
COLORI NATURALI
Le terre di Verona viaggiano per il mondo
di Marta Bicego
Le terre gialle di Avesa o delle Torricelle, della Valpantena o della Valle di Illasi, creano sfumature simili all’oro; quelle provenienti dalle cave di Prun o di Brentonico hanno un’inconfondibile tonalità verde tenue; quelle rosse di San Giovanni Ilarione rivelano calde tonalità, che mutano a seconda della luce. Nelle colline nei dintorni di Verona, ha origine dalla terra la magia del colore: piccoli frammenti di pietra estratti con cura dal sottosuolo che, una volta lavorati e ridotti in polvere, si trasformano in pigmenti, creando così infinite gradazioni. Nella Verona picta che non ha nessuna intenzione di cedere alla tentazione delle tinte acriliche, esiste una fabbrica che – ormai da un secolo – produce con professionalità e passione coloranti naturali grazie a tecniche tramandate, di generazione in generazione, fino ai giorni nostri. Ed è proprio guardando agli insegnamenti del passato che polveri gialle, rosse e verdi si traducono quasi magicamente in variopinte tonalità nelle abili mani di artisti e restauratori, di imbianchini e chimici, di artigiani e decoratori; per ravvivare stoffe e rossetti, queste preziose polveri vengono utilizzate addirittura all’interno dei laboratori che operano nell’industria tessile e in quella della cosmesi naturale.
La fucina del colore nel cuore di Veronetta
Ha una sede nascosta tra i palazzi di Veronetta, al civico 16 di via Cantarane, la ditta (unica in Italia e una tra le poche ancora esistenti in Europa) che produce colori ricavandoli dalla terra: si tratta del Colorificio Dolci la cui lunga storia – nota forse più all’estero che agli stessi abitanti di Verona – è iniziata nel lontano 1910 quando il fondatore, Arturo Dolci, ha avuto l’intuizione di trasformare in colore i frammenti di pietra estratti (allora con una particolare abbondanza) nei dintorni di Verona. Per fare ciò, non ha fatto altro che prendere esempio dal passato: quando, cioè, le popolazioni preistoriche riducevano le materie prime (pigmenti minerali gialli, rossi, bruni, neri e bianchi) in sottile polvere, utilizzando pestelli d’ossa e ardesia, impastando il tutto con acqua e grassi animali. Senza dimenticare che a Verona, Urbs picta del Cinquecento, le facciate di palazzi prestigiosi o gli interni delle chiese più belle sono diventati grandi “tavole” sulle quali pittori, locali e non, hanno realizzato straordinari cicli di affreschi.
Quando l’attività estrattiva in Italia era ancora fiorente, vale a dire fino alla prima metà del Novecento, nel Veronese esistevano circa una ventina di industrie dedite alla produzione di terre coloranti. Realtà che negli anni hanno chiuso, una dopo l’altra, i battenti: vittime di conflitti e crisi economiche, non ultimo della concorrenza (in termini di costi, ma non certo di qualità) delle tinte acriliche. Malgrado tutto, i Dolci hanno sempre creduto di essere depositari di un patrimonio di esperienza e tradizioni straordinario. È testimonianza di ciò la tenacia con la quale la famiglia veronese ha difeso, e continua tuttora a difendere, la propria professione. Alla fine della Seconda Guerra mondiale Mario Dolci, figlio del fondatore del Colorificio, ha deciso di proseguire (tra non poche difficoltà) l’attività aziendale: ha rimesso in piedi la fabbrica distrutta dai bombardamenti del 1944; ha affrontato gli anni della crisi sociale e l’inevitabile mancanza di clientela; ha assistito alla comparsa sul mercato delle emulsioni viniliche e acriliche, che hanno sostituito quasi completamente l’utilizzo delle terre naturali. Non però in riva all’Adige, dove i figli di Mario Dolci, Alberto e Giuliano assieme al nipote Andrea, hanno continuato la loro opera di ricerca, reperimento e lavorazione di coloranti di estrazione naturale.
Dalla natura, infinite sfumature
«Da cent’anni ci occupiamo della macinazione di terre naturali» spiega Andrea Dolci, perfettamente a suo agio in mezzo a sacchi ricolmi di polveri variopinte che, solo con la loro presenza, colorano lo stabilimento di via Cantarane. «Si tratta di materiali conosciuti fin dall’antichità: utilizzati per la coloritura murale e ad uso artistico, e prediletti per caratteristiche quali resistenza, trasparenza e brillantezza». Ed è proprio grazie a queste peculiarità se i toni generati dalla natura vincono la competizione contro quelli acrilici. «Un tempo, in centro città, tutte le facciate delle abitazioni erano dipinte con terre naturali. Una tradizione che si è persa a metà Novecento, con l’invenzione dei colori sintetici. Negli ultimi anni, per fortuna, stiamo assistendo ad un progressivo ritorno alle colorazioni naturali, perché – come ci tiene a precisare – si è capito che, in termini di bellezza di tono, sono inimitabili». Nulla a che fare, insomma, con la tinta acrilica che, specialmente se utilizzata per i restauri, «crea una pellicola che non fa respirare la muratura, conferendo una colorazione piatta e opaca». Non è un caso se i prodotti della ditta Dolci sono richiesti, oltre che in Italia, soprattutto all’estero: dal Canada all’Australia, dagli Stati Uniti al Giappone. Provengono da Verona anche i pigmenti che vanno a ravvivare i colori per artisti prodotti dalle prestigiose aziende Maimeri, Talens, Sennelier e Winsor & Newton per quanto riguarda gli acquerelli.
