
FRAGILITÀ DEL NOSTRO TEMPO
La vulnerabilità della tecnoscienza che semina sofferenza e spaesamento
di Corinna Albolino
Tutto è cominciato con la morte di Dio, annunciata da Nietzsche, uno dei più grandi filosofi del ’900. Il passo risale al 1881. Risentiamolo. Avete sentito di quell’uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “Si è forse perduto?”disse uno. “Si è smarrito come un bambino?” fece un altro [...].
“Si è imbarcato? È emigrato?”gridavano e ridevano in una grande confusione. L’uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio?”, gridò. “Ve lo voglio dire! L’abbiamo ucciso, voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!”. La sentenza suona inaudita, dice che Dio è morto! In modo incalzante seguono immagini, metafore forti. Esprimono tutta la disperazione che questa azione, di cui non ne esiste una più blasfema, comporta nell’uomo, colpevole di questa empietà. La descrizione si concentra poi sul sommovimento, spaesamento, che il vuoto di Dio lascia sulla terra. “Un eterno precipitare” del tutto, privato della sua luce.
Si racconta ancora che di fronte allo stupore generale l’uomo folle abbia esclamato: “Vengo ancora troppo presto[...] non è ancora il mio tempo. Questo enorme evento è ancora per strada [...]. Fulmine e tuono vogliono tempo, la luce delle stelle vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano viste e ascoltate”. L’espressione nietzscheana “Dio è morto” diretta al nostro Dio cristiano, va correttamente intesa. Qui non è in discussione il dato di fede e cioè l’esistenza o meno di Dio, ma ciò che questa idea ha rappresentato per la nostra tradizione. Pensata fino in fondo, essa infatti ha designato quell’apparato di valori metafisici, supremi che costituendo il fine della vita terrena, hanno declinato ab initio la nostra esistenza. Eternità, assolutezza, immutabilità, verità, sono questi i valori che gradualmente perdono di consistenza. Tale evanescenza va sotto il nome di nichilismo. Quando Nietzsche dice: “Siamo noi i suoi assassini”, intende dire che causa di tutto ciò è l’uomo nel progressivo affermarsi della modernità, caratterizzata da un mondo diventato adulto attraverso l’ausilio della scienza e la forza della tecnica. Le nuove prospettive scientifiche hanno poi fatto sì che l’uomo, non avendo più bisogno della credenza in un Dio per la sua sopravvivenza, si emancipasse da lui. È in questi termini che il filosofo consegna all’“uomo nuovo” la terra, in nome di una trasvalutazione di tutti i valori, pensata all’insegna di una esaltazione della vita, della finitezza. Ma è accaduto che pure quella scienza, quella tecnica a cui ci siamo affidati perché ci hanno illuso di garantirci qui e ora, su questa terra, la verità e salvezza, abbiano mancato le promesse. Anche queste imponenti torri, erette, come il Dio cristiano, per dare un senso all’esistenza, stanno rivelando, afferma il filosofo Emanuele Severino, i loro “piedi di argilla”. Così è, se basta oggi il risveglio di un piccolo vulcano islandese, un vulcano da niente, a fermare il mondo. A paralizzare a terra migliaia di velivoli, a produrre la confusione in tutte le economie dei Paesi, a scompaginare tutti i sofisticati strumenti di previsione e d’intervento. La vulnerabilità della tecnoscienza semina sofferenza, spaesamento. L’insensatezza appare di fronte alla sua incapacità di bloccare i suoi clamorosi disastri, quando ad esempio la ricaduta della catastrofe è sull’ecosistema, come nel caso dell’“onda nera” che ha travolto il Golfo del Messico. Viviamo una vita “liquida”, come dice il sociologo Bauman, una vita precaria, in condizioni di continua incertezza. Dove la sopravvivenza della società dipende dalla rapidità dei consumi e dall’efficienza della rimozione dei rifiuti. E dove fondamentale è rimanere a galla, al passo del vorticoso cambiamento, per non ritrovarsi anche noi tra le scorie da smaltire. Abitatori di un tempo in cui quanto preannunciato dall’uomo folle di Nietzsche sembra essere arrivato a compimento, non vigono più comandamenti, imperativi che regolino le nostre azioni. Anche il bene ha perso le sue antiche connotazioni scambiandosi con l’utile, il vantaggioso. Che fare? Forse la lezione ci viene proprio da quel piccolo vulcano che ci invita all’umiltà del pensiero, alla misura della nostra finitezza, ad una pausa di riflessione. Come dice il vulcano: «Silenzio».