
VILLA BURI
Festa dei popoli. Generazioni oltre...
di Giordano Fenzi
La Festa dei Popoli, che il 23 maggio si è tenuta nella bella cornice di Villa Buri, ha compiuto 19 anni e dal 1991 è diventata un appuntamento fisso per l’intera città. Allestita nel giorno della Pentecoste è organizzata dalla Diocesi di Verona attraverso il “Comitato Festa dei Popoli” e gode del patrocinio del Comune di Verona. Fanno parte del comitato organizzatore, il Centro Pastorale Immigrati, il Centro Missionario Diocesano, la Caritas diocesana veronese, i missionari Comboniani, il Cestim, le Associazioni degli Immigrati, il Movimento dei Focolari, l’Associazione Villa Buri onlus e i tre sindacati Cgil, Cisl e Uil. «Dopo aver fatto alcune riflessioni all’interno del Comitato organizzatore», afferma Stefano Gaiga del Centro Missionario Diocesano «abbiamo deciso che quest’anno era giusto mettere in evidenza il tema delle seconde generazioni. Molto spesso questi ragazzi devono affrontare una doppia difficoltà», continua Gaiga, «dalla famiglia vengono accusati di aver rinunciato alla propria cultura e dalla società vengono trattati come “stranieri”. Molte persone non si accorgono che questi ragazzi sono i veronesi del futuro e, con le nostre iniziative, vogliamo dare loro la possibilità di farsi conoscere».
Tre continenti, tre storie
Gideci (Brasile), Jamal (Marocco) e Balbir (India) apparentemente non hanno niente in comune, ma il destino ha voluto che le loro vite s’incrociassero a Verona.
Gideci Semprebon è una ragazza di 22 anni. Nata in una favela di Bahia, all’età di quattro anni è stata adottata da una famiglia veronese. Dopo aver preso il diploma all’istituto Buonarroti, ha svolto il servizio civile regionale, poi quello internazionale e ora frequenta un corso per operatore socio-sanitario presso l’ospedale di borgo Trento. La giovane è consapevole di essere una ragazza fortunata e forse, anche per questo, sogna di diventare missionaria laica in Africa. «Sono una volontaria alla Ronda della Carità – spiega – tante persone pensano che sia una perdita di tempo, ma per me non è così… Perché lo faccio? Credo sia giusto farlo e poi mi sono resa conto che un grazie vale molto più di tante parole». Gideci ha la pelle nera e ha dovuto spesso fare finta di niente. «Il mio accento è veronese, la mia famiglia è veronese, ma il colore della mia pelle per qualcuno, a volte, rappresenta un problema. Sono persone chiuse che hanno paura di ciò che non conoscono». «Gli stranieri? Li farei votare», afferma: «Non sono solo lavoratori, ma prima di tutto cittadini». Gideci ha la doppia cittadinanza, ma quando le chiedo se si sente italiana o brasiliana, risponde con sicurezza: «Mi sento cittadina del mondo».
Anche Jamal Elbakhour è andato alla Festa dei Popoli, perché il clima che si respira gli ricorda un po’ le feste che si fanno in Marocco. Ha 34 anni, una vita fatta di poche certezze e di tanta fatica. È in Italia dal 2003, a Verona dalla fine del 2006, dopo aver lasciato il Paese d’origine per lavorare e costruirsi un futuro. Ha lavorato in campagna come stagionale, ha fatto l’operaio, il muratore; ha caricato e scaricato il bestiame e ha imparato a fabbricare condizionatori per i treni in una ditta di Desenzano. La sua religione, l’Islam, troppo spesso al centro di dibattiti superficiali, gli ha insegnato che la solidarietà non ha cittadinanza e risponde a un logica semplicissima e disarmante. A una settimana dal terremoto de L’Aquila, Jamal, con alcuni amici della comunità islamica di Verona, è andato a Onna per aiutare chi aveva bisogno. «Aiutare chi è in difficoltà è una cosa normale», spiega sorridendo: «La mia religione dice che se vedi uno che non sa nuotare lo devi salvare». Spesso il marocchino è lo spacciatore, il delinquente, continua, «ma per conquistare la fiducia degli altri, bisogna dare l’esempio, far vedere che sei una brava persona». Lottare contro i pregiudizi è una fatica che Jamal non ha fatto nulla per meritarsi, ma ha deciso di lasciar parlare i suoi comportamenti. In luglio farà ritorno in Marocco, poi probabilmente sarà di nuovo a Verona per cercare un lavoro. «Verona è una bella città», dice, «ma i veronesi sono un po’ chiusi e a volte considerano i marocchini tutti spacciatori. Del mio paese mi mancano la famiglia, gli amici… anche l’aria. Il mio sogno – confessa – è trovare una donna, vivere una vita tranquilla e far studiare i miei figli».
