È necessaria e urgente una soluzione che impedisca agli abitanti di Piazza Isolo, Veronetta e Porta Vescovo di morire avvelenati dai gas di scarico delle auto. Quindi un bypass Est-Ovest va fatto, assieme ad una campagna per l’utilizzo del mezzo pubblico e della bicicletta, con relative piste ciclabili.
Favorevoli e contrari al traforo hanno obiettivi simili: recuperare (o tutelare) la vivibilità dei luoghi dove abitano. Ma siccome i contrari stanno soprattutto a Ovest, in un’area paesaggisticamente importante e più interessata ai lavori, mentre i favorevoli risiedono a Est, nelle zone che trarrebbero maggior beneficio da un contenimento del traffico, ecco che scatta la contrapposizione.
I tentativi per stabilire un’intesa sui valori unificanti e per cercare una soluzione ragionevole ci sono stati, ma sono falliti dando il via ad una “guerra fratricida” senza senso.
L’esasperazione degli abitanti di Veronetta è tale che qualsiasi soluzione andrebbe bene, pur di risolvere il problema che li assilla. Siamo al mors tua vita mea, che si traduce nella richiesta non più di eliminare lo smog, ma di spostarne una certa quantità ad Ovest. Differenza sottile ma di sostanza, che di fatto legittima qualsiasi intervento sull’ambiente funzionale a raggiungere lo scopo.
Ma non siamo a Berlino ai tempi del muro e Porta Vescovo dista da Cadicozzi poco più di 3 chilometri. Nella convinzione di spostare parte del pattume nel giardino del vicino potremmo un giorno renderci conto che quel giardino è ancora casa nostra: Avesa, Quinzano, Parona, Chievo non sono nomi poi così lontani dal vissuto di ciascun veronese.
Non è che a Veronetta non si rendano conto di questo, anzi, lo capiscono benissimo. È che tra far leva sul buon senso e sfruttare l’attuale congiuntura politica, la seconda via appare decisamente meno in salita. Il traforo di Tosi, nella sostanza, non piace a tutti i suoi elettori, viene considerato un’opera megalomane e costosa, ma far finta di niente è il tributo da pagare per togliersi finalmente dai piedi il problema del traffico in centro. Ecco dove finisce il buon senso. Ecco il metro con il quale vengono prese decisioni importanti che riguardano la salute dei cittadini e la tutela dell’ambiente.
Le logiche clientelari per il mantenimento del consenso per un verso e le resistenze ideologiche dall’altra sono i due fattori che di fatto impediscono una soluzione ragionevole a problemi di questo tipo.
Per capire basta recarsi nei bar, perché è lì, più che nei salotti, che si misura il polso della città. Tra un caffé e una brioche si sente dire che essere contro il traforo è di sinistra. È infatti la sinistra che ha fatto crescere in Italia la cultura ambientalista. Però è anche vero che a sinistra è forte la coesione quando si è contro qualcosa, mentre quando serve dare prova di progettualità e pragmatismo il rischio di sfaldamento è grande. In due parole, nei bar – soprattutto a Veronetta – la gente si chiede: ma quelli che sono contro il traforo di Tosi, cosa propongono in alternativa?
Sempre al bar, si sente dire che essere a favore del traforo è di destra. La Lega ha scommesso forte su quest’opera e ci mancherebbe altro che i sostenitori del sindaco Tosi (6821supporters su facebook, contro i 1796 che invece dichiarano di detestarlo) mettessero in discussione una cosa del genere. «La Giunta risolve il problema perché è legittimata a farlo» è la frase di rito: ma come lo risolve davvero non interessa gli elettori del centrodestra? Attenzione, perché le amministrazioni cambiano, i sindaci fanno carriera, ma il traforo ce lo teniamo per sempre.
Vediamola da vicino questa superstrada. Primo punto: risolve i problemi del traffico? L’intento è quello di evitare il passaggio delle auto dal centro, ma c’è chi sostiene che si formerebbero code sia all’ingresso che all’uscita (anche di camion). Questo è un punto su cui va fatta chiarezza: spendere 400 milioni di euro per poi trovarsi con una grana del genere non è il massimo.
Secondo punto: il progetto prevede l’estensione della zona a traffico limitato per obbligare gli automobilisti a imboccare il traforo, e quindi a pagare il pedaggio di 1 euro e 15 centesimi (con adeguamenti periodici). Si paga perché i privati e le banche, che finanziano i lavori attraverso il project financing (anche attraverso i nostri risparmi), devono rientrare con le spese e anzi guadagnare: ma quanto è giusto che non ci siano vie alternative non a pagamento? In tempi di crisi uno stipendio che se ne va per percorrere una strada ha il suo peso.
Terzo punto: quando parliamo di zone come Negrar e Montericco, c’è quasi l’unanimità nel dire che la cementificazione selvaggia ha deturpato quei luoghi, compromettendone la vocazione agrituristica, enogastronomica ecc. Allora perché essere d’accordo su un progetto che getterà asfalto a tonnellate in zone come la Sorte e Chievo?
Quarto punto: tra Poiano e fino quasi a Parona la superstrada sarà interrata, ma si tratta di un’area idrogeologica e naturale che andrebbe tutelata, per la flora, la fauna e per gli importanti reperti archeologici che sono la nostra ricchezza culturale, fonte di possibili risorse anche economiche.
In conclusione la soluzione ragionevole qual è? Quella più semplice: un tunnel corto tra Borgo Venezia e via Mameli, una strada per i cittadini e vietata ai camion che consentirebbe di raggiungere lo scopo principale: far vivere Veronetta con una spesa che non andrebbe a pesare sulle generazioni future. Il resto non sembra essere la risposta agli interessi della maggior parte della
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Inchiesta sul traforo: quel buco sotto le colline
di Laura Lorenzini
Lo svincolo tra vigneti e piccole aziende agricole. E lo sbocco della trincea coperta tra olivi e piante di fichi sotto la collina di San Dionigi. Quelle che fanno frutti piccoli, dalla buccia azzurrognola, dolci come il miele: «Ne vuole ancora? Ne prenda finché è in tempo, tra qualche anno mangeremo smog». Vittorio Gatti è un pensionato con un campo di tremila metri quadrati tra la via Caovilla che va a Parona da un lato e la strada che sale erta verso Montecchio dall’altro. Dietro corre una viuzza, la Strada dei Monti, regno di podisti e ciclisti in cerca di ossigeno tra gli sterrati verso Quinzano e Avesa. Ma tra qualche anno a pochi metri da lì, dove Vittorio Gatti coltiva viti, fichi e insalata, la terra erutterà una lingua di asfalto larga più di venti metri, con 40 mila veicoli al giorno sparati verso il viadotto sull’Adige diretto a Verona Nord. Così tra cinque anni. Perché nel 2034 si salirà a oltre 55 mila. Questo dicono le proiezioni sul traffico inserite tra le migliaia di pagine del progetto del traforo, firmato dalla cordata capitanata dalla veronese Technital, soggetto promotore scelto dall’amministrazione Tosi. Una mega opera destinata a cambiare radicalmente la fisionomia del territorio veronese.
Il parere del geologo
Il geologo Tomaso Bianchini avvisò, nelle sue osservazioni del 2004 al tunnel targato Zanotto, che tutta l’area tra il parco dell’Adige e le colline di Avesa e Quinzano avrebbe rischiato il disastro ecologico. Habitat idrogeologico e naturale, ricordò, già oasi naturale del Wwf e area Sic (sito d’importanza comunitario), con uccelli selvatici e rare specie floristiche. E poi zona archeologica, con ritrovamenti che risalgono al Paleolitico medio. Infine sottosuolo di ricarica degli acquiferi con pozzi, progni e il rio Lorì. Ma anche nel resto dei quasi 12 chilometri di cui si compone l’anello circonvallatorio Nord, che collegherà Est e Ovest di Verona attraverso la galleria delle Torricelle, un intero paesaggio muterà volto. Quattro corsie più due d’emergenza, cinque svincoli, un ponte sull’Adige e uno sul Biffis, una galleria naturale e una artificiale e poi rotonde, cavalcavia e sottopassi. Cambieranno le campagne della Sorte, tagliate in due dalla nuova tangenziale. Cambieranno l’area del Chievo e quella del Biffis e Alto Veronese, con campi di kiwi segati da lunghi tratti in trincea aperta. Ma si modificheranno anche vecchi borghi a Est come Poiano, dove Giorgio Massignan, presidente di Italia Nostra, segnala terreni già posti in vendita: «Costruiranno il costruibile. Scatterà un’enorme speculazione». Cassandra o facile profeta? Chi ha ragione? Chi, come l’amministrazione Tosi, pregusta la gloria per un’opera salvifica che pone «la massima attenzione alla tutela dell’ambiente», come ha dichiarato nella presentazione alla Gran Guardia quest’estate? O chi, come il comitato contrario guidato da Alberto Sperotto, definisce il traforo la terza autostrada in città, «che devasterà sette quartieri pedecollinari inutilmente, perché sarà già congestionata all’80 per cento tra pochi anni»?
Est contro ovest
Il tema continua a dividere, come accade da decenni. Con una città spaccata in due: Est contro Ovest. E alleanze trasversali, come quella di Verona Sud supporter dei comitati di Veronetta e di Poiano contro i privilegiati dei quartieri a Nord della città. «Se di smog bisogna morire – sintetizza il presidente del comitato di Borgo Roma, Sergio Mantovani –, allora lo si ripartisca equamente tra tutti». Una soluzione che mettesse d’accordo le parti si è cercata a lungo, ma non si è mai trovata.
Le prime ipotesi progettuali su un collegamento Est-Ovest hanno cominciato a circolare negli anni ’80, con un traforino corto che entrava da via Fincato e usciva a Madonna del Terraglio. Ci fu la sollevazione popolare, così si passò all’ipotesi di quello lungo, con la comparsa per la prima volta della famosa casa rossa di Poiano e l’uscita al Saval. Negli anni ’90 in Provincia viene concepito il tracciato con galleria sotto le Torricelle e la cosiddetta “strada di gronda” in direzione Verona Nord. Non più solo superamento del collo di bottiglia tra Veronetta e il teatro Romano, dunque, ma ultimo pezzo mancante dell’anello circonvallatorio attorno alla città. Giorgio Massignan, che nei primi anni ’90 fu in Consiglio comunale e in giunta negli anni dei dorotei e del socialista Cresco e poi dell’era Tangentopoli, cita anche la proposta della Mediana che passava a Sud, che lui avversò «perché sventrava il Boschetto e l’area attorno all’Adige».
Il verde Mao Valpiana testimonia, nei suoi ricordi da consigliere comunale, le baruffe in maggioranza negli anni dal 1997 al 2002, con il progetto inserito nel Prg bloccato da guerre intestine in Forza Italia e dintorni. E ricorda la prima assemblea contro il traforo nel 2001, antesignana dei tempi odierni segnati dal comitato del “no all’autostrada”, con la sala zeppa di gente. «Eravamo tanti, con parecchie associazioni presenti – ricorda Valpiana –. Speravamo nella new age del sindaco Paolo Zanotto, che poteva e doveva mettere nel Prg la salvaguardia delle colline. Se l’avesse fatto, oggi non ci occuperemmo di questo mostro. Ma lui è caduto nella debolezza del non scegliere e giustamente la gente si è incavolata».
I progetti di Zanotto
Zanotto, nel suo mandato, di trafori ne ha proposti due. Uno lunghissimo, otto chilometri tutti in galleria tra Poiano e Parona, con costi però stellari: 600 milioni di euro. E uno corto, tra via Fincato e via Mameli, vietato ai camion, più abbordabile con i suoi 88 milioni, studio di prefattibilità firmato Technital. La stessa cordata che oggi firma il traforo targato Tosi motivava la scelta così: «La galleria lunga può avere funzione di circonvallazione nord per i traffici di provenienza extraurbana, ma non assolve quella urbana, indispensabile per risolvere i problemi di traffico di Veronetta e nei quartieri come borgo Trento e Valdonega». Oggi, con la nuova amministrazione, corregge il tiro. E nello studio di fattibilità definisce l’anello «in grado di garantire sia i traffici di provenienza extraurbana, sia quelli prettamente cittadini». Come? Non solo auto ma pure camion, per rendere appetibile il collegamento alle aziende che vanno da Est a Ovest. Vedi imprese del marmo della Valpantena che, ricorda Zanotto, «hanno firmato in più di 80 un appello a favore del progetto di Tosi». Per le auto, perché non passino più davanti al teatro Romano, la proposta è una grande Ztl tra Porta San Giorgio e Porta Vescovo lungo via XX Settembre, via San Nazaro, via Muro Padri, via Giardino Giusti, Rigaste Redentore, lungadige San Giorgio, via Mameli e via Caroto, la strada delle Torricelle che parte da borgo Venezia. Un obbligo, nella convenzione, come il pedaggio di 1 euro e 15 «da adeguare ogni anno a partire dal 2010 – si legge nella prima bozza –, sulla base del tasso reale di inflazione, per tutta la durata della concessione». Cioè 49 anni e 6 mesi, tra cui i 4 e mezzo previsti: 18 mesi per la progettazione e tre per i lavori. E sempre nella convenzione si scopre come il potenziale concessionario faccia tornare i conti del piano finanziario con 100 mila metri quadrati da destinare ad area servizi con alberghi, centri commerciali, alloggi, pompe di benzina, servizi di ristorazione. Clausole che, prima dell’estate, hanno scatenato forti maldipancia nella maggioranza, con il sottosegretario all’economia del Pdl Alberto Giorgetti che ha stroncato le compensazioni, seguito da gruppi consiliari di ex An e Forza Italia. Polemiche anche su pedaggi, Ztl e svincoli. Così ecco le correzioni in corsa della giunta che, a metà settembre, ha recepito le prescrizioni aggiungendo 240 metri in più di percorso coperto verso la Valpantena, limitando le edificazioni ad aree di servizio e a un parcheggio scambiatore da 1300 posti al Saval più una struttura per l’ospedale e depennando lo svincolo di San Rocco spostandolo verso via Preare-Ca’ di Cozzi. Ora si attende l’adeguamento del soggetto promotore, con relativo nuovo piano economico-finanziario.
Costi da capogiro
L’ex assessore ai lavori pubblici Carlo Pozzerle sorride: «Staremo a vedere, come faranno a far quadrare i conti. O aumentano il pedaggio, o ricorrono a contributi pubblici, o fanno rientrare dalla finestra nuove cubature. Alla fine il traforo di Tosi costerà quanto il nostro lungo da 600 milioni di euro. Circa 400 milioni sono quelli di base, se si farà la bretella sulla Sp4 della Valpolicella. Più i pedaggi sulle tangenziali, la sosta del park scambiatore, le aree di servizio e gli eventuali finanziamenti». Per l’ex sindaco Zanotto i problemi saranno non solo irrisolti, ma aggravati: «Oggi saremmo all’inaugurazione del traforino, se la prima mossa della giunta Tosi, nel giugno 2007, non fosse stata quella di revocare la delibera. Niente espropri, una canna sola, camion esclusi, Ztl allargata per scaricare il traffico di via Mameli, mezzo euro per il transito invece di un euro e 15. Il futuro tunnel, con i mezzi pesanti, ci ucciderà e non salverà borgo Trento e Veronetta».
Massignan ricorda che urbanisti di vaglia come Zambrini e Winkler, chiamati a studiare il sistema della mobilità a Verona, sostennero l’inutilità di una complanare a Nord per decongestionare il centro: «Le loro ricette erano l’ampliamento dei ponti Navi, Aleardi e San Francesco e l’allargamento dell’attuale complanare Est-Sud-Ovest. Poi, chiaro, servivano parcheggi scambiatori e tramvia. Cose semplici che Zanotto non ha fatto, consegnando la città all’ondata megalomane».
Veronetta: «Fateci respirare»
È stanco di rimpalli Mario Fiorio, presidente del Gruppo famiglie Veronetta, che anche a nome dei comitati di Santa Chiara e di Santo Stefano scandisce le parole: «Tutti parlano di futura autostrada, ma nessuno si accorge che noi, da Porta Vescovo al teatro Romano, ce l’abbiamo già. Traforone o traforino, a noi sarebbe andato bene tutto. Ma in decenni non è andato in porto niente. A questo punto, ben venga questo progetto. Non sarà perfetto, ma ci farà respirare». Quello che fa male non sono le polveri, spiega, ma la loro concentrazione. In questo il suo ragionamento collima con quello di Mantovani, del comitato di borgo Roma, con cui Fiorio solidarizza: «Se spostiamo il 10 per cento dei nostri inquinanti in un altro posto, Veronetta sarà alleggerita. E se le spostiamo a Borgo Trento, Quinzano e Avesa, che hanno meno carichi stradali, quelle zone non raggiungeranno comunque i picchi di smog oltre la soglia di attenzione. Ecco perché dico che è ora che anche loro facciano la loro parte per la vivibilità di questa città, addossandosi la loro quota di traffico».
Non ha una posizione univoca, invece, il comitato Valdonega-Torricelle. «Abbiamo preferito tralasciare l’argomento per evitare di dividerci – spiega il presidente Stefano Modena –. Alcuni pensano che via dei Colli e via San Felice verranno liberate dalle auto che prendono la scorciatoia collinare da borgo Trento a borgo Venezia. Io sono contrario, perché ritengo che ogni nuova grande arteria sia un potenziale attrattore di traffico».
I più preoccupati sono residenti e contadini sul tragitto da Avesa fino a via Preare, dove la notizia dello svincolo spostato qualche centinaio di metri più in là non fa fare i salti di gioia. Davanti alla chiesa di San Rocco, dove c’è l’incrocio a senso alternato in mezzo alle marogne, parecchie famiglie hanno tenute agricole che risalgono al primo Novecento. Quella di Adriana e Mariella Bertani risale al 1929 ed è passata di mano in mano da tre generazioni. Hanno 7.500 metri quadrati di terra dove coltivano verdura e frutta, fichi e giuggiole in particolare. Le ruspe ci passeranno in mezzo. «Ci hanno spiegato che scaveranno il buco col talpone e poi copriranno il tutto con una tettoia e un metro e mezzo di terra. E me lo spiegano cosa ci piantiamo lì sopra? Neanche le rose – si dispera Adriana –.
Il danno e la beffa
L’assessore Corsi, quando è venuto a vedere, ha fatto spallucce: «E che sarà mai, per du pomari». La verità è che noi con quelle due piante, che sono molte di più, ci mangiamo in tanti. Loro invece vengono a casa nostra e ci portano via tre vite di lavoro». Duecento metri più in là la famiglia Perusi sa che il piazzale, rifatto nuovo l’anno scorso, verrà fatto a pezzi. E la macchia di alberi sarà decapitata. Il danno e la beffa, perché in cambio non avranno neanche il pedaggio gratis. «Il presidente della circoscrizione Alberto Bozza si sta battendo per allargare l’esenzione dal ticket a borgo Trento. Di noi si ricordano solo quando è ora di votare».
