Editoriale. Grandi opere: pericoli mafiosi, tentazioni speculative, partecipazione dei cittadini di Giorgio Montolli
Quando un ministro, potenziale governatore del Veneto, un uomo concreto come Luca Zaia mette in guardia dalle infiltrazioni mafiose nella nostra regione vuol dire, nel linguaggio dei politici e dei giornali, che queste infiltrazioni già ci sono. A Verona la Procura non dorme, ci sono fascicoli aperti. La mafia, storicamente approdata a Sommacampagna negli anni Ottanta, anche da noi c’è e prospera. Non a caso il 6 giugno dello scorso anno a Villa Buri si è presentata “Libera”, l’associazione impegnata contro la malavita organizzata. Non a caso in quell’occasione venne fatto un elenco dettagliato dei beni confiscati alla mafia nel Veronese. Ancora non a caso lo scorso 6 novembre la città ha ospitato il Procuratore generale antimafia Pietro Grasso, che ha messo in guardia dal ritenere certi fenomeni delinquenziali appannaggio del solo Mezzogiorno.
Verona è una città molto ricca. Lo era anche trent’anni fa, quando veniva chiamata la Bangkok d’Italia, per via dell’eroina che scorreva a fiumi. Allora il racket che curava lo spaccio ben si guardava dal regolare i conti, per le mancate consegne o i mancati pagamenti, a colpi di lupara. Tutto doveva rimanere lindo, la piazza doveva essere sgombera da polizia e carabinieri. Gli sgarri si regolavano altrove perché gli affari, compreso il riciclaggio di denaro, hanno sempre la precedenza sui regolamenti di conti.
E allora come evitare di pensare che potrebbe esserci un nesso tra le parole di Zaia, un territorio ricco e pulito, il monito del Procuratore generale antimafia e l’inchiesta che apre questo numero del giornale sul tema delle grandi opere che interesseranno nei prossimi anni il Veronese, per le quali è stata stimata una spesa di 20 miliardi di euro? Da dove arriverà questa enorme massa di denaro, in un tempo in cui si chiudono le fabbriche e si ricorre alla cassa integrazione perché i soldi non ci sono?
Insieme a Zaia anche il presidente di Confindustria del Veneto, Andrea Tomat, si è detto preoccupato per le infiltrazioni mafiose. Il punto di vista degli industriali, anche di quelli scaligeri di cui abbiamo raccolto le confidenze, è di una semplicità disarmante: se mancano i soldi per far girare l’economia, le aziende per tirare avanti possono fare tre cose: la prima è chiudere, la seconda è rischiare sull’innovazione (e chi ne ha le capacità oggi porta a casa risultati e salva posti di lavoro), la terza è farsi prestare i soldi. Tornano allora alla mente le parole di Pietro Grasso. Alla nostra domanda: «Come evitare che la mafia metta radici sul territorio veronese?» la risposta del magistrato era stata: «Quando vengono ad offrirvi aiuto dite sempre di no: nessuno fa nulla per nulla».
Dalla mafia siamo messi in guardia, ma c’è qualcos’altro che non quadra nel progetto di queste grandi opere e di cui la gente sta prendendo consapevolezza. Sembra manchino di coerenza, che non ci sia una visione d’insieme finalizzata al bene comune, come se, ed è la convinzione che sta maturando, entrambe le cose siano subordinate ad una logica affaristica.
Due parole per dire come si raggranellano 20 miliardi di euro aiuteranno a proseguire nel ragionamento. Ci sono i finanziamenti statali; ci sono i finanziamenti privati; c’è il ricorso al project financing, attraverso il quale le amministrazioni realizzano opere pubbliche con il concorso di capitale privato, creando i presupposti affinché nel tempo il denaro speso rientri con i guadagni per l’investitore.
Ad esempio, nel caso del Traforo delle Torricelle (390 milioni di euro), sarà il pedaggio che i cittadini dovranno pagare uno degli strumenti a garanzia della sostenibilità economica dell’opera, calcolato in base al flusso veicolare previsto nei prossimi 50 anni. Non è difficile capire come mai il project financing sia da molti considerato uno strumento-capestro. È questione di buon senso: non puoi spendere il denaro che non hai, o meglio lo puoi fare se l’amministrazione pubblica garantisce la copertura delle spese. Allora sì che diventa un affare vantaggioso per il privato che lo propone. Quali le garanzie del Comune? Nel caso del Traforo c’è da sbizzarrirsi: si va dalla possibilità di aumentare il pedaggio, alla creazione di parcheggi, alberghi e quant’altro a pagamento, fino alla stipula di accordi successivi per individuare nuove aree da dare in concessione ai privati a fini lucrativi. Insomma, il rischio di impresa non esiste più perché è stato scaricato sui cittadini. Nessuno di noi, dovendo concludere un affare, si metterebbe nelle condizioni di fare un simile salto nel vuoto. Perché allora il Comune questo salto è disposto a farlo?
La conclusione è che in una società complessa, dove la politica è fortemente sollecitata da interessi economici, alcune importanti decisioni che riguardano il futuro dei cittadini non possono essere prese unicamente dagli amministratori, pur legittimamente eletti a governare per un periodo limitato di tempo. Anche nel Veronese sono nati gruppi spontanei spesso in conflitto con le amministrazioni locali. Altri vorrebbero iniziare un percorso di democrazia partecipata per “affiancare” gli amministratori nelle gravose responsabilità di governo, passando dalla contrapposizione alla reciprocità. Ma servono regole, serve confrontarsi al di fuori del proprio ambito territoriale, magari per stabilire subito e con precisione quale debba essere il rapporto tra democrazia diretta (i comitati) e la democrazia delegata (gli eletti nelle varie istituzioni). (Torna sopra)
Cemento e asfalto per 20 miliardi di euro: ecco l'elenco di Michele Marcolongo
Traforo, inceneritore, Mediana, nuove autostrade Nogara-Mare e Tirreno-Brennero, Sistema delle tangenziali venete. E poi ancora: riqualificazione delle Ex Cartiere di Basso Acquar, Motorcity della Bassa, Centro agroalimentare di Trevenzuolo, District Park di Vigasio, Interporto di Isola della Scala, nuova porta autostradale di Nogarole Rocca. Senza contare la Tav e l’Alta capacità.
L’elenco delle grandi opere in progettazione sul nostro territorio è a dir poco impressionante. Se sommiamo il valore preventivato per ciascuna di esse, troviamo che Verona è il baricentro di investimenti in opere infrastrutturali per l’incredibile cifra di 20 miliardi di euro.
Quasi nessuna di esse è ancora avviata, ma tutte sono approvate, o in via di approvazione. È tuttavia evidente che questa colossale massa di cemento e asfalto qualche problema lo pone. A cominciare dai costi, sui quali gli amministratori pubblici sono abituati a glissare, dal momento che molte opere sono finanziate in project financing: si suppone, cioè, che si ripaghino negli anni con pedaggi o con altre opere private inserite nel progetto in grado di fruttare dei soldi (le cosiddette opere “compensative”). Ma chiedersi chi sia il responsabile del rientro dei capitali e chi se ne fa garante non è una domanda oziosa.
Per Tangenziale Sud e Passante Nord (il Traforo delle Torricelle) si pagherà un pedaggio. Idem per Mediana, Nogara-Mare e Tirreno-Brennero. Il Motorcity verrà interamente finanziato da capitali privati per 1,5 miliardi di euro. Nel complesso le opere in project financing coprono un valore di 6 miliardi di euro; quelle finanziate direttamente dai privati ammontano a 2 miliardi e quelle dove sono coinvolte le società autostradali valgono quasi 4 miliardi di euro. Allo Stato resta una fetta residua di 8 miliardi di euro. È lecito chiedersi da dove salterà fuori questo fiume di denaro.
Un secondo ordine di considerazioni va fatto sul consumo di territorio. Basti dire che le nuove opere previste nella Bassa Veronese copriranno una superficie di 12 milioni di metri quadri ora destinati a coltivazioni pregiate, riso in primis. Il Motorcity da solo misura quanto il centro storico di Verona racchiuso dentro le mura magistrali, mentre la riqualificazione della Zai storica del capoluogo scaligero porterà all’edificazione di 4,5 milioni di metri cubi tra uffici e negozi. Abbiamo veramente bisogno di tutto questo?
Non da ultimo, una riflessione va dedicata alle comunità locali che dovranno subire gli “effetti collaterali” delle nuove grandi opere, preventivabili in termini di ulteriore congestionamento delle vie di comunicazione e di aumento dell’inquinamento.
Sempre più spesso delle ragioni delle popolazioni esposte si fanno carico comitati e associazioni, spesso in contrasto con gli amministratori. Il che pone una questione che si può più o meno spiegare così: esiste un limite oltre il quale i governanti non possono spingersi nel decidere? Sì, secondo i comitati: ad esempio quando le loro scelte riguardano provvedimenti che andranno ad incidere profondamente sulla qualità della vita delle persone.
L’Arpav (un istituto pubblico) ha calcolato che le grandi opere concentrate nella Bassa Veronese moltiplicheranno per sei volte i valori, già oltre la soglia di allarme dei 50 microgrammi per metro cubo d’aria, del Pm10 e degli altri inquinanti. Nello studio di fattibilità relativo al Sistema delle tangenziali venete è scritto nero su bianco che una volta entrata a regime, l’opera garantirà agli automobilisti una velocità di percorrenza di 17 km/h: un’andatura da lumaca che conferma la tesi secondo cui fare nuove strade non contribuisce a diluire il traffico, semmai lo moltiplica. Tutte ragioni, queste, puntualmente ribadite e sostenute dai comitati ma sostanzialmente ignorate dalla politica.Il punto più alto di questa dialettica tra governanti e governati è stato toccato recentemente dal Comitato contro il Traforo delle Torricelle (costo 390 milioni di euro, da realizzare in project) guidato da Alberto Sperotto, che si è impegnato in una lunga e dura battaglia per evitare la realizzazione dell’opera e che ha proposto, senza fortuna, un primo referendum. Il 9 febbraio un gruppo di cittadini, composto da esponenti del mondo della cultura e delle istituzioni veronesi, tra cui spicca il Procuratore capo della Repubblica di Verona Mario Giulio Schinaia, ha proposto un secondo referendum, il cui percorso è apparso già da subito in salita, nonostante la precisazione che tutti, contrari e favorevoli al traforo, andando a votare avrebbero potuto dare il loro contributo per far conoscere l’orientamento dei cittadini in merito.
A cercare la consultazione popolare era stato anche l’attuale sindaco Flavio Tosi, allora esponente dell’opposizione, contro la tramvia di Zanotto. Ma l’istanza era stata respinta più o meno come sta accadendo oggi che a governare è il centrodestra. A differenza di ieri i no-traf di Sperotto, con i loro ricorsi in Tribunale, hanno aperto una pista importante mettendo in discussione lo stesso regolamento comunale sul referendum, troppo restrittivo per essere al passo con i tempi.
Il più delle volte il concetto di condivisione e di partecipazione popolare nella gestione della cosa pubblica si perde tra le pieghe dei procedimenti burocratici, non senza una buona dose di malizia dei vari raggruppamenti politico-imprenditoriali che sostengono questa o quell’opera.
Il caso forse più evidente riguarda il Motorcity tra Vigasio e Trevenzuolo, approvato a forza di blitz procedurali. In origine il Piano d’area quadrante Europa (Paque), cioè lo strumento che disegna lo sviluppo del territorio definendone la vocazione, prevedeva soltanto un semplice autodromo, che sarebbe dovuto sorgere su un’area di 100 ettari a Nord di Trevenzuolo. Scelta che avrebbe potuto far sorridere, o tutt’al più insospettire, ambientalisti e comitati civici, vista la sua stravaganza. Nel Paque del 1999 la maggior parte del territorio risultava tutelato, tant’è che nell’area veniva prevista l’istituzione del Parco naturale regionale delle antiche terre del riso tra il Tartaro e il Tione e che, fino alla fine del 2004, tutti i progetti erano riferiti al disegno originario.
Senonché dal dicembre 2004 la Regione ha emanato una raffica di “varianti” che hanno finito per stravolgere il piano, prima inserendo accanto all’autodromo “nuove funzioni produttive e commerciali”, in deroga agli obiettivi di sviluppo; poi, nel febbraio 2005, prevedendo delle deroghe ai limiti dimensionali della grande distribuzione e, ciliegina sulla torta, nel marzo 2005 approvando la terza variante al Paque, la quale, recependo le precedenti deroghe, ritirava i vincoli di tutela degli ambiti paesaggistico-ambientali. A quel punto la frittata era fatta: il nuovo sito era diventato un gigante da 458 ettari, di cui l’autodromo rappresentava soltanto una piccola fetta (100 ettari, appunto). E così è rimasto: il resto dello spazio aggiuntivo se lo spartiscono un mega centro commerciale da 470 mila metri quadrati (sarà il più grande d’Europa); un parco divertimenti tematico da 360 mila metri quadri; tre hotel da 35 metri di altezza per un totale di mille stanze; una zona residenziale di 230 mila metri quadri; un non meglio specificato “parco scientifico e tecnologico” e uno “spazio espositivo” (Motorshow) da 420 mila metri quadri. Costo dell’opera? Un miliardo e mezzo di euro.
Commenta Michele Bertucco, dirigente regionale di Legambiente: «Questo, come altri casi, rivela che la programmazione del territorio non è più prerogativa della politica, la quale abdica delegandola ai privati che decidono il piano dei trasporti e i piani urbanistici. Oltretutto non si capisce da dove possano saltare fuori tutti questi soldi».
In questo momento la cordata di imprenditori che sostengono il Motorcity è guidata da CoopSette, potente società della galassia delle coop rosse, e da Draco, società bresciana specializzata in outlet. Ma da Società Autodromo Veneto (che è ancora a maggioranza pubblica) sono passati diversi amministratori, alcuni dei quali facevano capo a Emilio Gnutti, lo spregiudicato finanziere bresciano coinvolto in numerose inchieste giudiziarie.
E non è finita: attorno al Motorcity sono in previsione altre grandi opere, sempre introdotte di “straforo” nel Paque: il District Park (1 milione di metri quadri), appena pochi chilometri più ad Ovest del Motorcity e il Centro Agroalimentare (1,3 milioni di metri quadri). L’investimento dovrebbe aggirarsi attorno ai 3-400 milioni per ogni centro. Tuttavia nessuno sa con precisione di cosa si occuperanno. Il primo è di proprietà della famiglia di un ex parlamentare, il secondo fa capo ad un società di “valorizzazioni immobiliari”, la Spalt.
Ogni grande opera ha i suoi promotori economici (possono anche essere società anonime o raggruppamenti di imprese, sempre da decifrare) e i suoi referenti politici. È evidente, ad esempio, che il Traforo delle Torricelle è sostenuto dalla Lega Nord. Il promotore dell’opera è l’ATI (Associazione temporanea d’impresa) di cui fanno parte i costruttori veronesi Mazzi, che sono anche i comproprietari dell’area delle ex Cartiere, oggetto di una gigantesca riqualificazione urbanistica dal costo di 200 milioni di euro.
Il Motorcity invece ricade sotto la sfera di influenza della componente forzista del Pdl. Ma a conferma che le grandi opere sono bipartisan c’è il caso della gigantesca porta autostradale di Nogarole Rocca, che dovrebbe costituire la porta di accesso alla Bassa Veronese. A Nogarole la giunta comunale è di centrosinistra, ma il progetto, che interessa una superficie di 350 ettari (poco meno del Motorcity) va avanti lo stesso. E come spesso accade, il mastodontico casello autostradale, formato da ben 29 porte (quello di Verona Sud ne ha solo 20), sarà occasione per altri investimenti immobiliari: centri commerciali, poli logistici e quant’altro.
Ancora diversa è la sfera d’influenza politica sotto cui ricade l’Interporto di isola della Scala: qui è territorio degli ex di Alleanza Nazionale, ora nel Pdl. I promotori economici dell’interporto sono chiari nel spiegare le motivazioni dell’opera: c’è l’interesse dell’autostrada del Brennero e di quei capitali ferroviari tedeschi intenzionati ad installarsi nel Nord Italia, che cercano un sito alternativo al Quadrante Europa, che vedono troppo saldamente ancorato alle Ferrovie italiane. Ma è proprio questo il punto: qual è il vantaggio di avere due giganteschi scali merci nel raggio di appena venti chilometri? Quali, tranne quello di spezzettare il territorio per aree di influenza politico-economica a beneficio delle varie fazioni ma con la conseguente appesantimento delle infrastrutture e dell’ambiente?
Non a caso, collegata all’Interporto di Isola c’è la strada Mediana, che avrà il compito di portare i camion fino al casello autostradale di Soave. Altro project e altra strada a pagamento, anche questa sponsorizzata dall’Autobrennero. Costo di realizzazione: 400 milioni di euro. Dell’opera esistono due progetti, entrambi redatti da Veneto Strade, società pubblica il cui presidente è in quota ad An: nel primo progetto la strada parte a Nord di Isola, nell’altro da Sud. Non si sa ancora quale soluzione verrà privilegiata, ma intanto il risiko continua.
E la gente che dice? «La gente nutre la speranza che tutto questo porti lavoro – spiega Vincenzo Parise, del comitato della Bassa Genius Loci – tuttavia è vero che non è mai stata data una prospettiva d’insieme su ciò che sta accadendo, né tanto meno dell’impatto che queste opere avranno. Ogni Comune sta portando avanti il suo pezzetino in solitudine, senza che ci sia un confronto generale».
Si consideri, infine, che non esiste ancora un progetto per la viabilità secondaria in appoggio al Motorcity, al District Park e al Centro agroalimentare: i privati si sono impegnati a investire 120 milioni di euro in nuove strade attraverso le quali collegarsi, tra l’altro, anche alla Mediana, ma per il momento si tratta di una proposta di impegno unilaterale non ancora inserita nei piani urbanistici. E se qualcuno fosse curioso di sapere che fine farà il progettato Parco Regionale dei fiumi Tartaro e Tione, stia tranquillo: il parco rimane, solo che sarà il primo al mondo ad avere una Città dei Motori al centro. Da qui l’appellativo di “Parco col buco”.
