Professione audiodocumentarista. I «Suoni quotidiani» di Jonathan Zenti

 

di Cinzia Inguanta

 

Difficile dare significato e collocare una realtà come quella dell’audiodocumentario in un’epoca fortemente condizionata dall’immagine come la nostra. Per fare un po’ di chiarezza abbiamo incontrato Jonathan Zenti, un giovane audiodocumentarista veronese, che ci conferma che il fatto di fare questo tipo di lavoro desta sempre molta curiosità nelle persone. In realtà, però, ogni audiodocumentarista è come un qualsiasi autore video o della carta stampata e i loro lavori presentano alcune analogie, come ad esempio, uscire sul campo, avere un tema, registrare, costruire i rapporti. Qualcosa in più è dato dalla possibilità di riuscire ad entrare in luoghi dove un giornalista, un cameraman o un fotografo non potrebbero entrare, un microfono risulta meno invasivo, facile da nascondere e poi soprattutto fare documentari permette di avere più tempo, non si lavora sullo scoop, sull’immediatezza si lavora sulla costruzione del senso e questo vuol dire avere la possibilità di lasciar fermentare i propri racconti, le proprie registrazioni, di farle crescere, di capire se erano giuste o no, se era giusta l’intuizione di essere andati in un luogo piuttosto che in un altro. Jonathan spiega che «un audiodocumentarista tanto più è bravo quanto più riesce ad individuare nella costruzione del suo lavoro lo specifico sonoro, ovvero quando il suono diventa documento indipendentemente da tutti quegli aspetti della realtà che stimolano gli altri sensi, soprattutto indipendentemente dal video. Una buona registrazione sonora riesce a far percepire tutta la sfera all’interno della quale il soggetto è inserito, mentre con la videocamera si può sceglierne solo una porzione, non è meglio l’una o l’altra, hanno due dimensioni diverse e all’interno di queste si può lavorare, trovando il massimo della specificità».

Come nasce l’idea di esercitare una professione così insolita? Jonathan racconta che l’idea per lui è nata a Milano mentre lavorava in uno studio di produzione, l’Istituto Barlumen, durante la realizzazione di un fakeumentary, cioè un finto documentario radiofonico, per Radiorai, intitolato The Leon Country Tapes. «Lavorando a questo documentario» spiega Jonathan «mi sono reso conto che mi piaceva molto di più stare per strada a registrare e lavorare sul campo piuttosto che stare chiuso in studio. Inoltre sentivo la necessità di lasciare quel tipo di meccanismo tipico della produzione dello spettacolo italiano che comportava tutta una serie di condizioni umilianti dal punto di vista economico e dell’autostima. Avevo deciso di autodeterminarmi come autore e provare a vedere se riuscivo a mettermi sul mercato senza però accettare le condizioni di cui sopra, da parte degli editori».

Nasce così Suoni Quotidiani, un osservatorio sociale sulle normalità che utilizza l’audiodocumentario come strumento di analisi e la trasmissione orale come mezzo di diffusione dei risultati ottenuti. All’interno di questo concetto rientra il modo di lavorare di Zenti e del gruppo che compone lo staff di Suoni Quotidiani.

Questo vuol dire produrre audiodocumentari e spettacoli dal vivo che possano diffondere anche al di fuori dell’ambiente radiofonico i contenuti del percorso di ricerca. Suoni Quotidiani inoltre sviluppa e realizza percorsi didattici sulle normalità per scuole, università, associazioni e ONG. È iniziato a maggio un seminario per la Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova che ha come tema: l’audiodocumentario come possibile strumento di approfondimento della costruzione della realtà. Rimangono molte altre cose da dire sull’argomento, chi fosse interessato a saperne di più, e ne vale la pena, può andare a visitare il sito internet www.suoniquotidiani.it e il sito dell’Associazione Italiana Audiodocumentaristi (www.audiodoc.it).

GIORNALE DI ATTUALITÀ E CULTURA
Il giovane audiodocumentarista Jonathan Zenti svela i segreti di una professione insolita, ma affascinante