Raccolgono l’uva in silenzio i pensionati che, come Vittorio Gatti, hanno comprato i piccoli appezzamenti sotto la collina di San Dionigi, dove dovrebbe sbucare la futura tangenziale uscendo dalla galleria artificiale, per poi puntare al viadotto sull’Adige. Hanno comprato quei pezzi di terra nel 1982 da Fernando Chiampan, ex patròn dell’Hellas, a cui appartenevano parecchie delle proprietà vendute ad aziende e contadini. Che si trovano tutte sul tracciato. Così è anche per Fontana Fiori. Accanto alla serra e al punto vendita i proprietari si sono costruiti la casa. A pochi metri passa la Strada dei Monti, che corre lungo la collina per sbucare, tra vigne e ulivi, alla chiesa di San Rocco. «La vede oggi com’è? Due metri e mezzo. Immagini tra cinque anni quando quadruplicherà fino a diventare dieci – dicono i due proprietari –. Certo, faranno la galleria artificiale. Ma ci sventreranno tutto il campo, anche se scavano sotto. E la serra? E le piante? E la famiglia e i due dipendenti, con cosa camperanno? E ci fanno ridere quando ci raccontano che filtreranno i gas dei tubi di scarico di 50 mila macchine».
Gli impianti di filtrazione elettrostatica dei fumi, stando al progetto Technital, dovrebbero garantire livelli di abbattimento delle polveri sottili dal 94 al 99 per cento. E le barriere antirumore dovrebbero eliminare il rombo nei tratti scoperti. Ma pochi ci credono.
Sergio Meneghini, titolare di una ditta con camion che arrivano anche dalla Valpantena, è convinto che la nuova arteria sarà utile al territorio, ma avrebbe dovuto essere meno invasiva. «Sarebbe stato meglio il tracciato a Nord. Qui abitano i miei genitori, anche loro dicono che per il territorio ci vorrebbe più rispetto».
Anche l’Arpav, nelle osservazioni al traforo, ha espresso più di qualche perplessità per una situazione ambientale e acustica che a Verona è già grave e, inevitabilmente, col nuovo passante peggiorerà. «Nel periodo diurno più del 30 per cento della popolazione è esposta a livelli di rumore stradale sopra i 60 decibel – si legge –. E in ambito urbano il traffico su gomma rappresenta una delle fonti principali di inquinamento. Il traforo sembra andare incontro a chi deve attraversare la città, mentre non offre alternative per chi da Est deve raggiungere il centro o borgo Trento». Per il comitato no-traf di Sperotto sono troppe le cose su cui la giunta ha taciuto e su cui i veronesi devono esprimersi con un referendum. Tosi però ha fretta e stringe i tempi per andare alla gara tra competitor europei. E avverte: «Siamo disponibili al confronto, ma l’opera non è in discussione. I cittadini che mi hanno votato con ampio consenso hanno già deciso».
Enrico Corsi
L’assessore Corsi: «Nel 2011 il via ai lavori e così quest’opera entrerà nella storia»
Noi non ci saremo, cantava Guccini. Chissà se nel 2014, o 2015, quando il traforo potrebbe essere pronto per un taglio del nastro in pompa magna, l’assessore Enrico Corsi siederà ancora nella giunta di piazza Bra. Lui, immancabile fazzoletto verde nel taschino e fedelissimo del sindaco Flavio Tosi, che gli ha affidato le grandi partite aperte della viabilità, sa che a raccogliere gli allori – o i pomodori, dipende – potrebbe non essere lui. Anche perché il lanciatissimo sceriffo della Valpantena nel frattempo magari sarà volato in Regione o più in alto. Ma, qualsiasi cosa accada, lui è sicuro che la firma di quella che considera la più grande opera degli ultimi trent’anni rimarrà scolpita nella storia scaligera: «Si parlerà per sempre del traforo della giunta Tosi, che è anche la mia – si inorgoglisce, srotolando il tracciato che tiene a portata di mano nella sua stanza di Palazzo Barbieri. Macché smembramento di pezzi di colline e campi di agricoltori. Lui prevede il tripudio. Il traffico, per qualche decennio, filerà liscio. E non solo camion carichi di marmo. «È vero che 85 industrie della Valpantena hanno firmato a favore dell’anello – ammette Corsi –, ma l’opera andrà a vantaggio di tutta la collettività». Pazienza se i futuri espropriati, da Nord a Ovest, urlano allo scempio: «Non si può, per l’opposizione di pochi, fermare un’opera che dopo decenni sblocca il collo di imbuto che va da porta Vescovo a via Mameli. Non distruggeremo nulla. Il comitato di Sperotto va dicendo un sacco di bugie. La galleria artificiale dopo il Saval, ad esempio, non sventrerà i campi, perché useremo il metodo Milano. Si piantano due paratie di pali, che diventano le pareti laterali della struttura. Sopra ci si costruisce un solettone di copertura, con le ruspe che vanno a scavare sotto. E tutto resta come prima». Ma campi e colture non verranno spazzati via dalla soletta? «Certo, ma poi verranno ricoperti con tre metri di terra e ripristinati come prima. I contadini potranno ripiantare quello che vogliono». Su speculazioni e vendite già in itinere sui campi in futuro edificabili, dalla Valpantena a Verona Nord, Corsi nega deciso: «Non mi risulta. Vendere cosa, poi? Abbiamo messo paletti fermi, in giunta, alle cosiddette opere di compensazione. Si faranno il parcheggio scambiatore, qualche area di servizio e opere simili. I conti dovrà farli tornare Technital, che a breve dovrà presentarci un piano economico in base ai ritocchi, che dovrà essere sostenibile». Aumenteranno gli anni di concessione? Aumenterà il pedaggio? L’assessore per ora va avanti come un caterpillar e sfida sui tempi Zanotto, che pronostica una paralisi di almeno un anno dell’iter tra le regionali del 2010 e il possibile referendum del comitato anti traforo. «Lui ha perso anni a litigare con i suoi. Noi appalteremo entro l’anno le gare per individuare i competitor. Quello migliore poi dovrà confrontarsi con il promotore. Nel 2010 potremmo arrivare all’affidamento, quindi via ai progetti definitivo ed esecutivo. E per l’autunno 2011 potrebbe aprire il cantiere». Non sarà il referendum a far slittare i tempi, avverte Corsi, che confida nel collegio dei garanti: «Vedremo a chi daranno ragione, se a noi o a Sperotto». Ma non è che ha paura della consultazione popolare? Il politico di Montorio fa lo sguardo torvo. «Io non ho paura di nessuno. Solo che non mi va di far spendere soldi inutili ai cittadini. Loro il traforo lo hanno già votato quando ci hanno eletto. Bocciando l’inutile tunnel corto di Zanotto, che avrebbe fatto diventare borgo Trento una camera a gas peggio di Veronetta».(L.L.)
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Ai ciclisti piacciono i doppi sensi e più spazio per alberi e panchine
di Paolo Fabbri
Da Borgo Venezia a San Zeno fioriscono selve di nuovi cartelli: divieto di svolta, direzione obbligata, senso unico, senso vietato... Sta procedendo inarrestabile, giorno per giorno, la trasformazione di molte strade secondarie storicamente a doppio senso di marcia, in strade a senso unico. Tutto questo complica moltissimo la vita dei ciclisti: moltiplica le loro distanze, li costringe a giri tortuosi, qualche volta li espone a maggiori pericoli. Un controsenso se si considera che uno degli obiettivi dichiarati della politica della mobilità è quello di promuovere l’uso della bicicletta...
Tuttavia non è solo per questo che a noi questa diffusione dei nuovi sensi unici nelle strade secondarie sembra una rivoluzione strisciante, silenziosa, destinata a produrre gravi conseguenze sul futuro della città e sulla qualità della vita dei veronesi.
Le motivazioni con le quali l’Amministrazione sta modificando intere porzioni di città, sembrano essere sostanzialmente due: i sensi unici rendono più scorrevole il traffico e aumentano gli spazi destinati alla sosta.
Siamo convinti che pensare che anche nelle strade secondarie la prime esigenze da tenere in considerazione debbano essere la scorrevolezza del traffico e la disponibilità della sosta, sia rivelatore di un approccio “automobilecentrico” ai temi della mobilità e della gestione dello spazio urbano, ancora una volta concepito solo in funzione delle esigenze dell’automobilista.
Ci sembra infatti che, una volta disegnati, i nuovi stalli saranno difficilmente cancellabili: nessuna Amministrazione sarà mai abbastanza forte. Realizzarli significa quindi ipotecare all’auto ogni metro quadro utile anche nelle strade secondarie, rinunciando per sempre ad ogni possibile diversa destinazione d’uso di quegli spazi: a panchine, alberi, marciapiedi più larghi, corsie ciclabili, spazi di gioco e di incontro.
E ci sembra che non sia solo per questo che la qualità della vita dei residenti sia destinata a risentire in negativo di questa trasformazione. Eliminare il doppio senso di circolazione, significa infatti anche eliminare un elemento importante di “moderazione del traffico” (per moderazione del traffico si intende sostanzialmente la riduzione della velocità e del numero delle automobili in transito): i sensi unici fanno aumentare il traffico di attraversamento (favoriscono chi utilizza le strade secondarie come scorciatoia per evitare i punti più trafficati sulla viabilità principale) e la velocità delle auto che li percorrono. Crescono conseguentemente il rumore e i pericoli per i residenti costretti, oltretutto, a giri tortuosi per entrare o uscire dalla strada di casa. E ancora, gli stalli guadagnati diventano spesso attrattori di traffico, soprattutto nei pressi di aree dove è in vigore la tariffazione della sosta.
Altra cosa sarebbe se, come gli ambientalisti stanno proponendo ormai da decenni, e come, da decenni, sta accadendo in tutta Europa, le reti di strade secondarie (le “isole ambientali” dei Piani del Traffico: le reti di strade secondarie delimitate dalla rete della viabilità principale) diventassero tutte “Zone Trenta” nelle quali le scelte viabilistiche assegnino la priorità non allo scorrimento del traffico ma alla qualità della vita. E dove muoversi sia finalmente più facile per tutti.
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"Tocatì", una flosofia del gioco che ha conquistato l'itera città
di Corinna Albolino
Fine settembre: per Verona tempo di gioco, tempo di Tocatì, il Festival internazionale dei Giochi in Strada, promosso dall’Associazione Giochi Antichi.
Un appuntamento che ha visto come ogni anno la città, il centro storico aprirsi festosamente al fermento della miriade di iniziative in programma. Una molteplicità di eventi che come sempre hanno segnato il tutto esaurito, affollando piazze, cortili, logge e chiostri offerti alla manifestazione. Dunque ancora una volta un successo per questo festival, alla sua settima edizione. Un’occasione di giochi e di cultura del tutto speciale, perché ospite eminente è stata nientemeno che la Grecia e quindi la memoria di tutto ciò che questo Paese ha la potenza di evocare nell’immaginario, rispetto al tema dell’origine della nostra storia occidentale.
Un vento strano, particolare, venuto da lontano, soffiava dunque in questi giorni sulla città, odorava di sapienza, di filo-sofia, di mitologia. Un vento che trasfigurando luoghi e atmosfere ci ha messo ben presto le “ali ai piedi”, come accennava Duccio Demetrio in Sala Farinati, trasportandoci nell’aura di quel tempo delle origini, nella magia di quel luogo-non luogo denominato mito. Là dove l’uomo dimorava presso il dio che ne decideva il destino, nei giochi bizzarri tra l’umano e il divino erano già tutte presenti quelle connotazioni più generali del ludus, che abbiamo ritrovato in questi giorni nei giochi popolari riproposti nelle piazze. Competizione, scaltrezza, padronanza di sé, combinate con eccitazione, ebbrezza, piacere dell’eccesso.
E se qui protagonista è stata la Grecia, la filosofia, più urgente diviene allora l’interrogazione sulla tematica del gioco.
Che cosa è il gioco? È strano, tutti ne abbiamo fatto esperienza; in questo senso è universalmente noto, tutti siamo stati in qualche momento un giocatore, eppure difficile ci risulta dire quale sia la sua essenza, la sua definizione.
Forse più semplice è rispondere alla domanda: perché l’uomo gioca?
Secondo alcuni l’uomo obbedisce a un gusto innato d’imitazione, secondo altri a un’esigenza di rilassamento. Per altri ancora si esercita in una sorta di autodisciplina, di autocontrollo. C’è poi chi vi legge una reazione all’ansia di dominare, di competere. Più agevole è parlarne appellandoci al senso comune che lo interpreta come un’attività marginale, un modo per evadere di quando in quando dalla serietà della vita. In proposito, di “oasi del gioco” teorizza il filosofo Eugen Fink, per indicare una dimensione separata, delimitata, che funziona da pausa di distensione, di sospensione a fronte della gravità della vita. Di “spazio magico” racconta lo storico Johan Huizinga e di “isola” lo studioso Roger Caillois. “Un’isola precaria” però per quest’ultimo, in cui si manifestano invece i caratteri più inquietanti di tale esperienza: l’aleatorietà, l’ambiguità della maschera e l’effetto destabilizzante della vertigine. E se a intrigare è piuttosto il ruolo della sorte, il gioco si drammatizza, diventando un “mettersi in gioco”. Ma comune a tutti gli autori è la valenza prioritaria di libertà e gratuità dell’attività ludica. Il gioco in quanto tale infatti, se comandato non è più gioco, gode di un suo tempo, di un suo spazio, di regole che valgono per la durata che vi è destinata. È inoltre pratica disinteressata, non essendo diretta a produrre alcun bene, se non quello dell’anima. Da ultimo è da sottolinearne il valore collettivo, sociale. Da sempre gioco giocato con gli altri, è fonte di relazione, di comunanza. Ma, contrariamente a quanto si crede, di gioco non vivono solo i bambini. Anche l’adulto continua nelle sue occupazioni a giocare. Lo fa con la serietà, il lavoro, l’amore e perfino con il gioco stesso, ma in modo diverso, più indiretto, nascosto, simulato. E tutto questo rimanda allora alla considerazione che il gioco nella sua essenza è un “fenomeno esistenziale fondamentale”, appartiene originariamente alla vita stessa così come la morte, l’amore, il lavoro, la lotta. La sua peculiarità è semplicemente quella di accogliere tutte le altre manifestazioni e di metterle in scena. Nell’attualità del nostro tempo, come ancora ci dice Fink, per non finire vittime del “demoniaco” della tecnocrazia, il gioco si propone come farmaco per l’anima.
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Inchiesta sulla disoccupazione: il lavoro che manca
di Michele Marcolongo
Come va coniugato in periodi di crisi il concetto di responsabilità sociale di imprese che in anni di vacche grasse hanno incamerato guadagni milionari? La situazione a Verona: i primi a saltare sono stati i precari
Simone Ziviani, operaio cassintegrato: «Dobbiamo riuscire a parlare con i politici. Loro non sanno come si vive con 800 euro lordi al mese. Sono pronti a elargire soldi alle banche quando queste vanno a battere cassa, ma non sanno che cosa sta succedendo qui». Ibrahim Bayouh, migrante disoccupato: «Alcuni dei miei amici hanno mandato a casa mogli e figli, ma è un bel problema. I miei bambini sono nati, cresciuti e frequentano la scuola a Verona, senza contare che non conoscono la lingua d’origine e che nel mio paese, la Costa D’Avorio, c’è ancora la guerra». Luca Luterotto, artigiano idraulico: «Se riuscissi a prendere un appalto e mi chiedessero il Durc (documento unico di regolarità contributiva) io non lo posso fare e sai perché? Perché o mangio e faccio crescere mia figlia, oppure pago Inal, Inps e robe varie».
Alcune testimonianze
Sono voci dalla crisi economica che da gennaio, come uno sciame sismico, scuote la provincia di Verona e il resto del Paese. Una crisi che, malgrado l’ottimismo proveniente dai governanti, ha cominciato a intaccare il tessuto sociale, rivoluzionando le abitudini di migliaia di famiglie che si trovano a sopravvivere con un reddito dimezzato, e che minaccia di scardinare i riferimenti valoriali di tante comunità locali in cui, fino a pochi anni fa, l’economia tirava, e di lavoro ci si poteva perfino ubriacare. «L’ultimo mese ho portato a casa 890 euro e ne ho spesi 600 per i libri e il vestiario della piccola che a settembre ha cominciato le medie. Mia moglie ha perso il posto ad aprile» racconta Ziviani, 40 anni, operaio e delegato sindacale all’Agfa di Vallese di Oppeano, da giugno in cassa integrazione straordinaria. «Come si fa ad andare avanti? In fabbrica non si fa mai una settimana intera di lavoro, perciò si va a raccogliere fragole o a tagliare l’erba; si fa la cernita delle bollette, ci si scorda delle scarpe nuove e si bruciano tutti i risparmi. Per questo dico che i politici dovrebbero provare un mese a vivere così. E io mi considero ancora fortunato – prosegue –. Nel mio paese ci sono artigiani del mobile che da cinque mesi non vedono un centesimo. Al bar trovi seduta gente che prima non avevi mai visto lì. Si vive alla giornata ma noi non siamo abituati a farlo».
Voci parziali, si dirà, per di più impastate di emotività e una passione ormai aliena dai piccoli e grandi templi della politica. Forse. Oppure si tratta di segnali da cogliere per tempo. Ancor più gravi delle difficoltà economiche attuali, diventano l’incertezza per il futuro, l’ansia di non riuscire a provvedere ai bisogni dei figli, la frustrazione dell’inoperosità forzata. Anche tra i migranti, che di questi tempi sono alle prese con la prospettiva del fallimento del loro progetto migratorio. Alcuni hanno già mandato a casa mogli e figli e sono tornati sotto lo stesso tetto per dividere le spese: «Mia moglie per fortuna lavora. Quando lei è fuori io faccio da baby sitter alla bambina che ha solo un anno. Quando lei è a casa io esco a cercare lavoro, ma è difficile. Passare la giornata così mi fa proprio schifo» dice Bayouh, 55 anni molto ben portati, padre di quattro figli di cui tre maggiorenni ma studenti, che da un mese ha finito la mobilità ed è a casa senza nessun sussidio. Bayouh ha lavorato in conceria: «Ritornare al Paese di origine? Sì, qualcuno l’ha fatto, soprattutto chi ha i figli ancora piccoli ed è riuscito a farsi una casa. Ma tornare giù per andare ad abitare con i genitori non è molto bello. Io tengo duro, forse con un po’ di fortuna ce la faccio».