L’auspicio secondo cui “la natura ci salverà” deve venire preso sul serio, a giudicare da come è andato a finire il project financing da 250 milioni di euro per l’autostrada Affi-Pai, un’altra arteria a pagamento inserita nel Piano d’area regionale solo come opera “possibile”, in quanto non coerente con la vocazione del territorio. A porla all’ordine del giorno, tirandola fuori dal cilindro delle opere regionali, ci aveva pensato qualche anno fa l’assessore alle Infrastrutture Renato Chisso di Forza Italia. Al project bandito aveva risposto una cordata di imprese, tra cui l’Impregilo, ditta che ha attraversato numerosi scandali nazionali. Grazie al movimento d’opinione che il comitato No Affi-Pai è riuscito a creare, interessando anche i 15 sindaci del lago e quelli dell’entroterra gardesano, Chisso si è trovato isolato all’interno della sua stessa maggioranza in Regione, che non ha ritenuto di concedere la dichiarazione di pubblica utilità dell’opera.
«La strada sembra essere stata messa da parte ma non si può escludere che venga riproposta, perché sull’area rimangono dei forti interessi politici – chiosa Maria Cristina Zanini, del Comitato No Affi-Pai – per questo motivo stiamo spingendo per l’istituzione del Parco regionale del Baldo-Garda e delle Colline Moreniche, sul quale abbiamo presentato una proposta di legge di iniziativa popolare accompagnata da 6 mila firme. Questa alternativa chiuderebbe il discorso della strada».
Ma torniamo alle concessionarie autostradali, che sono i principali propulsori di altre due grandi opere che attraverseranno il territorio scaligero: il Sistema delle Tangenziali Venete e l’autostrada Nogara-Mare. La prima consta di 108 chilometri di nuove strade tra Peschiera e Vigonza di Padova, ricavate collegando la tangenziale Sud di Verona con le tangenziali di Vicenza e di Padova. L’opera costa la bellezza di 2,6 miliardi di euro. La seconda è in pratica il rifacimento della Transpolesana da Nogara a Rovigo e il suo prolungamento fino ad Adria. Entrambe hanno lo scopo di alleggerire il traffico della intasatissima A4. Le tangenziali “unite” ci riuscirebbero in modo diretto, in quanto correrebbero parallele all’autostrada e ne costituirebbero di fatto il raddoppio. La Nogara-Mare rappresenta invece una valvola di sfogo solo in prospettiva, perché bisognerà attendere che venga realizzata la Cremona-Mantova, autostrada che secondo i piani delle concessionarie dovrebbe collegarsi a monte con l’A4 e a valle, appunto, con Nogara. Ma in attesa che il disegno si completi, le società autostradali, Serenissima in particolare, incasseranno i pedaggi che si annunciano piuttosto salati.
È interessante notare la specularità delle critiche che comitati diversi e distanti tra loro rivolgono a queste due grandi opere, tutte tese ad evidenziare la sostanziale inutilità di strade che non soddisfano i bisogni di spostamento delle popolazioni locali.
Sergio Mantovani, del comitato Insieme per Borgo Roma, sul sistema delle tangenziali osserva: «Si trova facilmente una montagna di soldi per costruire la terza autostrada a Verona Sud, ma poi la politica non riesce a trovare 30 miseri milioni di euro per la variante alla Statale 12, che riuscirebbe a togliere 40 mila veicoli al giorno da Borgo Roma, Cadidavid, Castel D’Azzano, Sacra Famiglia e Buttapietra».
Lino Pironato, del comitato contro la Nogara-Adria, osserva: «Più che un’autostrada servirebbe una variante alla Strada regionale 10 (a cui la Nogara-Mare corre parallela, ndr) che possa liberare Nogara, Sanguinetto, Cerea e Legnago dal traffico di attraversamento, garantendo allo stesso tempi i collegamenti tra i diversi paesi».
Tra i soci delle società autostradali ci sono gli enti locali, ovvero Comuni capoluogo e Province, che per legge devono avere cura della qualità della vita e della salute dei loro cittadini. La compagine dei soci privati delle Autostrade è invece formata da grandi società che si occupano di opere stradali e di riqualificazioni urbanistiche. Politicamente sono collocate tanto a destra quanto a sinistra. Per fare solo un esempio, Bruno Tosoni, patron della Cis, Compagnia Investimenti Sviluppo, socio di Serenissima e soprattutto di Autobrennero, è quotato in area di centrosinistra.
L’associazione temporanea d’impresa Pizzarotti-Mantovani-Maltauro, che ha preso l’incarico di costruire le Tangenziali Venete, riunisce tre colossi del settore il cui capitale societario in qualche caso è partecipato dalle stesse società autostradali. Tutte aziende, queste ultime, con una lunga e onorata carriera e coinvolte nelle inchieste di Mani Pulite.
Nel risiko delle grandi opere il grande assente è il trasporto pubblico locale. Con tutta evidenza gli investimenti su rotaia programmati dallo Stato, ovvero Tav e Alta capacità, per un totale di 7,5 miliardi di euro, non rispondono ai bisogni di spostamento delle popolazioni locali, come nota Daniele Nottegar del Comitato No Tav: «L’Alta velocità non è concorrenziale all’automobile ma all’aereo. Noi questo lo andiamo dicendo da 10 anni ma l’amministratore delegato di FS, Mauro Moretti, l’ha ammesso soltanto quando ha inaugurato il primo Frecciarossa. La Tav, dunque, non determinerà alcuno spostamento modale, da gomma a rotaia, e meno che meno l’Alta capacità, che in sostanza è un’invenzione di Prodi, il quale ha avanzato l’idea che le merci possano viaggiare sull’Alta velocità. Ma è tutto da dimostrare che i container pieni possano viaggiare in sicurezza sui binari a 300 chilometri l’ora».
La Tav dovrebbe attraversare Verona correndo lungo il Corridoio 5 Lisbona-Kiev, mentre l’Alta capacità dovrebbe scendere da Berlino per dirigersi a Palermo (Corridoio 1) lambendo i quartieri di San Massimo e Chievo, così come i paesi di Dolcè, Pescantina, Ferrara di Monte Baldo e Brentino Belluno. Assessori comunali, provinciali e regionali del centrodestra hanno chiesto a FS di spostare più a Ovest il tracciato, ma tra il chiedere e l’ottenere c’è di mezzo... il mare.
L’Alta velocità tra Milano e Verona e Verona e Padova è ferma al progetto definitivo, in attesa di recuperare il denaro necessario a finanziarla. L’Alta capacità invece si sta arrovellando sulla questione del traforo del Brennero.
Lo spostamento delle merci da gomma a rotaia è anche lo scopo dichiarato dell’Autocisa, società finanziatrice dell’autostrada Tibre (Tirreno-Brennero, costo: 2,7 miliardi di euro), altra arteria che dovrebbe mettere in collegamento il porto di La Spezia con il Quadrante Europa di Verona. Tuttavia, come osserva Michele Bertucco di Legambiente, «hanno privilegiato ancora una volta il trasporto su gomma, mentre potevano scegliere di fare la Tibre ferroviaria». Insomma, perché portare le merci fino a Verona in camion per poi metterle sul treno in direzione del Brennero? Nel progetto della Tibre, recentemente approvato dal Cipe, il collegamento ferroviario è stato solo “predisposto”. Svizzera e Austria mettono pesanti limitazioni al passaggio dei tir, cosa che qui da noi evidentemente non succede: l’Atutocisa Spa è una sigla che sta per Autocamionabile degli Appennini. L’ingresso della nuova arteria stradale nella nostra provincia avverrà a Nogarole Rocca. Come opera compensativa Autocisa finanzierà la Grezzanella da Dossobuono a Nogarole Rocca. Altra strada, altro regalo. Costo: 16 milioni di euro.
L’inceneritore di Ca’ del Bue completa il quadro sulle grandi opere di Verona. In pochi ancora si rendono conto che gli inceneritori in realtà saranno tre: la nuova struttura finanziata con un project da 118 milioni di euro per due nuovi forni a griglia brucerà accanto al vecchio forno a letto fluido, che verrà ristrutturato. In questo modo l’impianto brucerà la bellezza di mille tonnellate di rifiuti al giorno circa, molto più della produzione giornaliera di rifiuto non differenziato di Verona e provincia. Il Comitato Verona Reattiva, di cui fanno parte Nottegar e Mantovani, continua a proporre la soluzione del trattamento a freddo dei rifiuti, meno inquinante, sul modello dell’impianto di Vedelago: «È vero che gli impianti a freddo non riescono a trattare più di 100 tonnellate di rifiuti al giorno, ma nel 2012, quando per legge la raccolta differenziata dovrà raggiungere il 65%, saranno sufficienti tre impianti come quello di Vedelago per soddisfare il fabbisogno dell’intera provincia scaligera».
Sergio Mantovani continua sulla strada dei ricorsi e degli appelli alla Commissione europea che qualche risultato l’hanno dato anche sulla questione della colata di cemento su Verona Sud: «Verona e il Veneto sono già stati condannati per il mancato rispetto della normativa europea sull’inquinamento – ricorda Mantovani, annunciando per marzo una nuova denuncia a Bruxelles –. La Commissione europea ha offerto loro una proroga, a patto di intervenire per ridurre l’inquinamento. E invece per tutta risposta questi che fanno? L’inceneritore e altre due autostrade».
Recentemente le rilevazioni dell’Arpa Lombardia ha smentito i dati delle emissioni di diossina forniti dai gestori dell’inceneritore di Brescia, impianto ritenuto sicuro, pulito e moderno. La situazione di contaminazione dell’ambiente circostante sarebbe dunque ben più grave di quanto i dirigenti dell’inceneritore di Brescia siano disposti ad ammettere e il dubbio è calato su tutti i dati da loro forniti negli ultimi dieci anni.
L’aspetto tragicomico della faccenda è che adesso, dopo il caso Glaxo, la crisi economica è conclamata e ammessa anche da quegli amministratori pubblici locali che fino a qualche mese fa minimizzavano. Di fronte ai disoccupati, tuttavia, i governanti non possono che allargare le braccia: tutte le risorse, pubbliche e private, sono state orientate a costruire strade, capannoni e centri commerciali. Per quali clienti non si sa.
Adb. La rivincita delle due ruote di Donatella Miotto Mille (e più!) garibaldini cercansi. Dopo 150 anni la mitica spedizione si ripete. In effetti, ingaggiare una battaglia volta a liberare la città dal traffico cittadino richiede coraggio, audacia e tutto il resto. Anche perché stavolta non ci saranno armi vere e proprie, né cavalli: l’impresa sarà compiuta cavalcando semplici biciclette. Paolo Fabbri, presidente degli Amici della Bicicletta di Verona, insieme alle centinaia di soci attivi dell’associazione, invita mille, e più, cittadini e cittadine a effettuare nel mese di maggio almeno 2/3 degli spostamenti sistematici – quelli che quotidianamente portano a scuola, o al lavoro, o a fare la spesa – in bicicletta. Oppure, se preferibile, a piedi o con il mezzo pubblico. Evitando il più possibile il ricorso ad auto e moto, insomma. L’impegno può essere sottoscritto nelle settimane precedenti all’avvio della spedizione compilando un modulo accessibile dal sito www.amici della bicicletta.it/mille, o presso la sede di via Spagna 6. Oppure fermandosi ad uno dei tavolini che saranno allestiti in piazza Bra nei giorni 11, 12, 13, e 14 aprile. Una macchina digitale sarà a disposizione per fotografare ogni nuovo garibaldino.
Ci proponiamo di attirare attenzione sui tanti meriti dei ciclisti urbani e di trovare alleati che con noi sostengano l’opportunità di investire più energie e risorse per la promozione della bicicletta e del mezzo pubblico negli spostamenti sistematici» afferma Paolo Fabbri. La ricorrenza di quell’impresa memorabile per il raggiungimento dell’Unità d’Italia, il 5 maggio, e la conclusione del Giro d’Italia a Verona, il 30 maggio, sono per gli Amici della bicicletta ottime occasioni per proporre una “buona pratica” molto diffusa in vari paesi europei.
In Germania per esempio, da 10 anni l’ADFC, Associazione Nazionale di Ciclisti Urbani, in collaborazione con ministero bavarese per l’Ambiente e la Salute, il sindacato e l’Associazione dell’economia bavarese, ha lanciato la campagna Mit dem Rad zur Arbeit, per promuovere l’uso delle due ruote nella vita quotidiana. «L’iniziativa ha coinvolto 60.000 persone in Baviera, 170.000 a livello federale e migliaia di imprese» racconta Martina Kiderle, dell’ADFC di Monaco. «Abbiamo verificato che, a conclusione della campagna, molte persone hanno continuato ad usare la bicicletta per gli spostamenti da casa all’ufficio e che tale comportamento ha avuto un effetto contagioso su amici, colleghi, vicini. Andare in bicicletta fa tendenza».
Per forza: un nostro sondaggio conferma che chi la usa la preferisce perché è un piacere che dona salute e benessere e fa risparmiare, ma soprattutto perché – incredibile ma vero – regala tempo: in città, in bici, si arriva prima.
Ospedale di Borgo Trento: un fiore all’occhiello, ma nel posto sbagliato di Laura Lorenzini
Gli austriaci le concepirono come un imponente sistema difensivo attorno al territorio di Verona, guidati dalla maestria dell’architetto Franz von Scholl. Così mura, bastioni, caserme e rondelle hanno resistito per più di un secolo a baionette, cannoni e bombe. Ora le fortificazioni si preparano a un’invasione che metterebbe in difficoltà perfino il feldmaresciallo Radetzky. Migliaia di auto sono pronte a varcare i cancelli di Forte Procolo e dell’ex caserma Riva di Villasanta, prima veneziana e poi francese e austriaca, che ha spalancato le porte per la prima volta qualche settimana fa per mostrare le future aree destinate a parcheggio. In due cortili, di cui uno enorme che guarda verso la collina, verranno disegnati settecento stalli, tutti destinati ai dipendenti ospedalieri. Ma il mese scorso era già toccato all’Arsenale, maestoso complesso militare di epoca ottocentesca, lo sfregio di trasformarsi in posteggio per i lavoratori di borgo Trento. Vecchi portoni che si spalancano, cortili e distese erbose spianate in fretta e furia con operai che intingono i pennelli nei secchi e disegnano centinaia di strisce. Blu, bianche, gialloblù: sui colori l’Amministrazione si sbizzarrisce. Quello che conta è trovare alla velocità della luce soluzioni per borgo Trento, che sta vivendo una vera e propria emergenza. Oggi è invaso dal traffico e dalle auto a caccia di un buco, con un piano sosta che era stato congegnato per garantire i posteggi ai residenti ma che invece ha sortito l’indesiderato effetto di scaricare le auto dei lavoratori nei quartieri limitrofi. E cioè Catena e Navigatori. Ma tra un anno il rione simbolo del benessere di Verona rischia di precipitare in un inferno di gran lunga peggiore con l’inaugurazione del nuovo polo chirurgico, che trasformerà l’ospedale maggiore in una cittadella sanitaria tra le più moderne e grandi d’Europa.
L’azienda ospedaliera e il Comune ne sono consci e da mesi lavorano per parare il big-bang. Trentadue sale operatorie, 450 posti letto per le degenze, terapie intensive, pronto soccorso, ambulatori e laboratori troveranno spazio nel nuovo edificio di oltre 74 mila metri quadrati disposto su nove piani, che già troneggia su lungadige Attiraglio, dove verrà posizionato il nuovo accesso per utenza e personale. All’interno sorgeranno un ospedale della donna e del bambino al posto della vecchia maternità e uno per l’anziano che sostituirà il geriatrico. Quindi vialetti, giardini pensili e fontane e l’uscita su via Mameli. Un grande polo all’avanguardia, l’ha definito il direttore generale dell’Azienda ospedaliera Sandro Caffi, per architettura, tecnologie e pure per la compenetrazione futura con l’Università, che a borgo Trento trasferirà gli ultimi anni di corso, le specializzazioni e la ricerca. Tutto bellissimo, ma Caffi non ha mai nascosto che tanto spiegamento di forze e di servizi esigerà migliaia di posti auto. Dei cinquemila dipendenti tra borgo Trento e borgo Roma almeno tremila ruoteranno attorno al nuovo tempio della medicina. Ed è prevedibile che i 70 mila ricoveri annui attuali crescano a dismisura, così come i pazienti in arrivo da fuori Regione: già oggi costituiscono il 15 per cento sul totale, ma un ospedale tanto bello, moderno e funzionale attrarrà inevitabilmente un maggiore numero di utenza. Ma quanti posti serviranno per soddisfare le esigenze ospedaliere? «Almeno cinquemila», ha risposto schietto Caffi alla commissione Lavori pubblici del Comune, in visita nella primavera di un anno fa al polo in costruzione. Ed è stato proprio in quell’occasione che ha svelato il piano dell’Azienda ospedaliera: acquisire (in concessione) dal Demanio civile il Forte di San Procolo nel quartiere Catena e la caserma Riva di Villasanta a San Zeno, per mettere a disposizione subito un migliaio di posti per dipendenti e utenza. Con il tempo gli stalli cresceranno fino a tremila, ha informato successivamente il sindaco Flavio Tosi, spiegando che l’operazione andrà a buon fine una volta che sarà possibile occupare la totalità della superficie a disposizione. Intanto la concessione, con la regia dell’assessore al Patrimonio Daniele Polato, è stata accordata in tempi record. Così il mese prossimo settecento posti alla Riva di Villasanta dovrebbero essere già pronti per il personale ospedaliero. Va a rilento invece, con il parere della Soprintendenza che stenta ad arrivare, il via ai lavori per Forte Procolo, che non sarà disponibile prima dell’estate. Ma per il futuro l’ospedale ha in serbo piani ambiziosi: l’area è destinata a diventare park per utenti e residenti «con un ticket da stabilire, per evitare soste improprie», ha precisato Caffi , oltre che sede per gli uffici una volta che l’ospedale acquisterà la proprietà. Previsti bus navetta in collegamento con l’ospedale e una passerella ciclopedonale sull’Adige in un secondo momento, che dovrebbe condurre diritto all’accesso sul lungadige Attiraglio. Il costo? Sei milioni di euro, tutti ancora da finanziare.
