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Spettacoli. Quale teatro?

di Giorgia Cozzolino

«Suscitando pietà e paura, essa porta alla catarsi di tali sentimenti». È con queste parole che Aristotele definiva la tragedia, e più in generale il teatro. Per i greci tutte le forme di teatro, ma prevalentemente la tragedia, avevano una funzione catartica in quanto servivano a rappresentare l’inconscio umano liberandolo così dall’egemonia delle passioni.
Se è vero quanto affermava ancora Aristotele, e cioè che «gli uomini, per natura, aspirano alla conoscenza», allora dovremmo pensare che il teatro, anche ai giorni nostri, dovrebbe stimolare la riflessione attorno ai grandi temi della vita, comunicare valori e creare, per questi motivi, una diffusa partecipazione. Ma è davvero così?
Non cerchiamo troppo lontano, proviamo a esplorare la situazione veronese per capire se c’è traccia di quell’antico spirito con cui i nostri antenati calcavano i palchi e affollavano le platee.
Senza fare un’indagine sulle culture, i dogmi e le tribolazioni che hanno nei secoli cambiato la percezione artistica delle genti, ci siamo chiesti se il teatro abbia oggi un posto di rilievo nella vita dei veronesi e se siano sfruttate tutte le sue potenzialità.
Prima di girare la domanda agli esperti, abbiamo raccolto una constatazione: i pochi mezzi a disposizione incidono pesantemente sul capitolo spettacoli. Un esempio fra tutti è quello del Festival Shakespeariano, che ha deluso per il numero delle rappresentazioni in cartellone. Se quantità difficilmente va a braccetto con qualità è anche vero che un festival, l’unico in Italia che si definisce “shakespiriano”, non può ridursi a tre sole opere di prosa, di cui una goldoniana, per un totale di 15 serate.
C’è poi da dire che le due rappresentazioni, “Romeo e Giulietta” e “La bisbetica domata”, erano rivisitazioni dell’originale. Un tipo di proposta che, come afferma la stessa direzione del Festival, ha il merito di avvicinare un pubblico giovane; ma non affiancare anche delle produzioni fedeli al testo di Shakespeare lascia un po’ perplessi per una Verona che vorrebbe utilizzare l’immagine dell’artista di Stratford per rilanciare la propria.
Che la città ami l’intrattenimento lo dimostrano i numeri. L’Estate Teatrale Veronese 2005 ha infatti registrato un bilancio positivo, con 50 mila spettatori e un milione di euro di incassi, nonostante i tagli dei finanziamenti e il maltempo. Numeri importanti che hanno sicuramente portato ossigeno nella casse comunali ma che, a guardar bene, poco hanno a che fare con il teatro di prosa vero e proprio. Quasi metà delle presenze, 16 serate, è stata infatti registrata dalla danza con i Momix, i Nederlands Dans Theater e George Momboye (che hanno contato oltre 22 mila paganti), mentre il restante se lo sono divisi Paolo Conte (quasi nove mila presenze in arena), la Carmen di Antonio Gades (con cinquemila spettatori) e il jazz con quasi quattromila posti occupati. Alla prosa sono andate oltre 14 mila presenze divise in 15 serate. Meno di un terzo, quindi, dell’intera stagione teatrale.
I veronesi preferiscono dunque la danza alla prosa? Oppure scelgono in base al grado di notorietà dell’offerta? Mentre un tempo assistere a uno spettacolo teatrale era un rito con una forte significato culturale, oggigiorno sembra prevalere il puro intrattenimento per un pubblico meno preparato i cui gusti risentono dei cliché proposti dalla televisione. «Se devo spendere 20, 30 euro, voglio essere sicuro di godere uno spettacolo che ne sia all’altezza» dicono i veronesi. Il problema è però capire cosa si intenda per «essere all’altezza». Cercano di capirlo anche gli organizzatori delle varie rassegne che fanno miracoli per cercare di far quadrare i conti puntando su «cavalli vincenti», o bilanciando all’interno di un festival i vari elementi.