Vediamo di ricostruire il contesto di queste storie e di cercare di dare una dimensione al fenomeno.
Verso la mobilità
Le prospettive a breve termine per le imprese e i lavoratori veronesi sono presto dette: almeno 20 mila persone hanno già perso il posto di lavoro. Per lo più si tratta di precari (contratti a termine in genere, dagli interinali ai contratti a tempo determinato) a cui non è stato rinnovato il contratto di lavoro; dipendenti a tempo indeterminato di piccole e medie imprese messi in mobilità; artigiani e piccoli imprenditori che hanno chiuso i battenti. In secondo luogo, il futuro lavorativo di una parte cospicua del resto della popolazione lavoratrice, soprattutto nella manifattura, dipende dagli ammortizzatori sociali, cassa integrazione in primis, che non sono eterni: «In provincia non abbiamo registrato casi di imprese che non abbiano riaperto dopo la pausa estiva – dice Stefano Zantedeschi, segretario provinciale della Fiom Cgil – tuttavia i segnali della ripresa non si sono ancora visti, e non ci resta che andare avanti con la cassa integrazione fino all’esaurimento delle 52 settimane, che dovrebbero essere sufficienti per superare l’anno». «Dopodichè – prosegue – si attiverà la cassa integrazione straordinaria, che durerà un altro anno, al termine del quale o qualcosa sarà cambiato oppure i lavoratori cominceranno ad andare in mobilità». Visto il ritmo elevato con cui le imprese stanno bruciando le settimane di cassa integrazione, secondo Zantedeschi si potrebbero affacciare «grossi problemi» verso la metà del 2010.
È proprio questa la caratteristica di questa crisi: quella di apparire come una crisi cieca, di cui nessuno sembra in grado di indovinare la soluzione. Anche l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel suo ultimo rapporto ha messo le mani avanti: i segnali di ripresa ci saranno nel 2010, ma non avranno effetti sull’occupazione, che dovrà penare ancora a lungo.
Iniziata nel 2007 sotto forma di crisi finanziaria, scoppiata al termine di una lunga serie di “bolle” speculative susseguitesi tra il 2003 e il 2007, la crisi ha cominciato a intaccare anche la cosiddetta economia reale a partire dalla seconda metà del 2008. Nelle ricostruzioni correnti, gli attori dell’economia reale appaiono come vittime inermi delle astruse logiche dei mercati finanziari. Ma è davvero così? Non è passato più di un anno da quando, nel settembre 2008, la Fiom scaligera richiamava calorosamente il distretto della termomeccanica veronese a prendere atto che “il ciclo della ghisa è finito”, e a puntare sulle nuove tecnologie “verdi”. In luglio del 2009 però, il gruppo Biasi, storico attore dell’industria e della finanza scaligeri, si è disimpegnato dal settore caldaie cedendo la Fondver al gruppo Zen di Florindo Garro, l’imprenditore padovano che, sospinto in poppa dalla finanziarizzazione, a partire dal 2004 in pochi anni ha creato un’azienda multinazionale vera e propria. A sua volta il gruppo Zen si era appena disimpegnato dalla New Fabris di Chatellerault, in Francia, mettendola in liquidazione a distanza di qualche anno dalla sua acquisizione, lasciandosi dietro uno strascico di disperazione da parte degli operai francesi che minacciavano di far saltare in aria la fabbrica. «Non ci resta che prendere atto della scelta di Biasi» commenta cauto Zantedeschi. Il caso però fornisce lo spunto per porre una domanda generale: come va coniugato in periodi di crisi il concetto di responsabilità sociale di imprese che in anni di vacche grasse hanno incamerato guadagni milionari?
Colpiti i precari
I primi a fare le spese della crisi sono stati i lavoratori precari. Già a marzo 2009 l’Alai Cisl di Verona, l’Associazione dei lavoratori atipici presieduta da Emiliano Galati, ha osservato un forte aumento nelle domande di indennità di disoccupazione nella provincia scaligera, giunte a 8.614 a fine del primo trimestre 2009, contro le 21.583 domande presentate in tutto il 2008. A fine agosto Galati ha poi rilevato il crollo delle “missioni” (cioè gli ingaggi) di lavoratori interinali, passate dalle 6.700 della fine del primo trimestre 2008, alle circa 4 mila del 31 marzo 2009 (-43,5%). I segnali della crisi occupazionale sono stati confermati dai dati che l’agenzia regionale Veneto Lavoro ha diffuso a settembre: al 30 giugno 2009, rispetto lo stesso periodo dell’anno scorso, nella sola provincia scaligera si sono registrati 20 mila occupati in meno (115 mila in tutta la Regione), per lo più concentrati nella manifattura e in particolare nel settore metalmeccanico. Rilanciata dalle agenzie di stampa, la notizia ha fatto in un batter d’occhio il giro del Paese. Forse anche per questo l’assessore regionale Elena Donazzan ha pensato fosse opportuno accompagnare i dati dell’agenzia con una nota tranquillizzante. Anche i quotidiani cittadini hanno usato un approccio soft, facendo presente che Treviso è messa peggio perché ha perso 21 mila posti. Gran parte di questi posti di lavoro perduti appartengono a lavoratori dipendenti atipici, cioè precari, per lo più giovani dai 30 ai 35 anni, con contratto a tempo determinato, che non sono stati né licenziati né messi in cassa integrazione, ma a cui semplicemente non è stato rinnovato il contratto. È possibile che queste persone nel frattempo riescano a trovare un altro impiego, ma appare indubitabile che il tasso provinciale di disoccupazione, fino al 2008 fermo al 3,7% (pari a circa 14 mila lavoratori) è destinato a salire. Secondo Lucia Perina, segretaria generale della Uil di Verona, il trend del tasso di disoccupazione viaggia verso il 7%: «La crisi non si è fermata e chi afferma il contrario è molto spregiudicato – dice Perina –. Serve potenziare gli strumenti assistenziali ma non bisogna assistere passivamente». In particolare la segretaria punta il dito contro la banche, «che non stanno facendo il loro mestiere, perché abituate a finanziare le imprese sulla base degli ordinativi», che in questo periodo mancano, «e non sulla base della bontà del progetto imprenditoriale».
Le difficoltà degli artigiani
In concomitanza con i precari, sono stati colpiti anche dipendenti e titolari di aziende artigiane. Di fronte alla crisi, infatti, le industrie non hanno rinnovato i contratti a termine e hanno ritirato tutte o gran parte delle lavorazioni, che prima venivano affidate all’esterno, ad aziende artigiane appunto. «La vera novità di questa crisi – commenta Giuseppe Signori, responsabili delle relazioni sindacali del Cna di Verona, la Confederazione nazionale dell’artigianato – è che aziende artigiane metalmeccaniche di terza generazione, con 50-60 anni attività, formate da 6-10 dipendenti e 3-4 soci, capaci di alta specializzazione, sono ferme per mancanze di commesse. Per il resto la crisi conferma il momento critico del marmo, del mobile e del tessile». In crisi sono anche i piccoli artigiani come Luca Lutterotto, idraulico: «Da quando ha cominciato a girare male, anche i lavori più stupidi sono spariti, per non parlare dei cantieri, anche i più piccoli, che ormai qui a Verona se li spartiscono quattro ditte e li portano avanti con terzisti rumeni che il mestiere manco lo conoscono, ma li pagano solo 5 euro l’ora. Impossibile competere a queste condizioni».
L’analisi della condizione degli artigiani consente di fare una radiografia di altri importanti comparti dell’economia scaligera. Si stima, infatti, che le flotte delle aziende di autotrasporto contino tra il 30% e il 50% dei mezzi fermi. Condizione che si ripercuote negativamente anche sull’industria di costruzione dei rimorchi, che a Verona conta alcune importanti realtà, come la Cardi. Prima di ordinare altri rimorchi, le aziende di trasporti “cannibalizzano” i mezzi più vecchi che hanno in deposito, dai quali traggono i pezzi necessari per riparare quelli più recenti.
Il modello veneto
La novità della Cassa integrazione in deroga, da maggio disponibile per le aziende artigiane e per le imprese con meno di 15 dipendenti, sta fornendo un po’ di sollievo. A luglio a Verona ne avevano usufruito 423 aziende per un totale di 2.229 lavoratori coinvolti. I dati di Veneto Lavoro confermano, tuttavia, che sono ancora una volta i giovani a venire colpiti più duramente: “La stragrande maggioranza dei candidati alla Cig in deroga è costituita da trentenni (circa 17.000 su 29.000)” dice l’agenzia analizzando i dati regionali. Commenta Signori: «L’aspetto che più impensierisce è proprio la qualità della disoccupazione che si sta profilando: si tratta di giovani con famiglia e con un mutuo da pagare che vedono messo in discussione il loro progetto di vita». Che fare, dunque? «Ogni giorno abbiamo anche noi nuove richieste di cassa integrazione – riprende Signori – questo ci consente di restare attivi e in attesa di agganciare la ripresa internazionale, ma ci vogliono anche nuove politiche, sia per l’accesso al credito, sia per stimolare l’economia. Oggi non è possibile adottare la soluzione del 1992-93 quando, a fronte di 800 mila aziende artigiane chiuse, il governo decise di svalutare la lira, riattivando l’intera economia». Di certo, poi, c’è che il sistema produttivo chiamato “modello veneto”, basato sul dualismo piccola-grande impresa, uscirà profondamente ridimensionato da questa nuova crisi: Signori stima che «si rischia di perdere il 30% del tessuto manifatturiero metalmeccanico artigianale». Secondo i dati forniti dalla Camera di Commercio il saldo tra imprese avviate e imprese cessate nei primi otto mesi dell’anno è vicino allo zero, con 499 aperture e 500 chiusure. Per Carla Pellegatta, segretaria generale della Cgil di Verona, «non ci sono ancora elementi per dire se questa crisi trascinerà l’industria metalmeccanica nello stesso vortice negativo del tessile-calzaturiero e del mobile». La Cgil scaligera punta ora a garantire ossigeno alle imprese con la cassa integrazione, rinnovando al governo la richiesta di raddoppiarne la durata, da 52 a 104 settimane, e a far scendere la pressione fiscale sul lavoro, intensificando la lotta all’evasione fiscale e provvedendo al sequestro dei patrimoni criminali.
Tener duro
Intanto, a fine agosto, nell’industria scaligera, la cassa integrazione ha raggiunto la cifra strabiliante di 3,7 milioni di ore, suddivise in 2,4 milioni di ore di “ordinaria” nel settore manifatturiero; 522 mila ore nell’edilizia (sempre ordinaria) e 845 mila ore di cassa integrazione straordinaria. Tanto per prendere un riferimento, in tutto il 2008 si erano registrate 729 mila ora di Cig ordinaria e 185 mila ore di Cig straordinaria. A fine agosto la Cisl di Massimo Castellani ha calcolato in 6 mila il numero di lavoratori dipendenti, compresi gli interinali, in stato di disagio. Anche per Castellani la parola d’ordine è di «tener duro», in attesa che qualcosa cambi. A fine settembre la Fiom ha calcolato in 7 mila il numero di lavoratori alle prese con la cassa integrazione nel solo settore metalmeccanico (di cui mille in “straordinaria”); cento il numero di accordi di Cig già rinnovati per tre volte consecutive (3 accordi da 13 settimane ciascuno) e in 260 giorni i tempi medi con i quali molte aziende pagano i subfornitori delle piccole imprese.
Al centro per l’impiego
Infine, ci cono lavoratori che hanno già perso il posto di lavoro: nel corso dei primi sette mesi del 2009 la Commissione provinciale per il lavoro di Verona ha approvato 822 inserimenti in lista di mobilità a seguito di licenziamenti collettivi (se ne erano registrati 738 in tutto il 2008), e ben 2.134 per licenziamenti individuali (1.846 in tutto l’anno precedente). Anche qui il settore più colpito è la manifattura, dove si concentra il 77% dei licenziamenti. Gli stranieri sono il 6% nei licenziamenti collettivi e il 20% di quelli individuali.
Al centro provinciale per l’impiego di via delle Franceschine (uno dei sei centri sparsi per la provincia) della crisi si sono accorti a gennaio, quando sono raddoppiate le domande di lavoro e si sono dimezzate le offerte. Dalle circa 30 richieste in media al giorno del 2008 sono balzati a 50 richieste giornaliere del 2009. La gente staziona nei corridoi. C’è una sala d’attesa ma è del tutto inadeguata, perché troppo piccola e perché manca il contatore elettronico alle pareti e gli utenti stanno attenti a non perdere il loro turno. La responsabile dell’ufficio dice che il contatore è già stato ordinato, assieme a un buon numero di sedie. Per tutto il corridoio aleggia un odore di fritto tipico delle cucine speziate di altri Paesi. La responsabile però afferma che il numero di italiani che si rivolge all’ufficio provinciale ha ormai raggiunto quello degli stranieri. Ogni mese, in media, arrivano mille domande di lavoro. Se ne riescono a collocare poco più di quattrocento all’anno. Il presidente della Provincia Giovanni Miozzi, ricorda l’impegno dell’ente (che ha la delega per le Politiche attive del lavoro) nella formazione e nella riqualificazione dei lavoratori, annotando “che il colpo di coda della crisi, che è nata come crisi finanziaria, colpisce ora l’economia reale, comunque Verona risulta tenere meglio che altri territori”.
Franco Zanardi
«La soluzione c’è: meno soldi dalla banche e più innovazione»
Per il vicepresidente di Confindustria Verona occorre ritrovare l’equilibrio tra capitale di rischio
e capitale di debito. Trasparenza e responsabilità sociale per attrarre gli investimenti
L’immagine secondo cui esiste una finanza cattiva (l’economia “di carta”, o virtuale) che a un certo punto si è messa a divorare, come in preda ad un attacco bulimico, l’economia buona (l’economia “reale”, come viene chiamata) è suggestiva ma un po’ troppo accomodante. Soprattutto non ci aiuta a capire le origini profonde della crisi attuale, né le vie praticabili per superarla. Questo, in estrema sintesi, lo spunto offerto da Franco Zanardi, che da qualche mese ricopre l’incarico di vicepresidente della Confindustria scaligera, con delega agli Affari sociali. Secondo Zanardi la crisi attuale va interpretata come la fine di un ciclo economico, iniziato nella prima metà degli anni Novanta e che coincide con la cosiddetta globalizzazione, ossia l’integrazione nel mercato mondiale delle economie latinoamericane, di quelle dell’ex blocco sovietico e delle asiatiche. Dopo una prima fase di semplice ospitalità della delocalizzazione produttiva, i paesi emergenti si evolvono: «I salari si alzano, nascono vincoli ambientali, quote crescenti della produzione nazionale vengono spostate dalle esportazioni al consumo interno e nascono nuovi bisogni – spiega Zanardi –. È in questa seconda fase dell’internazionalizzazione che la nostra economia deve inserirsi. Con offerte caratterizzate da alta qualità ed innovazione, in tutti i settori in cui il nostro paese può eccellere: dal turismo ed offerta culturale all’agroalimentare e manifatturiero. Per noi la domanda è legata alla meccanica, settore dove il made in Italy è, insieme con il made in Germany, particolarmente apprezzato. Come per tutti i settori economici di eccellenza, fondamentale è il capitale umano, senza il quale non c’è qualità innovazione produttività». Ma l’imprenditore sostiene che questo fattore critico di successo non è stato sempre sufficientemente curato, è stato anzi talvolta ipnotizzato da facili illusioni. Perché? «Perché non sempre il nostro ed altri paesi hanno voluto affrontare il rischio dello sviluppo innovativo», risponde Franco Zanardi. «Durante il boom economico del dopoguerra – spiega – gli imprenditori tendevano, forse più di oggi, ad investire nella propria specializzazione. Vi erano maggiore propensione all’impiego del capitale di rischio; aggressività e coraggio nell’affrontare il nuovo, voglia di lavorare per una vita migliore, severità nella scuola. In tutti – conclude – era più forte l’etica dell’impegno e, nelle classi politiche delle democrazie, l’orientamento a servire era forse maggiore di quanto oggi possiamo constatare». Cosa è cambiato, dunque? «Nel tempo è aumentata la ricerca del successo minimizzando il rischio, il rapporto debito – capitale è andato via via deteriorandosi, a favore di una crescita dimensionale sempre più vincolata alla leva finanziaria, minando in questo modo l’essenza stessa del capitalismo». In presenza di una politica accondiscendente – talvolta inconsapevole e spesso finalizzata a ricevere consensi nel breve termine – le banche dei paesi più avanzati in questo processo, secondo Zanardi, si sono prestate a finanziare eccessivamente una parte dell’economia, trasferendo il rischio a ignari risparmiatori. «Per 15 anni il sistema ha funzionato – dice ancora l’imprenditore –. Siamo diventati complessivamente più ricchi, grazie ad una crescita straordinaria, trainata dai paesi di nuova industrializzazione. Poi qualcosa si è rotto e sono comparsi i titoli tossici».
Secondo il vicepresidente di Confindustria Verona la priorità, ora, è «ritrovare un corretto equilibrio tra capitale di rischio e capitale di debito». Come? «Ricapitalizzando le aziende che ne hanno più bisogno e alzando l’asticella verso l’innovazione». «Questa dell’innovazione», precisa l’industriale, «deve essere la visione strategica di tutti i governi dei paesi più sviluppati e di una classe dirigente consapevole di quale sia il bene della collettività nel lungo termine».
Ma quali strumenti hanno ora a disposizione le imprese? «Da parte nostra dovremo essere sempre più trasparenti e socialmente responsabili, per attrarre direttamente gli investimenti dei risparmiatori e le energie dei nostri giovani, molti dei quali hanno una gran voglia di misurarsi e condividere valori ed obiettivi della propria impresa. Dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni il gusto della conquista fatta di quotidiano sacrificio mostrando, con questa crisi, quanto sia effimera l’illusione del successo fondato sul poco».(M.M)
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Educare o reprimere? Una questione di responsabilità
di Rino A. Breoni
Educare o reprimere? Non è un interrogativo di ieri e la risposta non è ovvia né facile: si tratta del comportamento di ciascuno di noi nei confronti della legge. Non è il caso di allargare troppo i discorsi. Le leggi regolano ogni rapporto di umana convivenza, a livello sociale, civile e anche ecclesiale. Le leggi ci sono. Le leggi vengono preparate ed emanate da un preciso iter ed è competenza della pubblica autorità vigilare sulla loro osservanza. Questa è dovere di ognuno. Non credo fuori luogo ricordare il proverbio che purtroppo fa parte della nostra cultura: “Fatta la legge, trovato l’inganno”. Non tanto e non solo perché una legge rimane sempre una affermazione di principio, la codificazione di un comportamento richiesto a tutti, indipendentemente dal fatto che piaccia o non piaccia. La libera espressione di ciascuno di noi trova un limite nella libera espressione degli altri. Comporre questo incontro, regolarlo in modo che ne risulti una più armoniosa convivenza, mi pare sia compito della legge. È a questo punto che possono nascere dei problemi, dal momento che il dettato della legge può risultare limitativo della personale espressività anche se questa non sarebbe offensiva di nessuno. Inoltre, s’ha da tenere conto di chi, superando la legge, violandola, si colloca in chiaro dissenso ma per una motivazione di coscienza, e così testimonia il sogno e la speranza di leggi migliori.