È una corsa contro il tempo, insomma, quella che si profila. Con i posti del parcheggio De Lellis che si perderanno a breve, con il via dei lavori per la costruzione del multipark da 400 posti. E i 1300 del prospettato park scambiatore di Ca’ di Cozzi, inserito nel progetto del traforo delle Torricelle, che dovrà ancora attendere parecchio. Intanto, tra una decina di mesi, il nuovo polo taglierà il nastro. Reggerà l’onda d’urto la città o si scatenerà il caos? Il Pd ha messo in piedi un gruppo di lavoro per analizzare il problema, composto dalla capogruppo consiliare Stefania Sartori, il suo omologo in seconda circoscrizione Mario Gianelli e quello provinciale Diego Zardini, con il supporto tecnico dell’urbanista Giulio Saturni e il mobility manager Marco Passigato. E la diagnosi è stata funerea: con le attuali contromisure, considerate assolutamente insufficienti, la vivibilità di borgo Trento e dei quartieri limitrofi sarà irrimediabilmente compromessa. «Finora Verona ha avuto due ospedali simili per tipologie di cure, borgo Trento e borgo Roma – argomenta Zardini –. Ora la parola d’ordine sarà differenziazione. E mentre il policlinico diventerà un centro specializzato, che punterà soprattutto sulle eccellenze, il nuovo polo diventerà il cuore pulsante di tutta l’attività diagnostica e operatoria. Ciò significa che diventerà un grande polo attrattore, causando un notevolissimo aumento dell’utenza e del traffico. Tutto questo a fronte di un piano della sosta con gravi carenze, deroghe, contraddizioni. E nessuna previsione di un’efficace espansione del trasporto pubblico locale e di un piano per la ciclabilità». Secondo Gianelli sarà proprio l’ospedale a giustificare il traforo, con parcheggi e infrastrutture annesse: «Il polo sarà l’attrattore di traffico che scaricherà le auto, provenienti dal futuro anello circonvallatorio, nei quartieri che già muoiono di smog: Pindemonte, borgo Trento, Ponte Crencano, Catena».
Non è solo il Pd a guardare con apprensione al futuro e ai tamponamenti continui dell’alluvione di automobili con caserme e fortificazioni. Già un anno fa Lucia Cametti, consigliere comunale di An, non era riuscita a trattenere il maldipancia all’annuncio dell’assessore Enrico Corsi di requisire un cortile interno dell’Arsenale per dare posti aiuto ai lavoratori di borgo Trento. «Stiamo trasformando le più belle architetture storiche e monumentali in parcheggi, così non si può andare avanti», era sbottata. Quindi il gruppo consiliare di An, capeggiato dal capogruppo Ciro Maschio e dalla battagliera Elena Traverso, aveva lanciato l’allarme all’indomani del piano di espansione ospedaliera e del dichiarato fabbisogno di cinquemila posti auto: «L’ospedale non può fagocitare il quartiere. L’azienda pensi a una struttura prefabbricata da installare all’interno, con migliaia di posti auto per l’utenza». Oggi, di fronte al niet di Caffi motivato con la mancanza di spazio, Maschio e Traverso tornano alla carica e propongono all’Amministrazione comunale che almeno intanto si facciano diventare gratuiti gli stalli blu di via Da Vico e altre strade di San Zeno, per liberare il quartiere Catena preso d’assalto. Un quartiere che intanto si ribella, all’idea di un Forte Procolo trasformato in park, con un neonato comitato che teme di diventare un rione di attraversamento: «Avremmo bisogno di verde e spazi per bimbi e anziani, invece ci ritroveremo in un girone infernale di motori accesi», si è lamentato il portavoce Sergio Caggia in una riunione con Tosi e Caffi. Lo ha rassicurato l’assessore all’Urbanistica Vito Giacino, che ha messo in piedi un gruppo di coordinamento degli interventi legati al nuovo polo: «L’operazione Forte Procolo sarà rilevante sia per l’ospedale, sia per il quartiere. Da un lato è finalizzata a incrementare i servizi per i pazienti e i familiari, dall’altra a sottrarre al degrado una parte importante del patrimonio cittadino». Ma il malessere cresce e si estende ai residenti e ai lavoratori borgotrentini, che non trovano posto nonostante il permesso pagato mensilmente. «Mancano i controlli per i trasgressori che lasciano l’auto negli stalli blu e bianchi per ore e ore», denuncia Alberto Bozza, presidente della Seconda Circoscrizione di area ex Forza Italia. E sempre sul fronte centrodestra l’assessore regionale Massimo Giorgetti, in piena campagna elettorale, ormai è un fiume in piena su tutto: «Latita una visione d’insieme – tuona –. O si coordinano gli interventi, o tra poco le auto, dopo la zona Catena, si sposteranno al Saval o in borgo Milano».
Un bel garbuglio, insomma, di cui non si vede l’uscita. Eppure l’apocalisse era ampiamente annunciata, secondo Massimo Valsecchi, direttore del dipartimento di prevenzione dell’Ulss 20. Ancora negli anni ’90, quando si cominciò a parlare della ristrutturazione dell’ospedale di borgo Trento, si espresse contro e invitò a ricostruire la struttura ex novo fuori dalla città. «Era già chiaro allora che il traffico stava raggiungendo punte insostenibili – dice oggi amareggiato –. Quella è stata una grande occasione persa di avere in breve tempo un ospedale moderno e decentrato, restituendo respiro a una zona della città fortemente congestionata». Anche la giunta Zanotto, ricorda l’ex assessore Roberto Uboldi, si battè contro il potenziamento in riva all’Adige: «Percepimmo lo scenario dei grandi sconvolgimenti viabilistici che avrebbe comportato un nuovo polo con trentadue sale operatorie, più un ospedale del bambino e dell’anziano – ricorda –. E temevamo che un giorno i posteri avrebbero potuto chiedersi, di fronte alla parte Nord-Ovest cittadina paralizzata, chi fosse stato quel pirla tanto privo di lungimiranza da sistemare lì un complesso di tale portata. Così formulammo la nostra idea: lasciare sul lungadige un presidio sanitario e spostare il nuovo complesso all’ex seminario di San Massimo o nell’area dietro il policlinico di borgo Roma. Ma la Regione Veneto e l’azienda ospedaliera decisero diversamente, con il plauso dell’attuale centrodestra che siede in giunta e in Consiglio». Secondo Mao Valpiana, che allora era consigliere regionale e votò a favore dell’ospedale mantenuto in città, il vero problema è stata la mancata pianificazione di parcheggi e trasporti. Perché per il resto Verona si è allineata alla visione del resto d’Europa: «Da Parigi a Padova l’orientamento attuale è quello di lasciare i poli sanitari nei centri urbani, in quanto luoghi appartenenti alla città, vicini ai cittadini, parte integrante del tessuto sociale. Ovunque però gli ospedali sono ottimamente serviti da una rete di trasporti pubblici capillare e funzionale. Così era nei progetti della giunta Zanotto. Con la tramvia erano previste corse ogni tre minuti sulle direttrici di via IV Novembre, via XIV Maggio e via Mameli. I cittadini sarebbero stati incoraggiati a raggiungere il polo chirurgico con i mezzi pubblici e le auto non avrebbero intasato la zona. Ora, invece, c’è un filobus ibrido che non si sa bene a chi e a cosa gioverà. E con il traforo sarà il finimondo, perché le macchine usciranno al Saval e torneranno indietro».
Il direttore Caffi difende le scelte compiute dai suoi predecessori, rimarcando che è stato proprio borgo Trento a battersi fortemente per tenersi stretto il suo ospedale, presenza storica amata e rassicurante. E tutte le criticità, a poco a poco, verranno dipanate: «Il parcheggio sotterraneo sul lungadige Attiraglio, ora riservato ai dipendenti, verrà destinato all’utenza – chiarisce –. Si sta lavorando molto anche in collaborazione con l’Azienda trasporti per realizzare nuovi collegamenti tra borgo Trento, stazione e borgo Roma. Io sono ottimista, per l’inaugurazione sarà tutto a posto». Non ci credono Zardini e Gianelli, che sperano in un ridimensionamento della grandeur per ridurre i danni: «A questo punto cerchiamo almeno di trasferire altrove, finchè si è in tempo, il polo della donna e del bambino o quello dell’anziano. E favoriamo il decentramento sanitario delle esigenze non specialistiche, diagnostiche e analitiche. Si può utilizzare tutta la tecnologia moderna per evitare gli spostamenti: telecomunicazioni e informatizzazione. E c’è pure la posta che può fare la sua parte». E un domani, quando verrà costruito il parcheggio scambiatore del Saval, l’auspicio è che sia collegato all’ospedale con un mezzo di trasporto di massa: «Gratuito, perché altrimenti sarà disertato come quello dello stadio. E allora sarà davvero la fine».
Una cittadella ospedaliera, parte integrante di Verona In una stampa del 1942 si vedono pochi palazzi signorili, con tanto verde in mezzo, in riva all’Adige. Quello era borgo Trento, un quartiere tranquillo e poco popoloso, quando fu inaugurato il nuovo ospedale maggiore il 13 settembre di quell’anno. Fu un evento storico della città, con la benedizione di Benito Mussolini accorso qualche tempo prima a visitare il cantiere in costruzione. Ma il nucleo originario del complesso di borgo Trento era già presente da trent’anni. Nel 1914 era stato inaugurato l’ospedale infantile, formato da un sistema edilizio unitario rivolto verso via Mameli, grazie al lascito testamentario del cavaliere Alessandro Alessandri, a cui venne poi intitolata la struttura. E si era deciso che per il nucleo storico, situato dal ’500 in piazza Bra, dove ora sorge Palazzo Barbieri, fosse venuto il momento di trovare un luogo più consono. Fu allora che si cominciò a delineare un ospedale maggiore “che fosse rispondente alle nuove necessità demografiche, al progresso della scienza e alle aumentate esigenze della tecnica sanitaria”. Così, dagli anni ’40 in poi, cominciò l’espansione, con nuovi edifici nell’area a Sud Ovest dell’Alessandri. E al padiglione su piazzale Stefani si aggiunsero quelli delle chirurgie, fino ad arrivare, in tempi successivi, alla costruzione del geriatrico e di altre costruzioni minori.
Negli ultimi decenni la constatazione che la frammentarietà e la disaggregazione dell’intero sistema non fossero più in grado di rispondere alle esigenze dei servizi di diagnosi e cura, in enorme e continuo sviluppo funzionale. Da cui il dibattito sull’opportunità di ristrutturare il complesso in loco o rifarlo ex novo fuori città. E infine, nel 2003, la delibera regionale che ha spinto per l’attuale progettazione. Finora sono stati stanziati 244 milioni di euro per il polo chirurgico, più 119 milioni per il polo della donna e dell’anziano.
La verità vi farà liberi lungo la strada del confronto di mons. Rino Breoni (rettore di San Lorenzo)
È mia consuetudine siglare i fogli che uso per la corrispondenza, con una frase che diventi quasi un messaggio per il destinatario dello scritto. Ricordo che, per un certo periodo, vi ho fatto stampare l’espressione evangelica “la verità vi farà liberi”. Un amico, ricevuto il mio scritto ed il messaggio, mi rispose dicendo: “Anche la libertà ci farà veri”. Una risposta così lapidaria ed incisiva ha avuto una grande eco nel mio animo e più volte mi sono ritrovato a riflettere sul rapporto che intercorre tra verità e libertà. Quando sono vero sono anche libero e sono davvero libero quando sono vero. Il discorso si fa lungo e non facile. Viene da chiedersi quanti siano oggi a fermarsi qualche istante per considerare se scelte ed orientamenti di vita, ritenuti espressione di completa autonomia e libertà, rispondano a criteri di verità ed oggettività. Sono ben consapevole di camminare su un terreno minato, perché non v’è convergenza di pareri sulla stessa definizione di libertà e meno che meno sul concetto di verità. Invece di adattarmi a definire verità e libertà, mi permetto alcune considerazioni quali nascono dalla mia esperienza di uomo e di uomo che ha fatto una scelta di vita, singolare forse, ma che mi ha egualmente consentito di vivere in un rapporto stretto con ogni mio simile ed indugiare così a valutazioni concretissime su posizioni considerate vere, e che tali poi non si sono rivelate, e anche su scelte non proprio libere, anche se tali venivano considerate. Non occorre tanto discernimento per comprendere che il comune sentire interpreta la libertà come elemento costitutivo del vivere umano proprio nella capacità di scegliere, di optare secondo criteri propri e molto spesso insindacabili. Ma ogni scelta libera persegue una finalità, una meta da raggiungere, vuole arrivare ad un fine ed è a questo punto che le cose si complicano perché non sempre il fine, la meta, l’oggetto sono percepiti nella loro verità e perché le modalità con cui si vogliono raggiungere rivelano poi la loro inconsistenza. Nell’animo rimane, nella migliore delle ipotesi lo scoraggiamento frustrante per avere inutilmente perseguito una finalità ancora lontana quando non l’amarezza di dover ammettere di aver preso un abbaglio. È a questo punto che affiorano prepotenti alcuni interrogativi: qual è la verità di un oggetto, qual è la verità di una persona, qual è la verità di una situazione? Qual è il cammino più vero per accostarsi in piena libertà a una meta desiderata, quali sono il metodo e il ritmo più sicuri per un cammino che non si riveli deludente? Credo si debba recuperare una sorta di umiltà interiore, ridimensionando le nostre pretese di dare definizioni, di affermare certezze. Non si tratta di cadere in un relativismo interiore, oggi sospettato e sospettabile, quanto di tornare a misura, riconsiderando con maggiore realismo le nostre capacità di capire e la nostra capacità di agire. Rileggendo uno dei massaggi più belli del Vangelo giovanneo, quando il Nazareno, davanti a Pilato afferma di essere venuto a rendere testimonianza alla verità, il procuratore romano sbotta in un interrogativo che forse era riflesso di un suo travaglio interiore: “Cos’è la verità?”. Eppure aveva davanti a sé Colui che aveva potuto dire: “Io sono la verità”. Una affermazione, questa, che può essere tranquillamente considerata anche in chiave laica da chi non accoglie Cristo nella sua divinità. A me pare che se un uomo ha potuto dire “Io sono la verità”, sia sempre possibile considerare la sua umanità come un richiamo a dimensioni umane del cammino di ricerca del vero e della espressione della libertà. Sarà capitato anche a qualche mio lettore di imbattersi in persone che si comportano con tale sicurezza da credere di avere la verità in tasca, di conoscere, con oggettivo giudizio, persone, cose, situazioni. Devo confessare che quando ne ho incontrata qualcuna, ne sono rimasto assai impressionato, perché m’è parso di incontrarmi con un mio simile ormai incapace di ricerca, di dubbio, di sospetto. L’esperienza di ogni giorno, vissuta con la consapevolezza del proprio limite, è un costante cammino verso la verità. Le piccole acquisizioni ottenute con il dialogo, con il confronto, con il misurarsi nel vissuto, portano a comprendere come la “verità” sia sinfonica e quanto, almeno per il credente, la verità costituisca una meta ma prima ancora una provocazione a cercare i passi più autentici e quindi più liberi per accostare cose, persone, situazioni nella loro autenticità. È una posizione, questa, che relativizza ogni assoluto, che sospetta dei riverberi nefasti dell’ideologia, che rifugge enfatizzazioni anche religiose ma sceglie la strada de confronto, della disponibilità a rimescolare le carte della propria autorità, riconoscendo che nel cammino per diventare uomini liberi e veri rimane insostituibile il dialogo, l’onesta ammissione dell’errore. Forse mi ripeto, ma credo ne valga la pena. È attribuita a Socrate questa mirabile espressione: “La massima virtù di chi dialoga è saper gioire nel riconoscere d’essere nell’errore”. Se oggi, in ogni ambito dell’esperienza umana, ci scontriamo con durezze, resistenze, rifiuti e offese a chi non condivide la nostra posizione, è perché abbiamo perso di vista o lo stiamo perdendo, il senso della ricerca della verità. Della libertà come cammino. Ciascuno crede di avere la libertà in tasca, la sua piccola verità fatta idolo e una libertà insindacabile perché giustificata da quanto non si vuole rimettere in discussione. Per me questo modo di essere e posizioni come queste hanno un nome preciso: paura. Dalla paura ci si difende. Non si cammina, non si cresce e non si aiutano altri a crescere.
L’opera dei “cuori pensanti” per costruire nuovi valori di Corinna Albolino
Marzo, profumo di mimose, profumo di donne. Anche a Verona, parole, canti, eventi scandiscono tutto il mese in ricordo della “Giornata della donna”, una ricorrenza sempre importante per fare memoria e riparlare dell’universo femminile che nella complessità dell’oggi si muove tra nuovi saperi, creatività, competenze. Donne impegnate in una ridefinizione di sé che intende innovare, svecchiare le modalità di essere, di abitare il mondo. Forti di un pensiero appassionato intessuto di discussioni, conoscenze, desideri, pratiche politiche, che matura, a partire dalla fine dell’Ottocento, la consapevolezza di essere soggetti “imprevisti” che irrompono sulla scena del mondo, come sottolinea Carla Lonzi, insigne interprete del femminismo. Dopo millenni di assenza dalla storia, rivendicano diritti, identità, riconoscimento. “Cuori pensanti” perché, al dire delle filosofe del Novecento, in questo caso è proprio il cuore che comprende, cioè si scopre come originaria apertura conoscitiva al mondo, all’altro da sé. Non secondo le astrazioni della ragione, ma attraversando l’esperienza della vita, mai riducibile a pura razionalità. Figure che alla luce di una approfondita ricerca, riappropriandosi della loro vicenda, attivandosi nel presente per progettare il futuro, ambiscono ora a ridisegnare la loro esistenza, ritrovandosi a pieno titolo in quel “diventare donne” che nei confronti di una millenaria cultura declinata al maschile, fondata cioè sui codici di una ragione dominante, segna una trasformazione qualitativa nella differenza di genere. È tout court l’opera femminile per la costruzione di un’alterità che riscrivendo una nuova tavola di valori, rivede radicalmente la relazione con l’altro sesso, discute con forza la possibilità di un patto condiviso che si alimenti della ricchezza dell’essere alla pari e in dialogo. Un percorso sicuramente ancora lungo da realizzarsi, ma che si muove già in una direzione di cambiamento. All’interno di questo discorso allora, i valori di cui si fanno portatrici oggi le donne si contrappongono alle dure connotazioni di matrice maschile, che peraltro continuano a contraddistinguere l’intera nostra cultura, l’organizzazione sociale e politica del potere. Sono quelli della flessibilità, cura e attenzione e si definiscono a partire dalla categoria del “sentire” come modalità di esperire il mondo, riconosciuta come peculiarità del loro genere. Stimate da sempre come virtù minori perché re-legate ai sentimenti, nell’attuale contesto di trasformazione dei costumi, opportunamente ripensate, vengono rivalutate per diventare, afferma la studiosa Barbara Mapelli, “nuove virtù”. Nuove qualità che possono tradursi in modi di essere anche degli uomini, se solo crescesse nella relazione la loro capacità di riconoscerle anche come proprie. E così la “cura”, da sempre definita opera delle donne fino alla abnegazione di sé, ora, rivisitata nella prospettiva di una diversa identità femminile, trova la forza di convertirsi anche in “cura per sé”. Una sorta di movimento, di conversio ad se che, senza venir meno alla positività della dedizione all’altro, scopre la possibilità, la legittimità di inaugurare quello spazio, quel tempo interiore che offre riflessione, conoscenza, apertura di creatività.
