MICROCOSMO CITTADINO
Quei luoghi segreti che non ti aspetti...

 

di Elisabetta Zampini

 

Il paesaggio è anche quello urbano; un tessuto di strade, case, piazze, monumenti, movimenti, stratificazioni storiche, periferie. È il palcoscenico dove si mette in scena il vivere, “la maniera propria degli oggetti sociali – per dirla con le parole dell’indimenticabile Eugenio Turri – di ordinarsi e di rivelarsi nel territorio”. Turri non poteva usare termine più bello e appassionato di quel “rivelarsi” perché sconfina nel campo semantico poetico-mistico-simbolico, ricordando dunque i tanti legami, di natura diversa, tra l’uomo e i luoghi. Anzi. Proprio questi intrecci trasformano un territorio, un’area, in un luogo. Sono rapporti spesso deleteri, asimmetrici, dove lo spazio è subordinato ai processi di trasformazione antropica “usa e getta”; spazio consumato, dato per scontato, utilizzato senza gratitudine: i capannoni, i centri commerciali, le operose attività edilizie onnipresenti. Altre volte invece lo spazio è teatro di legami creativi. Di luoghi salvati per mezzo di uomini e di uomini salvati per mezzo di luoghi. Verona è una città di luoghi eclatanti e luoghi nascosti. Questa volta si vuole parlare dei luoghi nascosti, non meta d’obbligo per i turisti in visita della città. Si mettono da parte le icone da depliant. Non è necessario, ma certo preferibile fare questo piccolo tour in bicicletta o a piedi, se sia ha del tempo. Perché il paesaggio è prima di tutto una questione di percezioni sensoriali. Visive, olfattive, uditive. Relazionali.

 

Il  Buso del gato

Ed inizia al Porto San Pancrazio. Precisamente in quel passaggio sotterraneo, tra le case, sotto i binari,che collega il quartiere con la stazione ferroviaria di Porta Vescovo, noto a tutti come il “Buso del gato”. La curiosità toponomastica si mescola a una certa simpatia per la natura popolare, un po’ da fiaba, da aneddoto, di questo nome. Ogni nome locale, come ogni parola, sia essa in dialetto o in lingua, ha la sua storia. E più i nomi sono insoliti e connotati localmente più dicono della capacità creativa degli abitanti. «Ho trattato diffusamente questo toponimo in vari lavori, ma soprattutto nel mio libro “Prontuario toponomastico del comune di Verona”» – racconta Giovanni Rapelli –. In origine, fu uno stretto passaggio pedonale previsto dagli austriaci nel 1849 sotto la ferrovia che loro inaugurarono quell’anno; la denominazione originaria fu “Busegato” cioè budello, passaggio lungo, stretto e buio, alterato quasi subito in Buso del Gato per influsso dell’altra espressione veronese “buso del gato”, gattaiola, pertugio nella porta per lasciar andare avanti e indietro i gatti”. Rapelli prosegue in una suggestiva indagine linguistica: «Qualche tempo fa ho avanzato un’ipotesi nella quale credo fermamente: dalla stessa parola veneta “busegàto” ritengo derivato l’italiano bugigàttolo. Infatti, il suffisso è lo stesso di giocàttolo; e quest’ultimo termine è riconosciuto di origine veneta dai linguisti, da un veneto zugàtolo».

 