Non mi voglio soffermare su questo aspetto di violazione della legge dal momento che chi fa scelte di questo genere, ne paga anche le conseguenze. Spendo invece una parola per la violazione della legge, di qualsiasi legge, in nome di una disinvoltura che nasce da arrogante presunzione di poter ignorare ogni convenienza, che pretende di fare diverso dagli altri, con la furbizia del tentativo di farla franca e di evitare i rigori della pena conseguente la disobbedienza. Il codice della strada si vede violato, ignorato in mille modi, talvolta con tragiche conseguenze ma il più delle volte impunemente, col profondo disagio di chi è testimone della violazione, proprio nel momento in cui sta osservando ciò che la legalità chiede e impone. Potrei dire dell’evasione fiscale, del rispetto di ambienti, dei diritti altrui ma sarebbe offendere chi mi legge.
La violazione della legge è sotto gli occhi di tutti ed a questo punto si pone il duplice interrogativo “repressione o educazione?”. Non c’è dubbio che la repressione, in qualunque modo avvenga, può ottenere un qualche effetto. Molti pensano che la paura di una sanzione, conduca all’osservanza della legge. Può essere. Rimane tuttavia un’osservanza formale, dovuta, un rispetto della legge dalla quale forse si dissente ma che si osserva perché costretti. Socialmente, una convivenza ordinata deve fare i conti anche con soggetti la cui dirompente espressività non tollera limitazioni e pretende spazi lesivi della libertà ed anche del diritto altrui. Per questi soggetti, ogni sanzione risulta quasi un’offesa, dal momento che si pretende di esprimersi liberamente, ignorando ogni diritto altrui. La forza e la violenza divengono rivendicazione di tale pretesa. Realismo vuole che si prenda atto di quanto pochi siano i risultati di questi interventi repressivi, i quali vanno tuttavia oculatamente applicati. Esiste un’altra strada per formare alla legalità ed è quella indicata nell’interrogativo posto “repressione o educazione?”. Educare significa accettare tempi lunghi, vuol dire decisione e capacità di proporre, vuol dire credere nella possibilità che ognuno di noi ha di capire. Capire che cosa? L’intenzionalità del legislatore. Quando ci si pone davanti ad una legge e se ne considerano le indicazioni o le ingiunzioni si può sbrigativamente violarla ma ci si può anche chiedere perché tale legge sia stata pensata, proposta, formulata e promulgata. Nel momento in cui si riesce a capire per quale urgenza sociale, comunitaria, tale legge è stata varata, la sua osservanza non necessita di minaccia, di repressione, perché viene osservata per libera adesione. È un processo interiore che conduce ad “autonomia” e “responsabilità”. Il significato di queste due parole dice proprio che l’autonomia formulata dai codici e la responsabilità risulta essere la capacità di rispondere con pertinenza a quanto ci è legalmente chiesto. Non è uno sforzo da poco. Dicevo che richiede fiducia nei tempi lunghi ma anche il coraggio di chi educa, nell’intervenire, nel correggere, nello stimolare, nel condurre a libera accettazione di una convivenza ordinata e regolata.
Un vecchio adagio latino recita, negativamente, che a parvo exitium (il disastro comincia dalle cose piccole) ma credo sia possibile anche dire che alla legalità ci si forma e ci si educa per piccoli passi, per discreti interventi, per richiami pertinenti. Scuola e famiglia, ma anche la chiesa, possono rivelarsi luoghi di educazione alla legalità e contribuire ad una convivenza meno violenta, meno disturbata, nella quale doveri e diritti si realizzino in armoniosa libertà.
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Raccontano la città a chi viene lontano
di Marta Bicego
L’associazione guide turistiche autorizzate di Verona (Assoguide) ha sede al numero 7 di via Da Mosto. È stata fondata nel 1987 e conta ventitrè liberi professionisti, con una netta prevalenza femminile
Verona non è solo la città di Giulietta e Romeo: c’è un’infinità di altri luoghi da conoscere e far conoscere ai turisti stranieri, ma non esclusivamente a loro.
Il segreto è raccontarne la storia (dal punto di vista culturale, storico, artistico) e saper scovare, in mezzo a vie e antiche costruzioni, aneddoti e curiosità.
Per fare questo ci sono veri e propri professionisti: le guide turistiche, figure specializzate la cui “missione” è lasciar impresso nella memoria di chi si trova a passeggiare in riva all’Adige il miglior ricordo possibile.
«Ora siamo un centinaio, appartenenti a realtà diverse, ma fino a qualche anno fa il lavoro della guida era diverso» spiega Manuela Uber, presidente di Assoguide, l’associazione guide turistiche autorizzate di Verona, che ha sede al numero civico 7 di via Da Mosto, fondata nel 1987.
«È la prima realtà nata nel Veronese – precisa Manuela – e conta ventitrè liberi professionisti, con una netta prevalenza femminile. Gli esami per ottenere l’abilitazione si ripetono con una maggiore frequenza, circa una volta ogni due anni, ma in passato potevano trascorrerne addirittura sette, oppure otto».
Certo è che lo sviluppo del turismo ha cambiato le abitudini: «Se le guide degli anni ’80-’90 (circa una ventina), erano sufficienti a coprire il mercato veronese, oggi le cose sono mutate». Anche nei requisiti indispensabili per poter ambire alla professione: «Per accedere all’esame di abilitazione, che dipende dal settore turismo della Provincia di Verona, serve una laurea e la conoscenza approfondita di almeno due lingue straniere. L’esame da sostenere è complesso: prevede prove scritte in italiano e in lingua straniera, ed è completato da una parte orale, dove una commissione non giudica solo gli aspetti culturali, ma anche quelli linguistici». Le materie spaziano dalla storia del territorio, alla geografia, all’arte. Ma si può anche scegliere di diventare guida naturalistica (per la quale serve un altro esame, quindi un’altra abilitazione). Il tutto è regolato in maniera ben precisa, a garanzia di professionalità, per cui qualsiasi cittadino (andando sul sito della Provincia di Verona) può trovare un elenco di professionisti al quale affidarsi.
Con il turismo sono cambiate le abitudini: se una volta bastava la lingua inglese, oggi servono competenze linguistiche sempre più specifiche. A parte il tedesco, il francese e lo spagnolo l’associazione Assoguide di Verona propone tour in russo, olandese, greco, rumeno, portoghese, giapponese. E il lavoro, ovviamente, cambia in base alla lingua perché dipende dalle diverse tipologie di gruppi, che vanno dalle scolaresche di bambini alle persone più anziane.
Come se non bastasse, i turisti che si aggirano per Verona con il naso all’insù (e l’immancabile macchinetta fotografica al collo) non sono tutti uguali. «I russi sono tra i clienti più esigenti: non si accontentano di conoscere l’anno in cui è avvenuto un determinato evento, vogliono sapere anche giorno e mese…» ci tiene a precisare Manuela, che ha alle spalle un’esperienza decennale nel settore. Con i clienti arabi bisogna avere un occhio di riguardo per la loro cultura «cercando di non indossare gonne corte e canottiera in loro presenza e chiedendo se preferiscono una guida maschio oppure femmina.
Una volta è arrivato il Principe del Dubai, con amici e scorta al seguito, ma io potevo parlare sono con lui» ricorda. Ad incuriosire gli studenti stranieri sono soprattutto gli itinerari legati a personaggi come Dante, Goethe o Mozart.
Il tour della Verona classica rimane un must, soprattutto per chi mette piede per la prima volta in riva all’Adige e ha poco tempo a disposizione, ma il trucco del mestiere è ricercare sempre qualcosa di nuovo che possa solleticare la curiosità dei visitatori.
«Con i giapponesi abbiamo poco tempo e parecchie cose da vedere. Oltre all’Arena e al balcone di Giulietta – che sono tappe obbligatorie – li porto alle Arche Scaligere, per raccontare la vita di corte, la storia di Cangrande e della sua famiglia. Preferisco evitare le vie più frequentate ed accompagnarli nei vicoletti, dove si ha l’impressione di essere in luoghi appartenenti ad un’altra epoca».
Lavorare con gli europei è, per certi versi, più facile: «Hanno conoscenze simili alle nostre, se parli di gotico o romanico». La situazione cambia con chi proviene dai Paesi del Nord: è complicato far comprendere la tradizione che sta dietro all’utilizzo della pietra in architettura quando tutte le loro costruzioni sono in legno. «I giapponesi hanno una cultura completamente diversa dalla nostra: devi cercare di spiegare nel modo più semplice, quasi come se ti rivolgessi a dei bambini».
Poi ci sono i gruppi di italiani, che fanno tappa nel Veronese soprattutto in corrispondenza di ponti e festività. Con i veronesi – e non sono molti quelli che si affidano alle conoscenza di una guida turistica – è completamente diverso, spiega Manuela: «diventa quasi una sfida perché ti trovi davanti persone che hanno notizie da raccontare che a volte non si trovano sui libri. Alla fine della visita, però, li vedi soddisfatti di aver approfondito la conoscenza di luoghi così familiari. Quanti veronesi, ad esempio, non sono mai entrati nella chiesa di San Bernardino? Poi però quando la visitano...».
Fornire informazioni precise, con un linguaggio appropriato e una pronuncia corretta: l’attività di una guida turistica prevede tutta una serie di attenzioni. «Bisogna saper spiegare, senza dare l’idea di ripetere, perché se lavori male e con superficialità, la gente se ne accorge; è indispensabile avere sempre il sorriso sulle labbra, anche quando capita di aspettare un’ora in mezzo alla strada perché il pullman è in ritardo e nessuno ti avvisa; ci vuole anche una buona dose di pazienza, perché qualche imprevisto può capitare: qualcuno che sta male, un turista che si perde nella confusione...». Per il gruppo, insomma, la guida diventa un referente al quale chiedere informazioni di ogni tipo: da come si cucinano certe pietanze, a dove sono (e questo capita soprattutto con i giapponesi) i fili della luce perché in Giappone i cavi sono tutti esterni».
Requisito fondamentale per chi fa questo lavoro è infine «la passione per la città e la sua cultura – aggiunge Manuela –. È un bel lavoro e se lo fai per piacere, per quanto possa sembrare ripetitivo, ti da soddisfazione. Mi diverto a vedere le espressioni che fanno le persone mentre camminiamo per le vie, quando vedono i nostri palazzi».
Tra attenzioni, e talvolta qualche difficoltà, capitano anche episodi curiosi: «Ricordo la bambina di una scolaresca alla quale avevo detto che come ultima tappa avremmo visto l’Arena nella quale c’erano i leoni. Arrivati là, però, cercandoli e non vedendoli si è messa a piangere per la delusione».
Assoguide: 045.8101322, prenotazioni@veronacityguide.it, www.veronacityguide.it
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Dialetto. Una lingua da tutelare
di Marta Bicego
È il modo più genuino, spontaneo e sincero di parlare perché è quello della famiglia, della compagnia, degli affetti. Vogliamo mettere, per dirla con parole nostrane, la spontaneità di un «te voio ben», rispetto ad un semplice «ti amo»?
Una volta, per pura curiosità, bisogna proprio provare. Si compone il numero del centralino del Comune di Como (031.2521) e... Benvegnuu in dal siit di informaziun del Cumun de Com (Benvenuti nel sito delle informazioni del Comune di Como) si sente riecheggiare dall’altra parte del ricevitore. Nulla a che fare con le fredde ed anonime voci, talvolta – diciamocelo – pure un po’ metalliche, che hanno ormai invaso segreterie e telefoni. Anzi... sembra quasi di avere a che fare con il lontano zio lombardo, disponibile a darti una mano se ti perdi nel labirinto del centralino telefonico di un ente pubblico: Per tornà indree in del sit de prima, schiscia ul butun zero (per tornare indietro al posto di prima schiacciare il tasto zero), suggerisce con fare estroso. Schiscia ul butun von per l’ufizi di tass, per la tasa sulla ca, che la sares l’Ici (schiacciare il tasto uno per la tassa sulla casa che sarebbe l’Ici), ul due per la tasa sula ruvera, che la sares la Tarsu» (e il due per la tassa sulla spazzatura che sarebbe la Tarsu). Potere del dialetto che – usato o abusato, amato oppure bistrattato possa essere specialmente di questi tempi – ha contribuito a rendere le linee telefoniche del Comune di Como a dir poco “roventi” per il numero di contatti ricevuti: quasi 5mila, solo il secondo giorno dall’attivazione del servizio. «Ma tutto è lecito, se serve – ha dichiarato l’ideatore della simpatica iniziativa – a far sentire il cittadino a suo agio, come se fosse a casa propria insomma».
Del resto, nulla stupisce. Soprattutto in periodi nei quali il dialetto viene propinato in tutte le salse. E non c’è che l’imbarazzo della scelta: si va dai siti internet scritti completamente in dialetto, con tanto di vocabolario on line (per rinfrescare, in caso di necessità, qualche termine che può sfuggire all’immediata comprensione) alle pagine dei quotidiani, sulle quali si possono leggere interventi scritti nell’idioma veneto. Dalle commedie (andando a spodestare addirittura l’inglese del buon Shakespeare), al musical. Fino alla proposta di legge, targata Lega, di affiancare allo studio della storia e delle tradizioni regionali quello... del dialetto.
Moda passeggera? Bandiera politica? Tormentone estivo? Come spesso accade quando ci si lascia travolgere dalle polemiche (siano pro oppure contro), si tende a perdere di vista l’oggetto della contesa. E in tutto questo, il dialetto, in quale maniera ne esce?
Il valore culturale dei dialetti
«È il modo più genuino, spontaneo e sincero di parlare» spiega il linguista Giovanni Rapelli, perché quello della famiglia, della compagnia, degli affetti. Vogliamo mettere – per dirla con parole nostrane – la spontaneità di un te voio ben, rispetto ad un semplice ti amo? Non è questione di lingua, più o meno nobile si possa ritenere, ma di una differente maniera di esprimersi. C’è «l’italiano» che serve alla comunicazione tra tutti i cittadini della penisola. E poi ci sono «le parlate locali», che non escono dall’ambito ristretto (territoriale, storico, etnografico) al quale appartengono né «invadono in nessun modo il campo e le prerogative della lingua ufficiale». Due registri, nessuna competizione quindi, né tanto meno inferiorità. Certo, prosegue Rapelli, il veronese di oggi non è quello usato da Berto Barbarani alla fine dell’Ottocento: le lingue (e i dialetti) cambiano; si modificano nella pronuncia e nella sintassi, eliminano alcune parole per lasciare il posto ad altre. Anche l’italiano, il linguaggio ufficiale, si evolve “prendendo in prestito” nuove espressioni dalla letteratura, dalla burocrazia statale, dalla televisione, dalle lingue straniere e... anche dal dialetto. Qualche esempio? «Provengono dalla nostra zona le espressioni sopralluogo, restare in braghe di tela, pettegolezzo, essere nato con la camicia...» elenca il linguista con soddisfazione. Senza dimenticare termini veronesi quali «pearà, recioto, riso a la pilota, fasoi imbogonadi...». Ma non è tutto, perché il dialetto è utile anche in toponomastica, per conoscere cioè i nomi dei luoghi. Si scopre così che il rione scaligero della Caréga deriva il suo nome da sedia, perché fino ad un paio di secoli fa, al termine dell’attuale via c’era un cippo funerario romano che sembrava una seduta; la Giarina deriva dalla secca dell’Adige all’imbocco del Canale dell’Acqua Morta, dove si scavava quella sottile ghiaia che oggi chiamiamo giarin. Uscendo dalla città, troviamo invece i progni di Negrar, della Valpantena, di Illasi: «Questo è uno dei nostri termini più caratteristici – rivela Rapelli, che ad ottobre consegnerà alle stampe un volumetto su La lingua veneta e i suoi dialetti contenente tutte queste curiosità –, che ci viene addirittura dagli antichi Reti. La voce indicò in origine un “torrente pieno di macigni”, come sono in effetti i progni nel loro corso iniziale». Non si tratta di nostalgia, ci tiene a precisare lo studioso, ma di consapevolezza del «valore culturale» che il dialetto ha, anche per mantenere un legame con il passato. «Teniamoci care questa parlate, sia della città che dei paesi, perché in esse il popolo esprime la sua anima, la sua vera anima» ribadisce Rapelli, sottolineando come in campo linguistico non esistano ceti sociali. Quello che parleremo nel 2050 sarà un altro dialetto, conclude, ma comunque «una parlata popolare che adempirà un’importantissima funzione sociale: quella di dare libero sfogo alla creatività popolare e di contribuire nel contempo all’italiano, impantanato nella sua ufficialità».
Patrimonio in estinzione?
Da nord a sud, da est a ovest, l’Italia è una babele di parlate. È così in tutto il mondo, ma la penisola italiana è particolarmente ricca di varietà linguistiche. Restringendo il campo, il veronese conta nove varianti che risentono tutte dei vicini territori: il cittadino, il valpollicellese, quello della Val d’Adige, il gardesano, il sud occidentale di Valeggio, il villafranchese, quello della Bassa (diffuso a Legnago) e orientale della zona al confine con Vicenza; infine quello della Lessinia che, complice l’isolamento, conserva i termini più antichi. Soltanto a Verona città, tra fine Ottocento e inizio Novecento, si parlavano quattro dialetti. Al punto che, dalla bocca di una signora di San Zeno, uscivano vocaboli diversi da quelli dell’amica di Veronetta, se poi la terza compagna di chiacchiere era pure una nobildonna la faccenda si complicava ulteriormente. «Verona è sempre stata un territorio di confine, che ha preso molto (dal vicentino, bresciano, gardesano) e dato poco. Non ha imposto, ma piuttosto assimilato» precisa Francesco Cortellazzo, docente di latino e greco presso il liceo classico “Agli Angeli”. Per quella che è la sua esperienza quotidiana sui banchi di scuola «le giovani generazioni parlano poco il dialetto, usano più che altro un italiano con inflessioni dialettali. Quando lo utilizzo in classe, per gli aspetti linguisticamente interessanti che ha – dice –, il più delle volte non mi capiscono. Lo sentono, forse, come una cosa lontana». Un patrimonio importante che però, complice la mancanza di una codificazione scritta, per Cortellazzo è destinato inevitabilmente a scomparire.
