Connect with us

Hi, what are you looking for?

Magazine

Sant’Ambrogio di Valpolicella: l’uomo e la pietra. Storie di scalpellini

di Massimo Rimpici

C’è un “popolo” – uno dei tanti – che ha abitato le contrade della provincia veronese. È “gente” che ha vissuto in una piccola regione, una porzione del territorio veronese, un angolo della Valpolicella, nel Comune di Sant’Ambrogio: il popolo degli scalpellini. Lo spunto a trattare, ad indagare questo “ceppo”, viene da un non-libro, una pubblicazione non ufficiale, un testo “mai scritto” ma che c’è, esiste ed è leggibile: quasi un diario. È stato redatto di recente dalla mano tremolante e leggera di una ottantanovenne, protagonista di quei territori e di quelle epoche. Si perché qui si va a ritroso nel tempo, fino al primo Novecento. Il testo è soprattutto il frutto di un lavoro amorevolmente sollecitato e accompagnato da una nipote verso la propria zia. Un affetto intenso e profondo, suggellato, oltre dal fatto di portare lo stesso cognome, dal destino (e dalle usanze dell’epoca) di chiamarsi con lo stesso nome: Marcella.
Per comodità e per scelta inizieremo ad esplorare il periodo più recente, ma la storia dei tagliapietre di Sant’Ambrogio si perde nella notte dei tempi: è noto a tutti che il monumento più celebre di Verona, l’Arena, fu costruito con il materiale di escavazione (marmo “rosso scuro intenso”) proveniente dai bacini lapidei di quella zona della Valpolicella.
Prenderemo a prestito la storia della famiglia di Marcella per rievocare un periodo, un territorio, una stirpe. È una storia familiare emblematica di un’epoca e di una regione.
Il papà di Marcella, Beniamino Vittorio, è figlio d’arte: il padre era anch’egli uno scalpellino. Lui, Beniamino, rimasto orfano molto presto, come parecchi suoi coetanei inizia a lavorare già all’età di dieci anni (1893). Ha la fortuna però – rara in quel periodo – di frequentare contemporaneamente la scuola d’arte. Il ragazzo è sveglio, intelligente, impara presto e diventa a breve l’allievo prediletto del suo insegnante: il professor Romeo Cristiani dell’Accademia Cignaroli di Verona, distaccato alla Scuola d’Arte di Sant’Ambrogio due volte la settimana. Quando però anche il padre muore, Beniamino è costretto a lasciare il laboratorio veronese e a tornare in Valpolicella.
Siamo agli inizi del nuovo secolo e non è uno dei periodi migliori per il comparto marmifero. La crisi del settore mette in ginocchio Sant’Ambrogio. Molti “spezzamonte” sono costretti a emigrare. A differenza dei comuni limitrofi (Marano, San Pietro in Cariano, Pescantina, Fumane, Negrar) che vivono essenzialmente di agricoltura, gli ambrogiani sono fra i pochi in quegli anni che riescono a sbarcare il lunario lavorando in un settore a cavallo fra l’artigianato e l’industria.
La fatica è notevole (i primi telai idraulici verranno introdotti solo alla fine del 1800), la silicosi un’insidia sempre presente (bisognerà aspettare la seconda metà degli anni Trenta per vedere all’opera gli impianti di ventilazione), le condizioni di lavoro sono molto difficili (il martello pneumatico vedrà la luce parecchi anni dopo, in America) e la divisione fra la classe che ottiene le concessioni di sfruttamento delle cave e quella che lavora a segare il marmo si accentua. I lavoratori sono spinti ad organizzarsi per aiutarsi fra loro e per cercare di ottenere migliori condizioni di lavoro. Questo sarà uno dei motivi (l’altro lo vedremo fra poco) per cui risulterà, quella di Sant’Ambrogio, una società molto più “politicizzata” di altre. È qui che si svilupperanno le prime lotte di inizio secolo fra classe imprenditoriale e lavoratori ma anche fra fazioni “rosse”, di ispirazione socialista e “bianche”, di ispirazione cattolica, nate all’ombra del campanile e che in contrapposizione alle prime rifiutano lo scontro fra “padronato e proletariato” ponendosi come obbiettivo la promozione di una comunità “di amici e fratelli e non di sfruttati e sfruttatori”.
La crisi – si diceva prima – costringerà diversi scalpellini a emigrare e Beniamino parte, insieme ad almeno un’altra ventina di ambrogiani: è il 1904. La meta – neanche a dirlo – è l’America, ma anche il Brasile e l’Argentina saranno “terre di conquista” dei marmisti italiani. Prima Quincy, nel Massachussetts, quindi Barre, nel Vermont, capitale del granito grigio (la cui polvere mieterà centinaia di vite umane). La lontananza dai propri luoghi d’origine, le incomprensioni a causa della diversa cultura e della diversa lingua, le frustrazioni di emigrante, spingono ancor di più gli scalpellini a fare gruppo, a sostenersi l’un l’altro: è il seme della mutualità che qui trova terreno fertile e cresce, ma che offrirà i suoi frutti migliori in seguito, una volta rientrati in patria.