Nel merito dell’occuparsi di sé, Duccio Demetrio, pedagogista dell’adultità, ci fa osservare come si sia inserita nel tempo anche la scrittura, la narrazione autobiografica. Una pratica che sta incontrando molto interesse tra le donne di oggi che hanno scoperto in questo strumento la possibilità di ricordare, di valorizzare la propria vita. Una vita che seppur non è stata “il migliore dei mondi possibili” rimane comunque unica e irripetibile. A Verona, diversi sono i gruppi femminili che ormai da tempo lavorano sulla memoria di sé. È diventato il piacere di stare insieme, di condividere i propri vissuti, di reinventarsi rispetto a nuovi scenari di vita. La nostra città dunque, una comunità che ama raccontarsi anche attraverso le storie delle sue donne.
Dipendenza da gioco. Signore e signori «Rien ne va plus» di Marta Bicego
Dopo i mercatini a chilometri zero, anche il casinò. Perché quindi spostarsi fino a Venezia, se a pochi passi dall’Arena è già possibile trovare una comoda sala con slot machines, postazioni per giocare a poker Texas Hold’em e da pochi giorni con tanto di roulette? Contraddizioni dei tempi moderni. La tentazione di cedere alle lusinghe del gioco – unico settore in controtendenza nonostante la crisi economica – è una realtà che tocca da vicino anche i veronesi. E con l’imbarazzo della scelta: dalle tabaccherie ai bar, dagli autogrill ai supermercati, dalle sale Bingo a veri e propri salotti dell’azzardo. Casinò della porta accanto, dove è possibile provare il brivido di veder girare la pallina di una roulette. O fare una partita a poker: un tempo relegato tra le mura delle case da gioco, oggi passatempo per ragazzi ed adulti.
Tra città e provincia, a Verona si contano cinque sale Bingo: a Nogara, San Giovanni Lupatoto, in via Golosine e Basso Acquar; l’ultima in ordine di tempo è stata inaugurata in novembre, a Bussolengo. Ma non è tutto, perché il mito del “vincere è facile” – controllato e sostenuto dallo Stato –, viene incontro alle esigenze di qualsiasi cliente: l’offerta è varia, e cavalca con tempismo invidiabile i venti della crisi. Un esempio su tutti? In tempi di ristrettezze economiche, con Win for Life, la vincita si trasforma in un vitalizio dalla durata ventennale. Secondo il Rapporto “L’Italia in gioco” diffuso da Eurispes tra le lotterie istantanee il Gratta e Vinci è quella di maggiore successo, con un incremento del 45 per cento nel 2008 solo della versione sul web. Nel 2008 il mercato dei giochi ha raggiunto quota 47,5 miliardi di euro, ma si prevede arriverà a sfiorare i 60 miliardi nel 2010. Settore trainante, che fa registrare il 46 per cento degli incassi, è quello delle NewSlot: brevi giocate e puntate irrisorie favoriscono il gioco continuo e ripetuto. I giochi di abilità online o Skill games, in particolare il poker (nella variante più diffusa del Texas Hold’em), hanno conquistato in breve tempo il pubblico: legalizzate a settembre 2008, queste forme di divertimento a distanza hanno riscontrato un consenso straordinario e già nei primi mesi del 2009 il successo ha superato le aspettative. A fronte di tanta offerta, perché ormai il gioco d’azzardo si trova dappertutto, i casinò di Venezia, San Remo, Campione d’Italia, Saint Vincent hanno chiuso il 2008 con bilanci in rosso. Tra il 2003 e il 2008 sono diminuiti anche gli introiti legati a concorsi pronostici come Totocalcio e Totogol, il che dimostra una certa disaffezione dei giocatori nei confronti di questi giochi.
Non c’è dubbio: il mercato dei giochi rappresenta una vera e propria industria. Solamente a gennaio di quest’anno, come rivelano i dati diffusi dall’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato, la raccolta proveniente dal gioco ha fruttato 5.224 milioni di euro – dei quali 2.559 provenienti da apparecchi (pari quasi al 50 per cento degli incassi) e 777 dalle lotterie –, con un trend positivo (+15,5 per cento) rispetto allo stesso mese del 2009. Per questo l’idea di aprire una casa da gioco a Verona, come succursale del casinò di Venezia, è vista in tempi di magra come un’opportunità di rilancio economico, senza pensare tuttavia ai risvolti negativi – dalla dipendenza patologica ai reati connessi, fino al fenomeno dell’usura – che una simile operazione potrebbe avere. Anche nella nostra città ci sono famiglie che stanno vivendo dei veri drammi a riguardo. Nemmeno i veronesi sono esenti dalla febbre dell’azzardo: quanto a scommesse la città scaligera è seconda solo alla vicina Venezia. Da uno studio realizzato da Censis servizi è emerso che, nel 2008, ogni veronese ha speso in media 828 euro per tentare la fortuna contro i 933 euro sborsati dai veneziani. Ogni 100 euro giocati, però, soltanto 68 sono ritornati nelle tasche dei giocatori. E le casse dello Stato ringraziano.
Si inizia spesso per curiosità, a volte per caso, ma il gioco può creare dipendenza. «In Veneto alcuni servizi per le tossicodipendenze seguono anche persone che soffrono di gioco d’azzardo» spiega Francesco Bricolo, psichiatra che opera presso l’Ulss 20 di via Germania. «A livello di dati epidemiologici, possiamo dire che il disturbo è riguarderebbe circa 5 per cento della popolazione, ma si tratta solo di una stima, e ad essere colpite sono soprattutto le donne». Mancano dati precisi, ma a preoccupare è soprattutto l’impatto che il gioco d’azzardo patologico (riconosciuto da quarant’anni come malattia dall’Oms) ha sulla società, «perché quando le persone arrivano a chiedere aiuto si tratta di situazioni già compromesse. Il gioco d’azzardo, ora classificato come disturbo del controllo degli impulsi, potrebbe essere riformulato in futuro come comportamento di dipendenza che può svilupparsi verso qualsiasi cosa. Le nuove generazioni sono più a rischio».
Sono circa cinquanta le persone seguite dal Dipartimento di viaGermania (telefono 045.8622235): «Prevalentemente adulti, ma perché i genitori non hanno il coraggio di portare i propri figli, né percepiscono il rischio». Per quanto riguarda la cura, il trattamento che sembra ottenere maggiori risultati è di tipo psicologico: «Ciò che possiamo dare è un supporto per aiutare a superare il problema. Poi ci sono i gruppi di auto aiuto sui quali puntiamo molto».
Soli, oppure accompagnati dai familiari, sono quarantasei i “giocatori in astinenza” che ogni martedì e mercoledì si incontrano nei tre gruppi di auto aiuto della cooperativa Self Help, al civico 132c di via Albere (telefono 045.502533), e il percorso che seguono è quello del dialogo e confronto tra persone che soffrono della stessa malattia.
«Il giocatore patologico ha atteggiamenti facilmente riconoscibili» precisa Manuela Persi, educatrice al Self Help da circa nove anni: «Comportamenti come il bisogno incontrollabile di giocare, la rincorsa delle perdite, falsificazioni che vanno a intaccare salute, lavoro e affetti», aggiunge, sono i campanelli d’allarme più frequenti. L’azione del gruppo di sostegno (la cui frequenza è libera e gratuita) punta al «cambiamento radicale dello stile di vita, all’astinenza da qualsiasi gioco basato sulla casualità, all’allontanamento da conoscenze e ambienti sbagliati. Infine alla pianificazione economica, per aiutare il giocatore a pagare i debiti e imparare nuovamente a gestire il denaro». Il fenomeno più preoccupante riguarda i giovanissimi: «Ragazzi della “Verona bene” che giocano a poker, on line o in piccole bische, usando magari la carta di credito di papà. Tra giovani e meno giovani, le persone non mancano – conclude Persi –, anzi sono in continuo aumento. Infatti stiamo pensando di aggiungere un altro gruppo...».
«Sono arrivato a pensare il peggio: un giocatore in astinenza racconta»
Da quella prima partita alle macchinette a oggi, sono passati dieci anni. Intere giornate trascorse tra bugie e sotterfugi, fino ad arrivare a «toccare il fondo» a causa della dipendenza da gioco d’azzardo. Quella di Alessandro, il nome è di fantasia, è la storia di uno dei giocatori in astinenza che si ritrovano al Self Help di via Albere per confrontarsi in un gruppo di auto aiuto.
«A diciott’anni ero un ragazzo normale, dopo non so che cosa sia successo. Per troppo tempo libero o troppi soldi per le mani, ho iniziato per scherzo a giocare a video-poker assieme a un amico» racconta il ventottenne impiegato in un’azienda veronese. «Per scherzo», ripete, «finché mi sono messo a giocare anche da solo e sono andato avanti per oltre sei anni. Somme basse, all’inizio. Ma, quando mi sono ritrovato ad avere dei debiti a causa delle macchinette, sono arrivate le difficoltà».
Problemi con i familiari, la fidanzata, gli amici: «Non potevo tenere i ritmi di un ragazzo della mia età con le spese che avevo al gioco. Così mi sono trovato ad allontanarmi e a scappare. Le cose andavano sempre peggio, ma non pensavo di essere malato». La patologia è quella che ti spinge a giocare a tutti i costi, anche se lo stipendio (che allora era di un milione e mezzo di lire) non è sufficiente a coprire i debiti. «Il mio comportamento era strano: spendevo tutti i soldi che avevo e i miei genitori non capivano perché – rivela Alessandro –. Non dicevo nulla, ed ero sempre preoccupato, tant’è che una sera mio padre mi ha preso il braccio, me l’ha tirato lungo per vedere se c’erano punture di siringa». Dopo diverse ricadute, e debiti sempre più pesanti, «sono arrivato a toccare il fondo. In quel momento ho capito che non potevo più fare a meno del gioco d’azzardo».
Il passo più importante, e difficile, è stato ammettere di avere un problema e parlarne in famiglia, poi c’è stato l’arrivo al Self Help. «Quando mi hanno parlato del centro mi sono detto: proviamo. Una volta incontrato il gruppo, però, ho pensato: qui sono tutti malati, io non sono così...».
Il percorso di Alessandro prosegue, tra alti e bassi, da qualche anno: 101 giorni di astinenza, poi la ricaduta; altri 156, poi la ricaduta; ancora 499 giorni... «Ho rivoluto lo stipendio e sono andato a giocare. Ora conto 27 giorni di astinenza». È una «lotta continua», spiega, tra il desiderio di tornare al video-poker e i sensi di colpa. Giocare regala forti emozioni «che sembrerebbero brutte, ma non lo sono, perché alla fine continui ad andare a giocare. È l’adrenalina forse. In quel momento il tuo cervello non è lucido: fai mille pensieri, ma solo quando esci dal bar ti rendi conto di ciò che hai fatto». Lontano dalle macchinette, però, «si vive meglio»: si riesce a ragionare, si affronta in maniera diversa la vita, si recupera il tempo perduto. Semplicemente regalandosi una vacanza. «Ora non arriverei mai a pensare al suicidio – confessa l’ex giocatore –, invece negli anni più difficili ho pensato di farla finita. Una volta mi sono fermato in un parcheggio, non ho provato ad uccidermi, ma l’idea mi ha sfiorato». Il problema è nella mancanza di informazione: difficilmente le persone accettano che il gioco possa trasformarsi in malattia. «La situazione più preoccupante riguarda i minorenni – conclude –: escono con i dieci euro dati come mancia dai genitori, li giocano in cinque secondi al bar, poi vanno a casa perché restano senza soldi. A pensarci bene, anch’io facevo così».
Un operatore di sala Bingo ci spiega cosa c'è dietro
Lo definiscono divertimento per famiglie, in realtà il Bingo nulla ha a che fare con la cara vecchia tombola. «Per far sopravvivere le sale devi avere persone dipendenti da gioco, perché il sistema si fonda sulla presenza di clientela abituale. Questo è un binomio inscindibile, senza il quale il Bingo è un’azienda destinata a fallire». Vista dalla prospettiva di chi ci lavora, la realtà del Bingo assume tutta un’altra dimensione. Un mondo del quale, fino a qualche tempo fa, anche Matteo – il nome è, per ovvie ragioni, inventato – non sapeva nulla finché poco più che venticinquenne, per necessità di trovare un’occupazione, è diventato operatore di sala Bingo nel Veronese.
Al di là dei protocolli dettati dal Monopolio, ogni struttura è gestita in maniera differente. In linea di massima, però, valgono i principi di efficienza e ottimizzazione: nel mettere a proprio agio il cliente e vendere il maggior numero di schede. Per far ciò, la macchina organizzativa prevede la presenza di alcune figure: lo speaker e il cassiere (oggi riunite, grazie a un software, in un’unica persona), i venditori, un caposala, un capo venditore “stella”. Poi ci sono gli addetti alla ristorazione, i quali «devono offrire sostentamento a giocatori che trascorrono anche sei ore in una sala. Con offerte di bevande o piatti a determinati orari, quando l’afflusso inizia a calare». Altra cosa è il gioco. Speaker e cassiere gestiscono le partite: decidono numero e prezzo delle cartelle da vendere, raccolgono il venduto, distribuiscono le vincite. Per i venditori «la prima disposizione è avere una determinata efficienza nella vendita» precisa Matteo. Il risultato al quale mira qualsiasi sala, prosegue, «è fare almeno dieci partite in un’ora. Quindi far durare la partita, tra vendita cartelle e svolgimento del gioco, sei minuti e non di più. Ovviamente dipende dall’afflusso di persone e dalla presenza di personale». Fino a questo punto, fa notare, «nulla di eccezionale, a parte la necessità di efficienza nel rispettare i tempi». Il paradosso, precisa, è che «l’esistenza di un Bingo si basa sulla presenza di clienti abituali. Il giocatore occasionale influisce per il 10 per cento sul movimento di denaro totale. L’afflusso di persone che vengono a vedere com’è il gioco si può notare nei fine settimana, ma lo “zoccolo duro” è fatto dagli abituali che potrei giorno dopo giorno indicarti uno per uno». Ogni Bingo rappresenta uno spaccato eterogeneo, ma completo, della società perché non esiste una classe sociale che non sia rappresentata: «Trovi persone anziane, coppie e famiglie, compagnie di giovani, extracomunitari che considerano il Bingo una via per racimolare soldi». E, a giocare, si può rimanere per ore perché la vendita di cartelle di poco valore, cadenzato ad una velocità incredibile, permette a tutti di entrare nel meccanismo dell’assuefazione. «Chiaramente c’è una forma di malattia. Più ancora che nel gioco, nella costante presenza in sala: c’è chi arriva alle sei di sera, cena e rimane fino a mattina». È difficile capire cosa fa scattare la dipendenza: «Il fenomeno più preoccupante lo vedo tra chi usa i video-poker, dove i soldi vanno giù ad una velocità impressionante». Qui, gli unici che riescono ad andarsene a casa con un bilancio in attivo sono i cinesi: «Trascorrono ore a guardare una persona che gioca. Poi spendono 600 euro in trenta minuti, ma magari ne guadagnano mille. Hanno una forma di mania che riescono a rendere fruttuosa. Hanno provato anche con il Bingo, ma evidentemente non vale lo stesso principio».
Sindacato: insieme contro la crisi di Fabiana Bussola
Parola d’ordine: crisi. È questo il termine che ha convinto a Verona tutte le categorie produttive, le istituzioni e i servizi, a sedersi intorno a un tavolo insieme ai sindacati. Cgil, Cisl e Uil raccolgono continue domande di cassa integrazione, e non soltanto dagli industriali. Sono anche protagonisti della cabina di regia, il Crevv, promossa dalla Provincia per concertare gli interventi e ripensare lo sviluppo della città. Se è vero che crisi significa anche cambiamento, forse qualcosa si muove nella mentalità veronese, quella china e operosa nel coltivare il proprio orticello. E forse, passata la buriana, si inizierà un percorso più collaborativo. Ecco cosa ne pensano i sindacati confederali di Verona.
– Crisi finanziaria mondiale: le ricadute sulla città si fanno sentire. Ma che crisi stiamo vivendo? Siamo di fronte alle crepe del sistema economico veronese e veneto? Carla Pellegatta (Segretaria generale Cgil Verona)
La nostra città non è seconda a nessuno in quanto a ricadute sull’economia reale della crisi finanziaria. Ma alcuni settori erano in affanno già ben prima: penso al termomeccanico, al marmo, in parte all’edilizia, al tessile e al calzaturiero. Una peculiarità nel nostro territorio però c’è: la piccola dimensione delle imprese, per le quali è difficile non solo affrontare questo momento, ma che non sono in grado di puntare su innovazione e ricerca. Ancora più complesso è prepararsi alla ripresa: servirebbe un rilancio dei distretti produttivi per stimolare sinergie tra aziende e sperare di avere così delle prospettive per il futuro. In realtà, in questi anni abbiamo perso per strada fette importanti di imprese medio-grandi, che o si sono ridimensionate o sono scomparse. Lucia Perina (Segretaria generale Uil Verona)
C’è anche un problema culturale: il forte attaccamento alla propria attività spinge a resistere alla crisi senza reagire finché non ce la si fa più. Ma ciò destruttura in senso economico-finanziario la maggior parte delle piccole e medie imprese, che non riescono a fare rete. Inoltre, rispetto a 15 anni fa, quando le grandi aziende nel veronese hanno cominciato ad andarsene, oggi è molto più difficile ricollocarsi. Il sistema non è più in grado di assorbire chi fuoriesce dalle imprese più grandi. Anche i gruppi bancari non sono riusciti a fare un salto etico. Fino a ieri le piccole aziende hanno ingrassato le banche e oggi non sono altrettanto sostenute: faticano ad avere accesso al credito. Assistiamo ad un allargamento della forbice tra ricchi e poveri e qui le banche sono chiamate a giocare un ruolo importante, perlomeno favorendo le aziende sane. Inoltre, non può esserci un sindacato che fa buoni contratti e poi laddove non c’è rappresentanza – penso alle cooperative, al precariato – si fa quel che si vuole. Non c’è uniformità nei controlli, le verifiche previste dalla legge non sono uguali per tutti e così abbiamo cittadini che pagano le tasse ancor prima di ricevere lo stipendio e chi non ha alcuna tutela.
