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Cultura

Lessinia. Gli esseri fantastici della fantasia popolare

Le credenze popolari erano così forti che ancora oggi qualche persona della Lessinia nutre una certa tendenza a credere nella presenza di talune creature extraterrestri

I Cimbri, il popolo della Lessinia, erano genti provenienti dalle terre del nord, dalle quali si sono portati dietro una congerie eccezionale di usanze e di consapevolezze, influenzate dalla stregoneria, da un’appassionata fantasia e dal loro stesso habitat. Se da un lato avevano tanta fiducia e convinzione nei confronti della fede e della chiesa, per l’altro verso possedevano altrettanta superficialità e qualità molto elevate di superstizione. Le credenze popolari erano così forti che ancora oggi qualche persona della Lessinia nutre una certa tendenza a credere nella presenza di talune creature extraterrestri che la fantasia locale si è creata e che la religione cristiana non è riuscita ad assimilare.

Le “creature” della fantasia popolare, in un certo senso, erano più vicine, più familiari, più alla mano, perché concepite dalle proprie convinzioni e convenienze anche se in generale esse sembravano essere creature mostruose o ripugnanti, rispetto alle forme dell’uomo. Certe “Fade” della Lessinia Orientale, in alcune zone, sono considerate buone, socievoli, generose e altruiste, per esempio quelle di Camposilvano che insegnavano alle donne a ottenere la lana dal siero del latte e tante altre cose utili; in altre località, come a Sprea, erano invece considerate malvagie, introverse, scostanti e mangiatrici di bambini.

Gli esseri fantastici di sesso femminile, dunque, si chiamavano “Fade“, “Anguane e Guandane“, “Séalagan Laute” (o “Genti Beate“) e “Strie“. Le creature di sesso maschile, invece, erano gli “Orchi“, il “Basilisco“, il Diavolo. Servirebbe un trattato per descrivere tutti questi esseri nella dovuta maniera. Ci limiteremo, pertanto, ai tratti essenziali.

Le Fade erano di diversa natura, di differente sembianza e costituzione fisica da zona a zona, vestivano in maniera diversa, esercitavano impegni diversi. Le Fade di Velo e Camposilvano erano donne del contado, né più né meno. A Sprea, invece, vivevano una vita normale, ma con grossi difetti fisici: mani e corpo pelosi, piedi terminanti a zoccolo di capra e, più di tutto, mangiavano carne umana. Ma pure loro un lato buono lo avevano: insegnarono alle donne a ottenere e a conservare a lungo la lana. Le Fade di Bolca, invece, erano donne del popolo, sposavano uomini del luogo, potevano avere figli, però non dovevano farsi scoprire di essere delle streghe, perché allora erano costrette a sparire dalla faccia della terra.

A Giazza, invece, abitavano le “Genti Beate“, cioè le “Séalagan Laute“, donne bellissime, sempre vestite di bianco, rilucenti di fuori, ma dentro formate da una scorza di pianta, vuota. Ogni anno, il dì dei morti, scendevano in processione dalla loro caverna, la “Séalagan kuval“, sui costoni della Val Fraselle, tenendo in mano un tizzone acceso, che era il braccio di un cadavere, e chi le toccava moriva sul colpo. Campofontana era il luogo delle “Bele Butéle“, meglio conosciute con il nome di “Anguàne“. Parevano donne normali: si sposavano ma di notte scomparivano e andavano a lavare la biancheria della gente del paese; poi la stendevano ad asciugare su lunghe funi tese tra un monte e l’altro, cantando e danzandovi sopra e cacciando via gli uccelli perché non la sporcassero (Sciua, schiua, ra, ra…; cioè: Via, via, andate via). Il mattino dopo, prima che albeggiasse, riportavano la biancheria pulita alle case dove l’avevano ritirata. Vestivano sempre di nero e cantavano in modo meraviglioso trasmettendosi gli ordini con grida altissime. In alta Val del Chiampo esseri molto simili venivano chiamati “Guandane“.

Ponte di Veja, Verona (foto Ugo Franchini)

Ponte di Veja, Verona (foto Ugo Franchini)

Nel territorio dei 13 comuni della Lessinia, il termine “Orco” non specifica se si tratti di diavolo, di mostro, di drago o di altro essere deforme, malvagio, spaventoso. Il vocabolo cimbrico Orke è tradotto con “Orco“, ma il termine è anche sinonimo di “Orso“, di “Diavolo“, di “Demonio“. Dell’Orco si può dire che era una creatura strana, viveva isolato dentro le spelonche, ma si poteva incontrarlo dappertutto e in qualsiasi ora del giorno o della notte, perché appariva e spariva improvvisamente, assumeva diverse fisionomie e forme, spesso si burlava della gente che prendeva in giro col suo fare strambo: talvolta era collerico, talaltra conciliante, placido e servizievole. L’Orco controllava l’operato delle Fade e delle Anguane per una corretta esecuzione dei suoi ordini.

Il “Basilisco“, infine, lo si può immaginare come un lucertolone lungo un metro circa, con una cresta rossa sul capo e con una sporgenza ossea lungo la spina dorsale, con due zampette corte e munito di ali. Sprizzava fiamme, fuoco e fumo dalla bocca e dalle narici. Il suo sguardo ammaliava e immobilizzava le persone.

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Di solito le “Strie“, come scrive Ezio Bonomi, si identificavano in donne ordinariamente anziane, mal vestite, trascurate, spettinate, curiose e chiacchierone, magari con qualche difetto fisico, considerato segno di maledizione o di castigo divino. Talora, però, col nome di Strie erano conosciute anche quelle donne che andavano di contrada in contrada a chiedere l’elemosina e, intanto, curiosavano e chiedevano informazioni. Con il loro modo di comportarsi suscitavano timore e riguardo, per paura di malefici e di disgrazie.

Nel territorio dei Cimbri, il Diavolo era conosciuto come “Bòke“, oppure come “Berlìche” o “Berlichete“, ma anche “Tauval“, tant’è che una valle di Giazza si chiama Tauvetal. Corpo da caprone, zampe pelose, sempre terminanti in zoccolo da cavallo, ma molto spesso anche di capra, di becco, di satiro. Il sostantivo tedesco Bock, e il cimbro Woche, infatti, significano montone, capra. Il Boke dalla cintola in su aveva forma di corpo umano, ma le mani erano armate di unghioni lunghi e acuminati; sopra la fronte portava due corna dritte e aguzze, il viso rosso fuoco, gli occhietti vispi e roteanti. Abitava in grotte e caverne, ma appariva raramente e di notte; scompariva subito, invece, con un segno di Croce.

Orchi, Anguane, Fade… un libro. Il volume Orchi, Anguane, Fade in rotte e caverne è il frutto di un convegno dal titolo “Immaginario popolare e grotte delle Venezie” organizzato dal Club Speleologico Proteo di Vicenza. L’incontro, svoltosi nell’eremo di San Cassiano sui Colli Berici, fu l’occasione per i ricercatori veronesi Benetti, Bonomi, Piazzola e Rama di trattare le tematiche relative alla religiosità e alle credenze popolari dei Cimbri ben inserite in una serie di interventi che trattavano le diverse realtà geografiche. Il libro, coordinato dal Curatorium Cimbricum Veronense, in collaborazione con il Club Speleologico Proteo, del Consorzio Comuni del BIMA di Verona, della Federazione Speleologica Veneta e dalla Società Speleologica Italiana e stampato dalla Comunità Montana della Lessinia può essere, a pieno titolo, considerato come uno dei volumi più autorevoli sulle leggende che circondano le singolari forme di vita del folclore montano.

Piero Piazzola

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