SCUOLA E LAVORO
La fabbrica dei disoccupati

 

di Michele Marcolongo

 

C’è stato un tempo in cui, come recitava una nota canzone del periodo della Contestazione, anche l’operaio voleva il figlio “dottore”. La storia ha accontentato questa domanda di promozione sociale solo in parte. Se è vero, infatti, che la distribuzione dei laureati per classe sociale di provenienza risulta abbastanza omogeneamente ripartita tra borghesia, classe impiegatizia, piccola borghesia e classe operaia, è anche vero che negli ultimi quaranta anni i titoli di studio sono andati incontro ad una generale svalutazione, tanto che i diplomati di oggi spesso entrano in fabbrica partendo dalle qualifiche più umili, mentre i laureati devono penare anni per trovare il loro spazio e superare la barriera dei mille euro mensili di retribuzione.

La grande richiesta di diplomati da parte del tessuto produttivo (fino al 47% delle assunzioni previste), evidenziata ogni anno da ricerche come quelle del Sistema Excelsior, dipende più dall’accresciuta scolarizzazione degli ultimi decenni piuttosto che da una reale esigenza del sistema produttivo, che di certo non brilla per capacità di innovazione nemmeno in questo periodo di crisi. Come evidenziano chiaramente i dati Almalaurea (il più grande e completo database italiano in materia), tra gli stessi laureati il “pezzo di carta” viene ritenuto più “utile” che “necessario”. Nel migliore dei casi, la laurea è un titolo che va preso perché viene richiesto dalla legge per accedere al praticantato in professioni protette tipo quelle forensi, i commercialisti o gli architetti. Ed è a questo punto, del resto, che riemergono le differenze (se non proprio quelle di classe almeno quelle) di ceto, perché l’accesso, nonché il successo, negli studi universitari, e successivamente nel campo lavorativo, è legato in misura significativa ad altri fattori sociologici quali il titolo di studio dei genitori e, più in generale, a quel “capitale sociale” fatto di relazioni, conoscenze ed “entrature” che si sviluppa sottotraccia portando ad una “naturale” selezione dei ragazzi fin in tenera età.

Le statistiche assicurano che nel lungo periodo l’investimento negli studi superiori è ancora relativamente conveniente sia in termini monetari che di soddisfazione lavorativa, tuttavia, considerando l’alta vocazione alla precarietà propria del nostro tessuto economico, il sistema condanna i candidati ad una lunga e spesso estenuante trafila verso la stabilizzazione che in questo periodo ha esposto alla mannaia della crisi decine di migliaia di giovani: quelli dei precari (20 mila solo a Verona, 115 mila nel Veneto) sono stati i primi posti di lavoro a venire tagliati all’inizio della crisi, tra ottobre 2009 e gennaio 2010.

Partendo da una fotografia della condizione scolastica a Verona relativa all’anno scolastico 2008/2009, fornita dal database Arof per l’istruzione secondaria, cerchiamo allora di ricostruire (con le necessarie approssimazioni e senza pretesa di scientificità) la selezione che spinge i giovani in una direzione piuttosto che in un’altra.

 

L’istruzione secondaria

Ogni anno escono dalle scuole medie di Verona (pubbliche e private) circa 8 mila studenti, con un tasso di bocciatura relativamente basso. Nell’anno scolastico 2008/2009, ad esempio, hanno frequentato la terza media 8.585 studenti, con un livello di bocciatura del 3,9% (326 studenti).

La grande scrematura comincia già dal primo anno delle superiori, per consolidarsi tra il secondo e il terzo anno, separando chi è “adatto” a frequentare corsi di studio che danno uno sbocco universitario e chi invece viene indirizzato verso percorsi professionalizzanti finalizzati all’inserimento diretto nel mercato di lavoro.

Ogni anno, iscritti alle classi prime di un corso di studi superiori, troviamo infatti circa 10 mila studenti, che grossomodo corrispondono agli 8 mila che escono dalle medie più i circa 1.500 ripetenti. La parte del leone, in termini di iscrizioni alle classi prime, la fanno i licei e gli istituti tecnici, che concentrano quasi il 60% delle iscrizioni, equamente suddivise tra i due indirizzi di studio (30% circa ai licei e un altro 30% circa agli istituti tecnici). Poi vengono gli iscritti agli istituti professionali, che rappresentano circa il 20% del totale degli studenti veronesi, e quindi quelli iscritti ai corsi di formazione professionale di durata triennale (15% degli iscritti alle classi prime). Completano il quadro il 7% di studenti che si iscrivono alle magistrali (da quest’anno inglobate nei licei sotto l’indirizzo psico-pedagogico) e un residuo 1% che sceglie la formazione artistica (istituto o scuola d’arte).