Lingua e identità veneta
Bene o male, l’importante è che se ne parli. Ma dietro alle iniziative che riempiono teatri e sale convegni sullo sfondo di poesie, canzoni e testi in dialetto quale motivazione si nasconde?
«Il nostro dialetto è la lingua della tradizione e possiede una grande dignità: è la nostra storia. Perdere l’uso del dialetto significa perdere le nostre radici con le conseguenze che possiamo immaginare dal punto di vista sociale» sostiene Riccardo Fagnani, primo cittadino di Bovolone, dove lo scorso settembre si è tenuto un incontro incentrato su “L’identità veneta: la tradizione quale veicolo turistico” ed è in programma per il prossimo anno un concorso internazionale di poesia dialettale. Dialetto sì, senza nostalgia, ma piuttosto rintracciando un legame con l’attualità e con il mondo dei giovani: «Noi della Lega siamo abituati a polemiche costruite ad arte su tematiche che poi si rivelano di limpido buon senso, se non di fondamentale valore sociale. Ciò che facciamo – aggiunge – deriva direttamente dall’ascolto delle esigenze delle persone. Per fortuna non solo la nostra gente l’ha capito».
Dai Palazzi Scaligeri fa eco Marco Ambrosini, assessore alla cultura e all’identità veneta della Provincia di Verona, che definisce un «gossip estivo» la marea di parole spese nei mesi scorsi sull’utilizzo del dialetto, un «termine troppo spesso strumentalizzato in senso negativo» che ha in realtà la stessa dignità di una qualsiasi altra lingua. È necessario guardare oltre alla semplice apparenza. «Ne è esempio – evidenzia l’assessore – la seconda edizione del “Festival veneto”: un progetto che ha portato talenti artistici che utilizzano il linguaggio popolare (cantautori, gruppi ma anche canzonieri) a fare tappa in diverse città del Veneto». Lo spirito che muove iniziative come queste è «recuperare e valorizzare la lingua veneta – dice Ambrosini – intesa come espressione linguistica del vivere quotidiano, ma anche come manifestazione di una storia, tradizione e cultura ben precise che è fondamentale tramandare alle future generazioni». Il recupero di un patrimonio culturale, conclude Ambrosini, «nel quale il linguaggio è la punta di diamante. L’espressione più diretta ed immediata».
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Dalla Moldavia per aiutare i nostri anziani
di Irina Vranescu
«L’Italia mi sembrava il paese delle meraviglie, ma la fatica è stata tanta. Ora le mie figlie frequentano la scuola media; mio marito ed io abbiamo un posto di lavoro tranquillo e sicuro»
Il testo qui riportato è una storia vera, raccolta da una studentessa del Liceo Medi di Villafranca. Volentieri pubblichiamo.
Mi chiamo Angela, ho 39 anni e sono in Italia dal 2001. Vengo dalla Moldavia, da quel piccolo paese di cui tutti sanno il nome ma che solitamente nessuno sa dove si trovi. In fondo, basta dire “est Europa” e siamo lì, no? Quando ho deciso di andare all’estero, sapevo cosa mi aspettava solo per sentito dire. L’Italia sembrava un po’ come il paese delle meraviglie, dove il lavoro e la fatica vengono ricompensati come si deve. Sì, un lavoro ricompensato come si deve era per me una meraviglia. E con un investimento di circa 3000 dollari, questo sogno poteva diventare realtà. Fortunatamente era possibile pagare la somma dopo essere arrivati a destinazione. Con gli interessi, ovviamente, altrimenti che affare è? Se ne occupavano alcune agenzie di viaggio che, con un visto di dieci giorni ed un passaporto, erano in grado di catapultare i clienti in Italia come turisti (permanenti) senza grossi problemi.
Ho preso la decisione di fare questo passo insieme a mia sorella, Anna, che condivideva i miei stessi sogni: comprare una casa ed avere una vita felice e tranquilla. Ma lasciare la famiglia non è stato per niente facile. Le mie due figlie, per fortuna, erano troppo piccole per capire la situazione ma mio marito, per non farmi soffrire ancora di più, evitava di parlarne troppo a lungo. A volte questo argomento era fonte di litigio, ma in fondo sapevamo entrambi che era la soluzione migliore per tutti.
L’impatto con l’Italia è stato meno traumatico di quanto mi aspettassi. Ero insieme ad Anna e nel periodo iniziale siamo state ospitate da alcuni conoscenti che si trovavano qui già da qualche anno; tuttavia è stato difficile trovare un alloggio fisso perché dopo la scadenza del visto siamo diventate automaticamente delle clandestine. Fortunatamente non eravamo sole: c’era una sorprendente rete di contatti che si era formata con il progressivo aumento dell’immigrazione moldava, per cui gli amici, e gli amici degli amici, si scambiavano costantemente informazioni su nuovi posti di lavoro o appartamenti disponibili. Questa rete è attiva ancora oggi e grazie ad essa anche una nuova arrivata può trovarsi un lavoro in poco tempo.
Ad una distanza di circa due settimane dal mio arrivo facevo già da badante ad una signora anziana. La signora non mi parlava tanto, ma con l’aiuto del televisore e del dizionario, che poi è diventato il mio miglior amico, piano piano sono riuscita a capire e a farmi capire. La famiglia era sempre gentile ed estremamente paziente con me e questo mi era di grande aiuto. Facevo la badante a tempo pieno, giorno e notte: potevo uscire solo la domenica, ma soltanto dopo aver trovato qualcuno per sostituirmi.
Sentivo la mia famiglia ogni settimana, ma le prime volte non riuscivo a concludere neppure una telefonata senza scoppiare in lacrime. Mi mancavano le mie piccole, mi mancava mio marito e a volte la solitudine mi catturava in un lungo e doloroso silenzio per giorni.
Tuttavia, avendo una personalità forte e determinata, riuscivo ad uscirne, pensando che sarebbe andato tutto bene, che ero lì per poco tempo e che presto sarebbe tutto finito.
Dopo circa tre settimane, la signora anziana di cui mi ero presa cura è deceduta. Da una parte mi addolorava il fatto di non poterla più vedere: il lavoro di badante era stato stressante e difficile, ma era rimasto nel mio cuore come un’esperienza per certi aspetti bellissima. Ma la mia parte razionale vedeva svanire davanti a sé tutte le certezze, lasciando spazio alla disperazione.
Fortunatamente la famiglia mi ha ospitato ancora per una settimana e ha iniziato a cercarmi un nuovo lavoro. Passato qualche giorno sono stata contattata da un’altra famiglia che aveva bisogno di una badante. Ormai avevo una certa padronanza della lingua per cui potevo agire in piena autonomia. Sapendo già cosa fare, è stato molto più facile gestire il mio secondo lavoro. La signora a cui facevo assistenza era fin troppo vivace e loquace, per cui nonostante tutte le notti in bianco fatte a causa sua, fra noi è nato un bellissimo rapporto. Ora non saprei dire se per me fosse più come una figlia o come una mamma, ma di sicuro l’affetto non le mancava; la domenica, quando la lasciavo insieme a qualche mia amica per poter uscire di pomeriggio, per lei era un vero inferno. Da una parte capivo la sua situazione, in fondo stare insieme ad una perfetta sconosciuta non è facile, però si trattava solo di qualche ora. Quando tornavo a casa, la signora mi abbracciava forte e mi diceva sottovoce: «Non andare più via, ti voglio bene, resta sempre con me». Ancora oggi, quando mi ricordo di lei, non posso fare a meno di sorridere.
Ho lavorato lì per quasi tre anni, periodo in cui è arrivata la tanto attesa legge Bossi-Fini, che ha permesso alla famiglia dove lavoravo di mettermi in regola. Per me avere il permesso di soggiorno era di fondamentale importanza: da un lato potevo camminare per strada senza la paura di essere fermata ed identificata come clandestina, dall’altro... finalmente potevo ritornare a casa, dalla mia famiglia.
Il periodo successivo è stato poi particolarmente positivo: alla prima occasione sono andata in Moldavia a rivedere i miei cari. Ho preso poi la decisione di fare il ricongiungimento familiare e dopo circa due anni sono riuscita a portare in Italia tutta la mia famiglia.
Ora le mie figlie fanno la scuola media; io e mio marito abbiamo un posto di lavoro tranquillo e sicuro. Certo, il fatto di essere stranieri pesa tanto dal punto di vista burocratico, perché anche dopo otto anni di permanenza in Italia, c’è sempre qualche documento da fare, da rinnovare o da confermare. Ma per quanto mi riguarda, questa è l’unica problematica che affronto con una certa difficoltà.
Per il resto, sono riuscita ad integrarmi dandomi da fare fin dall’inizio e devo dire la verità: nessuno ha mai osato offendermi perché sono straniera.
Oggi, quando qualcuno mi chiede se mi sento realizzata, rispondo con un sorriso sulle labbra.
Sono qui insieme alla mia famiglia e con le mie forze sono riuscita ad offrirle una vita migliore.
Sì, mi sento realizzata perché ce l’ho fatta. È stata dura, ma ce l’ho fatta.
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Il volto femminile dell'immigrazione interroga la città di Verona
di Jean-Pierre Piessou
Una mattina di venerdì di sette anni fa ebbi modo di conoscere una giovane donna africana dagli occhi tristi e pieni di lacrime; il suo nome è Elsy. Venne nel mio ufficio accompagnata da una signora di Verona. Elsy portava con sé suo figlio Thomas, di circa 8 anni. Parlava solo inglese ed era piuttosto disorientata. Proveniva da Accra, in Ghana, e doveva recarsi a Palermo. Un indirizzo era l’unico dato certo che la poteva ricongiungere al padre di suo figlio. Elsy era dunque alla ricerca del suo compagno che per molti anni, per motivi di lavoro, aveva frequentato il suo piccolo paese in Ghana. Erano stati anni belli, si erano innamorati. Poi lui aveva fatto ritorno in Italia e i due si persero di vista, ma nel frattempo era nato Thomas.
Elsy credendo fermamente alla loro storia d’amore decise di richiedere il visto presso l’ambasciata italiana ad Accra, per poter partire per l’Italia e cercare a tutti i costi di raggiungere il padre di suo figlio. Con grande sforzo riuscì a mettere da parte il denaro per pagare il viaggio. Per errore confuse le città e arrivò a Verona. Una serie di ricerche la portarono a scoprire che il suo compagno era morto da tempo e che la città dove era arrivata non era la destinazione giusta. I risparmi erano ormai finiti, così si fermò definitivamente in riva all’Adige.
Quella di Elsy è una delle tante storie di donne immigrate che vivono nella città di Giulietta e Romeo. Quella stessa città che vieta agli immigrati di sposarsi se non sono in regola con il permesso di soggiorno. È questa l’umiliazione che quattro donne immigrate hanno subito il 9 agosto scorso, l’indomani dell’entrata in vigore del pacchetto sicurezza.
Bella Verona, sono tanti i volti delle immigrate che non sai guardare con occhi di stima. Sono i volti delle donne provenienti dall’Asia, dall’Africa, dall’America Latina e dall’Europa dell’Est e che parlano il moldavo, il rumeno, l’ukraino, lo sri lankese, il peruviano, il ghanese, il nigeriano, il filippino, il cinese, il portoghese ecc... Sono donne islamiche, cristiane, ebree, copte, evangeliche, animiste, buddhiste, induiste, taoiste, confuciane, atee e non credenti.
Se le cittadine immigrate presenti a Verona avessero l’occasione di dire la loro avrebbero tante domande da sottoporci: «Mentre ci chiamate clandestine, cioè ignote e sconosciute – spiega Elsy –, ci assegnate il compito di cura dei vostri genitori e dei vostri bambini. Passiamo giorno e notte nelle vostre case per svolgere mansioni di cui non vi volete occupare, ma dichiarate che la nostra presenza mette a repentaglio la vostra sicurezza. Ci chiedete di svolgere i lavori “in nero” per risparmiare, ma poi raccogliete le firme per mandarci via. Perché c’è così tanto accanimento nei nostri confronti? Il ministro Calderoli ci offende quando arriva a teorizzare che due terzi delle badanti sarebbero prostitute. Noi che siamo madri di famiglia, noi che abbiamo lasciato a casa i nostri cari per dedicarci alla salute e alla cura e al benessere dei cittadini di questa città guadagnando un misero salario che poi inviamo nei nostri paesi per mandare a scuola i figli e per il fabbisogno di parenti e familiari».
«Cari cittadini di questa bella città – prosegue Elsy –, perché non provate ad intavolare una discussione seria e responsabile, magari coinvolgendo le amministrazioni pubbliche, Comune e Provincia, sulle nostre condizioni abitative e lavorative? Sapete quante di noi sono rimaste vedove in questi ultimi tempi dopo che i mariti sono caduti sui cantieri di lavoro, in particolar modo nelle imprese di costruzione? L’ultima vittima tra i nostri valenti uomini è Emmanuel Depar, della Costa d’Avorio. È morto a settembre. Se ne è andato come tanti altri, morto sul lavoro. Per questi morti solo un trafiletto sulle pagine di cronaca, mentre andrebbero raccontati i loro sogni e le loro fatiche. Tra di noi parecchie sono rimaste sole, separate e abbandonate. Altre subiscono quotidianamente violenze, soprattutto in casa, ma anche sui luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici. Spesso facciamo silenzio per proteggerci, ma forse sbagliamo a non raccontare questi tristi e ormai frequenti episodi».
Il volto femminile dell’immigrazione patisce, per alcuni aspetti, le stesse difficoltà di quello maschile: per esempio le lungaggini burocratiche per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno, per reperire un alloggio idoneo per sé o per i propri familiari, per l’accesso alle strutture pubbliche, mediche e quant’altro, per la mancanza di lavoro o per la sua precarietà, per l’assenza di un organismo di rappresentanza socio politica, come potrebbe essere una consulta comunale per l’immigrazione, perché quella creata è stata deliberatamente congelata dall’Amministrazione. In più, per le donne immigrate, ci sono i problemi della maternità, l’assenza di un luogo di ritrovo e di dialogo specifico. E infine come non parlare della difficoltà di integrazione dei molti figli di queste concittadine immigrate, che spesso fanno la spola tra lavoro, supermercati e famiglia.
Varrebbe la pena entrare più in contatto con queste donne, perché con la loro difficile vita contribuiscono a disegnare il volto umano di questa città. Infine varrebbe la pena non sottovalutare il potenziale che esse rappresentano per tante famiglie, per il mondo culturale, per le imprese e i diversi settori lavorativi che non possono più fare a meno di loro. È tempo non solo di sottolineare i loro doveri, ma di mettere in evidenza anche i loro diritti.
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Antonio Salieri, musicista di gran pregio
di Nicola Guerini
Dopo la distruzione del 1945 il Teatro Filarmonico riprese la sua stagione nel 1975
Salieri nacque il 18 agosto 1750 a Legnago, in una casa di cui è rimasto solo l’arco della porta, oggi incorporato nel Museo Fioroni, dedicato solo in parte alla memoria del Maestro. Poco più che adolescente intraprese lo studio del violino con il fratello Francesco, allievo di Giuseppe Tartini, e del clavicembalo con G.Simoni, organista della città. All’età di 15 anni si recò a Venezia, sotto la protezione della famiglia Mocenigo, presso la scuola di S. Marco, dove fu allievo di F. Pacini per il canto e G.B.Pascetti per la composizione. Proprio a Venezia incontrò Leopold Gassmann, maestro della cappella imperiale, il quale lo condusse a Vienna dandogli la conoscenza della cultura letteraria tedesca, latina e francese oltre che un’ottima istruzione musicale.
Introdotto a corte, ormai noto come compositore di musica sacra, dal 1769 diresse le prove d’opera del Teatro di corte viennese e nel 1770 esordì come operista con “Le donne letterate”. Salieri, che a Venezia aveva conosciuto Metastasio e Haydn, del quale fu molto amico, viaggiò molto nella sua vita per seguire le rappresentazioni delle sue molte opere, abitando per qualche tempo anche a Parigi, dove conobbe Gluck, Piccinni ed Hasse. Il 10 ottobre 1774 sposò Teresa Helfersdorfer e l’unione, a dispetto di qualche chiacchiera successiva, fu felice e allietata da otto figli. Morto Gassmann nel 1774, Salieri gli succedette nella prestigiosa carica di compositore di corte e direttore d’orchestra del Teatro imperiale e i successi ottenuti dalle sue opere teatrali lo portarono all’interessamento dei teatri italiani che lo invitarono a Milano, Venezia, Roma e Napoli. Ebbe così inizio una carriera per certi versi sfolgorante che lo avrebbe portato a diventare Maestro di cappella alla corte asburgica (sia pure per un breve periodo, dal 1778 al 1790, poiché a tale carica preferì quella di compositore ed insegnante di corte). Dopo il felice debutto della prima opera si aggiunse il successo dell’Armida del 1771, alla quale fece seguito il lavoro che lo avrebbe consacrato nel panorama musicale dell’epoca, l’“Europa riconosciuta”, commissionatagli dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria e che fu destinata all’inaugurazione, il 3 agosto del 1778, del Nuovo Regio Ducal Teatro (l’attuale Teatro alla Scala) fatto erigere a Milano (ricordiamo che la medesima opera ha salutato il 7 dicembre 2004 la riapertura del teatro scaligero dopo un lungo lavoro di restauro). Fra le sue trentanove composizioni per il teatro si ricordano: La Scuola de’ gelosi (1778), Der Rauchfangkehrer (1781), Les Danaïdes (1784, attribuita in un primo tempo allo stesso Gluck), Tarare (1787), La grotta di Trofonio, Eraclito e Democrito, Axur, re d’Ormus (1788), Palmira, Regina di Persia (1795), Falstaff , ossia Le tre burle (1799, tema tratto da Le allegre comari di Windsor di Shakespeare che sarà poi ripreso da Giuseppe Verdi per il suo Falstaff) e Il mondo alla rovescia, dramma giocoso in due atti su libretto di Caterino Mazzolà, il quale si basa a sua volta su un dramma giocoso, Il mondo alla roversa, prodotto da Carlo Goldoni nel 1750 e messo in musica lo stesso anno da Baldassare Galuppi. La prima messa in scena dell’opera fu il 13 gennaio 1795 al Burgtheater di Vienna.