Massimo Castellani (
Segretario generale Cisl Verona)
La crisi finanziaria non ha fatto che acuire una situazione grave già evidente. Ricordo che negli ultimi 10 anni il Pil italiano è giunto all’1% solo un paio di volte. Siamo rimasti in media allo 0,2-0,3 mentre altri paesi europei hanno avuto performance più alte. Prima dell’euro il nostro sistema produttivo è cresciuto molto grazie al cambio lira-marco. Oggi lo scenario è più complesso: molti paesi dell’Est Europa hanno aperto le frontiere permettendo la delocalizzazione delle nostre imprese. La crisi finanziaria ha posto sotto i riflettori una realtà in cui è chiara la mancanza di una progettazione industriale adeguata ai tempi. Verona ha retto meglio rispetto alle altre città del Nordest e al resto d’Italia: il terziario ha infatti tenuto, così il turismo e l’agroalimentare, dove però si stanno mostrando delle crepe. La crisi occupazionale non è drammatica ma non vedo un indirizzo, una soluzione lungimirante. Paghiamo anche una cultura che non ha creduto nel marketing, non ha saputo investire in ricerca e innovazione. Si preferisce seguire la logica del ribasso del costo della mano d’opera, piuttosto che pensare a come affrontare i mercati esteri. Abbiamo in definitiva delle potenzialità produttive a cui però non seguono aperture ai nuovi mercati, dell’Est e del Sudamerica in particolare. Il nostro modo di essere ci ha fatto crescere con la microimpresa, ma oggi bisogna coniugare questa operosità con una visione globale del mercato. Così ci si trascina nella speranza che le economie vicine a noi, specialmente quella tedesca, ripartano per poterci agganciare. Intanto Verona si sta svuotando dal manifatturiero, la Glaxo sta smantellando la ricerca e la città si sta trasformando in una provincia fatta di commercio, turismo e industria del divertimento.
– A fronte di un reciproco rispetto tra segretari generali, quali sono i punti che vi allontanano? Carla Pellegatta (CGIL)
Anche in tempi di difficoltà abbiamo mantenuto buone relazioni e condotto azioni unitarie. Inevitabilmente non possiamo essere immuni da ciò che accade a livello nazionale: penso alla rottura tra Cgil, Cisl e Uil nel 2002 per il Patto per l’Italia e più recentemente a quella sui modelli contrattuali. Ma abbiamo sempre cercato di lavorare insieme: la primavera dello scorso anno abbiamo sottoscritto un patto anticrisi, firmato poi da Provincia, Camera di commercio e tutte le associazioni datoriali. I punti che ci vedono contrapposti riguardano la visione del mercato del lavoro, le proposte per superare il dualismo tra lavoratori tutelati e i precari, esploso anche in base a leggi che hanno in parte destrutturato il mercato del lavoro.
Altro punto di divisione forte è stato lo scorso anno la firma separata sulla riforma del modello contrattuale. E così oggi ci troviamo un accordo che sancisce la possibilità di derogare rispetto alle norme contrattuali. Inoltre c’è un problema di rappresentatività del sindacato: la Cgil chiede che si possa avere una legge sulla rappresentanza come nel pubblico impiego, per verificare l’effettiva rappresentatività di ciascuna organizzazione, e la possibilità, il diritto secondo noi, che i lavoratori si possano esprimere su piattaforme e accordi che li riguardano. Queste sono problematiche nazionali, ma vorrei che provassimo anche a livello territoriale a dare dei segnali alle nostre organizzazioni centrali. Lucia Perina (UIL)
Confermo la stima reciproca ma non è sufficiente per fare accordi. Il buon clima tra noi segretari non basta ad evitare che poi le nostre rispettive categorie manifestino conflittualità. La prima grande occasione persa è stato proprio l’articolo 18: eravamo insieme dentro le grandi macchine organizzative, però Cisl e Uil sono giunte prima alla possibilità di non vedere la modifica di quell’articolo come l’apripista al licenziamento libero. La Cgil invece si è arroccata e ha preso una posizione critica verso le altre organizzazioni sindacali, sostenendo che chi aveva ceduto su quel punto non aveva fatto gli interessi dei lavoratori. Lo trovo offensivo e le distanze sono così aumentate. Ci sono temi importanti su cui abbiamo fatto percorsi diversi anche all’interno delle nostre organizzazioni. Insieme rappresentiamo il 35-40% del mondo del lavoro, molto meno dei pensionati. Sulla rappresentatività ce la dobbiamo giocare per bene. Carla Pellegatta (CGIL)
Infatti serve a stabilire la titolarità di chi deve stare ai tavoli…Lucia Perina (UIL)
Non è proprio così perché poi quando la Cisl dice una cosa, la Uil un’altra e la Cgil agisce da sola, perché pensa di essere l’unica e la più grande, allora è davvero un problema di rappresentatività e di numeri. Massimo Castellani (CISL)
Tornando all’ambito locale credo che la riforma dei contratti ci divida: la Cisl ha un atteggiamento basato sulla concertazione con chiunque ci sia dall’altra parte e cerca di portare a casa il miglior risultato possibile. La Cgil è invece più antagonista. Non nego che anche questa posizione a volte può dare i suoi frutti.
È da un anno che ricopro l’incarico di segretario e sento la difficoltà di lavorare in tre, ciascuno con le proprie procedure interne da rispettare. Il lavoro di squadra non è facile né rapido nei rapporti con le le altre organizzazioni mentre questo tempo di crisi esigerebbe rapidità nelle decisioni e concretezza. Un esempio è il caso Glaxo: credo non lo si possa liquidare sui gradini di Palazzo Barbieri dicendo che la ricerca non se ne andrà via da Verona. Questi sono solo slogan. Le cose si risolvono se ci sono le capacità di individuare delle possibili soluzioni, instaurando un rapporto stretto tra azienda e governo, in un tavolo nazionale che non deve vedere i sindacati in posizione subalterna. Carla Pellegatta (CGIL) Ricordo che la Cgil è una delle fautrici del percorso concertativo. In realtà sia in Italia che in Europa si sta affermando la formula del dialogo sociale, che è però altra cosa dalla concertazione. Lo scenario che abbiamo davanti ci impone di avere come obiettivo l’unità sindacale, altrimenti finiremo col trovarci a dover ricostruire dei percorsi per avere maggiore potere contrattuale. Sono anche d’accordo che il lavoratore possa votare sulle piattaforme e sugli accordi, e anche che l’iscritto al sindacato abbia maggior peso, ma ricordiamoci che siamo soggetti sociali e che la nostra firma vale anche per i non iscritti. Perciò anche questi non iscritti devono poter dire se sono o meno d’accordo con le intese che sottoscriviamo.
– Come si stanno modificando i rapporti con Confindustria e le altre organizzazioni datoriali? Massimo Castellani (CISL)
La richiesta di cassa integrazione è continua da parte degli industriali, ma la crisi ci sta avvicinando a categorie che prima non ci interpellavano, come il commercio, gli artigiani, le cooperative, per trovare degli accordi che aiutino a superare questa fase. Il volto del sistema veneto è molto cambiato negli ultimi anni e gli industriali non sono più la maggioranza nel mondo produttivo. Lucia Perina (UIL)
Confindustria rappresenta il 20% delle imprese in Italia e un po’ meno a Verona, quindi è la metà di quanto siamo noi tre sindacati insieme. Oltre alle realtà dell’associazionismo d’impresa vorrei sottolineare la presenza rilevante dei consulenti del lavoro, professionisti che hanno un rapporto ad personam con centinaia di aziende e con cui dovremmo rapportarci. L’associazionismo datoriale – Confartigianato, Confcommercio, Confapi... – è molto frammentario e competitivo. Bisognerà capire come sindacato e lavoratori possano inserirsi in questo clima. Noto però che da un anno a questa parte prevale uno spirito di alleanza: finché sosteniamo l’imprenditore perché gli si conceda il credito da parte delle banche siamo bravissimi. Vedremo cosa succederà quando la crisi sarà meno pesante e chiederemo ai datori di lavoro di dividere la ricchezza con i dipendenti. Saremo ancora autorevoli allora?
Carla Pellegatta (CGIL)
Concordo con la visione di Massimo e di Lucia: finché c’è la crisi i rapporti sono buoni. Ma una volta superata questa fase di difficoltà dovremo mettere in campo noi sindacati una qualche forma di contrattazione territoriale a Verona, anche per cercare di intercettare le molte forme di lavoro flessibile. Una contrattazione che punti a dare riconoscimenti economici e diritti anche a settori in cui il sindacato non è presente.
– Siete tra i partecipanti alla Cabina di regia per l’economia veronese e veneta, il tavolo promosso dalla Provincia per affrontare la crisi. Dopo la prima riunione operativa di febbraio, pensate che il Crevv abbia un futuro?
Massimo Castellani (CISL)
Questo è un tavolo importante. È la Provincia che ha la titolarità della formazione, del mercato del lavoro e gli elementi su cui far leva per vincere la crisi. C’è stata una rappresentanza direi totale, perché oltre ai sindacati nel Crevv ci sono le associazioni di categoria, quelle imprenditoriali, le banche, le istituzioni, i comuni e la curia.
Ho riscontrato da parte di tutti una grande disponibilità al confronto e a mettere insieme le idee, cercando punti d’incontro. Abbiamo proposto di creare un fondo che dia risposta immediata a chi è in difficoltà: l’accordo con una banca per dare un anticipo sulla cassa integrazione straordinaria non basta. Crediamo che un fondo a cui partecipino fondazioni e banche abbia più possibilità di rispondere rapidamente a chi ha bisogno rispetto ad un ammortizzatore sociale. Secondo compito del fondo è istituire un credito d’onore per avviare forme di attività autonoma o di tipo cooperativo. Lucia Perina (UIL)
Nella convenzione con le banche si dovrebbe agire più rapidamente: è vero che siamo in tanti al tavolo, ma le proposte a riguardo presentate da noi sindacati rischia di restare sulla carta. Se per metterci i soldi ci si impiegano due, tre mesi abbiamo perso per strada un po’ di gente e non avremo qualche povero in più, ma decine di persone che cadono nelle mani degli strozzini. Carla Pellegatta (CGIL)
I beneficiari degli ammortizzatori sociali sono una fetta sempre più ridotta di lavoratori, infatti ne sono esclusi la gran parte dei lavoratori a tempo determinato, moltissimi apprendisti, i lavoratori a progetto e in somministrazione. La Provincia si è impegnata a promuovere l’intervento dei comuni affinchè mettano in atto tutta una serie di provvedimenti, quali la riduzione delle rette di asili nido o case di riposo, agevolazioni sulle bollette, contributi agli affitti, in modo da poter sostenere il reddito delle persone e delle famiglie che per effetto della crisi si trovano in gravi difficoltà. A questo proposito è necessaria una riflessione approfondita sul modo in cui i comuni utilizzano le risorse. Da questo punto di vista considero sbagliata la scelta del Comune di Verona di procedere alla realizzazione del traforo delle Torricelle, non solo perché ritengo sia un’opera inutile, dannosa e assolutamente incompatibile con il territorio e la tutela dell’ambiente, ma anche perché con le stesse risorse si potrebbero mettere in atto interventi davvero necessari. La città di Verona, ad esempio, ha le carte in regola e le potenzialità per diventare città metropolitana. Ma per fare questo occorre avere una visione strategica del territorio, investire nelle infrastrutture davvero necessarie. Naturalmente la condizione per raggiungere questo obiettivo è che si faccia “squadra”. Uno dei limiti dell’associazionismo e del sistema delle imprese a Verona, sta proprio nel non aver saputo fare “sistema”, esigenza tanto più pressante in un contesto economico globale. Da questo punto di vista ritengo importante che la provincia di Verona abbia attivato – come peraltro il sindacato chiedeva da tempo – una Cabina di regìa, sui temi dello sviluppo del territorio e sui temi del lavoro. Era una sollecitazione contenuta anche nel Patto anticrisi, che abbiamo promosso e sottoscritto nell’aprile scorso come Organizzazioni sindacali e firmato assieme a Provincia, Camera di Commercio e a tutte le parti datoriali, con l’obiettivo di provare a far fronte alla crisi anche con proposte concrete soprattutto sul versante delle politiche sociali.
I nostri figli portiamoli in spalla
affinché possano vedere lontano di Jean Pierre Piessou (mediatore culturale)
In Africa i papà spesso portano i bambini sulle spalle. Lo fanno non per comodità o per convenienza ma semplicemente perché i loro figli vedano più lontano di loro. Perché esplorino oltre i confini delle loro etnie, dei loro villaggi, delle Weltenschaung in cui sono cresciuti, dei costumi e delle tradizioni antropologiche e spirituali. I genitori portano dunque i figli sulle spalle perché siano capaci di apprezzare orizzonti più ampi così da non essere ottusi, ma piuttosto cosmopoliti.
Questa comportamento saggio dei genitori dovrebbe consentire ai ragazzi immigrati di seconda generazione, chiamati G2, di vivere in città che non discriminano le persone per provenienza, cultura, religione e quant’altro.
Per seconda generazione si intende i figli dei cittadini immigrati adulti, giunti a Verona da un bel po’ di anni. Questi giovani possono essere suddivisi in tre gruppi: il primo gruppo è composto dai giovani arrivati in seguito al ricongiungimento familiare dei genitori, residenti stabili in Italia già da qualche anno; il secondo gruppo è composto dai giovani figli di immigrati nati in Italia da coppie provenienti da paesi terzi; nel terzo gruppo si trovano i figli di immigrati nati da coppie miste (italiani-immigrati).
Questa distinzione ci aiuta a meglio comprendere alcuni aspetti legati all’inclusione scolastica e sociale di questi giovani cittadini, soprattutto per quanto riguarda la questione della lingua italiana. Per esempio, per i ragazzi immigrati nati in Italia, e che fin dalla tenera età frequentano gli istituti scolastici veronesi, il problema dell’italiano come seconda lingua generalmente non si pone, mentre per chi è giunto a Verona attraverso la procedura di ricongiungimento, la lingua può rappresentare un grosso ostacolo, sia dal punto di vista della comunicazione che da quello dell’autocomprensione di sé, rispetto al contesto in cui si vive l’integrazione.
I dati che abbiamo di questi minori immigrati sono in continua oscillazione e dicono che al primo gennaio 2009 i minori, figli di cittadini immigrati tra Verona e Provincia, erano 22.375, su una popolazione immigrata di circa 96.309 unità. Se mettiamo a confronto questi dati del 2009 con quelli del 2004, vediamo che l’incremento è del 50%: nel 2004 infatti questi minori erano 11.116.
I paesi di provenienza della maggior parte di questi giovani sono quelli degli immigrati adulti, cioè la Romania, il Marocco, lo Sri Lanka, l’Albania, il Ghana, la Moldavia e l’India. Questi giovani portano sulle spalle le fatiche, le ansie, le difficoltà anche abitative, le frustrazioni e le ingiustizie che i loro genitori subiscono. Non riescono a vivere sereni.
È venuto a trovarmi un giovane ghanese di nome Augustine, studente in una scuola professionale di Verona. Aveva in mano una bolletta da 543, 07 euro da pagare. Voleva sapere se e perché doveva pagare quei soldi per la riparazione dell’ascensore, quando lui e la sua famiglia non lo usano perché abitano al piano terra. Mi dice che il padre è stanco di parlare di queste cose, ma soprattutto moralmente depresso per alcune situazioni e ha quindi deciso che d’ora in poi sarà Augustine che dovrà recarsi negli uffici a fare valere le loro ragioni. Questo giovane immigrato, ben integrato nella società veronese, vive questo fatto come una forma di ingiustizia.
Il giovane Singh ha sedici anni. Mentre viaggia in autobus da un paese della provincia verso Verona, in compagnia dei genitori anziani, il controllore chiede solo a loro se sono in possesso del biglietto. Questo fatto reca al giovane indiano, nato in Italia e studente a Verona, dolore, tristezza e anche un senso di frustrazione. Si chiede come mai il controllore abbia interpellato solo loro.
La terza storia è di Sabina, diciannove anni, studentessa al quinto anno di un liceo di Verona, d’origine ukraina. È stata cacciata da casa perché innamorata di uno studente nigeriano. I genitori la accusano di tradire la religione e la cultura della loro terra d’origine. La vorrebbero sposata con un ukraino.
I G2 sono per noi immigrati come i rami di un albero dove sbocciano prima i fiori, poi i frutti. Le radici, il tronco e i rami formano l’insieme dell’albero. Non esistono gli uni senza gli altri. Così i G2 sono la visione e la prospettiva di una nuova società veronese. Coloro che ripetono continuamente “prima i veronesi e poi gli altri” dimostrano miopia perché non sanno guardare avanti verso una società multietnica, arricchita dalla diversità delle culture, dove tutti, indipendentemente dalla provenienza o dal colore della pelle, possano godere delle opportunità offerte.
I G2 sono spesso soli. Li troviamo a vagabondare nelle gallerie dei supermercati, a sbirciare gli oggetti con le cuffie nelle orecchie. Possono sembrare integrati, ma non è sempre così. I G2 chiedono di essere apprezzati quando compiono dei gesti di amicizia e di affetto, senza essere sempre giudicati. Chiedono che la scuola sia all’altezza dei problemi legati alla loro ricerca di identità. Chiedono di non essere usati nelle pubblicità. Chiedono ampi spazi di riflessione, di approfondimento delle tematiche di attualità e della memoria storica. I G2, uniti ai loro concittadini italiani ed europei, chiedono che i politici la smettano di usare le loro provenienze geografiche, e quelle dei loro genitori, per fare propaganda elettorale. Chiedono di non essere chiamati extracomunitari, clandestini, negri, islamici, albanesi, ma di essere chiamati per nome, perché sono cittadini con i loro diritti e i loro doveri. I G2 sognano e desiderano che la Repubblica Italiana rimanga una Repubblica democratica fondata sul lavoro e che i diritti all’istruzione, alla cura, al lavoro, alla libertà di espressione, di libera circolazione, al culto, alla pace siano inalienabili e garantiti anche a loro.