Nell’anno scolastico 2008/2009 al primo anno delle superiori è stato bocciato in media il 13% degli studenti, con punte del 22,5% tra i professionali e del 16,3% tra gli istituti tecnici. Al contrario, la percentuale di bocciature nei licei si mantiene abbondantemente al di sotto sotto alla media provinciale: 7,7%. La “strage” che si compie negli istituti professionali salta certo agli occhi, ma se guardiamo con più attenzione scopriremo che è dagli istituti tecnici che viene il maggior contributo, in termini assoluti, alle bocciature. Se infatti consideriamo i primi tre anni delle superiori (classi prime, classi seconde e terze), vediamo che su quasi 3 mila studenti bocciati ben mille (il 35%) provengono dagli istituti tecnici, che logicamente pesano di più perché hanno più iscritti.

 

Il successo degli istituti tecnici

Il successo degli istituti tecnici, che ogni anno insidiano il tradizionale primato di iscrizioni dei licei, dipende, tra l’altro, dalla possibilità di offrire un corso di studi orientato all’inserimento nel mercato del lavoro senza tuttavia precludere l’accesso agli atenei. In effetti secondo molte rilevazioni empiriche, ogni anno il 50% dei diplomati tecnici prosegue per l’università e un altro 50% sceglie la strada del lavoro, contro la tendenza consolidata dei liceali che nel 90% dei casi scelgono di proseguire gli studi. Fu proprio la contestazione studentesca, nel 1969, a costringere ad aprire le porte degli atenei a questi studenti. E, ancora oggi, anche a Verona, troviamo moltissimi diplomati tecnici iscritti alle facoltà di Economia piuttosto che di Scienze fisiche e naturali. Perfino a Lettere e Lingue.

Come osserva Dino Poli, preside dell’Itis “Galileo Ferraris” di Verona, gli istituti tecnici sono attraenti non solo rispetto alla fascia “alta” dell’offerta formativa rappresentata dai licei (proprio perché garantiscono un inserimento a breve termine nel mercato del lavoro, mentre i liceali sono “costretti” ad andare all’università) ma anche rispetto alla fascia più “bassa” dell’offerta formativa: «Ormai gli studenti che escono come operai specializzati dagli istituti professionali e dalla formazione professionale cominciano a soffrire la concorrenza della manodopera immigrata» osserva Poli.

Data la versatilità il corso di studi è molto ambito, ma tanti studenti (e le relative famiglie) sbagliano tuttavia i loro conti. Di fronte alla selettività della scuola, si trovano prima o poi costretti a ridimensionare le loro ambizioni, finendo per trasmigrare su corsi relativamente più abbordabili presso gli istituti professionali o i centri di formazione professionale.

Secondo i dati forniti dalla Regione Veneto, il travaso di studenti da una tipologia di scuola all’altra è assolutamente rilevante. Nell’anno scolastico 2008-2009 nel Veneto risultano 837 gli studenti passati dalla formazione professionale all’istruzione e ben 2.012 dall’istruzione alla formazione professionale. La percentuale più elevata si registra, appunto, nel primo anno di corso.

Fortemente orientati all’inserimento diretto nel mercato del lavoro (prevedendo un percorso di studio ridotto di tre anni, quindi senza possibilità di accesso all’università), i Cfp contano nell’anno scolastico 2008/2009 ben 5.911 studenti (classi prime, seconde e terze, tutte comprese), pari al 18% dei circa 32 mila studenti che frequentano i primi tre anni delle superiori.

Dopo il primo anno di superiori le percentuali di bocciature diminuiscono gradualmente e notevolmente (passando dal 14% del primo anno al 6-7% dei due anni seguenti), ma l’indirizzo per miglia di studenti è già stato assegnato. Basti osservare che a fronte dei 10-11 mila studenti che ogni anno frequentano una classe del triennio, solo 6-7 mila arrivano a frequentare una classe quarta o quinta. La scrematura quindi è del 35-40%. Nel biennio finale il livello di bocciature è bassissimo (5,8% in quarta e 1,6% in quinta con punte, rispettivamente, del 12% e del 6% sempre negli istituti professionali).

 

Ceti sociali e lauree inflazionate

Sempre ragionando su dati di flusso si può tentare di indovinare quanti di questi 6-7 mila studenti che ogni anno arrivano al traguardo della quinta superiore riusciranno poi a terminare anche l’università. Sarà sufficiente osservare che con i nuovi corsi riformati (quindi con la generalizzazione della laurea triennale) ogni anno dall’ateneo scaligero escono dai 3 mila ai 3.600 laureati, di cui il 40% residenti fuori provincia. I laureati veronesi “doc” sono quindi circa 2 mila all’anno. Anche ammettendo che altrettanti si iscrivano in altre università limitrofe (Padova, piuttosto che Trento o Milano oppure Bologna) si può considerare che nella trafila degli studi universitari avviene un’ulteriore scrematura del 35-40%.