Salieri pose a mano a questo lavoro che aveva già in gran parte preparato precendemente, in quanto avrebbe dovuto andare in scena a Venezia nel 1779 sotto il titolo L’isola capricciosa; tuttavia l’improvvisa morte dell’impresario non permise la realizzazione del progetto. Poiché nel 1792 era attivo presso la corte imperiale di Vienna come poeta il librettista Caterino Mazzolà, Salieri poté portare a termine l’opera. Oggi non è più possibile ricostruire le eventuali arie e abbozzi prodotti dal compositore per la prima versione del dramma giocoso e successivamente modificati. L’ouverture di quest’opera si basa in gran parte su quella del divertimento teatrale Don Chisciotte alle nozze di Gamace (1770/71) dello stesso compositore. Questa venne inoltre impiegata come preludio alternativo della sua successiva opera comica L’Angiolina (1800). Fra le composizioni strumentali spiccano invece due concerti per pianoforte e orchestra ed un concerto per organo scritti nel 1773, un concerto per flauto, oboe e orchestra del 1774, un insieme di ventisei variazioni su La Follia di Spagna (1815) e le numerose serenate. Quando il maestro della cappella di corte G.Bonno si ritirò, Salieri prese il suo posto e, ritiratosi dall’attività di direttore del teatro, continuò, con l’assunzione al trono di Leopordo II, a ricoprire l’incarico di compositore di corte e di vicepresidente della “Tonkunstler-Società”, di cui diresse i concerti fino al 1818. Membro di diverse società tedesche e francesi (associé étranger dell’Istitut, dal 1806; correspondant étranger del Conservatorio di Parigi, cavaliere della Legion d’Honneur nel 1815, membro dell’Académie Royale des Beaux Arts), nel 50° anniversario delle sue attività viennesi gli vennero tributate grandi onorificenze e fu decorato con la Civil-Ehrenmedaille d’oro. All’attività di composizione affiancò quella, stimatissima, di insegnante: fu tra i fondatori del Conservatorio di Vienna (1817) ed ebbe fra gli allievi una schiera di nomi illustri, fra cui Beethoven (che gli dedicò le tre sonate per violino e pianoforte Op.12, e compose 10 variazioni per pianoforte su un’aria del Falstaff), J.N.Hummel, Liszt, Meyerbeer, C.G.Reissiger, F.Schubert, J.H.Stuntz, F.X.Sussmayr. Fra i suoi pupilli vi fu anche uno dei figli dello stesso Mozart, Franz Xaver Wolfgang, mentre fra gli allievi di canto, numerissimi, ricordiamo Caterina Cavalieri, la principessa E. di Wurttemberg, Fortunata Fianchetti. Lasciò erede della sua ricca biblioteca musicale la “Tonkunstler-Società”, che la donò a sua volta alla Biblioteca Nazionale di Vienna. Nel 1821 le sue le condizioni mentali, già scosse da quando aveva perduto l’unico figlio (1805) e la moglie (1807), si aggravarono anche per una malattia agli occhi; nel 1823 la sua mente fu completamente offuscata tanto che l’anno successivo fu mandato in pensione (a pieno stipendio). Questa circostanza portò inevitabilmente all’attenzione la sua presunta relazione con Mozart in quanto, proprio durante il suo periodo di ricovero, il compositore si sarebbe autoaccusato della morte del grande compositore salisburghese. Secondo voci calunniose diffuse nel sec XIX, risultate poi infondate, Salieri avrebbe tramato contro Mozart provocandone la morte con il veleno. Antonio Salieri morì a Vienna il 7 maggio 1825. Fu sepolto nel Matzleinsdorfer Friedhof e le sue spoglie vennero poi trasferite al Zentralfriedhof (Cimitero Maggiore) di Vienna. Al suo funerale Schubert – suo allievo prediletto – diresse il Requiem in Do minore che lo stesso Salieri aveva scritto diverso tempo prima (nel 1804) per la propria morte. Il suo monumento funebre è ornato da una iscrizione composta da un suo allievo, Joseph Weigl:
Riposa in pace! Non coperta di polvere / l’eternità ti è riservata. / Riposa in pace! In eterne armonie si è dissolto il tuo spirito. / Egli ha espresso se stesso in note incantevoli / ora è salpato verso l’eterna bellezza.
Salieri oggi
L’attività artistica di Salieri ha visto e vede riconosciuta in tempi recenti una rivalutazione. È importante ricordare che, dopo la distruzione del 1945, il Teatro Filarmonico di Verona riprese la sua stagione nel 1975 proprio con il “Falstaff” di Antonio Salieri diretto dal M° Sergio Failoni. Nel Teatro Salieri di Legnago (VR), sua città natale, è attiva invece una Fondazione culturale anch’essa intitolata al nome del compositore dove si svolge regolarmente il “Festival Antonio Salieri”. Nell’ambito di questa manifestazione si è tenuta nell’autunno 2004 la prima rappresentazione in epoca moderna di una sua rara opera, “Il ricco d’un giorno”, scritta su testo del librettista principe del “rivale” Mozart, Lorenzo Da Ponte.
La leggenda Mozart-Salieri
Accadde negli anni intorno al 1790 che Mozart, allora all’apice della notorietà, accusasse Salieri – allora in calo della notorietà – di plagio e della volontà di attentare alla sua vita. Secondo lo storico Alexander Wheelock Thayer i sospetti di Mozart potrebbero essere stati determinati da un episodio accaduto una decina di anni prima, quando il compositore salisburghese si vide sottrarre da Salieri il ruolo di insegnante di musica della principessa del Württemberg. L’anno seguente Mozart non riuscì a farsi nominare neppure insegnante di piano della principessa. Quando poi le sue Nozze di Figaro registrarono al debutto il negativo giudizio sia del pubblico che dell’imperatore in persona, il compositore accusò del fallimento Salieri, reo di averne boicottato l’esecuzione. In realtà a quell’epoca Salieri era impegnato in Francia per la rappresentazione della sua opera Les Horaces, il che fa pensare come gli sarebbe stato difficile determinare da tale distanza il successo o l’insuccesso di un’opera. Molto probabilmente – sempre stando a Thayer – ad istigare Mozart contro Salieri potrebbe essere stato il poeta Giovanni Battista Casti, rivale del poeta di corte Lorenzo da Ponte, autore del libretto di Figaro. Una conferma indiretta di quanto la diatriba Mozart-Salieri possa essere stata più che altro un caso montato ad arte, viene dal fatto che quando – nel 1788 – quest’ultimo venne chiamato alla carica di Kapellmeister, anziché proporre per l’occasione un’opera propria preferì curare l’allestimento di una riedizione delle stesse Nozze di Figaro. Nel corso dei decenni nacque e si diffuse la leggenda secondo la quale Mozart sarebbe stato avvelenato, per gelosia, da Salieri. Questa diceria, priva di fondamento, ha ispirato diversi artisti nel corso dei secoli. Il poeta e scrittore russo Aleksàndr Sergeeviã Puskin credette a queste voci, e nel 1830 scrisse Mozart e Salieri (precedentemente intitolato Invidia), un brevissimo dramma in versi, in cui un Salieri roso dalla gelosia commissiona all’odiato rivale Mozart un Requiem, con l’intento di rubarglielo, una volta avvelenato, e spacciarlo per suo. Per la trovata, l’autore russo si ispirò probabilmente al fatto che il Requiem di Mozart fu commissionato dal conte Fritz Von Walsegg, che infatti voleva spacciarlo per proprio durante le esequie della propria consorte. In merito all’opera di Puskin si è detto: «Se Salieri non ha ucciso Mozart, di sicuro Puskin ha ucciso Salieri». Il 25 novembre 1898, al Teatro Solodovnikov di Mosca, va in scena la prima dell’opera Mozart e Salieri del compositore russo Nikolaj Rimskij-Korsakov. La musica è ispirata e dedicata al compositore Alexandr Dargomyzskij, mentre il libretto è scritto da Rimskij-Korsakov stesso, basandosi sulla tragedia di Puskin, e come questa l’opera si divide in due sole scene. La sera della prima, le variazioni sulla musica di Mozart sono eseguite dal pianista e compositore Sergej Rachmaninov. È del 1978 un successivo adattamento della vicenda mozartiana: con Amadeus, infatti, il drammaturgo Peter Shaffer conquista i teatri di Londra. La vicenda prende le basi del lavoro di Puskin e ne amplia la portata. Rimane l’invidia di Salieri e il Requiem commissionato da un uomo vestito di nero (Salieri mascherato), ma il tutto viene approfondito e, soprattutto, la narrazione avviene ad opera di Salieri stesso. Il testo subisce diverse modifiche, fino alla versione definitiva del 1981. Nel 1984 il dramma di Shaffer viene portato al cinema da Milos Forman con Amadeus, dove però vengono ammorbiditi i lati negativi del personaggio di Salieri: anche se nella versione rimasterizzata del film del 2002 verranno ripristinate alcune scene “forti”, il Salieri cinematografico (interpretato da F. Murray Abraham) è decisamente meno “negativo” di quello del dramma di Shaffer.
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Spettacoli: «Mare primo»
di Laura Muraro
Uno spettacolo ideato dalla veronese Elisabetta Zampini (voce) a cui si sono affiancati altri artisti nostri concittadini: i musicisti Luca Donini (sax), Francesco “Sbibu” Sguazzabia (percussioni) e il grafico e scenografo Marco Campedelli
Suoni, colori, segni, parole... e il mare, origine della vita e dell’esistente, diventa il non luogo dove si incontrano linguaggi diversi e differenti mondi e culture, tutti volti a riscoprire la creatura umana più profonda, in un’evocazione delle origini stesse dell’umanità e di ogni singolo uomo.
Questi elementi costituiscono l’ossatura di Mare primo. I racconti delle origini, spettacolo ideato dalla veronese Elisabetta Zampini (voce) e a cui si sono affiancati altri artisti nostri concittadini: i musicisti Luca Donini (sax), Francesco “Sbibu” Sguazzabia (percussioni) e il grafico e scenografo Marco Campedelli.
L’ideatrice, nonché voce recitante, Elisabetta Zampini, dopo l’esperienza nell’arte dei burattini e nella musica popolare, ed alcuni reading di poesia contemporanea e narrativa con sperimentazioni musicali, ha proposto questo spettacolo come lavoro conclusivo del Master in Antropologia e Bibbia dell’Università di Verona, per l’anno accademico 2008/2009.
Lo spunto le è venuto dalla lettura di un libro di Ellen van Wolde Racconti dell’Inizio che «mi ha suggerito – spiega – il taglio multiculturale, le suggestioni archetipe e la valorizzazione della dimensione creaturale del mondo e dell’uomo».
Presentato per la prima volta al Festival biblico di Vicenza e successivamente a Sorrivoli nell’ambito della rassegna Borgo sonoro di Cesena è arrivato a Verona il 15 ottobre al Polo Zanotto.
Il lavoro si snoda attraverso vari momenti fra loro sapientemente amalgamati. Dopo un prologo di carattere scientifico tratto da testi del geografo veronese Eugenio Turri e curato dal geologo Guido Gonzato, due testi poetici (Sopra una conchiglia fossile di G. Zanella e Nasciamo di R. M. Rilke) fanno da cornice di apertura e di chiusura alle letture dei miti delle origini legate all’acqua e al mare che toccano tutti i continenti e le civiltà (America latina e America del nord, Mesopotamia, Hawai, Israele, Grecia arcaica...): tutte accompagnate, evocate, sottolineate e interpretate da musica e segni grafici proiettati su uno schermo.
Il titolo infatti rimanda ad un duplice significato del mare: a livello storico il mare tropicale che nel passato preistorico ricopriva proprio il territorio veronese; a livello simbolico il mare primordiale e arcaico da dove prende origine la vita.
Da trasmettere c’è infatti «un invito a cercare la propria identità – sottolinea Elisabetta – e le proprie radici in modo evocativo ed emozionale, attraverso il linguaggio dell’arte che arriva dove la comunicazione quotidiana non riesce ad accedere»: messaggio che pur provenendo da mondi diversi ha però sempre in comune l’elemento acqua e l’essere creati. Questa dimensione favorisce il ritorno in sé, in un passato lontanissimo che appartiene ad ogni uomo.
Il progetto è stato condiviso e portato avanti con tre amici artisti di cui l’ideatrice apprezza la «capacità di improvvisare e mettersi in gioco in situazioni diverse e nuove», oltre alla sensibilità poetica mostrata in vari spettacoli. «Di Marco conoscevo il percorso personale, da tempo avviato, che lo ha portato a trasformare la musica in segno e gesto; le percussioni di Sbiru e i fiati di Luca (che avevano già una lunga esperienza di musica e parola) erano gli strumenti primordiali dell’uomo che cercavo e che potevano anche amplificare la loro valenza simbolica, rimandando l’uno alla materialità della terra, l’altro all’idea di spirito vitale». Per questo non è stato difficile mettere insieme e coordinare queste diverse forme espressive che, oltre ad un canovaccio comune a cui guardare, avevano poi ampia libertà espressiva.
E la sintonia degli artisti, la bellezza dei testi scelti, unita ad una leggerezza dello spettacolo capace di far passare contenuti profondi, coinvolgere ed emozionare gli spettatori senza pesare, sono obiettivi raggiunti e verificati a fine spettacolo con il pubblico stesso, invitato a scrivere emozioni, impressioni e commenti.
Questo riscontro positivo conforta Elisabetta nei progetti per il futuro. Infatti ha in mente altri due spettacoli che rappresenterebbero il seguito e la conclusione di Mare Primo e che prendono avvio sempre dal territorio veronese «...ma di più non voglio dire » ci confida scaramanticamente.
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Teatro Trinità: «Benessere teatro»
La rassegna nasce dalla collaborazione tra La Formica e il Teatro Impiria. Con lo slogan “La cura per il tuo bel vivere” vengono offerti spettacoli comici e drammatici all’insegna della qualità. Biglietto ridotto per gli abbonati a Verona In
Dopo il successo dello scorso anno, si ripresenta al Teatro Trinità la rassegna teatrale “Benessere Teatro”, che con lo slogan “la cura per il tuo bel vivere” si propone di offrire spettacoli comici e drammatici all’insegna della qualità e del buon teatro.
La rassegna vede per la prima volta una stretta collaborazione tra La Formica, storica compagnia teatrale veronese ed una delle migliori d’Italia, ed il Teatro Impiria, compagnia recentemente premiata col Sele d’Oro come miglior compagnia emergente a livello nazionale.
Il cartellone alterna la miglior produzione delle due compagnie, presentando sette titoli ciascuna, a cui si affiancano artisti ospiti, offrendo al pubblico spettacoli di pregio già premiati in alcuni dei più importanti festival nazionali ed applauditi da pubblico e critica. Un cartellone molto particolare ed invitante quindi. E particolare ed invitante è anche la politica dei prezzi. Al biglietto intero (10 euro) sono infatti affiancate diverse possibilità di usufruire di biglietti ridotti. Il ridotto (7 euro) è riservato a tutti i giovani sino ai 18 e agli anziani over 65, ma anche a chi si reca a Teatro in bicicletta e a tutti coloro che praticano attività teatrale (ossia chi recita in compagnie, amatoriali e non, chi frequenta corsi di teatro, eccetera). Biglietto ridotto anche per tutti gli abbonati a Verona In, nonché a tutti i soci e tesserati Fnac, Circolo Unicredit, Excellence Club e Amici della Bicicletta. I bimbi sino a 12 anni entrano gratuitamente.
Il cartellone è composto da ben 16 spettacoli, con replica sia il sabato che la domenica, da ottobre a marzo. Gli spettacoli proposti dal Teatro Impiria sono “Ultima chiamata” (10-11 ott), “Italiani, che commedia!! (14-15 nov), “Sognavamo di vivere nell’assoluto” (28-29 nov), “Chiuso per Western” (6-7 feb), “Il ponte sugli ocani. Amori” (6 mar), “Toccata e fuga” (20-21-27-28 mar) ed una serata di cabaret dal titolo “You, tu!” che prende in giro i veronesi e la veronesità, il 20 e 21 feb. La Formica risponde con “Il giardino dei ciliegi” (24-25 ott e 7-8 nov), “Danza di morte” (21-22 nov), “Buona notte mamma” (5-6 dic), “Mai stata sul cammello?” (12-13 dic), “Ma tu di che sesso sei?” (16-17-23-24 gen), “Aspettando Godot” (30-31 gen), “L’impresario delle Smirne” (27-28 feb). Tutto il programma è scaricabile dal sito www.teatroimpiria.net
L’iniziativa riporta in vita il Teatro Trinità, recentemente restaurato, un teatro del centro storico poco utilizzato, regalando così alla città uno spazio rinnovato nel cuore della città, dove trascorrere piacevoli serate nel segno della cultura, del divertimento e dello stare insieme. (A.G.)
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«Ioedio» percorso e mostra di arteterapia
di Cinzia Inguanta
Un evento singolare perché le opere sono state realizzate da persone che escono dal coma. In collaborazione con Fase 3 Associazione Traumi Cranici e Periagogè
“Ioedio” è il nome della mostra d’arte che si svolgerà dal 13 al 22 novembre prossimi a Verona, nella sede del “Centro Studi il Fiore di Loto” in Via Locchi 10.
Si tratta di un evento assolutamente singolare perché le opere in mostra sono state realizzate attraverso un percorso di arteterapia umanistica, da persone che escono dal coma.
L’idea di questa esposizione è nata dall’ incontro di tre associazioni (Centro Studi il Fiore di Loto, Fase 3 Associazione Traumi Cranici e Periagogè) che hanno condiviso l’obiettivo di dare valore e visibilità alle realizzazioni dei pazienti in riabilitazione, che l’arteterapia ha messo in condizione di comunicare ritrovando, attraverso forme e colori, una parte di se stessi.
L’arterapia è un trattamento psicologico che compare a partire dal 1950, ma solo da poco codificata e utilizzata in affiancamento alle terapie riabilitative tradizionali. È passata attraverso sperimentazioni, tentativi personali, a volte casuali, sino a diventare una vera e propria disciplina che si integra con gli atti riabilitativi classici, sia di tipo cognitivo, che motorio o logopedico.
Attraverso l’uso dei colori con tecniche non convenzionali, a volte si colloca il colore su un foglio di carta con una parte del corpo, stabilendo un livello di comunicazione con persone, che in gran parte sono afasiche e incapaci di esprimersi in modo verbale o gestuale. L’obiettivo è quello di recuperare al massimo le abilità precedenti al trauma e di valorizzare, potenziare quelle residue. Si cerca di aprire nuove prospettive per un futuro che sarà diverso da quello progettato in precedenza.
L’arteterapia umanistica si inserisce, subito dopo la rianimazione, in un momento che è di grande confusione in tutti i sensi, e cerca di costruire un percorso positivo su un evento negativo.
Lo scopo della mostra è quello di far conoscere sia le opere e i percorsi dei pazienti, sia l’eccellenza di strutture riabilitative come quella del Dipartimento di Riabilitazione del l’ospedale Sacro Cuore - Don Calabria di Negrar, dove sono state prodotte la maggior parte delle opere.