Nei film di Quattrina parlano i testimoni di Elisabetta Zampini
Il documentario sarebbe lo strumento più idoneo per raccontare e far conoscere la storia, in particolare quella più recente. È quello che pensa Mauro Vittorio Quattrina, autore di ormai numerose mostre e documentari legati al periodo delle due Guerre, dove emergono volti e vicende inedite ma non per questo poco significative.
«Spesso libri, anche ottimi, di argomento storico – spiega Quattrina – non riescono ad avere la divulgazione che meriterebbero. Diventano un piacere per pochi cultori. L’immagine, invece, che si basa su fonti originali ma anche su ricostruzioni precise, è potente. Banalmente si può dire che siamo immersi in una società dell’immagine. Ma ci sono altre implicazioni. L’immagine arriva a tutti. Coinvolge. Rende partecipi emotivamente i fruitori. Ne è prova la grandissima affluenza di pubblico alle presentazioni delle mie opere». Nel caso di un documentario è delicato l’equilibrio tra la necessità di creare un canovaccio, una trama, una fiction che però rimanga fedele alla verità storica, non solo nel complesso ma anche nelle sfumature: «Per fare questo – prosegue Quattrina – ci vuole una scrupolosa conoscenza della storia. Non solo dei fatti accaduti ma anche dell’ambiente, dei contesti, dei particolari della vita quotidiana, degli oggetti. Non mi è piaciuta la recente edizione televisiva della vicenda di Anna Frank. Ho riscontrato molte incongruenze storiche nella ricostruzione degli ambienti e dei personaggi. Non è pignoleria. Ma fedeltà alla storia. Altrimenti ci si sbilancia sulla fiction intesa come superficiale via per commuovere». Le storie di Quattrina sono abitate da persone vere, testimoni o controfigure estremamente curate di chi fu testimone. È il caso di Ferdinando Valletti, protagonista dell’ultimo lavoro del regista intitolato “Deportato I 57633”. Giocatore del Verona Hellas, Valletti viene chiamato poi nel Milan. A Milano è imprigionato per motivi politici e quindi deportato nel campo di Mauthausen. Si salva perché sa giocare bene a calcio: le SS hanno bisogno di lui per completare la squadra e “rilassarsi” con qualche partita. Il pregio del documentario è quello di legare la storia del singolo a quella di tutti, la microstoria alla macrostoria con il vantaggio di umanizzarla e renderla quindi più riconoscibile empaticamente. È la cifra artistica ed etica presente in tutto il percorso di Quattrina: «Attraverso Valletti parlo del dramma di Mauthausen, evitando la retorica. E forse riesco a restituire con più credibilità quel dramma. Per questo, in occasione del 65° anniversario dello sbarco in Normandia, nel 2009, ho raccontato vicende inedite di molti italiani che vi parteciparono, tra cui Walter Chiari. Poi ho dato vita alle lettere dei soldati italiani nella Grande guerra. Per arrivare al documentario sui prigionieri di guerra alleati nei campi di lavoro nel Veronese tra il 1942 e il 1945: emerge un mondo sommerso ma degno di essere conosciuto come quello dei tanti veronesi che, rischiando la vita, hanno nascosto i “nemici” in casa o li hanno aiutati a fuggire. Per questi atti di eroismo, prima dimenticati, le più alte autorità dello Stato hanno valutato l’opportunità di dare un riconoscimento alla Provincia di Verona».
Tante fonti inedite, perciò, che contribuiscono a ritarare la grande storia. Arrivano, se così si può dire, come una benedizione. Restituiscono emozioni, sofferenze, percorsi umani che danno uno strattone alla storia di forma, imbellettata e cristallizzata nei libri, spesso non aggiornati. Si parla di uomini e di donne, di vita. Non di fatti “oggettivi”. «La cosa per me più straordinaria – prosegue Quattrina – è che arrivo a conoscenza di queste vicende quasi per caso. Sono appassionato da sempre di storia, specialmente quella del periodo bellico; ho raccolto immagini, lettere, oggetti in tutto il mondo. Ma ad un certo punto sono le stesse persone che mi vengono a cercare per regalarmi materiale o racconti. I testimoni hanno voglia di parlare, di farsi ascoltare. Molti di loro, anzi, si sentono traditi dalla società, dal potere e dall’uso fatto delle loro memorie. Si sentono testimoni “a scadenza” per le cerimonie commemorative di rito. Il resto dell’anno, la memoria del passato recente è maltrattata. In centro a Verona stanno sparendo le grandi lettere “R” che indicavano sugli edifici i rifugi antiaerei. Nessuno le ritiene un dato storico. Così pure i rifugi dei bastioni di San Zeno. Sono intatti. Con poco si potrebbero ristrutturare. Dimenticati. Eppure là dentro gente ci ha sofferto, ci ha abitato, ci sono nati dei bambini…». Si dimentica, si cancella, per ignoranza, secondo Quattrina, e non per premeditazione: «Conosciamo poco la città. Io ho un sogno: realizzare un museo della Prima e Seconda Guerra all’interno dei bunker dei giardini ex zoo. Ho già presentato il progetto. E attendo gli sviluppi, spero positivi».
Reduci: sabbia o ghiaccio, ma sempre guerra era di Laura Muraro
«Piango...». È la medesima risposta che con inaspettata coincidenza affiora dalle labbra di due reduci veronesi della seconda guerra mondiale: l’uno della battaglia di El Alamein , l’altro di quella di Nikolajewka. Sia che l’esperienza della guerra sia avvenuta nel caldo torrido del deserto egiziano o nelle gelide pianure russe, alla domanda: «Cosa prova quando ripensa a quei momenti?» entrambi manifestano, tra le lacrime ancora sincere, lo stesso sentimento, nonostante siano passati quasi 70 anni.
El Alamein
Siamo ormai al terzo anno di guerra (il secondo per l’Italia fascista, dal 1940 a fianco della Germania di Hitler) e l’avanzata delle truppe dell’Asse in Europa sembra non trovare ostacoli. L’unica nazione fiaccata, ma non sconfitta, è la Gran Bretagna. Con la campagna del Nord Africa le truppe italo-tedesche puntano ad arrivare rapidamente fino a Suez e bloccare così i rifornimenti britannici ai pozzi petroliferi del Medioriente, prima che gli Usa, ripresisi del tutto dall’attacco giapponese di Pearl Harbor (dicembre 1941), riversino tutta la loro potenza di uomini e mezzi anche in occidente.
La cittadina di El Alamein si trova nel deserto in posizione strategica, a circa 60 km dalla costa egiziana e lungo la ferrovia, nelle vicinanze di Alessandria d’Egitto. Dopo la prima battaglia di El Alamein (1-27 luglio 1942) l’avanzata delle forze dell’Asse, comandate dal generale Erwin Rommel, viene bloccata. Il generale Bernard Montgomery prende il comando dell’Ottava Armata britannica.
È a questo punto che si inserisce la storia personale del caporalmaggiore Antonino Tomba, l’ultimo carrista rimasto della divisione corazzata Ariete, tra i pochi scampati alla seconda battaglia di El Alamein (23 ottobre - 3 novembre 1942). A dispetto dello sforzo eroico, riconosciuto anche dal nemico, lo scontro è un successo britannico decretato dalla straordinaria superiorità dei mezzi alleati. Questo segna il punto di svolta nella campagna del Nord Africa, conclusasi nel maggio 1943 con la resa delle forze dell’Asse in Tunisia: sul campo rimangono 30.543 tra morti, feriti, prigionieri e dispersi italo tedeschi e 13.560 alleati.
Il caporalmaggiore Tomba, ora un arzillo signore di 88 anni, ci accoglie nella sua casa di Sant’Andrea di Cologna Veneta dove inizia il suo racconto dell’esperienza in Nord Africa. È tale la lucidità e la precisione delle sue parole che la sua è stata una testimonianza importante per il regista Enzo Monteleone nella realizzazione nel 2002 del film El Alamein - La linea del fuoco.
Dopo aver frequentato, dall’inverno del 41 al maggio 42, il corso alle casermette di Montorio, il diciannovenne Tomba è tra i pochi (il 30% dei partecipanti) ad uscirne con il brevetto di conducente dei carri M-13: la realizzazione di un sogno. Due settimane premio di vacanza in Lessinia e in agosto, all’inizio all’oscuro della meta finale, comincia l’avventura africana con un lungo viaggio in treno fino in Grecia e quindi su un aereo tedesco. Ma in Africa non c’è tempo per ambientarsi: l’aeroporto ad El Aden, in Cirenaica, è sotto bombardamento, l’aereo non può atterrare e si deve saltare letteralmente giù, sbalzati nel bel mezzo della battaglia e delle privazioni. Dopo due giorni di viaggio in camion si arriva sulla linea del fronte: 15 giorni di scontri con la coscienza sempre più chiara dell’inevitabile sconfitta. Alla fine tutti i carri della divisione Ariete vengono distrutti o messi fuori uso e Tomba è costretto ad una fuga rocambolesca per 1200 km nel deserto su una camionetta, fino al villaggio Marconi, dove inizia un’altra battaglia per evitare il completo accerchiamento delle truppe dell’asse.
Dai suoi nitidissimi ricordi di quei momenti emergono con precisione non solo i preparativi, le mosse, gli spostamenti compiuti dall’Ariete durante la battaglia di El Alamein, ma anche i sentimenti di orgoglio per lo spirito di corpo degli italiani, sconfitti solo dalla superiorità numerica degli avversari e dalla potenza eccezionale di camion, carri e cannoni statunitensi in forza agli inglesi. Allo stesso tempo riaffiora viva la cocente amarezza per la scarsità di rifornimenti aggravata dai traffici illeciti di carburante: «Nei fusti che arrivavano dall’Italia – afferma – era stato rubato parte del gasolio e aggiunta acqua al suo posto. Lo stesso Rommel se ne lamentava, ventilando il sospetto di tradimento degli italiani». Tomba non nasconde la sua grande ammirazione per il generale tedesco «che a differenza dei vertici militari italiani era sempre in mezzo alla battaglia» e un certo disprezzo verso gli inglesi e il loro generale Montgomery.
Un capitolo a parte è riservato al ricordo dei compagni morti: è ancora vivo in lui lo strazio provato nel vedere i carri italiani colpiti e nel sentire poi nel collegamento radio «grida di dolore,di paura, invocazioni di aiuto alla mamma, alla Madonna… e poi più nulla».
Allo stesso tempo ricorda anche episodi della vita quotidiana in quelle condizioni estreme: le inevitabili sofferenze fisiche nei carri, dove la temperatura di giorno arrivava anche a 70C°; le giornate passate al riparo dal sole nella buca scavata sotto il cingolato; la sete patita; l’acqua «che sa di gasolio» perché trasportata nelle stesse taniche usate per il carburante; e il pane sporco di sangue perché buttato sugli stessi camion usati per i feriti.
Non mancano nel racconto di Tomba situazioni bizzarre, come l’apprensione durante la notte per una presenza non identificata, apprensione che al mattino si scioglie alla scoperta di un cammello a spasso sul campo minato e che una volta catturato diventa occasione di banchetto per tutti; e ancora le scorpacciate di leccornie trovate sui mezzi abbandonati dagli inglesi; o i due soldati britannici che avanzano verso il carro di Tomba ubriachi fradici: la sbronza salva loro la vita e vengono indirizzati a gesti verso le retrovie.
Era partito con l’entusiasmo di un ventenne del 1922, certo della vittoria militare e dopo la delusione per la sconfitta e le sofferenze fisiche e psicologiche della guerra, patisce per tre anni anche l’umiliazione di una pesante ed a tratti brutale prigionia in mano francese. Ma questa è tutta un’altra storia.
Nikolajewka
Negli stessi mesi in cui si svolgono le battaglie di El Alamein, a Nord, lontano dal Mediterraneo, è in pieno svolgimento l’operazione Barbarossa. Nel 1941, dopo la rottura da parte tedesca del patto di non aggressione stipulato alla vigilia dello scoppio della guerra, le truppe italo tedesche avevano attaccato e invaso l’Urss di Stalin. Hitler, conquistata la Francia e fiaccata l’Inghilterra, mirava a distruggere l’Unione Sovietica in un colpo e arrivare al dominio totale con la sottomissione dell’Est europeo.
I sovietici, presi alla sprovvista, avevano nei primi mesi lasciato dilagare le truppe tedesche (supportate da eserciti alleati, fra cui il CSIR italiano) che dopo le iniziali vittorie cominciano a incontrare le prime sconfitte a seguito della graduale riorganizzazione dell’esercito sovietico. Nel frattempo arriva l’inverno siberiano e fra il ’42 e il ’44 si assiste a un dramma di proporzioni enormi, con perdite umane pesantissime dall’una e dall’altra parte.
Tra le truppe italiane chiamate ad affiancare l’esercito tedesco c’è anche il caporale Giuseppe Ferro di Brancon di Nogara, classe 1918, che dall’alto dei suoi 92 anni splendidamente portati ci racconta la sua esperienza. Dopo aver fatto la campagna di Francia viene inviato in Russia con la divisione Torino: è il 18 luglio 1941 e la propaganda lo rende fiducioso in una rapida vittoria prima dell’inverno. Ma è solo propaganda.
Nelle parole dell’ultimo reduce di Russia della Bassa c’è poco spazio per ricordare le strategie e le battaglie, ed emergono soprattutto la disillusione e il dubbio.
Con la prima neve, che li sorprende già in ottobre, aumentano le privazioni, le sofferenze, gli assalti della guerriglia russa, «che armava anche i bambini contro gli invasori». Arrivano le prime sconfitte: siamo nella zona caucasica. A Chazepetovka, Ferro viene ferito a una gamba «rischiai di morire schiacciato dai cadaveri dei miei compagni» poi sanguinante raggiunge a piedi l’ospedale da campo dove, senza anestetico, il medico gli ricuce la ferita. La situazione appare disperata: mancano antibiotici, i farmaci coadiuvanti per sopportare il freddo garantiscono una protezione fino a –30Cº, «ma in quelle zone si arrivava a –40Cº». L’abbigliamento è inadeguato e poiché gli uomini devono spesso procedere strisciando, i tessuti non impermeabili si ghiacciano e procurano estese zone di assideramento sul torace; per giorni tengono addosso gli scarponi, salvo poi fare talvolta macabre scoperte: «Nell’aiutare un commilitone a toglierli – ci rivela – mi ritrovai fra le mani le dite staccatesi dal suo piede». Passano i mesi: altre battaglie, altri orrori, altre sofferenze. È l’estate del ’42 quando i tedeschi tentano invano di prendere la città di Stalingrado, mentre l’esercito sovietico comincia una manovra di accerchiamento: una catastrofe che nell’inverno coinvolge anche gli italiani e li costringe ad una rotta disperata inseguiti nella neve dalle colonne corazzate sovietiche. Ferro è tra queste migliaia di miliari in fuga e allo sbando: «Avevamo abbandonato tutto comprese le armi, – racconta – senza sapere dove andare e con un freddo polare che non permetteva di sostare che qualche secondo». Ma il corpo degli alpini un giorno riesce a sfondare l’assedio a Nikolajewka e a creare un varco attraverso il quale egli riesce a passare. Nascostosi per alcuni giorni in paese, prosegue la fuga verso Ovest insieme con altri sette. «Ci spostavamo di notte, mentre di giorno rimanevamo nascosti come animali braccati». Dopo alcuni giorni, con la forza della disperazione e l’istinto di sopravvivenza, raggiungono la cittadina di Gorlowka, salgono su un convoglio italiano carico di viveri (destinati inizialmente al fronte) che torna indietro e li scarica a Udine: finalmente in Italia.
Le note positive e serene del racconto nascono invece dal contatto con la popolazione locale con cui Ferro, che aveva imparato i rudimenti della lingua russa, riesce a comunicare frequentemente.
Sono gli stessi comandanti a sollecitarli a cercare rifugio nelle isbe, presso le famiglie costituite ormai solo da donne, bambini e vecchi. La raccomandazione però è quella di agire con rispetto ma anche di muoversi sempre in piccoli gruppi «per evitare i rischi». Gli agguati di partigiani sovietici infatti erano sempre incombenti. Ricorda con raccapriccio di aver trovato un giorno un commilitone ucciso, spogliato e con macabre mutilazioni. «Le donne russe, avevano una particolare simpatia per gli italiani perché sapevano – aggiunge con un po’ di malizia – farle sorridere, ma soprattutto perché si mostravano corretti verso i civili».
Anche il ritorno a casa a Nogara ha le sue sofferenze. Lo aspettano una giovane moglie e una bambina di 4 anni. È ridotto a 40 kg. Chi lo riconosce? Dopo la gioia per il ritorno arriva l’amarezza per una figlia che non può riconoscere il padre partito da troppo tempo: «Un intruso – secondo la piccola di Ferro – che stava con la mamma».
C’è infine la delusione per uno Stato che lo richiama in guerra dopo solo due settimane dal rientro: la destinazione è Tunisi. Ma una pleurite, scoperta prima dell’imbarco, lo trattiene a lungo in ospedale in Sicilia. Dimesso nell’estate del ’43, gli viene prescritta una lunga convalescenza proprio quando gli alleati sbarcano in Sicilia. Torna a casa: per lui la dolorosa esperienza della guerra non riprenderà più.
L’entusiasmo giovanile, unito alla propaganda, avevano creato in questi, come in altri giovani del tempo, grandi aspettative e la falsa convinzione che la grandezza di un popolo e di una nazione passasse attraverso la guerra. Toccata con mano tale tragedia era gradualmente emersa in loro invece la piena consapevolezza della sua assurdità e inutilità, lasciando spazio al contrario ad altri valori quali l’accoglienza, la solidarietà, il rispetto dell’altro.
Associazioni: con il cuore e... "Collamente" di Giordano Fenzi
Erano i primi giorni del 2007 e in giro si sentivano i soliti discorsi. «I giovani d’oggi non hanno più nessun valore, non hanno ideali!». Mamme che denunciavano la mancanza di luoghi d’aggregazione per i loro figli, anziani che si lamentavano per la solita assenza di valori e gli “esperti ” che concedevano le solite sagge interviste.
