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I 60 anni dell’Estate Teatrale Veronese. Nel ricordo del maestro Simoni

di Oreste Mario Dall’Argine

Nel 1948 il Teatro alla Scala di Milano, propose a Renato Simoni la regia del Barbiere di Siviglia di Rossini. La notizia rimbalzò a Verona e il sindaco di allora, Aldo Fedeli, pensò con altri amici di proporre al loro concittadino la trasposizione dell’opera in Arena; ma Simoni, pur nel rispetto della proposta, disse che non avrebbe mai accettato l’idea di essere regista di un’opera lirica «di prosa, sì!».
Così la sera del 26 giugno del 1948, alla presenza del capo dello Stato Luigi Einaudi, con il capolavoro shakespeariano Romeo and Juliet, per la sua regia e come protagonisti Giorgio De Lullo e Edda Albertini nacque quell’Estate Teatrale Veronese che doveva affermarsi negli anni seguenti come grande e unico Festival Shakespeariano italiano con il contributo e la partecipazione dei più grandi attori e registi italiani e internazionali.
Simoni nasce a Verona nel 1875 e muore a Milano nel 1952. Teatrante nel senso nobile della parola, e nello stesso senso galantuomo nella vita e nella professione, studioso colto e mai chiuso all’aprirsi di nuovi sipari, fu amico rispettato e rispettoso del lavoro di tutti i teatranti che ascoltò e frequentò dalla sua poltrona di critico e dalla sua scrivania del Corriere della Sera. È stato con Barbarani e Dall’Oca Bianca un protagonista di quel trio che esaltò Verona nella sua bellezza e nella sua storia, insegnando ai veronesi stessi come amare e rispettare la loro città.
“Il teatro per Simoni aveva i colori e gli umori del suo dialetto, la luce dei suoi cieli veneti: la scrittura, il modo di porgere – fatto di grazia e di malizia, liquido e attento, con l’aggettivo sempre aderente in punta di penna – fanno di lui un maestro di stile… La conoscenza, diciamo la parola, la cultura – profonda, minuziosa fino al dettaglio – non pesava mai ma filtrava fra le righe come filo prezioso per un arazzo che aveva sempre una personale nota cromatica. Più che “criticare” Simoni amava rivivere e far rivivere la fatica della creazione…”. (Mario Bonetti – Cara gente di Teatro).
Il mondo teatrale italiano deve tanto a Simoni, così come molti protagonisti dell’universo scenico sono legati al suo nome per l’attenzione e umana passione di maestro nascosto che Simoni donò loro. Valga per tutti, anche per stare in tempi relativamente vicini, la parte, spesso misconosciuta, che ebbe nella nascita e nei successi del Piccolo Teatro di Milano.
Quando nel 1948 due giovani, Paolo Grassi e Giorgio Strehler, decisero, dopo un avventuroso sopralluogo a un edificio semi distrutto in Via Rovello a Milano, che in quel posto sarebbe nato un teatro, prima di recarsi dal sindaco di allora Antonio Greppi, vollero parlare con Simoni. L’ormai anziano critico ascoltò con attenzione l’appassionata perorazione dei due giovanotti senza mai interromperli; alla fine, usando il suo dialetto veronese, disse: «Guardate ragazzi, in teatro ne ho viste tante, ma come questa, di pazzie una sola, la vostra». Grassi e Strehler avevano così compreso di avere dalla loro parte una voce importante e lasciarono Simoni ai suoi pensieri. Pensieri che si tramutarono in aiuti concreti con interventi decisi e determinanti presso l’Amministrazione comunale e le altre istituzioni.
Così quando il 15 maggio 1947 Il Piccolo di Milano debuttò con L’albergo dei Poveri di Gorkj, con un successo imprevedibile, siglato dalla recensione firmata R.S. sul Corriere della sera del giorno dopo, a chi gli chiedeva commenti e pareri su questa avventura teatrale, Simoni diceva «Sti putei qua, stò Grassi, stò Strehler i farà strada, te lo digo mi». Ma Paolo Grassi, che non era certamente uomo da abbandonarsi a cerimoniosi sentimentalismi, quando nel 1953 Brecht venne a Milano alla prima del suo capolavoro L’Opera da Tre Soldi, gli disse: «Questo risultato ha un protagonista lontano, Renato Simoni».