Saranno esposti anche alcuni lavori creati nel laboratorio di Terapia Occupazionale del Centro Don Calabria di via S. Marco a Verona. Questi manufatti sono prodotti da persone che hanno una maggiore capacità di esprimersi e che sono in grado di usare anche tecniche tradizionali e che perciò realizzano non più dei quadri istintivi, ma anche piccoli mosaici, piccoli oggetti. In tutto saranno esposte circa una novantina di opere di singolare valenza artistica.
L’iniziativa sta suscitando molto interesse, tanto che tutto il lavoro preparatorio di studio, progettazione, organizzazione viene svolto dai volontari delle tre associazioni ai quali si sono affiancati, a titolo gratuito, professionisti per le fotografie, la progettazione degli allestimenti, le riprese televisive, la realizzazione della documentazione multimediale, la creazione del sito internet (www.ioedio.org) e l’organizzazione degli eventi collaterali. Secondo gli organizzatori della mostra, purtroppo, poca sensibilità è stata dimostrata dai media locali che non hanno contribuito alla diffusione dell’evento. Un’altra difficoltà per gli organizzatori consiste nel reperimento di sponsor che vogliano condividere il progetto sostenendolo con un contributo finanziario o il conferimento di materiali.
Eppure l’iniziativa si preannuncia come un grande successo, tanto che la mostra è già stata prenotata a Roma e a Caserta, ancora prima di essere vista.
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Briganti in agguato e strade pericolose
Nell’immaginario collettivo erano personaggi come il mitico Falasco, mentre spesso erano solo poveracci che si davano al brigantaggio per fame
Ogni anno che passa si va perdendo sempre più il ricordo di ciò che poteva succedere fino all’inizio della prima guerra mondiale anche sulle nostre strade. Naturalmente non su tutte, ma su quelle che portano dal centro città verso la montagna.
In certi punti, lungo i tornanti, era abbastanza facile seguire la lenta ascesa dei carrettieri che con carretto e cavallo o asino tornavano dalla città, spesso stanchi ed assonnati, per la sveglia antelucana. Portavano con sé o merce di scambio o le scarse lire guadagnate, dopo aver portato al mercato quella poca verdura o frutta che potevano raccogliere nei poveri orti improvvisati lungo i versanti scoscesi della montagna.
E così, in certi punti più o meno prestabiliti, venivano accolti con i fucili – quasi mai usati per uccidere – e costretti a consegnare quanto avevano con loro.
Certe strade, in modo particolare dell’Alta Valpantena o dell’Alta Valpolicella, erano note perché, si diceva, “c’erano i briganti” appostati.
Ma non solo verso la montagna. Ad esempio anche le varie strade e stradine che dal lago di Garda portano verso Calmasino, o verso altri paesi dell’interno, soffrivano dello stesso male. Gli “ortolani”, come spesso venivano chiamati, vendevano la loro mercanzia, di solito frutta e verdura di stagione, e verso sera ritornavano a casa, raccontando talvolta i loro incontri poco desiderati.
E quello di cui si parla oggi è più che altro passato nel mito.
I briganti, nell’immaginario collettivo, erano sempre personaggi come il leggendario Falasco, mentre invece si trattava spesso, da quanto è possibile arguire dalle notizie di quel tempo, specie dal quotidiano L’Arena, di poveri esseri umani che si davano al cosiddetto brigantaggio più che altro per fame e per la miseria più nera.
Nei ricordi del Prof. Angelico Brugnoli vive ancora qualche racconto del nonno nato nel 1861. In quel periodo abitava a Fumane di Valpolicella ed era chiamato l’“ortolano” perché aveva un piccolo appezzamento di terreno dove coltivava in modo particolare verdura per la famiglia ma soprattutto da vendere in città. La vita a quel tempo in tutto il Veneto era veramente dura e in più il nonno di Angelic aveva quattro figli da mantenere. Si era verso la fine del secolo diciannovesimo, o ai primi del ventesimo, quando era all’incirca quarantenne. Qualche volta succedeva che tornando a casa, in quel di Pedemonte, più o meno alla curva di Villa Santa Sofia, venisse fermato e invitato, quando andava bene, a lasciare metà del guadagno.
Ma l’avo di Angelico, alto e molto robusto, non si lasciava certo intimorire, tanto che un giorno, stanco di tutte quelle angherie e soprusi, prese uno dei “briganti” e lo gettò oltre il muro di cinta della villa, che era alto circa due metri. Da quel giorno venne lasciato in pace.
Come ben si deduce da quanto fin qui raccontato, i famosi “briganti”, tranne qualcuno che fece storia a sé, erano più che altro fannulloni o sfaccendati, che volevano vivere alle spalle degli altri.
Per cui, almeno nel veronese, tutto il resto viaggia solo nell’immaginario collettivo mitizzato e privo di fondamenti reali, se non in qualche caso ben documentato e ben lontano da quel brigantaggio che caratterizzò la storia del centro-sud Italia nell’Ottocento.
Geografia e antropologia delle strade
La strada diventa dunque il luogo nel quale il brigante trova la sua nicchia vitale. Già la lingua si è impossessata del termine ed ha coniato alcune espressioni capaci di dare alla “strada” uno dei suoi valori primigeni e fondanti. “Mettere sulla strada” allude alla brutalità e alla solitudine che una strada può indurre nell’individuo isolato; e così espressioni come “essere fuori strada” o “darsi alla strada” o ancora “tagliare la strada” alludono alla dimensione negativa, agonistica e ferina della strada.
Alla strada, dunque, pertiene inequivocabilmente una dimensione antropologica, radicale, fondante. Perciò è corretto e affascinante il quesito che si pongono Chelidonio, Sauro e Zanini (“Quaderno culturale” n° 29) a proposito di ritrovamenti preistorici a Passo Malera: “Capire se e quanto percorsi alpini storici possano ricalcare non solo piste pastorali tardo-preistoriche ma forse anche tracciati di caccia in quota praticati dalla fine dell’ultima glaciazione”. Come dire: contributi per una viabilità lessinica di circa 15 mila anni fa!
In tempi più recenti l’amministrazione della Serenissima decide di redigere un elenco delle strade per il Veronese; ne nasce il Campion delle strade del territorio veronese formato l’anno 1589. È un documento prezioso conservato presso l’Archivio di Stato di Verona e ci mostra una viabilità sorprendente, in grado di garantire i collegamenti dell’altopiano con la città che si sviluppa e chiede al contado continui approvvigionamenti di derrate alimentari e di legname. Ed è a quella realtà lontana che risalgono le tracce documentali scritte di strade “famose” la via Cara, la via Vesentina e la strada di Messer Can (per restare nell’area orientale) o la via dei Lessini o la via Grande (per riferirsi, invece, all’area più occidentale).
Su queste strade – ma anche su altre che solcano trasversalmente la Lessinia (alcune delle quali sono ormai fagocitate dal bosco, ma andare alla loro ricerca è come aprire un libro di favole) – si svolge il commercio della lana e del ghiaccio, del legname e del formaggio. Ma, su di esse viaggiano i vescovi per portare a termine le loro visite pastorali. Non sono poche le lamentele che gli stessi prelati, ma anche gli abitanti, rivolgono alle autorità. Basti questa, datata 12 febbraio 1836, presa dalle carte dell’Archivio comunale di Selva di Progno: “Le strade son tutte disastrose, scabrose, erte e quasi impraticabili, pericolose alle bestie e alla gente ancora”.
Anche i registri dei tribunali mantengono la memoria di fatti accaduti lungo le strade a riprova della valenza profondamente antropologica che la strada ha sempre posseduto. In tal modo apprendiamo che il 20 gennaio 1872 viene emessa una sentenza con la quale tale Giuseppe dalla Riva, veronese di 27 anni, di mestiere fabbro ferraio, recidivo, viene condannato a due anni di carcere e alle spese processuali per aver sottratto a Leso Andrea un sacco contenente stoffe per un valore di 50 lire. Il furto avviene lungo la strada da Verona a Bosco. Ancora una volta la strada è il luogo in cui si consuma la vita con le sue emozioni e le sue pulsioni. Essa è – oltre, è ovvio, a tante altre cose – paura, rischio, destino, audacia, criminalità. Non per nulla una antichissima metafora paragona la vita alla strada.
Il brigante Falasco
Tra Grezzana e Stallavena si possono ancora vedere i resti del castello edificato nel XII secolo dalla famiglia Turrisendi e divenuto rifugio, intorno al 1600, di Francesco Falasco.
Francesco Falasco era stato un piccolo possidente locale, messosi a servizio della famiglia Cozza, diventando un “bravo” suo malgrado. A quei tempi era frequente che alcune famiglie nobili con diritti feudali, mantenessero al soldo alcuni uomini chiamati “bravi” o “buli” che eseguivano i loro ordini. Francesco Falasco non va confuso con Paolo Bianchi di Bregantin (detto “il Falasco” in memoria delle leggende del luogo). Quest’ultimo era un brigante con lo pseudonimo di Francesco Falasco; egli era considerato “uomo di fama obbrobriosa, farabutto e spietato assassino”; si racconta che con la sua banda commise un’infinità di delitti, alcuni dei quali commissionati dai signorotti della Valpantena. Siamo verso la fine del XVII secolo e numerose bande di briganti, oltre ad assaltare i viandanti per rubare loro quanto avevano, operavano per eseguire vendette personali di alcuni nobili. La tradizione popolare racconta che i contatti tra famiglie nobili e la banda “Falasco” erano tenuti da un certo Piedelungo, cantastorie, nano, ben accetto anche da altre famiglie. La leggenda narra che con il suo aiuto il conte Provolo (della famiglia Giusti), organizzò il rapimento di Angiolina, figlia di messer Lonardi, ragazza di cui si era invaghito senza essere corrisposto. Secondo la leggenda fu proprio Piedelungo a far incontrare il conte e la banda Falasco nel loro rifugio per ideare il piano. Un bel giorno, quindi, il conte Provolo, entrato con i briganti in casa di messer Lonardi, rapì la figlia Angiolina fuggendo poi verso Ferrara, lontano dalla Serenissima. L’intento del conte era di sposare Angiolina di nascosto e forzatamente. Si narra che Angiolina fosse già segretamente fidanzata con il marchese Sagramoso, il quale, venuto a conoscenza dell’accaduto, cominciò ad indagare seguendo le tracce lasciate dalla banda. Nel frattempo anche il cantastorie Piedelungo, sentendosi in colpa, si mise alla ricerca della ragazza; giunto a Ferrara, dove si teneva nascosta Angiolina, andò a parlare con il Cardinal Legato (che governava la città) il quale fece il possibile per liberare la poveretta. Pochi giorni dopo l’arresto del conte Provolo, i banditori della Serenissima proclamarono la distruzione del Palazzo Giusti di Santa Maria in Stelle. La banda fuggì, ma Falasco venne fermato ed impiccato sotto le mura di Verona mentre cercava di rientrare in città per compiere un’altra sua bravata.
I briganti nel ricordo degli anziani
Nell’Alta Valpantena, il vaio sottostante Cappella Fasani veniva chiamato il “Vajo dei Ladri”. Secondo le testimonianze orali: «Quando passavano i carrettieri che facevano ritorno dalla città, dopo aver venduto i carichi di legna, spesso venivano derubati dai briganti». La strada di cui parla un abitante del luogo venne costruita dal Genio Militare durante la Prima Guerra Mondiale, quando la viabilità prese quella nuova direzione, spostando anche i punti di appostamento dei briganti. In merito ai luoghi di appostamento i testimoni riportano che oltre al luogo su citato v’era anche il Ponte delle Cavasse (che si trova tra Lugo e Stallavena); entrambi i punti sono passaggi obbligatori che non permettevano al viandante (soprattutto se stava conducendo un carro) di poter cambiare strada evitando l’assalto.
Dura vita quella del carrettiere, che doveva lasciare la casa alle due del mattino per raggiungere la città in tempo utile per il mercato cittadino, ove poter vendere il carico di legna. Sulla strada del ritorno, poi, la notte, poteva essere assaltato più volte e quindi rendere vana quella giornata di lavoro e quelle precedenti per la raccolta del legname.
Nei ricordi degli anziani si trova anche un certo brigante “Allegro” che era più feroce degli altri e pertanto più temuto; come capita spesso in queste circostanze, in merito a simili figure, la storia diviene leggenda ed è difficile distinguere l’una cosa dall’altra.
Il fenomeno del brigantaggio continuò in Lessinia fino agli anni ’30-’40 del secolo scorso, ovvero fintantoché c’era l’uso domestico della legna, e i carrettieri andavano a venderla in città.
La stanchezza dei montanari per le continue vessazioni e soprusi li indusse in alcuni casi a reagire. Gli informatori ricordano ancora quando tre boscaioli si appostarono in un luogo nascosto coi s-ciòpi (fucili) ed uccisero un brigante. Si occupò della cosa un brigadiere che esaminata la situazione disse: «Son andato in tal posto e m’han dito che stava ben morto, e son ndà n’un altro posto e m’han dito la stessa cosa, ho provato in un terzo e m’han dito la stessa cosa. Quindi se sta ben a lori sta ben anca a me».
Questa, che può apparire una sorta di legge del taglione, era una delle rappresentazioni dell’aspra realtà di un tempo.
Anche se fin qui abbiamo parlato in riferimento al tema in termini forse condizionati dalla leggenda del Brigante Falasco, di briganti e brigantaggio gli informatori non si riferiscono mai in tal modo, ma parlano piuttosto di ladri e ladroni, riportandoci ad una realtà forse meno romantica ma più affine alle realistiche condizioni dell’epoca.
Il tempo non ha modificato di molto i luoghi dove i briganti si appostavano per i loro agguati, e procedendo per la strada che conduce da Verona ad Erbezzo sono ancora ben visibili quei punti dai quali ci si può immaginare uscissero allo scoperto i rapinatori.
Può sembrare strano, ai nostri giorni, pensare che fino a settant’anni fa luoghi come la Lessinia e l’alta Valpantena (20 Km circa dalla città) esistessero aree così fuori dalla civiltà dove c’erano briganti e amministrazione privata della giustizia; ma se lo rapportiamo alla realtà del tempo lo possiamo ben comprendere: basti considerare che nelle aree rurali in genere, fino agli anni ’40, quando iniziò a svilupparsi la meccanizzazione del lavoro, alcuni aspetti della vita sociale non erano cambiati molto rispetto al Medio Evo.
A cura del Centro Documentazione e Ricerca Antropologica Frazer
Autori: Alessandro Norsa, Aldo Ridolfi, Marisa Fabbro, Angelico Brugnoli
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Legnago-Cologna Veneta: una linea ferroviaria perduta nella nebbia
di Stefano Vicentini
Mirko Rizzotto ha creato un Comitato per ripristinare la vecchia strada ferrata Sul filo della nostalgia, ha scritto il romanzo horror investigativo “Ghost train”
Calano le tenebre a Cologna Veneta e nella vecchia consunta ex stazione, che da sempre imbeve la nebbia di esalazioni ferrose, s’attarda un frate salmodiante: scorge in lontananza una luce, sente uno sbuffo ritmico, avverte il tremore del pavimento e lungo i binari abbandonati vede prender forma una locomotiva a vapore, proveniente da Caselle. Com’è possibile, se a Cologna non passa un treno da oltre vent’anni? Ma se tutti sanno che si tratta di binari morti, arbitrariamente smantellati per dimenticare per sempre quella linea? E che ci fa una locomotiva a vapore nel nuovo millennio? Domande più che legittime, ma che trovano una risposta plausibile solo sapendo che si tratta di un romanzo nero, dove quindi tutto può succedere. Allora padre Gaius è il monaco detective che vuol capire il mistero della linea ferroviaria scomparsa, mentre Kurt Keaton sarebbe lo scrittore americano che si è inventato questa storia, mostrando un curioso interesse per una strada ferrata che pochissimi conoscono. Tuttavia è d’obbligo usare il condizionale: il giallo “Ghost train” (Runde Taarn edizioni), per la verità, non poteva che venire da una brillante penna colognese, quella del giovane storico locale Mirko Rizzotto, che ha preso a cuore tale linea ferroviaria da tempo smantellata diventando presidente del Comitato “Una stazione per Cologna” per perorare la causa del ripristino. Sotto pseudonimo americano, così da dare un’efficace risonanza, e rendendo protagonista un monaco che porta nel nome un barlume di ottimismo (Gaius), Rizzotto s’è dunque dilettato nella letteratura col fermo criterio dell’investigazione e uno sfondo non così avulso dalla realtà.
A quanto pare, infatti, verità e mistero non viaggiano poi in grande contraddizione: se è vero che i binari sono stati tolti ed esistono ora solo per brevi tratti, è oltremodo strano che il percorso in questione, la linea “Ostiglia-Grisignano di Zocco”, che con i suoi 118 chilometri tra il mantovano e il trevigiano è la più lunga inattiva in Europa, non sia mai stata ufficialmente cancellata dagli atti.
Smessi i panni di scrittore, il presidente Rizzotto si dedica insomma da tempo ad una personale investigazione: «Esiste un decreto del 1984 del presidente della Repubblica Sandro Pertini, ratificato poi dal ministro dei trasporti Travaglini nell’87, che dice chiaramente che la linea Cologna-Legnago (il tratto veronese dell’Ostiglia-Grisignano) di 14 chilometri deve rimanere attiva in regime di raccordo. Invece, oltre al trasporto passeggeri, dal 1987 ha cessato pure il servizio merci, rimanendo inutilizzata e finendo pertanto ogni funzione. Ma le Ferrovie dello Stato confermano che questa è attiva, nonostante dal 1997 si sia iniziato ad asportarne i binari, poiché gli armamenti fanno legalmente parte del patrimonio non alienabile delle FFSS. È vietato togliere i binari senza il consenso dei ministeri dei Trasporti e della Difesa, quindi per disarmare serve l’autorizzazione». Il Comitato, nato spontaneamente nell’ottobre 2008 – oggi conta 300 membri, tra cui vari professionisti ed una trentina di ferrovieri – vuol incamerare quella decina di chilometri che ritiene importanti per vari motivi, come spiega diffusamente nel sito internet www.stazionecologna.it: sensibile calo dell’emissione di gas inquinanti e tossici, come Pm10, CO e Nox, diminuzione del traffico stradale abbattendo gli incidenti ed aumentando la sicurezza, ridimensionamento del costo di trasporto passeggeri e merci, basso impatto ambientale per l’uso d’una linea ferroviaria elettrica, dotazione di un sistema di movimento merci più efficace per gli impianti industriali, utilità per studenti e lavoratori pendolari. I benefici riguarderebbero un territorio di circa 60 mila abitanti, compresi i comuni intorno al colognese.