Quella regione, il Vermont – racconta nel suo “Diario” Enrico Deaglio (“Formidabili quegli anni. In Vermont” – settembre 2005) diventa la capitale mondiale del granito ad opera soprattutto di “un politico rapace e lungimirante”, un tale Redfield Proctor. Già ministro della Guerra a Washington, Proctor “…fa arrivare la ferrovia nell’allora lontanissimo Vermont per trasportare i suoi blocchi di marmo che altrimenti non avrebbero avuto mercato viaggiando trainati dai carri alla velocità di poche miglia al giorno”. Successivamente vide bene di procurarsi la migliore mano d’opera in quei luoghi dove già esisteva una tradizione estrattiva. Sbarcò in Europa: Saragozza e Santander in Spagna, Aberdeen in Scozia, Carrara e varesotto in Italia e convinse – con salari inimmaginabili per quella epoca nelle terre natie – centinaia di lavoratori ad emigrare. “Da Verona, da Viggiù, da Carrara – scrive Deaglio – nei primi dieci anni del Novecento circa quattromila italiani emigrarono a Barre”. E aggiunge: “…se di Carrara si conosce la perdurante tradizione e il mito anarchico, più curioso è scoprire che anche gli scalpellini lombardi e veneti che emigrarono avevano socialismo e anarchia nel sangue…”: protagonisti dei primi scioperi e fondatori delle prime leghe dopo l’unità d’Italia.
A farla da padrone, a Barre, furono proprio gli anarchici italiani, che scacciarono dalla città preti e poliziotti. In virtù di questa tradizione, ancora oggi Barre è sotto controllo dell’FBI. Per diversi osservatori e commentatori, taluni moderni “black bloc” provengono proprio da lì.
Da Paterson, nel New Jersey, arriverà invece Gaetano Bresci, quando il 29 luglio 1900 ucciderà il re Umberto I a Monza, su decisione della cellula anarchica del famoso Luigi Galleani, ricercato dalle polizie di mezzo mondo (sempre a lui verrà attribuita la responsabilità dell’attentato al presidente americano John MacKinley, ferito mortalmente dal polacco Leon Czolgosz) e quindi in fuga verso il Canada, poi rientrato negli Stati Uniti e stabilitosi a Barre, non lontano dal confine.
Il nostro Beniamino Vittorio non resisterà molto a Barre. Farà in tempo a conoscere – e a sposare in America – Gisella Conchieri, da Brescia, dalla quale – per il momento – avrà la primogenita, Marcella appunto e Libera, di nove mesi più piccola. All’età di ventitré anni, sposato e con due figlie, Beniamino tornerà nella sua Valpolicella. Resosi conto delle precarie condizioni di vita e di lavoro nel suo paese “…insieme a Giovanni Piatti, insegnante presso la Scuola d’Arte – riporta il libro di Pierpaolo Brugnoli, Massimo Donasi & alii “Sant’Ambrogio in Valpolicella e i suoi marmi”, scritto per conto del Comune e del Centro di Documentazione per la Storia della Valpolicella – ebbe l’idea di creare a Sant’Ambrogio una cooperativa di marmisti”. Successivamente (1911) da una costola del sindacato cattolico sorgerà anche l’Unione dei lavoratori marmisti. Il primato in termini di previdenza e assistenza deve però essere riconosciuto a don Lorenzo Bernardi, arciprete di Sant’Ambrogio, che all’inizio del secolo (1900) si inventa la Società di Mutuo Soccorso tra operai: un piccolo contributo mensile sarà sufficiente a garantire un sussidio giornaliero in caso di malattia.
Allo scoppio del primo conflitto mondiale Beniamino partirà per la guerra arruolato nel corpo degli Alpini e ci resterà per quattro lunghi anni: svolgerà il servizio nei teatri operativi del Monte Grappa, del Cadore, dell’Adamello. Terminato il conflitto ritornerà a casa e troverà diversi compagni ed amici rientrati definitivamente dal Vermont. Con loro riuscirà a dare un impronta particolare all’impresa del marmo a Sant’Ambrogio: “…non solo all’avanguardia dal punto di vista tecnico-artistico ma fondato sul lavoro comune e su quei principi di solidarietà e di uguaglianza conosciuti attraverso i contatti con il socialismo dell’emigrazione internazionale”.
Nel 1920 Vittorio Beniamino Cecchini – papà dell’architetto veronese Libero – verrà eletto sindaco del Comune di Sant’Ambrogio. Da primo cittadino farà costruire le scuole elementari nelle cinque frazioni “e una strada d’accesso alle cave di Monte…”. Per le sue idee, nel dicembre del 1922 sarà costretto dai fascisti – dopo continue minacce – a rassegnare le dimissioni da sindaco. Nello stesso giorno – data alle fiamme dagli squadristi – vedrà la sua casa bruciare. Anche il circolo ricreativo La Fratellanza subirà la stessa sorte. I sicari risparmieranno solo la Cooperativa Piatti, motore dell’economia locale e consegnata alla direzione dell’ex sindaco nel 1925.
Beniamino Vittorio Cecchini resterà alla guida della Piatti fino alla fine della sua esistenza:
26 gennaio 1960.
(Tratto dal libro Sant’Ambrogio in Valpolicella e i suoi marmi di Pierpaolo Brugnoli, Massimo Donasi & alii – Comune di Sant’Ambrogio – anno 2003.
Altre fonti: Formidabili quegli anni. In Vermont di Enrico Deaglio – dal Diario, settembre 2005.
Diario, 20 luglio 2000 – 21 agosto 2002 di Marcella Cecchini).

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Firma la petizione

Meno agitazione più informazione. Abbonati a Verona In

Campagna abbonamenti Verona In

COVID 19

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement

Facebook

Altri articoli

Advertisement