Se ora ci soffermiamo a dare un’occhiata alle caratteristiche sociologiche dei laureati 2008 possiamo provare a tirare qualche conclusione parziale sul funzionamento del sistema di istruzione veronese (che poi è quello italiano): è pur vero che le varie classi sociali di origine (borghesia, classe media impiegatizia, piccola borghesia e classe operaia) si trovano abbastanza equamente rappresentati nell’ateneo scaligero e in quelli italiani, ma le classi “minori” sono notevolmente più rappresentate in corsi di studio già abbondantemente inflazionati come, nel caso di Verona, Scienze della Formazione (31% classe operaia) e Lettere e Filosofia (29% piccola borghesia), mentre le classi “superiori” sono più rappresentate in corsi finalizzati a professioni tradizionalmente più “nobili” come Giurisprudenza ed Economia (rispettivamente 32% e 28% borghesia) che notoriamente hanno bisogno di un grosso “capitale sociale” alle spalle per poi riuscire entrare negli studi professionali più quotati o blasonati.

Non a caso, mentre tra gli studenti dell’ateneo scaligero la quota di quanti hanno “uno o entrambi i genitori laureati” si attesta in media rispettivamente sul 13% e il 6%, nella facoltà di Giurisprudenza questi valori sono i più alti in assoluto e schizzano rispettivamente al 22% e al 12%. Al contrario, le punte più alte di studenti i cui genitori non possono vantare alcun titolo di studio o solamente la licenza media, si concentra in Scienze della Formazione e in Lettere e Filosofia.

In breve, dove la laurea resta ancora efficace (perché, come abbiamo visto all’inizio, è un prerequisito di legge per l’accesso al praticantato), si accumula anche più capitale sociale.

Lo si può vedere anche dal diploma posseduto dai laureati: quanti provengono dal liceo classico rappresentano, in generale, una stretta elite del 9,2%, ma sono il 31% tra i laureati di Giurisprudenza. Chi proviene dal liceo scientifico si distribuisce abbastanza equamente tra tutte le facoltà, con una presenza media del 30%. Anche i diplomati degli istituti tecnici spaziano da Economia a Scienze matematiche fino a Lettere e Lingue con una presenza media del 30%. Gli ex diplomati degli istituti professionali rappresentano invece una stretta minoranza del 4,4%, a testimonianza della scarsa propensione di questa tipologia di studenti ad inoltrarsi negli studi universitari. In quel 4,4% però c’è una punta molto significativa dell’8% tra i laureati in Medicina. In effetti i laureati alla Facoltà di Medicina rappresentano una felice eccezione: pur essendo privi di grande capitale sociale (il 32% degli studenti provengono da una famiglia di lavoratori e per l’80% dei casi i genitori hanno al massimo un titolo di scuola dell’obbligo) hanno ottimi riscontri su lato del lavoro: l’87% di loro si dichiara già impiegato nella Sanità, mentre i laureati degli altri corsi, ancora a tre anni dalla laurea nel 30% si arrangiano ancora col lavoro che avevano da studenti. La differenza salta agli occhi anche sul grado con cui i laureati applicano nel lavoro le competenze acquisite durante gli studi. Se l’87% dei laureati in Medicina dichiara di applicare le competenze acquisite in misura “elevata”, questa percentuale scende al 38% per il laureati triennali e addirittura al 38% per i laureati della “specialistica” (cioè quelli che hanno i cinque anni). Queste valutazioni si rispecchiano anche sull’efficacia della laurea: mentre è efficace per il 96% dei laureati di Medicina, tra quelli dei corsi triennali il livello scende al 55% e al 42% per i laureati della “specialistica”.

 

Scuola e lavoro un incontro complicato

Beninteso, non è che manchi il lavoro: a un anno dalla laurea risulta occupato il 65% dei laureati; a tre anni il 71 % e a cinque anni il 95% (dato che la riforma universitaria è recente, gli ultimi due dati si riferiscono ai corsi del vecchio ordinamento, dove le lauree duravano 4 o 5 anni, senza possibilità di laurea triennale). Il punto è che non sempre il lavoro trovato è all’altezza degli studi: a conti fatti, il 54% dei laureati dell’ateneo scaligero sostiene che la laurea è “efficace” o “molto efficace”, tuttavia solo per il 12% dei casi risulta “necessaria” al fine della mansione concretamente svolta. Secondo il 39% degli intervistati essa è soltanto “utile”. Come si diceva all’inizio, per il 33% dei laureati (quelli che devono fare praticantato) essa è semplicemente “richiesta dalla legge”, mentre per il 16% non è “né necessaria né utile”.