L’associazione culturale Collamente nacque in quei giorni, dall’idea di un gruppo di ragazzi di San Giovanni Lupatoto, che volevano contrastare quel diffuso pregiudizio che fa di tutti i giovani una massa indistinta d’individui senza impegno e senza valori.
Una sera si trovarono e dall’unione di due parole, collaborazioni e mentali, fecero nascere Collamente. L’obiettivo dell’associazione è di svolgere attività di promozione artistica e sociale sul territorio.
I ragazzi di Collamente si riuniscono tutti i martedì sera a Casa Novarini, uno spazio voluto dall’ex sindaco di San Giovanni Lupatoto Remo Taioli come centro giovanile e ricreativo per i giovani del paese.
Le decisioni vengono prese da un collettivo formato da dieci persone dai 23 ai 30 anni. Sono ragazzi di differente formazione culturale, ma accomunati dalle medesime sensibilità.
Non possedendo una sede operativa stabile, l’associazione ama considerarsi “nomade”, in quanto è disponibile a spostarsi tra Verona e le province limitrofe per promuovere la cultura per e con la società che le sta attorno.
Nei suoi primi tre anni di vita, l’associazione ha allestito tre mostre fotografiche (“Altro Adige” nel 2007, “Luoghi urbani perduti” nel 2008, “Vivere usa e getta” nel 2009). Tra le attività del 2007 ha riscosso grande successo H2nonO, una giornata di sensibilizzazione, tenuta al Teatro dell’Angelo di Vallese, sul concetto di acqua come bene comune da tutelare.
Collamente ha evidenziato fin da subito una forte sensibilità alle problematiche sociali del territorio veronese e in omaggio a Porto San Pancrazio, quartiere che, come San Giovanni Lupatoto, si affaccia sull’Adige, l’anno scorso ha organizzato “Scambi Portuali”. Questa brillante rassegna di tre serate ha voluto sensibilizzare i cittadini sul tema del Porto come luogo di scambi e come opportunità per confrontarsi e conoscersi.
Dallo scorso novembre, Collamente pubblica una newsletter mensile per i suoi 700 associati ed una versione stampabile gratuita nella quale ogni membro del collettivo dà il proprio spunto di riflessione su fatti d’attualità locali e globali, su problematiche sociali e ambientali e su temi d’interesse generale come i viaggi, la musica e il cinema. Per il 2010, oltre all’allestimento di una mostra fotografica itinerante che si chiamerà “OneDayDiary”, Collamente ha definito le proprie attività attorno a due grandi temi, l’integrazione e l’ambiente.
Dal marzo 2009, con l’organizzazione di una conferenza al parco dell’Adige di San Giovanni Lupatoto, l’associazione ha iniziato ad occuparsi dell’inceneritore di Ca’ del Bue, aderendo al “Comitato No all’inceneritore di Verona, Sì al riciclo”. Per la prossima estate è in programma la giornata del riciclo, un’importante occasione per riflettere sulla tutela del territorio e sull’eco-compatibilità delle nostre vite.
«Siamo contro Ca’ del Bue», dichiara la presidentessa di Collamente, Federica Collato, «perché quando verranno accesi i camini, i rischi ambientali e per la salute dei cittadini saranno elevatissimi, in quanto l’inceneritore produrrà diossine e nanopolveri che saremo costretti a respirare». Il centro di riciclo di Vedelago costituisce un riferimento sia per l’associazione, sia per i membri del Comitato, perché è innocuo dal punto di vista ambientale e permette un quasi totale riciclo dei materiali.
«La nostra organizzazione è indipendente e apartitica», precisa Federica, «ed è alla costante ricerca di persone che possano collaborare o vogliano entrare nel collettivo. Non dobbiamo pensare che tanto sono loro a decidere», conclude la giovane presidentessa. «La città è dei cittadini, ed è diritto di tutti decidere per il proprio futuro». www.collamente.it.
Ricordando Franco Donatoni, veronese noto al mondo intero di Nicola Guerini
«Le nuvole sono forme individualmente impermanenti, la nuvolosità è mobile ma costante, eppure deve ad esse il mantenimento del proprio stato identificabile; è ancora alla mutazione conservata delle loro forme individuali asimmetriche che essa nuvolosità si identifica nel suo mutamento differenziato» Franco Donatoni (1927-2000)Dopo la sua scomparsa nel 2000, molte sono state le occasioni che il mondo musicale ha avuto nel ricordarlo e molti sono stati gli articoli che hanno scritto, sempre con un unico scopo, quello di far capire la forza energetica della sua musica. Per i suoi 70 anni era stato festeggiato in tutto il mondo (da Siena a Salisburgo, da Cordoba a Londra, da Edimburgo a Los Angeles, da Amsterdam a Trieste), come uno dei più grandi compositori del secolo scorso.
Franco Donatoni è nato a Verona nel 1927, ha studiato con Desderi, Liviabella e Pizzetti e dopo aver conosciuto Maderna si è recato a Darmstadt per specializzarsi. Ha insegnato in diversi Conservatori, a Torino, Milano, Bologna, Roma e alla Chigiana di Siena, formando una delle più floride scuole compositive, in seno alla quale si sono specializzati intere generazioni di compositori. Autore di un ricco catalogo compositivo, ha scritto anche due enigmatici libri di riflessione sulla propria arte: Questo (1970) e Antecedente X (1980).
I primi cimenti artistici del veronese riflettono il suo amore per la musica di Bartók, in particolare per le opere percussive del musicista ungherese. A tale modello unì poi il radicalismo strutturale della scuola di Darmstadt e la serialità post-weberniana connessa a tale scuola.
L’originalità dell’arte di Donatoni deriva da una posizione estetica che lo ha presto portato, all’indomani delle prime affermazioni come Puppenspiel I (1961), ad affermare un rapporto del tutto artigianale con la materia, smitizzando completamente la figura dell’artista “creatore”. Di fronte alla materia, il musicista può solo “abbandonarsi”, automatizzando una serie di trasformazioni quali gli consentono la diretta conoscenza delle pratiche compositive e la propria sensibilità. Il “comporre” diviene così una sorta di teatro fatto di gesti artigianali per così dire interiorizzati e sublimati in una “tecnica”. Puppenspiel II (1966), Duo pour Bruno (1975), In cauda (1982), Puppenspiel III (1985): questi sono solo alcuni dei lavori più conosciuti e apprezzati del compositore, figura di riferimento tra le più limpide della musica italiana di fine secolo.
“Sono quasi certo di poter condividere l’opinione secondo la quale non si può insegnare a comporre” scrive con lucidità Donatoni, creando un paradosso fra l’affermazione “che non si può insegnare a comporre” e il suo essere stato uno dei più grandi didatti che la musica contemporanea abbia avuto, un musicista che ha molto riflettuto sul suo operare, così prosegue Donatoni: “all’invenzione non si può accedere mediante una disciplina ricevuta dall’esterno”.
Donatoni ha inserito nella sua azione compositiva il concetto di “dolore” per meglio analizzarsi e per meglio capire la (sua) musica, infondendo alla propria arte una profondità che solo la partecipazione vera e totale alla vita può dare. Proprio l’accettazione dell’angoscia si fa garante dell’affezione di vita: a ogni quantità di forza vitale corrisponde un adeguato potere di essere affetti da ciò che ci circonda.
È quello di Donatoni un atteggiamento che ricorda queste parole di Nietzsche: “non so se il dolore renda migliore /…/ ma è solo il grande dolore che scava nelle profondità del nostro essere”.
Nel 1972 una forte turba depressiva fa scattare la crisi risolutiva in Donatoni. Nel 1980, viene pubblicato Antecedente X, un volume che chiarisce l’avvenuto percorso verso una rinascita. La perdita della coscienza dell’io viene ora mutata nella perdita dell’io nella coscienza: “l’equivocato abbandono al materiale” scrive Donatoni “fu piuttosto un abbandono del materiale”. Il ritrovamento della coscienza e del metodo (onirico e ludico) permette una nuova rivelazione della creazione, intesa come dono.
Nel suo atto creativo si inserisce il “Numero”, che suggerisce e indica, che compone “gli arabeschi del destino, revoca epifanie, promette adempimenti, regola equilibri, formula presagi, intrica labirinti, celebra misteri dai quali l’io è assente /…/ il numero è l’antecedente di ogni antecedente”.
I giochi numerici e certi riferimenti all’alchimia interessano l’ultima fase della produzione di Donatoni, un percorso che amava considerare diviso in cicli di sette anni. Il gioco numerico nasce dall’intuizione che lascia percepire la qualità del numero e non la sua funzione matematica, in una sorta di aritmetica animata che intende il numero come entità individuale: “per esempio si può provare antipatia per l’89” dice Donatoni “e simpatia per il 93 come inverso del 39, cioè il triplo di 13, il mio numero portafortuna”. L’ultima produzione di Donatoni, da Refrain II (1991) e III (1993) a In Cauda II (1994) e III (1996), da Portal (1994) a Algo n. 3 (1995) e n. 4 (1996), da Punppenspiel n. 3 a Rusch (entrambi del ’95), dimostra come egli sia approdato a un felice esercizio ludico dell’invenzione, che dice sì all’esistenza e all’opera, inoltrandosi nella parte intima e segreta del comporre, in un viaggio temerario e sbalorditivo dentro il cuore dell’operare in musica, incredibile e straordinaria testimonianza sulle “difficoltà del comporre”, esplicitata non solo attraverso un artigianato artistico di altissima qualità, ma anche attraverso le infinite avventure umane percorse, approdando a una facilità di scrittura sicurissima, a una libera spontaneità del linguaggio musicale e a una forte espressività, che – da sempre – comunica la profondità dell’avvenuto sposalizio fra vita vissuta e musica scritta.
«Chi può oggi» si chiede Pierre Boulez «unire le qualità minute dell’artigiano con l’originalità di un raffinato mondo immaginario?». Franco Donatoni ovviamente, che «unisce finezza sonora a un’invenzione forte».
Umberto Simili: l'arte che vive di emozioni di Cinzia Inguanta
La prima cosa dalla quale si rimane colpiti osservando un quadro di Umberto Simili è l’armonia cromatica frutto di un’attenta ricerca di equilibrio. Questa ricerca non è solo la nota dominante delle sue opere ma anche della sua stessa vita. Figlio d’arte nasce a Castelmassa in provincia di Rovigo il 31 maggio 1949. La sua formazione inizia con gli studi all’Istituto d’Arte del suo paese, ma il difficile rapporto con il padre, che in qualche modo ostacola le sue ambizioni artistiche, il bisogno di trovare una propria strada affrancandosi dal peso dell’ambiente familiare lo portano, giovanissimo, a Urbino dove si diploma presso l’Istituto di Belle Arti in incisione e disegno animato.
Quelli di Urbino sono anni determinanti per la sua formazione, ricchi di incontri personali e professionali che trovano espressione nei suoi lavori, nell’abilità per la caricatura in cui Simili eccelle. Attento osservatore con pochi tratti l’artista restituisce l’anima, la personalità dei suoi modelli.
Nel corso degli anni ottiene vari riconoscimenti, fra i quali il premio di pittura “Cavalcaselle” nel 1968 ed il premio “Bianco Nero” per tre anni consecutivi dal 1969 al 1971 sempre alla mostra nazionale “Cavalcaselle” di Legnago.
Per quaranta anni insegna disegno dal vero presso l’Istituto d’Arte “N. Nani” di Verona. Qui conosce e diventa amico di un altro grande pittore, Moreno Zoppi, con cui condivide il gusto per la ponderazione. Il pittore deve analizzare, misurare, riflettere per restituire all’occhio la musicalità di un paesaggio, di una figura. L’istinto, l’intuizione sono mezzi da controllare attraverso la funzionalità e l’armonia di ogni singola pennellata.
I suoi paesaggi, sono tutti rigorosamente en plein air, dipinti all’aria aperta, in solitudine, la mattina presto per cogliere nel silenzio le sottili sfumature che la luce genera su ogni particolare e quindi afferrare la vera essenza delle cose fino a penetrarne il mistero.
Umberto Simili vive anche la figura femminile come un paesaggio da scoprire, e ci si avvicina in punta di piedi, senza far rumore per comprendere, per entrare in sintonia ed arrivare a farla diventare una parte di sé. Ogni volta costruisce un rapporto diretto con il paesaggio, con la modella. Ogni quadro è una storia, un percorso verso la scoperta, verso la conoscenza. Ogni quadro è una sfida: come fare per capire? Come restituire la profondità di quello che si ha davanti? Ecco perché l’artista ama dipingere in solitudine, la conoscenza è sempre un percorso personale che solo in un secondo momento può essere condiviso e restituito attraverso l’opera d’arte.
Simili definisce se stesso come un uomo del Po, un uomo di acqua dolce e così i suoi quadri riflettono i segni di quest’anima liquida, libera, ma profondamente legata ai valori della sua terra.
Non importa quale sia il mezzo espressivo scelto dall’artista, infatti, sia che usi, gli oli o i pastelli, le matite o gli acquerelli, l’acquaforte o la creta le sue opere riescono sempre ad incantare e sorprendere per la dirompente carica emotiva che trasmettono.
I colori e i profumi dell’arte di Panieri di Federico Martinelli
Firenze torna a Verona: dopo la mostra di Luca Alinari, la Galleria d’arte L’Incontro di via IV Novembre 25/F ospita dal 6 marzo al 1 aprile (dal martedì alla domenica, dalle 16 alle 19.30) le opere del fiorentino Giuliano Panieri portando in città una pittura d’altri tempi, quasi magica.
Non è nuova a queste scelte la sala d’arte veronese, capace di catturare l’attenzione dei grandi appassionati dell’Ottocento e del Novecento italiano ed internazionale e i collezionisti dei pittori sia affermati che emergenti. Da oltre 35 anni diretta da Laura Biscardo la galleria ha ospitato innumerevoli artisti, ha proposto mostre di ampio respiro con particolare attenzione al gusto e alla sensibilità dei suoi frequentatori, sempre attenta a nuovi stimoli culturali. Ne è testimonianza il successo di questi mesi: la grande arte del Novecento, l’esposizione del milanese Umberto Levi, l’internazionale Luca Alinari, la disegnatrice di moda Patrizia Pezzin, il veronese Roberto Tommasi, artista della natura e dei corsi d’acqua che riscuote molto successo anche in America. E ora, Giuliano Panieri con la sua personale: curata da Laura Biscardo e promossa con la collaborazione dell’Associazione Culturale Quinta Parete di Verona, la mostra rappresenta un valore aggiunto per la città tanto che Provincia e Circoscrizione II hanno concesso il loro patrocinio. È proprio nel significato della parola artista – troppo spesso usata in maniera inappropriata – che si può esprimere la vera essenza della nobiltà stilistica e pittorica di Panieri: l’artista è uomo di rara sensibilità e purezza di cuore che esplora e fa riemergere universi perduti. Panieri inizia il suo percorso negli anni ’70 quando frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze per poi avvicinarsi alla Scuola del Nudo da cui apprende una sorprendente capacità nel disegno a matita. Di lì a poco segue la scuola privata di Nerina Simi. «Nerina era figlia d’arte, il padre aveva studiato alla scuola di Gerôme, a sua volta allievo di Ingres. Aspettai due anni per poter accedere alla scuola, frequentata da artisti di tutto il mondo, che volevano approfondire le capacità nel disegno. Lavoravamo tanto sui gessi, sulle nature morte e sulla riproduzione dello studio dove ci esercitavamo», racconta Panieri che ha avuto altri due mastri d’eccezione: Silvestro Pistolesi e Pietro Annigoni. Da Pistolesi ha appreso la tecnica della tempera grassa – di rimando cinquecentesco – che prevede l’impasto di pigmenti naturali mescolati al vino bianco e all’uovo, decotti a fuoco lento per 24 ore con l’olio di lino. Il risultato è un colore vivo e lucente che non ammette imperfezioni: la tempera grassa difatti non permette all’artista di coprire eventuali errori, come invece avviene per l’olio e l’acrilico. Da Pietro Annigoni, grande maestro del Novecento, Panieri ha ricevuto preziosi consigli che si riflettono nella scelta garbata dei toni e dei colori, mai violenti e contrastanti. L’estrema cura dei dettagli iniziali come la preparazione del supporto in legno, l’applicazione del cosiddetto “cencio della nonna” unito alla carta di riso giapponese sono prerogativa essenziale per un’opera che acquisisce luminosità e rimanda ai classici toscani. Panieri trasmette l’intimismo e la sensibilità sia nello stile che nel soggetto: le sue nature morte, gli interni dai morbidi colori, i libri e gli strumenti musicali così abilmente rappresentati hanno un sapore ottocentesco e rimandano all’arte di Caravaggio e di Vermeer e fanno contraddistinguono un’arte con la A maiuscola.
Patrimonio naturale: un sito per le colline veronesi di Cinzia Inguanta
L’Associazione di promozione sociale “Il Carpino” sta lavorando alla realizzazione di un sito internet www.collineveronesi.it che ha lo scopo di mettere in rete il maggior numero possibile di informazioni sui diversi percorsi naturalistici delle colline veronesi, sulle risorse naturali, storiche, ambientali ed architettoniche di cui è ricco il contesto a Nord della città. Il progetto ha ottenuto sia la collaborazione che il patrocinio della Regione, della Provincia e della Fondazione Cariverona e sta coinvolgendo un po’ tutti i Comuni interessati dai rilievi.
Il sito, che è ancora in fase di costruzione, è rivolto al turista italiano o straniero che vuole organizzare una piccola vacanza, all’escursionista veronese che desidera scoprire nuovi sentieri e approfondire la conoscenza del proprio territorio, a chiunque voglia scoprire il patrimonio di natura e di memoria racchiuso nei paesaggi delle colline intorno a Verona.
Per saperne di più abbiamo incontrato il responsabile del progetto, Mario Spezia, che ci spiega come l’idea sia nata prima di tutto dalla costatazione che i sentieri segnalati e mappati negli anni ’70-’80, grazie alla collaborazione tra Cassa di risparmio Cai (Club Alpino Italiano), stanno scomparendo: un po’ per incuria, un po’ per l’intervento di privati che mettono recinzioni, cancelli e quant’altro. In secondo luogo, «da un punto di vista più generale – spiega Spezia – si sta verificando un “inselvatichimento” delle menti per cui sta dissolvendosi quella cultura legata all’attenzione per il territorio che era patrimonio del nostro passato. Per questi motivi si è pensato ad un’iniziativa forte che rimettesse in gioco la sensibilità verso l’ambiente attraverso uno strumento ormai universalmente utilizzato quale il web».