Corticella vetri

Entrando da Est in città, si arriva nel quartiere di Veronetta, un vero regno di angoli appartati, giardini e cortili nascosti. Piccole oasi inattese che fanno dimenticare di essere a due passi da strade troppo trafficate. Molti di questi giardini sono segreti, chiusi dietro cancelli, in un gioco di “vedo e non vedo” che ne fa aumentare la bellezza (e l’invidia di chi li può solo guardare). Ma imboccato vicolo Vetri ad un certo punto, svoltando a sinistra, si percorre vicoletto Vetri e ci si ritrova in Corticella Vetri. È come essere in un paesino di Liguria, con l’ulivo, le biciclette appoggiate al muro e un pozzo. La sorpresa si mescola all’attenuarsi degli usuali rumori urbani, insieme al profumo e al colore del glicine che scende dal muricciolo di sasso. Ed è una piazzetta pubblica. Solo che essendo così appartata, oltre ai residenti, ci capitano soltanto dei turisti che han perso la strada principale, qualche veronese in passeggiata senza meta e i postini, quando la trovano. «Tra vicini ci conosciamo bene – racconta la signora Germana Bagattini –. Il silenzio, la quiete, la mancanza delle macchine (che qui non entrano) favoriscono le relazioni tra gli abitanti. Ci si incontra, ci si parla dalle finestre aperte. I ritmi sono più tranquilli. E tutti spontaneamente abbelliscono questo luogo, lo curano e lo accudiscono». E il luogo restituisce a chi se ne prende cura una bellezza che aumenta la qualità della vita e di certo assicura un maggior benessere psicofisico. La bellezza che cura. E se, stando ad alcune ricerche scientifiche, l’uniformità di forme, luoghi senza storia e senza colore determinano nell’organismo un abbassamento dei livelli di serotonina (“l’ormone del buonumore”), qui avviene l’esatto contrario. La cura dell’ambiente, soprattutto quando questa avviene attraverso un lavoro partecipato, collaborativo tra le persone, ha un ritorno di gratificazione enorme, oltre a creare per chi ci vive un riferimento di identità, un’iconema, come amava definire Turri le marche caratteristiche e tipiche di un luogo, gli elementi che ne danno il carattere e che assumono per chi li percepisce un valore simbolico. Ecco perché in una città, anche l’abbattimento di un albero può costituire una rottura emotivamente forte nel proprio sistema di percezione dello spazio. Ogni individuo, così come ogni comunità, costruisce la propria mappa identitaria formata dai caratteri estetici di un paesaggio, dalla frequentazione, dall’agire, dalla formazione di memorie. Tutto il contesto abitativo che si affaccia sulla piazzetta Vetri è antico. La sua storia va oltre le memorie degli attuali abitanti ma ne lascia affiorare delle tracce. «Mentre sistemavo la casa – prosegue la signora Germana – in giardino ho trovato alcune monete. Non sono preziose in sé ma sono interessanti perché ricordano quattro tappe salienti delle vicende amministrative della città e non solo. La più antica è una moneta del 1600 con il nome del Doge Antonio Priuli, il primo a coniare moneta con il proprio nome; di seguito un centesimo datato 1809 con Napoleone, un kreuzer austriaco, un centesimo del 1867 con Vittorio Emanuele II e uno del 1859 con il re Umberto I». Il luogo diventa allora un contenitore di memorie personali e collettive, di ricostruzione di un passato e di costruzione di una identità. Dove per identità non si intende un a priori monolitico dato una volta per tutte e da tramandare pedissequamente. Un senso di appartenenza e di riconoscimento a partire da una esperienza condivisa. Un’identità che si costruisce nel fare comune e che diventa visibile, appunto, attraverso i segni lasciati sul territorio. In costante costruzione e ricostruzione.

 