Gian Paolo Savorelli, direttore artistico dell’Estate Teatrale, nonostante avesse a disposizione un terzo del bilancio dell’anno precedente è riuscito ad «attraversare il fiume in tempesta, giungendo in porto con successo nonostante il maltempo», come ci ha spiegato. «Il vero problema è quello dei finanziamenti ridotti; speriamo che l’emergenza sia superata» afferma il direttore artistico che, insieme all’assessore alla Cultura del comune di Verona, Luciano Guerrini, sostiene la volontà di continuare a portare a Verona opere di qualità. «Il teatro è lo specchio della società», sostiene il direttore. Poi una dichiarazione che va nel senso che fa da leit motiv a questa piccola inchiesta: «Il teatro non può essere solo intrattenimento, deve avere qualcosa in più, deve far riflettere, e il drammaturgo inglese in questo è senza tempo, si può dire sia un contemporaneo».
E alle critiche al Shakespeare portato in scena quest’estate, Savorelli replica: «Il futuro del teatro è la ricerca, non troppo cervellotica, ma in grado di attualizzare testi importanti. Per questo un’altra nostra ambizione è quella di portare maggiore attività al Camploy, usare quello spazio per la sperimentazione, che forse avvicinerà di più il pubblico giovane».
Secondo alcuni, scegliere attori diventati celebri per le loro performance comiche, come Solenghi e Goggi, affidando loro dei ruoli classici, sarebbe un indicatore di inaffidabilità della rappresentazione, una sorta di specchietto per le allodole destinato a deludere gli spettatori più attenti, una formula addirittura controproducente a lungo andare. Per altri invece si tratterebbe di un legittimo escamotage per far conoscere il teatro a quelle persone che altrimenti lo snobberebbero.
Quale la ricetta giusta? «Si possono tentare molte strade per richiamare il pubblico», spiega ancora Savorelli, «e spesso i nomi noti del piccolo schermo hanno grande fascino. Nel nostro caso bisogna però specificare che tutti questi attori famosi per apparizioni “leggere”, vengono in realtà dal teatro classico e quindi possono garantire anche una grande professionalità». A Verona, precisa poi il direttore, «sono arrivati ormai tutti i grandi nomi del teatro. La difficoltà, semmai, è riuscire a riunire più d’un grande attore nello stesso spettacolo o nello stesso cartellone». Insomma, sempre di pecunia si tratta.

E a favore di una attualizzazione e sperimentazione delle opere c’è anche Roberto Terribile, direttore artistico della Fondazione Aida. Terribile sostiene di preferire le rivisitazioni ai testi tradizionali perché «permettono di rendere un autore come Shakespeare sempre più contemporaneo, come direbbe lo studioso Jan Kott». E aggiunge: «Sono migliaia le rappresentazioni fedeli al testo del drammaturgo inglese, quindi credo sia positivo diversificare il festival veronese rispetto alle consuete manifestazioni. Sono anche convinto che il ruolo dei festival in giro per il mondo sia quello di rilanciare nuove versioni basate su quel pilastro drammaturgico che è l’opera di William Shakespeare». Il problema essenziale, secondo il direttore, «è quello di far crescere il pubblico in modo da renderlo disponibile e desideroso di conoscere i nuovi linguaggi teatrali». Ritiene inoltre che chi dirige l’Estate teatrale veronese abbia «giustamente dimostrato un’apertura in questo senso valorizzando le diverse realtà locali». Terribile concorda quindi con Savorelli su tutta la linea, a partire dalla «mancanza di investimenti seri, sia per chi lavora sia per chi si propone di lavorare con i festival».
Secondo i dati di Aida, negli ultimi due anni tutto il settore culturale ha subito una notevole diminuzione di pubblico. ll cinema ha avuto un calo del 18% di spettatori, il teatro del 15%. «A mio avviso ciò è dovuto alla crisi economica che stiamo attraversando, per cui le scelte di spesa dei cittadini si concentrano verso settori ritenuti più essenziali», spiega Terribile. «Sia il cinema che il teatro hanno fatto un notevole sforzo per attirare il pubblico, ma con la mancanza dei dovuti finanziamenti è difficile fare meglio».
L’unione fa la forza, per cui se la coperta è troppo corta è inutile litigare per accaparrarsela. Sarebbe più proficuo trovare il modo di stringersi e avvicinarsi, così da non lasciare scoperto nessuno. Sulla situazione scaligera, infatti, Terribile afferma di avere la sensazione che «si stia portando in scena la celebre opera goldoniana “Le Baruffe Chiozzotte”. Ognuno pensa al proprio interesse senza cercare una fruttuosa collaborazione con chi gli sta vicino. Questo purtroppo porta al non utilizzo delle grandi potenzialità che Verona e il Veneto offrono». E aggiunge: «In questo senso, il compito della politica, oltre all’educazione del cittadino, è anche quello di stabilire criteri di scelta, coordinare gli interventi e dare un’identità unitaria alla miriade di risorse».

