
Quando la comunicazione diventa ambiguità ed equivoco
di Rino A. Breoni (Rettore di San Lorenzo in Verona)
Negli anni andati, si attribuiva ad un prete anziano, il cui profilo umano stava tra il santo e l’ingenuo, un’espressione reattiva da lui usata durante il ministero della confessione. Si diceva che ascoltasse, in silenzio attento, anche l’accusa di pesanti inadempienze e violazioni della legge di Dio e della dimensione morale e che reagisse solo quando udiva il penitente accusarsi d’aver detto qualche bugia. Allora scattava e diceva: «Adagio. Qui le cose si complicano».
Forse era l’attribuzione fantasiosa di una battuta ad un sacerdote per sottolinearne la bonomia o l’ingenuità, ma egualmente quella battuta lascia ancora oggi pensierosi. “Le cose si complicano...” proprio a motivo di una generalizzata banalizzazione di comportamenti, di locuzioni, di complicità che negano la realtà dei fatti, la interpretano riduttivamente. La bugia è un capitolo assolutamente trascurato nella definizione delle relazioni interpersonali: si mente sapendo di mentire, bugia rimane bugia. Quando, nel mio lavoro di insegnante di religione, affronto l’ottavo dei comandamenti sinaitici “non dire falsa testimonianza” e chiedo quali siano le ragioni della discutibilità morale della bugia, la risposta è sempre identica: essa danneggia la relazione interpersonale. Solo una volta, da un liceale di raro spessore intellettuale, ho sentito sottolineare che la più vera discutibilità e immoralità della bugia va ricondotta alla sua origine: nella persona che la pronuncia, essa è la palese negazione di ciò che la persona stessa conosce essere la realtà. La contraddizione va posta nel rapporto fra ciò che l’uomo sa e pensa e quanto invece afferma con le parole.
Dire bugie, mancare di sincerità, significa accettare pacificamente che si crei, nella nostra interiorità, una contraddizione: quanto si pensa, quanto si conosce della realtà, viene negato dalle parole. La parola, che è strumento di comunicazione, di reciprocità, diventa inganno, negazione, ambiguità ed equivoco.
Devo confessare un antico disagio nel sentire parlare di bugie giocose, di restrizioni mentali. Era una teologia morale casistica e scarsamente convincente, capace di condurre (attraverso uno slalom spirituale) a cavarsi d’impaccio, alla rinuncia delle proprie responsabilità pur di non dire la semplice, disarmante verità.
C’è un’espressione evangelica che merita di essere ricordata, riferita da Matteo nel “discorso della montagna”, espressione che può essere accolta anche da una coscienza laica: “Sia il vostro linguaggio, sì quando è sì e no quando è no” (Mt. 5,37). Apodittica nella sua formulazione, ma altrettanto difficile nel farla propria e attuarla. È una provocazione da ricondurre ad armonia, quanto nella persona che mente si rivela disarmonico e contraddittorio, ma è anche un invito a restituire limpidezza, sincerità e chiarezza alle relazioni interpersonali.
Dire sì quando è sì, e non quando è no, può significare l’ammissione di qualche propria scelta discutibile, facendo credito di intelligenza e comprensione al proprio interlocutore. La verità non ha bisogno di false difese, perché si impone da sola e non va neppure scambiata con la sincerità. Essere sinceri non vuol dire essere veri, condizione che si raggiunge con una fatica crescente, ma deve essere chiaro che tale fatica suppone la sincerità. Dire sì quando è sì, e non quando è no, può creare imbarazzo perché una falsa concezione della prudenza suggerisce la piccola bugia per trarsi d’impaccio. Ma la prudenza non è la piccola bugia, non è il silenzio ammiccante e ambiguo che delude e genera sospetti. La “prudenza”, nel suo significato più vero, è la capacità di scegliere gli strumenti più idonei e adatti per raggiungere un fine. Se il fine è la qualità della relazione interpersonale. La circolazione di fiducia, la tolleranza, la benevolenza, lo strumento più idoneo potrebbe essere l’indicazione evangelica, l’ammissione della propria fragilità o un silenzio dignitoso.
Già, dimenticavo che il testo evangelico conclude “...perché il di più, viene dal maligno”. Comunque lo si voglia intendere.