Formatosi alla scuola di quel giornalismo veneto che tante firme diede alla nostra carta stampata, alla nostra letteratura, alla nostra poesia; cronista, egli aveva della cronaca il rispetto e la concezione della base dell’informazione. Tanto che volle sempre che le sue famose critiche teatrali fossero chiamate “cronache”. Come critico ebbe sempre la percezione dei limiti e del rispetto che uno spettatore, pur privilegiato come lui, doveva avere verso il palcoscenico, l’autore e gli attori.
La sua poltrona a teatro era il suo banco di scuola e mai pensò di salire in cattedra; capiva e conosceva la fatica quotidiana dell’attore, dal protagonista all’ultima comparsa e per questo non usò mai nelle sue cronache quegli apprezzamenti o quelle espressioni di volgare dileggio che oggi, pur nelle scarsissime recensioni teatrali, pseudo critici intellettuali usano offensivamente per stroncare autori e attori. Scriveva per il pubblico, così come aveva imparato a scrivere le cronache quando era giovane praticante.
Preciso, dettagliato fino alla conta degli applausi e delle disapprovazioni e delle loro durate, non tralasciava di nominare alcun interprete, porgendo a ognuno un aggettivo appropriato. Ripudiò sempre la sbrigativa formula “Bravi gli altri”, che concludeva, d’uso, le consuete critiche teatrali. Le sue cronache avevano regole e argini precisi soffriva per i così detti fiaschi, anche se questi fanno parte naturale della vita del teatro; ma Simoni, che nella sua esperienza fu anche un serio autore, non avrebbe mai voluto vedere cadere morta una foglia su un palcoscenico. Sapeva seguire l’avvenimento scenico senza dimenticare o trascurare l’atteggiamento, gli uomini e le reazioni del pubblico. Con molti grandi e anche attori minori ebbe profonde amicizie donando loro con generosità consigli e suggerimenti.
Principe della critica con D’Amico, anzi riformatore delle cronache teatrali, il suo amore per il teatro lo riversò anche nelle sue creazioni; nelle sue creature protagoniste delle commedie che molti supponenti studiosi spesso hanno relegato nel repertorio del vernacolo veneto, mentre erano dense di grande dignità, di ricchezza umana e saggezza teatrale.
A proposito di Simoni autore scrive Giuseppe Brugnoli: “Renato Simoni fu a suo modo un innovatore;… svolgendo insieme un’opera accorta di ripulitura del linguaggio da tanti solecismi vernacoli che da Goldoni in poi avevano trasformato prima le maschere in personaggi, poi questi in macchiette. Dopo un secolo, si può dire che Simoni fu l’ultimo commediografo del teatro veneto… La Vedova (1902), Carlo Gozzi (1908), Tramonto (1906), Congedo (1910), Il Matrimonio di Casanova (1910) sono quelle sue creazioni che gli consentono di stare nel Pantheon del teatro italiano del primo ‘900”.
Scrisse tanto altro: Piccola storia di Arlecchino e c. (1946), Uomini e cose di ieri (1952), Trent’anni di cronaca drammatica, a cura di Lucio Ridenti, che iniziata nel 1952 fu completata nel 1960, per citare le realizzazioni più importanti.
Collaborò alla stesura dei testi della Turandot di Puccini e a Madame Saint Genes di Giordano.
Legato al suo nome è anche il giornale La Tradotta, che nella prima guerra mondiale redigeva al fronte con altre preziose firme con le stellette. Fu anche regista di prosa, preciso, attento, mai dissacratore e da questa sua vocazione nacque, quasi per caso, l’idea delle magnifiche notti shakespeariane in riva all’Adige, nello spazio del Teatro Romano.
Simoni muore mentre nella sua città natale si prepara la messa in scena del Sogno di una notte di mezza estate, al Giardino Giusti. All’invito rivoltogli dagli organizzatori perché assistesse alla prima, con un cuore ormai divenuto povero di battiti, si scusò con essi e con Verona con queste ultime parole «Sono tormentato dal respiro difficile. Ogni movimento mi spossa. Scusatemi. Mai l’anima mia si è così protesa verso Verona in questi anni di memoria e di addio». Lo vediamo, ancora seduto sulla sua poltrona di teatro, salutarci così con le ultime battute del congedo: «Bisogna che ve veda tanto, tuti, per portar via più che posso de vualtri…».

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