I segreti delle terre veronesi
Quello del colore è un universo ricco di segreti e curiosità. Per rendersene conto, è sufficiente visitare il Colorificio della famiglia Dolci o il negozio dedito alla vendita al dettaglio che affianca la storica fabbrica di via Cantarane, dove c’è sempre chi può dare un suggerimento utile. Tra barattoli di vetro e scaffali variopinti, si scopre così che le terre colorate danno origine a una gamma di venti colori. Quelle veronesi sono per la maggior parte tendenti al giallo ocra, al rosso mattone, al bruno: le terre gialle (provenienti dalle Torricelle, dalla Valpantena e da Illasi) sono idrossidi di ferro associate ad argille; quelle rosse contengono ossidi uniti ad argille e silicati amorfi. A queste si aggiungono il verde tenue (che proviene dalle zone del Monte Baldo e dai dintorni di Negrar) ottenuto da due minerali argillosi quali la celadonite e la glauconite; ci sono infine il nero estratto in Val d’Alpone e il gesso cavato a Marcellise. Altre, come le terre d’ombra, arrivano in riva all’Adige perché importate da Cipro e dalla Francia dove esistono ricche miniere a cielo aperto.
In natura, le terre vengono raccolte dalle mani esperte degli ultimi cavatori rimasti nel Veronese: si tratta di appassionati che conoscono i luoghi nei quali andare a scavare e, nel tempo libero, si dedicano a questo antico mestiere per passione più che per vero guadagno. «L’attività estrattiva vera e propria è chiusa da decenni» prosegue Andrea Dolci. «Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, ad esempio, si scavavano le terre gialle nelle gallerie naturali presenti sotto le Torricelle, specie nella parte della Valdonega. Piccoli giacimenti sotterranei sono presenti in Valpolicella e Val d’Alpone, dove i proprietari dei terreni ci forniscono ancora oggi le materie prime. Altro materiale lo recuperiamo nelle cave di marmo dove affiorano, di tanto in tanto, venature colorate. Si tratta comunque di quantità molto limitate che permettono di mantenere in vita una produzione che destiniamo, in modo mirato, al restauro artistico e ai settori che richiedono un prodotto di qualità».
Dalle cave, alla fabbrica
La materia prima, in origine sotto forma di pezzi, arriva allo stato grezzo al Colorificio di Veronetta conservata all’interno di capienti sacchi del peso di circa mille chili ciascuno. Prima di essere lavorato, il prezioso materiale deve essere disteso e asciugato in maniera naturale; raccolto entro barattoli di latta per la fase della calcinatura, viene in parte bruciato all’interno di un forno a gas metano, alla temperatura di 350 gradi. Si producono con questo procedimento le terre che vanno scurite: dopo la cottura i pigmenti gialli subiscono una trasformazione mineralogica e diventano di un rosso vivace. Attraverso grosse macine con la mola in granito, simili a quelle presenti nei frantoi, vengono sminuzzate grossolanamente le pietre più grosse e avviene la prima raffinazione del prodotto. All’interno di altri macchinari, i mulini a martelli, le terre diventano polvere sottilissima, che – dopo essere stata miscelata e controllata con attenzione per vagliare eventuali disomogeneità – ritorna a riempire capienti sacchi per essere portata in ogni parte del mondo. Si producono fino a 40-50 quintali di pigmenti alla volta. È così che le polveri colorate vengono vendute ad altri colorifici per preparare prodotti pronti o a negozi specializzati presenti in città d’arte come Roma e Firenze. Arrivano anche nelle mani di artisti e restauratori; di architetti e decoratori; di artigiani del legno che, secondo antiche lavorazioni, le miscelano con la colla di coniglio per trattare vecchie tavole lignee; di manovali che, per dipingere interni ed esterni di palazzi o per le murature di pregio, le miscelano con il grassello di calce. Gli utilizzi delle terre colorate sono infiniti ed altrettanto impensabili, e forse è anche per questo motivo che il Colorificio Dolci vanta una clientela internazionale. «Qualche anno fa è venuto a farci visita il fondatore della Diesel, Adriano Goldsmith, che attualmente vive e lavora negli Stati Uniti» rivela Andrea Dolci. «È l'inventore di un sistema di colorazione del denim, per creare un effetto vintage, utilizzando i nostri pigmenti colorati che vengono fissati sui tessuti attraverso una serie di lavaggi in lavatrice. Ne risultano dei jeans invecchiati, che tuttora sono venduti in America».
Altre ditte tessili, magari meno conosciute, ma che operano alle spalle di altre importanti realtà, utilizzano procedure simili per dipingere in maniera naturale stoffe e pellami. Le grandi industrie poco rivelano delle proprie lavorazioni, sempre di segreti del mestiere si tratta in fondo, ma «ci sono brevetti sperimentati da aziende come la L’Oréal, i cui tecnici sono venuti qui a testare la compatibilità delle terre con la loro produzione» aggiunge, mostrando una corposa documentazione costituita da e-mail e analisi di laboratorio. «Dopo due anni di test, che hanno ottenuto risultati positivi, hanno selezionato alcuni pigmenti da utilizzare per creare prodotti cosmetici naturali». L’interesse c’è e l’intenzione dei fondatori della ditta Dolci «è, mercato permettendo, di mantenere una lavorazione che è una passione di famiglia. I costi di manutenzione dei macchinari sono elevati, ma le soddisfazioni (soprattutto dall’estero) ripagano di tanti sacrifici». È necessario «ricordare gli insegnamenti che vengono dal passato», conclude Dolci, «ma la nostra forza è stata quella di affiancare la tradizione a innovazione e ricerca. L’intenzione è, quindi di proseguire lungo la stessa strada».