Traforo e Commissione sanitaria: un passo avanti verso la consapevolezza

di Paolo Ricci *

Responsabile Osservatorio Epidemiologico, ASL Provincia di Mantova
Professore a contratto in Sanità Pubblica, Università Ca' Foscari Venezia    



E’ stato ammesso il  quesito referendario consultivo sulla necessità di una valutazione a priori , da parte di una commissione di esperti indipendente e di alto profilo, delle possibili conseguenze per la salute dei cittadini e sull’inquinamento derivanti dalla realizzazione del passante nord-traforo Torricelle. In questo breve contributo alla discussione non si intende volutamente prendere parte sulla validità di quest’opera pubblica, quanto richiamare il percorso metodologico che scaturisce dalla legittimità di quella che si profila come una sorta di Valutazione di Impatto Sanitario, nota con l’acronimo VIS. La commissione di esperti indicati dal presidente di un autorevole organo istituzionale e scientificamente accreditato, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), è stata varata. Ne fanno parte ricercatori la cui alta competenza ed attenzione al rapporto ambiente-salute è ben nota. Questo passo compiuto dal sindaco Tosi equivale quindi all’aver votato anticipatamente egli stesso “si” al quesito referendario. La questione si sposta allora sull’esito della valutazione, ma prima ancora – come si dirà- sul percorso tecnico, scientifico e sociale che essa implica, e infine sul peso che tale valutazione avrà sul decisore politico. Quest’ultimo aspetto costituisce infatti il cuore del problema e nulla è scontato. Si potrà obiettare che questo “voto” è tardivo, ma è anche  vero che una simile prassi non è ancora pacifica consuetudine in Italia. Esistono esperienze sparse, di solito in situazioni critiche, oppure nell’ambito del coinvolgimento di progetti europei. Quindi “i tempi supplementari” appaiono accettabili. Ciò che conta è il risultato. Le antitesi in discussione sono chiare. Intervento in grado di decongestionare il traffico di attraversamento di una parte della città, oppure corridoio autostradale candidato a catturare una significativa quota aggiuntiva di traffico pesante. Opera a forte impatto idrogeologico e paesaggistico oppure ragionevolmente mitigabile. Lavori cantieristici ad alto inquinamento e prolungati nel tempo oppure contenibili per durata ed intensità di aerodispersione degli inquinanti. Aree in prossimità degli svincoli con possibile destinazione d’uso commerciale e quindi  ulteriormente attrattive di traffico, oppure zone di rispetto riservate unicamente a servizi stradali. Scadimento sostanziale del benessere abitativo ed economico delle frazioni comunali più coinvolte, oppure minimizzazione dello svantaggio di pochi a favore del vantaggio di molti. Ma percorriamo rapidamente le tappe storiche attraverso le quali si è giunti alla VIS. A partire soprattutto dagli anni ’90 sono stati condotti numerosi studi che hanno esplorato il complesso rapporto Ambiente/Salute e che hanno richiamato l’attenzione pubblica sugli effetti dannosi derivanti dalle attività umane. Trattandosi per lo più di effetti a medio-lungo termine, cioè che seguono a distanza anche superiore al decennio l’esposizione agli inquinanti ambientali, risultano meno evidenti e più difficilmente riconducibili alle cause che hanno contribuito a generarli. In anni più recenti, le preoccupazioni per l’ambiente e per la salute sono lievitate in gran parte dei paesi occidentali e sono andate incontro ad una progressiva convergenza, tanto che prima l’OMS, poi l’Unione Europea e quindi l’ONU hanno posto in essere diverse convenzioni e trattati internazionali che affrontano il ruolo giocato dai fattori ambientali nel condizionare lo stato di salute della popolazione generale.Inizialmente si è affermata la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), cioè la valutazione di uno specifico impianto o di una singola opera che interviene a progettazione avvenuta e che quindi tende a prescindere dal contesto più generale in cui si colloca. La Commissione Europea ha però enfatizzato quest’ultima esigenza sostenendo che le tematiche ambientali devono essere intergrate nelle politiche del territorio, fino al punto di orientare il mercato a lavorare in favore dell’ambiente. Si è quindi passati da una valutazione monotematica ad una sempre più integrata e strategica nei propri obiettivi (VAS). Ed è proprio lungo questa traiettoria culturale e metodologica che si è inserita la VIS. Nel 1999 il Congresso di Gotheborg (OMS) ne ha dato una definizione ufficiale: “una combinazione di procedure, metodi e strumenti tramite i quali una politica, un programma o un progetto possono essere giudicati sotto il profilo dei loro potenziali effetti sulla salute della popolazione e della loro distribuzione all’interno della stessa”.  