Essere buoni cittadini si impara anche a scuola

 

di Jean-Pierre Sourou Piessou (Mediatore culturale)

 

Perché vedano più lontano di noi è stato lo slogan, volutamente provocatorio, scelto quest’anno per la Festa dei Popoli. Questo appuntamento ha voluto riportare le questioni e le sfide dei ragazzi di seconda generazione all’attenzione dei cittadini veronesi de soca. Non basta, infatti, iscrivere i ragazzi a scuola se poi non si offrono loro occasioni di socializzazione, contaminazione e meticciato culturale. L’attuale crisi (che non è solo economica) rischia di minare la già fragile base di amicizia tra gli immigrati di seconda generazione e i coetanei, se tutte le realtà territoriali scaligere – a partire dalle istituzioni pubbliche (scuola, Comune, ULSS) e dalle associazioni – non pongono in essere una serie di strumenti culturali, sociali e pedagogici per favorire il riconoscimento di cittadinanza responsabile a questi “nuovi cittadini” e offrire loro un’occasione di partecipazione democratica all’assetto politico cittadino. In questo percorso, che inizia sui banchi di scuola, siamo appena all’inizio.

Fin dal 1990 per i cittadini immigrati adulti le aule scolastiche rappresentavano luoghi concreti di emancipazione culturale e di rielaborazione del proprio progetto migratorio. In quegli anni sono nate le prime esperienze di scuola di alfabetizzazione in alcuni quartieri come Veronetta (Duca d’Aosta), Santa Lucia (Scuola Manzoni), San Michele Extra (Scuola Betteloni), borgo Trento (Scuola Dante Alighieri) con il contributo del centro “Tante tinte” e di altre realtà veronesi. Dei 96 mila immigrati residenti oggi in provincia di Verona, più del 60% sono passati da questi centri di alfabetizzazione, che aprivano le porte anche di sera, per accompagnare i nuovi cittadini immigrati in un percorso di studio e conoscenza della lingua italiana e del territorio scaligero.

Oggi, nel Veronese, gli studenti immigrati fino ai 18 anni di età superano le 20 mila unità. Tuttavia la scuola non è più considerata dai cittadini immigrati il luogo dove affilare le prime “armi” per interagire con il nuovo contesto sociale, ma piuttosto un’esperienza nella quale far ripartire la prospettiva di vita a partire dai figli. A me capita spesso di parlare con gli adulti immigrati e con i loro figli. Gli adulti si fermano a raccontarmi – spesso con le lacrime agli occhi – la loro avventura migratoria, il passaggio (quasi obbligato) a Napoli o ai Magazzini generali di Borgo Roma, il profondo senso di smarrimento iniziale, infine l’orgoglio del loro paese d’origine; mi dicono che non accetteranno mai che i loro figli facciano bassa manovalanza. I figli, invece, mi parlano di tutt’altro: raccontano le storie dei genitori senza grande coinvolgimento, come se queste storie non li toccassero. I G2, gli immigrati di seconda generazione, mi confidano il loro sogno segreto (se così si può dire) di volersi allontanare per conoscere posti nuovi, altre realtà. I giovani sognano Usa, Canada, Inghilterra e Paesi Bassi: luoghi, a loro dire, di libertà e di benessere. Quasi mai, invece, nominano i paesi d’origine dei propri genitori. La loro battaglia è fondata sull’essere cittadini italiani alla stregua dei coetanei o dei compagni di banco e la scuola rappresenta un luogo di socialità e rivendicazione di cittadinanza.

 

 

GIORNALE DI ATTUALITÀ E CULTURA
A me capita spesso di parlare con gli adulti immigrati e con i loro figli. Gli adulti si fermano a raccontarmi – spesso con le lacrime agli occhi – la loro avventura migratoria, il passaggio (quasi obbligato) a Napoli o ai Magazzini generali di Borgo Roma, il profondo senso di smarrimento iniziale, infine l’orgoglio del loro paese d’origine; mi dicono che non accetteranno mai che i loro figli facciano bassa manovalanza. I figli, invece, mi parlano di tutt’altro: raccontano le storie dei genitori senza grande coinvolgimento, come se queste storie non li toccassero.