Sul sito saranno inseriti i dati relativi a tutto il territorio della provincia di Verona: dal Lago di Garda fino alla Val d’Alpone. Le informazioni saranno divise per zone omogenee. Il sito offrirà la mappatura di tutti i sentieri da quelli praticabili a quelli storici, insieme a proposte di nuovi percorsi. Oltre a questo saranno inserite informazioni sulla flora, sulla fauna e sulla storia, a partire dal pleistocene fino ad arrivare ai nostri giorni.
Il progetto è stato avviato all’inizio del 2009 ed in questo momento è in piena fase operativa. Il gruppo di lavoro è composto da una quarantina di persone che operano a vari livelli, con diverso impegno e tutte le svariate competenze necessarie per la realizzazione di un progetto così complesso.
La previsione è quella di arrivare per la fine di quest’anno ad avere una buona mole di informazioni inserite per dare all’utente una possibilità di utilizzo reale.
«Attraverso il monitoraggio e la pubblicazione su rete dei percorsi naturalistici, l’associazione promuove una sorta di protezione indiretta delle caratteristiche peculiari dei paesaggi che caratterizzano il territorio – dice Spezia –. Non dobbiamo dimenticare che rivolgere attenzione ai paesaggi che abitiamo, riconoscere ed attribuire valore agli elementi naturali, storici, culturali che ne determinano l’identità, non può che accrescere il rispetto e il senso di appartenenza per i luoghi dove l’uomo vive e per la comunità».
L'oro blu della Lessinia.
Delle antiche acque e parsimonia delle genti
di Aldo Ridolfi
«Va a tóre ‘na bótilia de aqua!».
E allora il bambino – quello che, grossomodo, corrisponde alla memoria dello scrivente – talvolta di corsa, talaltra di malavoglia, si avviava verso el canaleto, sorgente che da tempo immemore dissetava gli abitanti della contrada Biasetti. Circondata da una fama leggendaria che esaltava la purezza delle acque (il mitico dottor Bruno ne aveva curato le analisi e garantiva non solo sulla loro potabilità ma anche sulle loro particolarissime virtù terapeutiche), la sorgente del canaleto scaturiva cento metri a valle della contrada e si può dire fosse perenne, perché poco o tanto la butava sempre.
Una volta percorso il breve viottolo sassoso il bambino prendeva una o due foglie di nocciolo (ma solo se quelle usate nei giorni precedenti erano inutilizzabili, ché anche le foglie di nocciolo venivano, fin da quella giovane età, riconosciute come esauribili), le collocava nel piccolo fossetto naturale per favorire lo scorrimento dell’acqua e attendeva con pazienza che la bottiglia si riempisse. Vi erano periodi d’arsura lunghi e intensi nei quali dalla sorgente usciva un filo sottilissimo d’acqua. In quel caso si provvedeva a collocare stabilmente un recipiente che servisse da “serbatoio” e quindi permettesse di attingere con facilità l’acqua necessaria.
Altri cento metri più a valle, lungo la carrareccia che portava in paese, vi era un’altra sorgente, qualitativamente declassata rispetto al canaleto. Dal fornelo, termine con il quale si designava la vaschetta di raccolta (metri 1per 0,60 per un’altezza di 30 centimetri circa), una breve condotta portava l’acqua dell’abbondante scaturigine a due arbi costruiti dopo l’ultima guerra in sassi e cemento (le lastre che caratterizzano le fontane della Lessinia erano una sofisticheria che in questi siti non ci si poteva permettere). Dagli arbi si attingeva tutta l’acqua necessaria agli usi non strettamente commestibili, si portavano due volte al giorno a bearare le bestie, si lavavano e si risciacquavano i panni, si portavano brenti e vedòti a inbusarse.
Quella contrada, la mia contrada, disponeva di una terza sorgente (ma con un po’ di buona volontà se ne potrebbero rintracciare delle altre, pur modestissime), a monte questa volta, attorno alla quale era stato ricavato un ampio orto e costruiti due arbi con la funzione di deposito, essenziale perché si trattava di una sorgente dolsa cioè soggetta ai capricci della siccità e pertanto d’estate la se sugava. Quando i bambini mettevano le mani tra i sassi della sorgente par edre da in do la ven, interveniva immediatamente l’autorità dell’adulto sentenziando che le vene (sorgenti) no se le toca se nò le se perde e lasciando così, assieme a qualche dubbio, poche speranze di poterci giocare. Straordinaria affermazione, peraltro, quest’ultima, rivisitata adesso, dopo cinquant’anni!
Conteneva, in una decina di parole, un rispetto profondissimo per la natura, un briciolo di spirito pratico, un atavico, religioso e forse anche superstizioso rispetto per un bene essenziale. Metteva a diretto contatto con l’acqua primeva, quella delle origini, l’unica vera e autentica acqua. Chi volesse saperne di più attorno a questi aspetti legga Storia dell’acqua. Mondi materiali e universi simbolici testo curato da Vito Teti e penetrerà il misterioso universo dell’acqua (peste colga chi osa disperdercelo!) e scoprirà la sua perenne dimensione antropologica.
E che dire della parziale motorizzazione della collina negli anni Sessanta quando, arrivato il piccolo trattore cingolato, si è ben pensato di andarla a prendere con una botte, l’acqua, risparmiando tempo e fatica e giubilando perché una schiavitù era pur stata sconfitta? Ebbene quella botte non durava più di due giorni: non c’è dubbio, l’abbondanza induceva al consumo (che comunque non era mai spreco).
Altre emozioni; e altri tempi anche. Dai quali mi piace pigliare a piene mani questi favolosi ricordi semplicemente perché sono belli, e lo sono tanto più quanto non si prefiggono intenti moraleggianti.
Nelle contrade attorno succedeva la stessa cosa. Ai “Batai”, contrada meravigliosamente orientata a Sud-Ovest giusto a pigliare tutto il sole che Dio comanda, si scendeva nel vajo ad attingere l’acqua da una sorgente favolosamente abbondante che nella mia puerile fantasia associavo ad una sorta di ricchezza, non aurea però, a una tranquillità esistenziale assente là dove l’acqua non era così abbondante. E la si prendeva con i secchi di rame, l’acqua, stando bene attenti, risalendo la china, a smorsar l’onda che si formava a causa del dondolio dei secchi appesi alla derla. Infatti un dondolio eccessivo faceva tracimare l’acqua rendendo meno vantaggioso il viaggio. A evitare tale rischio si provvedeva collocando, nella parte superiore del secchio, delle frasche che avevano appunto lo scopo de smorsar l’onda. Ed era virtù di ragazza saper portare l’acqua senza spanderla. E attorno a questa banalissima (oggi) esperienza prendevano vita – a dimostrazione di come le basi materiali contribuiscono a formare il pensiero, il linguaggio, l’ironia – modi di dire, proverbi e indovinelli: i va sigando e i torna lagrimando, sa ei? I secchi, naturalmente.
Più organizzati erano, ovviamente, in paese, dove gli acquedotti erano arrivati da tempo, ma le massaie hanno insistito avanti negli anni Cinquanta a usare i lavatoi pubblici, soprattutto per il bucato e il risciacquo, anche con il freddo. C’è in giro, da noi, gente non ancora sessantenne che ricorda, con un misto di paura e di allegria, i diaoleti ale man causati dall’immersione prolungata nell’acqua al limite del ghiaccio. Nel paese di Tregnago ve n’erano quattro di questi lavatoi: quello della Pieve, a Nord, l’altro della Rì, in centro, un terzo a Sud, la Vasca e l’ultimo in periferia, quello di Marcemigo. Attorno ad essi un universo culturale che andava dalle tecniche per garantire la manutenzione delle condotte alla funzione sociale, essendo la fontana intesa come momento di aggregazione, di ritrovo tra massaie, ma anche luogo ove si potevano tessere, sotto lo sguardo vigile di mamme e di nonne e di zie magari nubili, incontri tra giovani d’ambo i sessi.
Negli archivi si conservano documenti di antichi approvvigionamenti. Nel Campion delle strade del territorio veronese formato l’anno 1589, meritatamente citatissimo, si conserva memoria di tutti i punti d’acqua della nostra terra veronese; nella canonica della parrocchia di Cogollo una mappa del Settecento narra della progettazione di un acquedotto che doveva captare le acque in luoghi “selvosi ed erti” e portarla in centro paese, “al Santo”; risalendo la strada che da Selva di Progno raggiunge Velo Veronese è ancora possibile vedere tracce – oggi debolissime – delle condotte dell’acqua ai mulini; Piero Piazzola racconta delle diatribe ottocentesche attorno al possesso della sorgente detta della “Casarola” a Campofontana; a Cellore d’Illasi la fontana di Arano, sito recentemente scoperto come stazione preistorica, la fontana convive con un’edicola votiva inserita in un suggestivo percorso legato alla viabilità medioevale e alla religione... Vivaddio non possiamo gettare alle ortiche simili fondanti esperienze!
Senza contare che l’acqua benedetta, tenuta in una speciale ampolla riempita nel tempo pasquale, non mancava in nessuna abitazione e le piccole acquasantiere fissate nel muro accanto al letto venivano regolarmente riempite per consentire il segno della croce al mattino e alla sera. La sacralità dell’acqua, sotto tutti i profili, era un dato acquisito. Anche se l’ironia o l’autoironia, che sono sempre segno, soprattutto quest’ultima, di spirito raffinato e d’intelligenza leggera e presta, era sempre in agguato: la dòna l’è come l’aqua santa, la fa tanto poca come tanta.
Ma questo è decisamente un altro discorso.
Cerna e il Carnevale. Labile traccia di un antico rito precristiano di Alessandro Norsa
Il carnevale ha origini storiche antichissime che si perdono nella notte dei tempi e derivano dalla fusione dei diversi riti (saturnalia, celebrazioni dionisiache…) che si alternarono nei vari periodi storici durante la parte dell’anno compresa tra febbraio e marzo.
Questi riti, nei paesi di montagna, a causa del loro isolamento geografico, conservarono maggiormente inalterate le loro caratteristiche peculiari.
Il carnevale di Cerna è una viva testimonianza della presenza anche in territorio veronese di queste antichissime tradizioni. La manifestazione, estintasi nel 1954, è ritornata in vita da tre anni, dopo un oblio durato più di mezzo secolo.
Nel libro dal titolo: “Il carnevale di Cerna: un’ipotesi di continuità con i carnevali dell’arco alpino” (Edizioni Millenium), lo scopo è quello di riportare alla luce, per non perdere questa labile traccia di memoria, le dirette testimonianze sul carnevale di chi lo ha visto realizzare cinquant’anni fa.
Il carnevale, come altri pochi riti comunitari, sono la traccia di una cultura contadina che sta per estinguersi.
Dopo l’ultima riforma agraria, avvenuta a cavallo della metà del secolo scorso, ha iniziato una lenta ma inarrestabile conclusione di un capitolo importante della storia dell’agricoltura: c’era stato un periodo lungo molti secoli in cui la maggioranza della popolazione visse e lottò esclusivamente per avere maggiori proventi dall’agricoltura. Con il boom economico si passò ad una nuova era, dove l’industrializzazione, e il terziario, divennero i principali sostegni dell’economia.
Nelle nostre campagne, a lungo andare, il cambiamento si è notato, provocando una grave crisi di crescita che fatalmente ha penalizzato molti sani valori che facevano parte di quel mondo, regolato da leggi non scritte, che viene da noi indicato come “civiltà contadina”. Immersi nell’era tecnologica facciamo fatica a comprendere il significato della trebbiatura del grano, il momento del raccolto, il frutto delle fatiche, delle ansie e delle speranze di un intero anno di lavoro dei contadini; non abbiamo idea dell’intera atmosfera che caratterizzava quelle importantissime giornate all’interno delle comunità.
Il periodo di carnevale elemento di congiunzione tra il ciclo stagionale e quello della vita delle persone era il naturale momento di passaggio dall’inverno alla primavera, che segnava quindi il confine tra la fine del “Brutto” e l’inizio del “Bel” tempo; ma era anche con la primavera che oltre la vita vegetale nell’immaginario collettivo si risvegliano anche i sensi ed i desideri di corteggiamento.
Una possibilità quindi di continuità della vita. Il carnevale nel suo aspetto meno presente diveniva un rito propiziatorio della vita vegetale, nell’aspetto più rappresentato di corteggiamento e continuità della specie.
Nella pubblicazione che gode delle presentazioni dell’antropologo di chiara fama internazionale Cesare Poppi, e dei soci dell’Associazione di Studio e Ricerca Antropologica Frazer (Aldo Ridolfi, Francesco Cortellazzo e Angelico Brugnoli) viene dato ampio spazio all’analisi comparativa di alcuni carnevali dell’arco alpino ed europei (dal Portogallo alla Bulgaria) che possono offrire spunti di confronto con quello di Cerna e dove è possibile individuare per ogni singolo elemento costitutivo, i miti, i riti e le possibili origini che lo hanno generato. (Torna sopra)
Ferdinando Priuli: un commendatore col vezzo del tabacco di Stefano Vicentini
C’è chi lo fa solo per semplice mestiere e chi invece vi aggiunge lo zelo, lo spirito d’intrapresa e una tenace lungimiranza. Su questo secondo stile di vita ha basato la carriera professionale Ferdinando Priuli, commendatore di 87 anni di Oppeano che da sessant’anni dirige un’azienda di tabacco estesa su un latifondo di 120 ettari di terreno.
Per lui l’agricoltura è diventata “agri-cultura” con un patrimonio di storia e tradizioni che ha segnato il passo negli anni del dopoguerra. Non solo ha offerto lavoro a decine di “tabacchine” del territorio intercomunale tra Oppeano, Isola Rizza e Roverchiara, ma ha mostrato pure un complesso di relazioni sociali fondato sulla famiglia, sullo spirito di sacrificio, sui valori del mondo contadino con l’esempio del “buon padre di famiglia”.
Ragionando oggi con Priuli, gli anni d’oro della tabacchicoltura non sono paradossalmente questi ultimi, dove è scomparsa di fatto la manodopera sostituita da mastodontici mezzi da lavoro, veloci macchinari e moderne tecniche: le maggiori soddisfazioni, in realtà, sono venute negli anni più lontani, quando il giorno iniziava col raduno di tutti gli operai guidati dal “tabacchino”, l’arrivo al campo e le numerose attività che si susseguivano fino a sera. Erano sani rapporti professionali ma anche profondamente umani, pur nelle fatiche quotidiane. «Fino agli anni Settanta le nostre operaie, una quarantina di donne, portavano a casa una paga di circa 24 mila lire al mese (otto lire al giorno), mentre il “tabacchino”, che era il loro capo e si occupava di tante mansioni compresa la contabilità, arrivava anche a 40 mila lire al mese: soldi guadagnati, ma tenuti con rispetto e soddisfazione. Oltre al buon raccolto, l’azienda guardava anche alla serenità delle donne che percepivano uno stipendio, davano un contributo significativo al mantenimento della famiglia, potevano perseguire qualche importante obiettivo futuro».
Secondo Priuli, c’era poi una viva rete di relazioni e collaborazioni legate alla suddivisione del lavoro, da ripercorrere come un ricco dizionario: dal vivaio di piantine di tabacco si facevano i mazzetti e il trapianto a mano nel campo, con la zappatura. Seguiva la cimatura (in dialetto, zimar la pianta) per troncare (sbutar) il fiore; poi, dopo circa un mese – nel frattempo si toglievano i germogli – si iniziava la raccolta delle foglie divise in tre corone ossia la basilare (4-5 foglie), la mediana (4-5) e l’apicale (7-8). La fase successiva era lo stendaggio sulle asticelle (stanghete) in un paio di giorni, quindi la lavorazione nel capannone per l’essiccazione. «Si stava in magazzino per la cernita – prosegue il commendator Priuli – durante l’inverno, mentre d’estate si faceva la raccolta, a cominciare da agosto. Dal 1950 al ’70 abbiamo coltivato il tabacco da sigaretta del tipo “Nostrano del Brenta”, essiccato ad aria, poi il Kentucky per pipe e sigari toscani (anni ’70-’90), essiccato a fuoco diretto, infine dal 1995 ad oggi solo il tipo Virginia Bright con moderni forni a metano. Ora, con l’evoluzione dei tempi la manodopera si è ridotta a una ventina di stranieri, rumeni e cecoslovacchi, perdendo parte della catena di montaggio».
L’antica “Concessione di tabacco numero 104” di via Casotton è diventata insomma un’azienda moderna, diretta oggi da Priuli in società con due nipoti. E solo in fotografie ingiallite e tanta nostalgia rimangono fissati i ricordi più belli. «Da alcuni anni il raccolto del tabacco avviene a macchina; l’essiccazione è fatta nei forni in otto giorni, poi il prodotto è messo nei cartoni e portato in una delle poche cooperative del Veneto, per noi a Campodarsego di Padova. Il resto è mercato libero, dalla cooperativa ai produttori di sigarette multinazionali». La voce dell’imprenditore agricolo sembra quasi raffreddarsi per uno sguardo ormai disincantato sulla realtà. Il tabacco di oggi non naviga di certo in buone acque: la produzione costa e crescono le spese di manutenzione ma soprattutto il contributo europeo per questo triennio è sceso del sessanta per cento rispetto al precedente, causando preoccupazione e persino qualche chiusura d’attività. La nuova generazione ha compreso l’impossibilità di sviluppo, anzi intravede un forte arretramento del settore nei prossimi anni: non ci sono, insomma, giovani che ereditano quest’attività agricola, difficile di per sé da condurre ed oggi più che mai osteggiata.
Col commendator Priuli non approfondiamo oltre l’analisi della coltura odierna del tabacco coi suoi numerosi riflessi. All’indomani della pluricentenaria Fiera di San Biagio del vicino comune di Bovolone, dedicata come sempre all’agricoltura e in particolare al tabacco, l’anziano imprenditore di Oppeano ha capito l’ennesimo grido di dolore del prodotto: ma ad altri, se lo vorranno, spetterà il compito di trovare la medicina.
Ai numerosi agricoltori basso-veronesi attivi dal dopoguerra va riconosciuto il merito di aver elevato un territorio ad ottimi livelli di progresso, non solo facendo crescere l’economia ma anche la convinzione nelle persone riguardo ai propri mezzi, come dimostra lo sviluppo di varie realtà cittadine e della società nel suo complesso.