Ne scaturisce che la VIS deve fornire ai decisori politici ogni informazione sull’effetto che le proprie decisioni possono produrre sulla salute, nonché ogni raccomandazione, basata sull’evidenza scientifica, utile per favorire l’impatto positivo e per eliminare o ridurre quello negativo. La VIS quindi deve precedere non solo la realizzazione dell’intervento, ma la stessa fase di progettazione operativa.  In estrema sintesi, la VIS deve essere strutturata e temporalmente collocata per poter influenzare concretamente le scelte dei decisori.E’ bene precisare però che la VIS non costituisce una delega in bianco che i cittadini con i propri amministratori affidano ad un cenacolo di sapienti che, dopo lunga e solitaria meditazione, estraggono dal cilindro la soluzione magica. Si tratta viceversa di un percorso che si alimenta di una molteplicità di contributi proveniente proprio dall’intero corpo della comunità coinvolta, perché la salute, come per altro recita anche la Costituzione italiana, non rappresenta soltanto un bene dell’individuo ma anche un interesse della collettività. Quindi un processo a cui partecipano più soggetti portatori di interesse (stake-holders) per costruire uno strumento condiviso in grado di giustificare ed assumere delle decisioni. Si tratta di un percorso innovativo di protezione della salute pubblica rispetto a quello tradizionalmente basato sulla identificazione, quantificazione e gestione del rischio che rimanda ad una associazione causale  semplificata tra specifica esposizione e determinata malattia. L’associazione causale assume qui invece carattere plurale. Più fattori di rischio che raggiungono più bersagli, in cui il contesto (e quindi il territorio) mediato da variabili socio-economiche, diversità geografiche, suscettibilità individuali, background culturale, percezione, accettazione e comunicazione del rischio medesimo, produce una molteplicità di risposte (ampio spettro di outcomes) in grado di condizionare complessivamente lo stato di salute di una popolazione.Il percorso della VIS non si esprime quindi in un mero tecnicismo, ma presuppone dei valori sottostanti: apertura, perché implica la trasparenza di tutte le sue fasi; partecipazione, perché risulta migliore se attinge da conoscenze provenienti da settori differenti, a partire dalle comunità locali interessate all’intervento; democrazia, perché coinvolge i cittadini nell’intera catena decisionale; sostenibilità perché considerando l’insieme degli impatti sulla salute contribuisce allo sviluppo di proposte accettabili; equità, perché ponendo particolare attenzione alle fasce di popolazione più vulnerabili contrasta le diseguaglianze della salute.Più in generale la VIS consegue ad un mutato paradigma filosofico e scientifico che distingueva tra soggetto ed oggetto della conoscenza, tra osservatore ed osservazione sperimentale, tra cause ambientali delle malattie e cause genetiche riconducibili soltanto all’individuo. La dicotomia ha ceduto il passo alla relazione, per cui nulla è concepibile al di fuori del rapporto originario che l’uomo intrattiene con il mondo che abita. Non c’è l’uno senza l’altro, talché lo stesso concetto di salute ha finito per declinarsi indissolubilmente con l’ambiente.Tutelarlo equivale quindi a tutelare la nostra salute nella forma più radicale. L’istituzione della Commisione ISS si configura quindi per tutti come una grande opportunità che non va sprecata.

Il prof. Ricci abita a Verona

         




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Le antitesi in discussione sono chiare: intervento in grado di decongestionare il traffico di attraversamento di una parte della città, oppure corridoio autostradale candidato a catturare una significativa quota aggiuntiva di traffico pesante. Opera a forte impatto idrogeologico e paesaggistico oppure ragionevolmente mitigabile. Lavori cantieristici ad alto inquinamento e prolungati nel tempo oppure contenibili per durata ed intensità di aerodispersione degli inquinanti. Aree in prossimità degli svincoli con possibile destinazione d’uso commerciale e quindi  ulteriormente attrattive di traffico, oppure zone di rispetto riservate unicamente a servizi stradali. Scadimento sostanziale del benessere abitativo ed economico delle frazioni comunali più coinvolte, oppure minimizzazione dello svantaggio di pochi
a favore del vantaggio di molti?