Una voce fuori dal coro è quella di Roberto Puliero, regista, attore e responsabile della Barcaccia, compagnia teatrale che opera a Verona da più di trent’anni riscuotendo un successo di pubblico straordinario, anche in tempi bui come questi. Secondo Puliero un record l’Estate Teatrale è riuscita a ottenerlo, «fare un flop con Goldoni a Verona». E l’attore non risparmia le frecciate definendo la Commissione artistica della rassegna «un mucchio di gente che scalda sedie e non va mai a teatro». Ma oltre le schermaglie di rito, il regista fa un’analisi complessiva ben diversa: sostiene che gli attori di fama in grado di attirare il pubblico sono quasi scomparsi e che ci sono invece molti attori bravissimi, praticamente sconosciuti. Tutta colpa della televisione, che non darebbe spazio al teatro e ai veri talenti che ci lavorano. «In un epoca in cui tutto è virtuale, la comunicazione teatrale è assolutamente unica e diretta» dice Puliero «tanto che le nuove generazioni ne sono affascinate. Ma il teatro rischia di non essere all’altezza nel soddisfare questa domanda». E aggiunge: «Ci vorrebbe una direzione artistica cittadina capace di scegliere a chi concedere gli spazi, senza fare valutazioni per provincialismo o ignoranza».

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Rita Di Giuseppe, docente all’Università di Verona: perché sui giornali se ne parla sempre bene?

All’Università di Verona, nella facoltà di Lingue e Letterature Straniere, la professoressa Rita Di Giuseppe è docente ricercatore del Dipartimento di anglistica. Nell’ambito della letteratura inglese ha pubblicato saggi su Conrad, Joyce, Defoe mentre la sua sfera di ricerca attuale riguarda il romanzo del Settecento e Shakespeare, con una recente pubblicazione su Othello e un volume, in allestimento, su King Lear. Verona In ha quindi pensato di chiedere a lei alcune impressioni sulle trasposizioni sceniche di Shakespeare nella nostra città.
– Vista la sua esperienza e conoscenza del teatro britannico, cosa ne pensa del Festival veronese dedicato a Shakespeare?
«Gli attori italiani sono bravissimi, specialmente quando recitano per il piccolo o grande schermo, ma quando salgono sul palcoscenico, per qualche perversa regola che mi sfugge, tendono tutti (con rara eccezione) a recitare con quello stile detto “declamatorio” tipico della fine dell’Ottocento, che ha l’effetto di annullare tutte le sfumature che un testo teatrale richiede. Ricordo di aver visto, lo scorso anno, l’allestimento di King Lear al Teatro Romano e sono rimasta molto delusa dalla recita monotona, nel senso proprio di mono-tono in generale e dopo due ore di declamazioni sono uscita un po’ frastornata».
– Quali sono, secondo lei, le linee guida per rafforzare e promuovere il teatro come luogo di scambio e riflessione culturale, in una città come Verona?
«Anni fa, con l’assessorato alla Cultura del Comune di Verona, sono stata invitata a presentare opere di Shakespeare presso le circoscrizioni. Lo scopo era quello di promuovere le rappresentazioni al Teatro Romano. Quando iniziò la stagione il teatro era sempre pieno, ma sono convinta che non fosse per merito delle mini conferenze. Ogni volta che vado al teatro, anche se ormai raramente, faccio fatica a trovare biglietti, c’è il tutto esaurito. Una linea guida potrebbe essere forse un senso critico più spiccato da parte dei giornalisti che scrivono le recensioni. Spesso negli articoli ci sono soltanto encomi, complimenti ed entusiasmo per spettacoli che invece sono mediocri».
– Dall’epoca di Shakespeare a oggi come sono cambiate le esigenze dello spettatore rispetto alle rappresentazioni teatrali e quali significati ha perso il teatro odierno?
«Il teatro ha sempre avuto e avrà un significato diverso per ogni secolo, generazione, paese o singolo lettore/spettatore. Le esigenze dello spettatore, al contrario, sono sempre le stesse: vuole essere intrattenuto».

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