzo. Nella città lombarda Teodolinda fu una regina amata, governò con saggezza e sposò proprio Agilulfo.
Vicende amorose, matrimoni e intrighi di potere hanno spesso caratterizzato la storia di Verona di quei tempi. Ricordiamo la macabra vicenda di Rosmunda e del longobardo Alboino, ambientata nel palazzo di re Teodorico; c’è poi la storia di Adelaide, rinchiusa da Berengario II nel castello di Malcesine, liberata e poi sposata dall’imperatore Ottone I, che ispirò Gioacchino Rossini. Anche le pene d’amore di Ermengarda, figlia del re longobardo Desiderio e moglie ripudiata di Carlo Magno, magistralmente narrate nell’Adelchi del Manzoni, sono il pretesto per raccontare la sconfitta dell’ultimo re longobardo a Verona e la conquista della città da parte del futuro imperatore del Sacro romano impero, nel 774.
Ce n’è abbastanza per disegnare un interessante percorso culturale che non sfigurerebbe come attrattiva turistica accanto ai cuoricini rossi appesi per le vie di Verona e allo spettacolo Giulietta e Romeo di Riccardo Cocciante, anche per non lasciare Shakespeare da solo a difendersi dall’intraprendenza altrui.

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