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Testimonianze di arte popolare in Lessinia

Madonna della Lobbia, contrada Pagani, Campofontana (Verona).
Madonna della Lobbia, contrada Pagani, Campofontana (Verona).

Il pensiero artistico ha sempre accompagnato il viaggio anche intellettuale della nostra popolazione, che nonostante guerre e carestie, ma anche anni di grazia, ha sempre espresso la propria fede.

La cultura di un popolo si riconosce senza dubbio anche dalle espressioni artistiche che la storia ci ha consegnato. L’altipiano lessinico è stato fucina del modo di esprimersi delle popolazioni autoctone che hanno abitato le colline e la fascia montuosa della città scaligera. Colonnette votive, edicole, capitelli architettonici e pitture murali hanno segnato la Lessinia, fornendo quelle letture che ancora oggi distinguono il territorio. Volendo affrontare un discorso sull’arte popolare in Lessinia legata alla scultura, dell’arte cosiddetta “cimbra“, dovremmo innanzitutto aprire il tema con la formula “espressione di fede con carattere propiziatorio”.

Nella metà del ‘500, vediamo nascere particolari sculture localmente dette “colonnette“, una sorta di piccoli pilastri terminanti a edicola, dove erano raffigurati la Beata Vergine, il Santo Bambino al centro, San Rocco e San Sebastiano ai lati, santi preposti alle malattie da contagio. Le prime tavolette in tufo nascevano infatti in funzione apotropaica, che allontana cioè gli influssi malefici, in particolar modo la peste. Il fatto artistico, che si apre nel 1539 (in una tavoletta in contrada Venchi di Sotto a San Bortolo), si chiude verso la prima metà del secolo successivo, per lasciare il posto alle famose “colonnette del madonnaro“, dove nell’immagine scolpita si identifica solo la Vergine con Bambino. Troviamo Madonne molto grandi con santi molto piccoli e viceversa, figure di Cristo morto infantili sulle ginocchia di Madonne sproporzionate.

Un altro tipo di espressione artistica del territorio lessinico sono gli steli e le guglie, particolari strutture in pietra sormontate da una piccola croce in ferro battuto. Nella zona di Azzarino noteremo quasi esclusivamente le cosiddette “croci della Passione” individuabili perché riportano appunto i simboli della Passione di Cristo. Esempi di sculture cosiddette “popolari” le troviamo anche in mensole per poggioli ed acquai, o in certe “teste da portòn” o su stipiti di porte e finestre. I temi di queste opere minori non sono certamente religiosi, come sino ad ora intesi, ma sono temi ornamentali e qualche volta magici. Difficile riconoscerne gli autori: pochi sono i nomi conosciuti, come il Tinelli lapicida delle grandi croci, Benigno Peterlini da Giazza, Francesco Gugole e per ultimo certo Giorgio Griso detto Giorgio “signore” da Campofontana, famoso per le sue lapidi. Parlando di questo specifico tema è doveroso citare lo studio fatto da Lanfranco Franzoni che ha catalogato diverse opere sul tema.

Capitello (Foto-Angelo-Zana)

Capitello (Foto-Angelo-Zana)

Tra i morbidi dossi e i verdi pascoli, tra una contrada e l’altra, sull’altipiano veronese si ergono, quasi come sentinelle del passato, i capitelli. Abitualmente l’etimo popolare identifica come tali piccole architetture qualsiasi immagine sacra che sporga da un muro, qualsiasi segno di fede che il “credo” abbia posto in qualche luogo. Il capitello architettonico così inteso, composto da uno zoccolo su cui sia inciso uno spazio epigrafico, una piccola nicchia ospitante l’immagine sacra e un timpano che sovrasti l’insieme, nasce certamente da diverse motivazioni personali o comunitarie e la sua funzione sarà sempre quella legata alla protezione.