La Corte del Duca

Un esempio in tal senso è il parco giochi “Corte del Duca”, nei pressi di San Giovanni in Valle. Per posizione e cura è uno dei più bei parchi pubblici della città. Punto di riferimento e di richiamo per tanti bambini e mamme, non solo del quartiere: «Vengono anche da Borgo Venezia – spiega Michele Corocher, presidente del Comitato genitori che gestisce il parco – ogni giorno, dopo le quattro, questi spazi si riempiono. Conosciamo ormai tutti i bambini, le mamme. Il parco è molto frequentato perché è protetto dalle mura, ha un solo accesso, è grande, pulito e ben tenuto». Ogni mattina un gruppo di volontarie del Comitato si occupa della pulizia del parco e dei bagni. Durante il giorno altri del Comitato sono presenti nel parco. Quando è al completo, il Comitato è formato da quattordici membri. Nel pomeriggio si danno appuntamento qui queste persone che sono amiche e per le quali il parco è diventato un punto quotidiano di aggregazione, luogo significativo e di affetti. Con il bel tempo si siedono all’aperto, sotto un albero, attorno ad un tavolino, vicino all’entrata: «Molte mamme ci ringraziano, ci fanno i complimenti – racconta una signora del Comitato – per come teniamo il parco. Per noi questa è una grande soddisfazione. Ci sentiamo responsabili non solo del luogo ma anche delle persone che lo frequentano, con un occhio di riguardo per i bambini». Uno spazio, quello di Corte del Duca, riconquistato e restituito alla città dopo manifestazioni, occupazioni, la tenacia del Comitato, la mobilitazione di associazioni, di privati cittadini e di personaggi pubblici, da Roberto Puliero a Dario Fo, che culminarono agli inizi degli anni ’70 e che sollecitarono il Comune di Verona ad acquistare da un ordine religioso questo spazio abbandonato e inutilizzato. «Ci sarebbero molti altri luoghi in città – prosegue Corocher – che potrebbero diventare parchi, aree verdi. È possibile, come abbiam fatto noi. Certo, la cosa più difficile è poi la costanza, la continuità degli interventi. Non solo rivalorizzare uno spazio ma anche mantenerlo vivo».

 

Riva San Lorenzo

Il viaggio prosegue con una breve sosta in Riva San Lorenzo, luogo riposante, ombreggiato, con paesaggi da ammirare su tutti i quattro punti cardinali. Davanti il fiume, alle spalle la chiesa di San Lorenzo, da un lato la cupola di San Giorgio e dall’altro il ponte di Castelvecchio.

 

Via della Repubblica

Infine, attraversato il ponte della Vittoria, si arriva in via della Repubblica, alle spalle dell’Arsenale. Qui vie, incroci, strisce pedonali, parcheggi a pettine si susseguono come in ogni zona prettamente residenziale. La cosa sorprendente è che ad un certo punto, proprio sulla strada principale, un vialetto di palme che conduce a una costruzione bianca, dalla forma singolare, invita ad entrare. C’è molto silenzioso, nonostante il via vai continuo di persone e gli alti palazzi attorno. Sul retro si nasconde una grotta con la Madonna, costruita sul modello della grotta di Lourdes. Ai piedi della Madonna, un vivace tappeto di vasi fioriti e colorati; appeso un cartello con l’indicazione del rosario letto ogni sera alle 21 e poi una targa commemorativa che spiega il perché di questo luogo, un ex voto per lo scampato pericolo di un’intera comunità: “L’ultima guerra qui con più di 5.000 bombe distruzione seminò. La popolazione di Campagnola nell’angoscia la Madonna invocò (...) Maria tutti salvò. Come testimonianza questa grotta riconoscente a lei dedicò”. È un luogo di devozione e di preghiera, di raccoglimento palpabile tanto che non viene per niente la tentazione di intervistare qualcuno per saperne di più. Già lo scatto delle foto sembra essere di troppo in questo luogo senza retorica, umile pur nella cura che riceve. È negli ultimi anni frequentato in maniera assidua dai “nuovi veronesi”, specialmente asiatici, che hanno riconosciuto in questo luogo nato sulle macerie (sia materiali che morali) della seconda guerra mondiale un punto accogliente dove esprimere la propria fede. Il continuo farsi dell’identità, si diceva. Un bel passaggio di testimone e di umanità dalle vecchie alle nuove generazioni di cittadini. In fondo gli spazi devono consentire all’essere umano di sognare.

GIORNALE DI ATTUALITÀ E CULTURA
Tanti palcoscenici sparsi per la città dove si mette in scena il vivere quotidiano. Un viaggio per capire l’essenza e dunque il valore di questi spazi