Incontro Mall Balbir alle 12.30 nella sala in cui gli operai della Euroduto, azienda di Sona che produce scaffalature metalliche, trascorrono la pausa pranzo riscaldandosi un piatto di pasta e riposando come possono. Ha 56 anni, ed è in Italia dal 1983. A 28 anni ha deciso di lasciare il suo paese nella regione del Punjab, al confine col Pakistan, dove insegnava inglese e matematica. Arrivato in Italia, ha iniziato a lavorare in un circo come barista e, nel 1987, è stato assunto dalla Euroduto come custode. Nel 1995, la moglie e i suoi tre figli l’hanno raggiunto a Verona. «Ora faccio il metalmeccanico», sostiene orgoglioso: «Seguo cinque presse e, per dieci anni, ho fatto il sindacalista in questa fabbrica. Anche se in India facevo l’insegnante» continua, «non mi pesa fare questo mestiere». Con i suoi risparmi Balbir ha aperto un negozio di alimentari a Pradelle di Nogarole Rocca, dove ora vive con la famiglia. «Sono anche presidente dell’Associazione indiana Shri Guru Ravidass» che nelle province di Verona, Vicenza, Mantova e Reggio Emilia raccoglie più di 3.000 indiani. «Non conta di che religione sei o di quale casta fai parte – ci tiene a precisare –: è un luogo d’aggregazione dove manteniamo vive le nostre tradizioni. La Festa dei Popoli? Le ho viste tutte e partecipo sempre volentieri. Da quando sono in Italia ho aiutato molte persone, ma tutte a una condizione. Quando dò una mano a una persona, mi faccio promettere che a sua volta lui ne aiuti altre dieci». Mancano 5 minuti all’una e la pausa sta terminando. «Da due anni sono anche cittadino italiano», rivela con una punta d’orgoglio, «l’India mi manca, ma i miei figli studiano e lavorano qui e voglio che loro siano felici».
I CIE, un oltraggio alla dignità delle persone
CGIL, CISL e UIL di Verona esprimono netta contrarietà alla realizzazione del CIE che si configura come una vera e propria struttura di detenzione per gli immigrati irregolari. I CIE (al pari dei CPT istituiti con la legge Turco-Napolitano nel 1994 e ridefiniti con il Decreto Maroni nel 2009) rappresentano un oltraggio alla dignità e alla libertà delle persone. La detenzione nei CIE separa le famiglie. Un esempio vissuto: un lavoratore immigrato in Italia da quindici anni con due figli nati a Verona, viene licenziato a causa della crisi, dopo sei mesi perde il diritto al permesso di soggiorno, viene fermato e condotto in un CIE per sei mesi e poi espulso. I due bambini e la moglie? Che colpe avevano? A loro chi dovrà pensare? Ancora una volta in materia di immigrazione, si cercano scorciatoie anziché affrontare i problemi. La diffusione dell’immigrazione irregolare e clandestina nasce infatti già per effetto della stessa legge Bossi-Fini che prevede che il migrante possa entrare in Italia solo quando è in possesso di un regolare contratto di lavoro. Il che è come dire che se una famiglia veronese avesse bisogno di una colf o di una “badante” dovrebbe cercarla direttamente nel Paese d’origine. Le cose, come tutti sanno, stanno in maniera ben diversa. Non a caso, al di là dei proclami, tutti i governi – nessuno escluso – hanno dovuto operare sanatorie per consentire a quanti già lavoravano nel nostro territorio di continuare a farlo. Quello che serve è una programmazione seria dei flussi migratori, che dev’essere coordinata con le regioni e i comuni; servono provvedimenti che permettano ai migranti che hanno perso il lavoro di avere a disposizione più tempo per cercare e trovare un’altra occupazione. Spesso si tratta di famiglie che vivono e lavorano da anni nel nostro territorio, che si sono integrate e che per effetto delle nuove norme rischiano l’espulsione dal nostro Paese. L’immigrazione è stata spesso strumentalizzata per motivi esclusivamente elettorali. L’immigrazione via mare (i famosi sbarchi di clandestini) è rappresentata per il 60% da persone aventi diritto di asilo politico e rappresenta solo il 2% degli ingressi ma è stata utilizzata per dimostrare la pericolosità del fenomeno e la forza del governo nel bloccare i “flussi”. Non è certo con i CIE che si combatte l’immigrazione clandestina che, è del tutto evidente, non sempre è sinonimo di criminalità. A meno di voler considerare criminali le migliaia di colf e badanti o di operai tutt’ora in attesa di regolarizzazione nonostante l’avvio delle pratiche. Lo Stato italiano ha già a disposizione altri strumenti per contrastare la criminalità italiana e straniera. Occorre rafforzare gli strumenti per agevolare e sostenere le famiglie degli immigrati regolari nelle pratiche per ottenere con maggiore facilità il rinnovo dei permessi di soggiorno e il riconoscimento della cittadinanza, anche con l’obiettivo (per chi ha la cittadinanza) di arrivare all’introduzione del diritto di voto amministrativo.CGIL CISL e UIL chiedono al Comune di Verona di ricostituire la Consulta per l’immigrazione e cioè una sede istituzionale nella quale sia possibile un confronto fra tutti i soggetti che operano su questo terreno.