I capitelli dell’area lessinica, pur esprimendo innanzitutto una genuina religiosità popolare, sono rappresentativi spesso anche di un certo gusto estetico legato al momento storico, alle condizioni socio-economiche del committente e logicamente alla maestria dei lapicidi, dei madonnari che operavano sovente con mezzi che reperivano in loco. Il capitello, quasi sempre è eretto nei crocicchi, sui dossi, abituali itinerari legati al credo popolare delle strie, delle fade intese quali forze malefiche. La finalità apotropaica del capitello, eretto davanti alle contrade, è evidente: si spiegano così anche i diversi simboli scolpiti spesso sulle chiavi di volta, sul timpano e sulle spallette del monumento, che diventano magiche grafie del bene e della fecondità.

Volendo enumerare queste piccole architetture vedremo un numero che tocca quasi il mezzo migliaio, ciò definisce la sacralità del territorio preso in esame. Questa tipologia di immagine si riscontra anche nell’architettura romana, la tradizione vuole infatti la nascita dei capitelli cristiani nei lumicini che fin dal XII secolo venivano posti negli angoli bui delle contrade e delle strade, oltre che per illuminare anche per proteggere e rassicurare i viandanti contro eventuali agguati.
Affinché la luce non splendesse a vuoto, dietro il lumicino si pensò di porre un’immagine sacra che nel contempo avrebbe intimorito anche i malvagi. Nel corso dei secoli, la semplice immagine illuminata si trasformò in edicola e tempietto, così come oggi si presenta all’occhio del frettoloso passante. Una veloce giaculatoria, un segno di croce, un’Ave Maria recitata con voce sommessa, ed ecco subito “garantita” la giornata, anche nel rispetto del vecchio adagio: “Preti, dotori e capitèi, levève el capei e rispetèi“.

Tra le espressioni legate alla manifestazione visiva, quella che si evidenzia, sia per il numero di opere, circa quattrocento, che per molteplicità dei contenuti, riguarda le pitture murali che erano un essenziale mezzo di comunicazione ed espressione: in sostanza, un linguaggio. Le pitture murali, realizzate ad affresco o tempera, rappresentano oltre alla testimonianza di un tipo di arte particolare, anche un sinonimo di fede, di fiducia cieca in tutto ciò che la sacralità esprimeva. La quasi totalità delle opere rappresenta la figura della Beata Vergine nelle iconografie classiche. Meno numeroso è il tema cristologico: Cristo, infatti, rimane l’assoluto, l’inavvicinabile. Le poche immagini che lo raffigurano diventano l’espressione della sofferenza della Croce, quella che ogni giorno ci si doveva “caricare”.

Nelle rappresentazioni pittoriche la Beata Vergine è spesso accompagnata dai Santi adiutores, tanto cari al popolo, come ad esempio San Bovo e Sant’Antonio Abate, protettori degli animali; San Rocco e San Sebastiano, contro le malattie da contagio; Santa Barbara, per il bel tempo; Santa Barbara e Santa Margherita, per un parto sereno; San Vincenzo, contro la siccità; San Biagio, per i mali della gola e Sant’Antonio da Padova, il “santo” per antonomasia.

Le opere che ancora si possono leggere non sono databili a prima della seconda metà del XVII secolo e non superano mai la prima metà del XX secolo. Purtroppo rare sono le firme dei pittori, localmente detti “madonnari“, che in cambio di un pasto e di un alloggio, lasciavano la loro opera. Qualche nome significativo: Giosuè Casella, Francesco Gugole, Benigno Peterlini, il Pilloni e un certo Celestino Dal Barco che ha operato fino alla fine dell’Ottocento.

Queste immagini, affidate spesso a muri mal calcinati e qualche volta anche a mani poco esperte, ci trasmettono un contenuto destinato a sparire. In alcuni casi, ai piedi di queste immagini si possono notare alcuni motti, che invitano alla preghiera e alla riflessione. Tutto ciò a dimostrare quanto il pensiero artistico abbia sempre accompagnato il viaggio anche intellettuale della nostra popolazione, che nonostante guerre e carestie, ma anche “anni di grazia”, ha sempre espresso la propria fede.

Carlo Caporal

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