Dati che fanno pensare. Donata Gottardi, docente universitario ed ex europarlamentare critica la tendenza, avviata dalle recenti riforme politiche, «di trasformare l’università in una sorta di prosecuzione del liceo. Del resto – aggiunge – l’integrazione tra università e imprese è complicata in presenza di un tessuto di piccole e piccolissime imprese come il nostro». In effetti è semplicemente sorprendente che il 90% dei laureati scaligeri risultino impiegati nel settore dei servizi e solo il 7,8% nell’industria, ben al di sotto della media nazionale (12,5% di laureati impiegati nell’industria) e ben lontano dalle cifre degli atenei vicini (Padova 13,4%; Ferrara 16,8%; Modena 21%; Venezia Iuav 34,8%). Così come è sorprendente che la stragrande maggioranza degli studenti ambiscono ad impiegarsi nell’area organizzazione, marketing, comunicazione, pubbliche relazioni, formazione e pochissimi nella logistica o nelle vendite.

Dall’ufficio orientamento dell’ateno scaligero fanno sapere che i dati si devono leggere bene e che compito dell’università è anche quello di dare un metodo di studio e di lavoro che poi sta allo studente sviluppare. Comunque sia quello col lavoro è un incontro assai complicato.

 

Aumentano i suicidi tra gli imprenditori

Alla Camera di Commercio di Padova, dove il servizio è stato ideato e viene gestito, tengono a precisare: «Non è rivolto agli artigiani e tanto meno agli aspiranti suicidi». Vero è, invece, che il numero verde anti-crisi 800 510052, attivo da un po’ più di due mesi, offre un aiuto anche psicologico a molti imprenditori che in questo periodo navigano in bruttissime acque. È vero, inoltre che, in almeno un caso, a chiedere aiuto è stata la moglie di un piccolo imprenditore che meditava di farla finita. La tragica catena di suicidi di artigiani e piccoli imprenditori (una quindicina negli ultimi 16 mesi nel Nord-Est) ha scosso profondamente il Paese, attirando l’attenzione, in qualche caso morbosa, dei media su questo servizio innovativo. A Padova sono già pronti a sviluppare ulteriormente l’iniziativa, attraverso la costituzione di sportelli territoriali gestiti dagli enti locali, Comuni e Provincia in primis. Nella città del Santo un protocollo d’intesa tra gli enti è già stato firmato, ma è certo che anche altre città, tra le quali anche Verona, stiano pensando di seguirne l’esempio. Per banali ragioni di bilancio il servizio, nato l’8 marzo scorso, non prende in considerazione casi all’infuori della provincia di Padova, e basti dire che durante la prima settimana di attività ha ricevuto 120 richieste d’aiuto per la metà provenienti da tutto il territorio nazionale. Ad oggi ci sono stati incontri tra il presidente della Camera di Commercio di Verona e quello di Padova e a breve ci potrebbero essere ulteriori novità per il territorio scaligero. Nella concezione dei padovani, ciascun sportello dovrebbe funzionare come una “antenna” capace di captare il disagio di tante realtà imprenditoriali, e di individuare dei rimedi, delle vie d’uscita percorribili. Dietro la cornetta lavora infatti un pool di esperti in varie discipline, dai fiscalisti agli psicologi capaci di orientare al meglio chi si rivolge per chiedere aiuto. Nella gran parte dei casi a chiamare sono imprenditori fortemente indebitati che non sanno dove sbattere la testa. Una circostanza comprensibile, questa, visto che le ditte individuali di cui è ricco il territorio spesso non possono permettersi di spendere soldi in costose consulenze.

Gli ultimi dati statistici disponibili per il numero verde risalgono al primo mese di attività: 237 telefonate totali ricevute, di cui 138 (pari al 58% del totale) provenienti dalla provincia di Padova, con una media di cinque chiamate al giorno. Di queste solo 195 sono state schedate e documentate, perché delle 42 chiamate anonime non si è tenuto conto. La maggior parte dei casi trattati riguardano situazioni di difficoltà di imprenditori, mentre in misura minore chiamano anche lavoratori, professionisti, consulenti. Le telefonate provenienti da fuori provincia non vengono processate perché esulano dalla competenza dei soggetti attuatori. A rigore, il servizio non sarebbe tagliato appositamente sui problemi degli imprenditori perché esso nasce nell’ambito del Tavolo istituzionale anticrisi di cui fanno parte Comune di Padova, Provincia e Camera di Commercio, ma anche i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, nonché le associazioni di categoria e dei consumatori del territorio. Lo scopo istituzionale è ascoltare tutti: imprenditori, lavoratori e rispettivi familiari, perché nessuno venga lasciato solo davanti alle difficoltà. (M.M.)

GIORNALE DI ATTUALITÀ E CULTURA
Diplomati che finiscono in fabbrica e laureati che faticano a trovare (quando ci riescono) un’occupazione stabile. L’odissea dei giovani veronesi nel difficile passaggio dai banchi di scuola al mondo del lavoro, in tempi in cui i titoli di studio sembrano valere sempre meno