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I luoghi dei poeti

“La poesia è sempre in agguato dietro l’angolo” diceva Jeorge Luis Borges nelle sue lezioni americane, invitando ad aprire i propri orizzonti e a esplorare luoghi diversi. Un fenomeno non nuovo ma certamente in continuo aumento è la nascita di luoghi di incontro per poeti noti e sconosciuti. Spazi informali, apparentemente inusuali per la poesia, generalmente luoghi pubblici, talvolta di passaggio, confinanti con il via vai della strada, il rumore delle macchine e il vociare della quotidianità. La poesia esce dai libri per essere letta a voce alta.
È il caso dell’Osteria Sottoriva, ogni lunedì, alle 18.30. I poeti si siedono ai tavoli, parlano, discutono. Poi cominciano a sfogliare carte, si alzano e leggono a turno le proprie poesie. Il pubblico è quello casuale o abituale dell’Osteria. Qualcuno ascolta, altri mangiano, altri continuano a parlare, qualcuno che passa si ferma incuriosito. L’idea è nata all’instancabile Ugo Brusaporco e, un po’ alla volta, i poeti sono arrivati. Tra i molti ci sono gli affezionati: Roberto Nizzetto, Giorgio Maria Bellini, Alverio Merlo e Diego Barca. Scrivono in italiano o in lingua dialettale. «Qui c’è un’atmosfera che incoraggia a leggere – racconta Bellini – e in un certo senso si è recuperata un’antica abitudine popolare di incontro tra chi scrive poesie e la gente». La cosa piace. Ma perché la poesia? «Per me – spiega Nizzetto – la poesia è tante cose: divagazione, liberazione dell’anima. Aiuta anche a butar fora il magon. E poi – prosegue Bellini – è ricerca di linguaggio: si usano le parole come il pittore usa il colore».
I poeti seguitano a leggere e poi, a sorpresa, regalano i loro testi ai presenti in una fantasia di foglietti, anche scritti a mano, che si sparpagliano tra la gente. Si ha quasi l’impressione che la scelta di questi luoghi non sia puramente formale, di folklore. È piuttosto una valutazione popolare, nel senso profondo. Si riscoprono e valorizzano spazi che fanno parte della storia della città e che ne disegnano i tratti più caratteristici. D’altra parte, però, c’è la voglia diffusa di poetare e il gusto di pronunciare le parole in verso, come esigenza artistica di ogni uomo e non del solo letterato, spinta dal desiderio di mettere in gioco la facoltà comune della parola.
Se i confini della poesia si ampliano oltre i riconoscimenti ufficiali, diventa difficile dare una definizione della poesia che accontenti tutti e anche gli studiosi si dividono su questo argomento. Sulla variegata dimensione del far poesia è ben consapevole Armando Lenotti, segretario del Cenacolo di poesia dialettale “Berto Barbarani”: «Il senso della poesia? È un discorso ricco, non basterebbero due righe e poche parole». I poeti del cenacolo si ritrovano due volte al mese alle 21 alle scuole “Carducci” di via Betteloni, con incontri aperti al pubblico. «Tra i nostri soci – prosegue Lenotti – vi è una della grandi poetesse di sempre in vernacolo, Wanda Girardi Castellani, voce lirica di Verona».
Poesia è sinonimo di bellezza. Una bellezza che ridisegna la realtà con parole non banali, emozionanti, vive. «Come dire che la bellezza è in agguato intorno a noi – sosteneva Borges –. Può venirci dal titolo di un film o da qualche nota melodia». Dello stesso parere è Nicola Saccoman, noto musicista, scrittore di poesie e gestore della locanda “Girasole” di Santa Maria di Zevio. Il suo locale ha ospitato serate di poesia, dedicate ai libri pubblicati per le edizioni Perosini. Incontri di musica e versi, a cui volentieri Saccoman ha dato ospitalità sostenendo: «File di parole in cerca di bellezza. Anche dove c’è il vuoto e si fatica. Definirei così la poesia».
Sulla poesia ha scommesso anche Francesco Avesani, gestore della pizzeria “La Fontana” di Avesa dove si ritrovano, da settembre a maggio, il secondo giovedì del mese, i poeti del nuovo circolo poetico “Gatto Rosso”. Ogni appuntamento è dedicato a un poeta noto: Pablo Neruda, Amelia Rosselli, Vincenzo Cardarelli, Pier Paolo Pasolini, Thomas Stearns Eliot e molti altri. Una sorta di santi protettori della serata e dei poeti del circolo che leggono le proprie opere, accompagnati dalla musica, creando dei momenti a metà tra l’incontro informale e la performance. Poesie in italiano e in lingua dialettale, dagli stili e dai modi più diversi. Ed è ciò che più è stato gradito: il variare delle voci.
«Per me la poesia è una riscoperta – spiega Francesco Avesani –. Gli incontri del Gatto Rosso sono stati un’opportunità per vederla in maniera diversa. Prima ero curioso e disponibile ma non ero molto incline alla poesia. Mi sono ricreduto».
Anche il circolo Malacarne prepara incontri letterari negli spazi più tradizionalmente veronesi. Proprio in maggio ha organizzato la quinta edizione del festival itinerante “Dar a Bere storie”. Tra poesia e narrazione gli autori abitano in maniera giocosa strade, piazze e osterie della città, accompagnati da orchestrine come nell’usanza dei cantastorie.
Dieci anni ha poi compiuto il Poesiafestival della Valpolicella. Nato con l’idea di valorizzare i luoghi più suggestivi della zona e di farli conoscere a un pubblico sempre numeroso, ha portato nei comuni della Valpolicella molti tra i più importanti poeti italiani. Quest’ultima edizione si concluderà il 30 giugno, a Jago di Negrar, con un nome d’eccezione: Dacia Maraini. «Grazie al Festival i poeti si sono materializzati – commenta Franco Ceradini, direttore artistico della manifestazione – Averli lì, in carne e ossa, stare con loro a cena, parlare non necessariamente delle grandi costellazioni ideali mi ha spinto a domandarmi che posto ha la poesia nella nostra vita. E poi, si può davvero distinguere tra il far poesia della moltitudine poetante e quello dei poeti “laureati”? Credo di no. C’è una distinzione di grado, non di essenza. Azzardo una ovvietà: poesia è ogni discorso bello. E la troveremo ovunque vi sia sincera ricerca del bello, del bello emozionante. Bisognerebbe allora ridiscutere il canone scolastico e le antologie. Un canone è una rinuncia a capire, una gabbia ottocentesca, adatta a una società gerarchica e autoritaria» conclude Ceradini.
Ci sono molti modi in cui l’uomo manifesta l’inclinazione artistica e creativa. La poesia è una di queste. Il suo abitare tra la gente è un segno importante perché avvicina, diventa quotidiana, come il pane. «Parole da mangiare» titolava significativamente il proprio libro il poeta e scrittore brasiliano Rubem A. Alves. In una pagina c’è una poesia di Mario Quintana che suggerisce, forse, anche il senso di questi luoghi informali della poesia: “Sono come una poesia / le cui parole succulente colano / come polpa di un frutto maturo nella tua bocca, / una poesia che ti sazia di amore, prima ancora che tu ne colga il senso misterioso: / basta assaggiarne il gusto…”.

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