Il Comitato sta cercando un coinvolgimento a largo raggio, dalla Regione alle Ferrovie dello Stato, fino alle amministrazioni comunali e ai cittadini che abitano lungo l’ex ferrovia, che passa anche da Minerbe e Pressana. Per il ripristino si stanno cercando tutti i canali possibili di sensibilizzazione tanto che, oltre all’eco nei mass media, è arrivata da poco una lettera aperta persino al Presidente della Repubblica che, a quanto pare, avrebbe attivato i suoi organi per una perizia generale documentativa.
Lo storico e scrittore Rizzotto accampa anche motivi culturali per esprimere l’importanza dell’ex ferrovia. Passeggiando alla vecchia stazione, dov’è stato ricreato l’ambiente suggestivo di “Ghost train”, pur tra le sterpaglie si vedono elementi di una bellezza antica, come fregi architettonici decorativi, i resti di un ameno giardino, stanze e magazzini ben organizzati, ampi corridoi che testimoniano una ricchezza di convogli.
Il presidente del comitato ricorda, a proposito, che dal 1958 al 1962 la stazione aveva ricevuto vivi riconoscimenti per essere stata giudicata “la più bella d’Italia”, simile ad un locus amoenus con giardini pubblici molto frequentati.
La valorizzazione di Cologna, però, veniva già dal merito, qualche decennio prima, del deputato (dal 1909 al 1919) Giberto Arrivabene che scommetteva sulla stazione proprio come elemento di sviluppo socio-economico del paese: il piazzale antistante ne porta tuttora il suo nome, con una targa in marmo del tutto ignota alle nuove generazioni.
Rizzotto spiega che l’edificio è servito negli anni Novanta da centro d’accoglienza per extracomunitari, ma dopo una decina d’anni sono stati spodestati, abbandonando di nuovo quell’area.
La ragione culturale più forte è, invece, legata all’interessante storia della stazione: venne, infatti, inaugurata il 19 aprile 1925 e fu un vanto del periodo fascista. Nella seconda guerra mondiale, però, fu tristemente nota come crocevia di treni della morte, destinati ai lager del Reich, in Germania e Polonia, con passaggi continui di prigionieri stremati che le SS sottoponevano a rigidi controlli e disumane umiliazioni. Ad un paio di chilometri da lì, alla Madonna di San Felice di Cologna Veneta, i detenuti si raccomandavano per l’ultima volta con le preghiere, tanto da rendere l’icona mariana una “patrona dei deportati”. E proprio il nonno di Rizzotto, Piero Bolognese, pur salito su uno di quei treni, riuscì incredibilmente a tornare a casa, ritenendosi un miracolato: sciolse il suo voto salvando una decina di ebrei, come racconta con incisiva testimonianza in un memoriale.
Poi ci furono i bombardamenti degli Alleati tra il ‘44 e il ‘45, la ritirata dei tedeschi che appiccarono un principio d’incendio all’interno della stazione, la sospensione momentanea dei trasporti; nel dopoguerra ripartirono al minimo le corse, con due tragitti giornalieri.
Il richiamo della storia diventa funzionale in quanto i grandi spazi della stazione abbandonata garantirebbero la possibilità di creare un “parco della memoria” per restituire dignità alle vittime della Shoah, facendo transitare un simbolico treno d’epoca nelle ricorrenze del 25 aprile e del 27 gennaio, nonché creando un museo. Queste iniziative di valore storico e morale hanno trovato il plauso anche di Roberto Israel, assessore alla cultura ebraica di Verona, contattato dal Comitato per condividere la sensibilizzazione. Per accendere un qualche interesse turistico si è, invece, attivata di recente la Regione, che ha approvato una delibera per affiancare all’ex linea ferroviaria una pista ciclabile. Rizzotto col suo Comitato possono dirsi moderatamente soddisfatti delle conquiste fatte nel tempo, avendo acceso una pluralità di interessi. Ma l’obiettivo di ripristinare la vecchia ferrovia e ritrovare i treni d’un tempo sembra ancora lontano. E così l’idea rivive solo in un romanzo: il monaco padre Gaius rappresenterebbe il cittadino medio colognese che oggi si sente lasciato solo ma è desideroso di capire, di andare in fondo al mistero della ferrovia mai dismessa, con un pizzico di ottimismo. Rizzotto, alias Kurt Keaton, conoscendo bene la nostalgia dei colognesi per la propria bella stazione, insiste sul tasto del sentimento, a tinte fosche: «Gli abitanti dei dintorni non dormono di notte; vedono treni materializzarsi e vapori salire da dietro gli alberi, sentono locomotive fischiare e sferragliare imperterrite...». Sono suggestionati da treni demoniaci? Ma questa è solo letteratura.
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News dal mondo degli editori
Perosini Editore
Maria Fiorita Pezzolati
Come fiore nella crepa
Euro 12,00
Ne hanno di forza quei fiori che crescono nelle crepe delle rocce o dei muri, quasi senza terra, esposti, fragili. Eppure ne vediamo tanti, e sono bellissimi e ci emozionano sempre. La storia di vita raccontata in questo libro ha uguale forza e bellezza. Maria Fiorita Pezzolati, scrittrice esordiente, ha saputo tradurre in romanzo la propria storia senza cadere nell’avvitamento autoreferenziale ma, semplicemente, lasciando che la scrittura racconti, quasi da sé, le sfide e le prove che l’autrice ha trovato fin dalla nascita. La poliomelite, il Cottolengo, gli incontri non sempre felici, la difficile tenacia, il canto e la musica e, infine, il dono più bello e atteso, la nascita della figlia, “che ha rischiarato in un solo attimo tutti gli angoli bui della mia esistenza” diventano momenti narrativi concatenati e coinvolgenti. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, come avviene quando si incontra un testo sincero, senza fronzoli, vero e profondo.
Edizioni Cercate
Oreste Valdinoci, Micaela Voltan
Passi nel silenzio. Cammino sulle tracce del lavoro e della storia
Euro 15,00
Più che una guida escursionistica, è un vero e proprio compagno di viaggio. Ed un invito a mettersi in cammino tra le bellezze naturali della montagna veronese, ma con un atteggiamento del tutto nuovo: guardandosi attorno, assaporando il silenzio, riflettendo. È questo lo spirito che accompagna la lettura delle pagine di Passi nel silenzio, volume scritto a due mani da Oreste Valdinoci e Micaela Voltan. La pubblicazione, che celebra i primi ottanta anni della sezione veronese dell’associazione Giovane Montagna, propone quattordici itinerari da percorrere alla scoperta (o riscoperta) della Lessinia: dal Vaio di Squaranto a San Giorgio, passando da San Francesco e Valdiporro; da Erbezzo al bivio per Limar; da Podestaria fino ad arrivare a Castelberto. Lungo le strade e i sentieri, che un tempo collegavano la città agli alti pascoli, il libro propone una maniera inedita di “fare montagna”: con un’attenzione non solo all’ambiente naturale, ma anche alle testimonianze (culturali, storiche ed artistiche) lasciate dall’uomo.
Lindau editore
Lorenzo Fazzini
Nuovi cristiani d’Europa. Dieci storie di conversione tra fede e ragione
Euro 16,00
Anche degli intellettuali d’Europa si convertono al cristianesimo. Ne dà conto un libro-inchiesta di Lorenzo Fazzini, giornalista veronese di Avvenire. Si tratta di una serie di interviste a dieci uomini e donne della cultura europea che hanno (ri)scoperto la religione cristiana come risposta alle inquietudini dell’era attuale.
Scrive Lucetta Scaraffia nella prefazione: “Le interviste di Fazzini ci restituiscono quello che costituisce il carattere più vitale ed entusiasmante della conversione, e cioè il fatto che tutti i protagonisti vedono come nuove delle realtà che al resto dei fedeli sembrano polverose e risapute”.
Tra gli intervistati vi sono lo scrittore francese Eric-Emmanuel Schmitt, il cantante Giovanni Lindo Ferretti, il giornalista Marco Tosatti, il critico letterario Joseph Pearce, l’editorialista John Waters.
Arcadia editore
Marcel Martin
Abrasax. Complotto in Vaticano
Euro 16,00
di Paola Bozzini
Chi è l’autore Marcel/ Martin? È un doppio misto, un’accoppiata vincente composta da Marcello Lattuca e Martina Carli, uniti nello pseudonimo di Marcel Martin. Due autori alla loro prima esperienza letteraria: lui sardo, lavora come promoter dei vini della sua terra e lei, laureata in giurisprudenza, è impiegata dell’Unicredit. All’avvincente racconto di Marcello, un intrigo internazionale in cui si mischiano complotti, lotte intestine fra prelati, spionaggio, omicidi e molto altro, Martina ha aggiunto le sue puntuali ricostruzioni dell’ambiente ucraino e russo, lingua questa di cui lei ha ottima padronanza. Ne è scaturito un testo che avvince dalla prima all’ultima riga. La vicenda spazia e trasporta il lettore dal Vaticano a New York, da New York all’Ucraina, e a Mosca e ancora a Roma. Il gran pregio di questo thriller sta proprio in questo costante filo, mantenuto anche nei capitoli che narrano avvenimenti “in contemporanea”. Il titolo, beh quello è l’enigma, il rebus che accompagna il lettore sino in fondo. Abrasax... parola dall’oscuro significato... rompicapo assoluto... per chi legge e chi indaga.
I personaggi sono tutti molto reali, umanissimi. Il Papa è una figura che intenerisce, ma che stupisce anche per il sangue freddo di cui dà prova. Capitano di un vascello (la Chiesa), in grave pericolo, come lui stesso, trova il modo di sorridere e far sorridere. L’investigatore, Ray Hamilton, puro stile americano, grinta da vendere, senza picchi da super man, coinvolge per la sua umanità oltre che per la sagacia. Francesco Mendoza, fedele segretario del Papa, conquista d’acchito con la sua umile tenacia e spiccano, ritratte in poche ma incisive pagine, le personalità di due alti prelati: uno americano e l’altro ucraino. C’è anche un pizzico di rosa in questo noir dalla suspence crescente. Una giovane ucraina che emerge a metà racconto e che ritroveremo nell’altro libro che Marcello e Martina stanno già scrivendo. L’atmosfera assorbe pienamente il lettore e lo rimbalza dalla metropoli americana, all’essenzialità gelida dell’Ucraina con i suoi personaggi enigmatici e i paesaggi desolanti, alle tensioni segrete del concistoro Vaticano, facendo assaporare ogni particolare: gli intrighi, le vendette, i sotterfugi e i complotti incredibili che si consumano all’ombra del Cupolone. Anche l’Opus Dei è fra i protagonisti coi suoi misteri, il suo potere, la sua parte di luce e quella d’ombra, inquietante. Il colpo di scena che precede la conclusione è sbalorditivo. Un libro ricco di notazioni e descrizioni, ma privo di lungaggini. Equilibrato e scorrevole, forte, ma mai eccessivo. Si legge d’un fiato.
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La giusta distanza
di Giorgio Montolli
Quella del giornalista è una professione che cammina sul filo del rasoio: da una parte c’è l’esercizio di un “meretricio” ben remunerato, dove veramente c’è di tutto; dall’altra l’orgoglio di svolgere un mestiere dove l’onestà intellettuale cerca di conciliarsi con l’utopia di raccontare il vero, pagando il prezzo che questo richiede
Diversamente dal semplice comunicato, la conferenza stampa è un mezzo per informare che prevede la convocazione dei giornalisti e un eventuale contraddittorio, dove gli operatori dell’informazione possono fare delle domande per poter svolgere al meglio il loro compito di mediatori. Sta invece passando l’idea che il ruolo del cronista è quello di prendere diligentemente nota di quanto viene detto e di tenersi le domande per sé, che se sensate e pertinenti potrebbero risultare inopportune. A volte qualche coraggioso le fa queste domande, ma sempre con il rischio di ottenere il diniego, o addirittura il dileggio, del potente di turno, a cui seguono le risatine dei colleghi, che invece di indignarsi a sostegno della categoria partecipano in questo modo a una sorta di suicidio collettivo.
Quella del giornalista è una professione che cammina sul filo del rasoio: da una parte c’è l’esercizio di un “meretricio” ben remunerato, dove veramente c’è di tutto; dall’altra l’orgoglio di svolgere un mestiere dove l’onestà intellettuale cerca di conciliarsi con l’utopia di raccontare il vero, pagando il prezzo che questo richiede. A conclusione del ragionamento la sensazione è che sui marciapiedi (che in certe città sono stati così ben ripuliti da vucumprà, barboni e drogati) qualche “prostituta” continui a girare sotto mentite spoglie.
Il lavoro del giornalista si ispira ai principi della libertà d'informazione e di opinione, sanciti dalla Costituzione italiana, c’è un ordinamento, ci sono le carte dei diritti e dei doveri. Nonostante questo, nonostante esista un Ordine professionale, nonostante ci sia un Sindacato stiamo parlando di una professione svilita.
«La democrazia non è darsi del tu». La frase è di una severa professoressa di liceo che negli anni Settanta, accogliendo tra i banchi della sua preparatissima classe uno spaesatissimo studente bocciato, proveniente da una classe che tra i professori vantava simpatizzanti delle BR, voleva con questa frase fargli capire il valore della giusta distanza tra alunno e docente, per un rapporto mirato all’educazione e all’apprendimento.
La lezione è servita e rimane valida. “La giusta distanza” è anche il titolo di un bellissimo film di Carlo Mazzacurati che parla di giornalismo e che vi consigliamo di vedere.
Ma in certi municipi italiani darsi del tu con il Sindaco è una prassi consolidata. Sarà la frequentazione assidua del Palazzo, sarà che ci si vede tutti i giorni ma se i giornalisti si rivolgessero a chi governa con un bel «buon giorno Sindaco», come si faceva ai tempi di Giorgio Zanotto, Renato Gozzi e Carlo Delaini, non sarebbe male. Solo forma? è la sostanza che conta? Non è solo forma se poi capita che ad alcuni cronisti arrivino dal Palazzo sms a commento dei pezzi pubblicati, come si fa tra amici, che sono inopportuni e che potrebbero essere addirittura interpretati come un invadente strumento di intimidazione.
Orfani di un Ordine che dovrebbe tutelare la categoria anche sotto questo profilo, i giornalisti incrociano pure la crisi dell’editoria, che tra i suoi effetti comporta il blocco delle assunzioni e il ricorso sempre più massiccio al contributo dei collaboratori esterni.
Ci siamo immersi nel mondo dei precari della carta stampata, li abbiamo incontrati ed è incredibile come anche a Verona si assista alla sterilizzazione di una generazione di giovani talenti, portatori di energie nuove, per il solo fatto che la classe imprenditoriale di questa città (come di altre) non sa formulare un progetto produttivo in grado di integrarli facendo leva sulle loro risorse intellettuali.
Diceva Sergio Zavoli, in un recente incontro a Palazzo Verità Poeta, che il tempo delle speranze deve finire per far posto al tempo della progettualità. Ma a guardare questi quarantenni free lance – che tradotto significa senza lavoro –, c’è da chiedersi quanto una classe imprenditoriale molto ricca ma poco motivata possa andare loro incontro.
I giornali sono aziende, ma gli editori di un tempo erano consapevoli di produrre informazione, cultura, di fare opinione e di dare il loro contributo alla crescita dei cittadini. Lo sapevano a tal punto che ritenevano necessario nominare direttori a volte scomodi ma di spessore, profondi conoscitori della realtà dove operavano, che a loro volta selezionavano giornalisti di talento che erano l’investimento intellettuale, la materia prima per ottenere un prodotto dignitoso e vendibile. Oggi quell’editoria è in forte crisi, non sa riconoscere questi talenti, non li sa neppure governare, li tiene parcheggiati nelle redazioni e preferisce ripiegarsi su se stessa con strategie di contenimento umilianti che impoveriscono la città con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.
Ma è in tempi di crisi e di rapidi cambiamenti che si presentano nuove opportunità. Oggi un commento, un’immagine diffusi via internet possono varcare la soglia elettronica e diventare oggetto di discussione fra le gente, entrare nei salotti televisivi. È il motivo per cui cediamo le nostre inchieste a chi vuole pubblicarle sulla rete, contemporaneamente all’uscita del giornale. Con una spesa simbolica gruppi, associazioni, privati cittadini possono disporre di un’informazione professionale, aiutarci a crescere ed essere protagonisti di un interessante esperimento editoriale. (G.M.)
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Inchiesta ordinanze a Verona: «ordine e polizia» nella città dei divieti
di Laura Lorenzini
«Siamo noi i nuovi vu cumprà». Da cacciatori a cacciati. Da sostenitori dell’ordine a vittime dell’eccesso di zelo. I commercianti, fino a due anni fa, si sentivano padroni del centro storico. Oggi si sentono braccati. Immolati su quell’altare della sicurezza e della ferrea osservanza delle norme che, durante la campagna elettorale del 2007, imploravano per spazzare via vu cumprà, vu lavà e compagnia cantante. Ma quella città del rigore e dei divieti che avevano salutato con tanto entusiasmo, quando al governo della città venne nominato il sindaco sceriffo Flavio Tosi, sta rischiando di travolgerli. Perchè è vero, dicono, che si sono diradati i venditori di chincaglieria e borse taroccate, i mendicanti veri e finti e le zingare con i bambini in braccio ai semafori, le prostitute, i trans e tutta l’umanità più o meno disperata che riempiva le strade. Ma ora il virus proibizionista sta contagiando tutti: «È vietato parcheggiare, è vietato fermarsi, è vietato controbattere, è vietato divertirsi, è vietato vivere», si legge in un volantino diffuso dal neonato coordinamento di esercenti, esasperati da multe, controlli e normative. I bonghisti di piazza Dante sono in perfetta sintonia: «In questa città è vietata la vita». I cittadini, alle ultime consultazioni elettorali, hanno rinnovato la fiducia al Tosi decisionista, sintonizzato con gli umori del popolino, che chiede super-poteri ai sindaci e raggi d’intervento a 360 gradi per la polizia locale. Ma la ragnatela sempre più vischiosa e ramificata di divieti e controlli sta diventando fastidiosa e appicicaticcia. La sicurezza mostra l’inquietante faccia di un controllo occhiuto e sopra le righe che si abbatte su tutti, indistintamente: baristi, negozianti, turisti, guide, compagnie di giovani, cani, studenti in gita. Dal 2007 sono una decina le ordinanze sfornate «per la tutela della sicurezza e del decoro». E quasi 1500 le contravvenzioni fioccate. Un terzo ai danni di lucciole e clientela, il resto distribuite tra le più disparate categorie. Ben 392, ad esempio, sono piovute per la cosiddette norme «antipanino», immortalate sui famosi cartelli a sfondo blu. Puniti immigrati e turisti per bivacco, passeggio a torso nudo, rifiuti gettati al suolo e consumo di cibo da asporto vicino ai monumenti e sulle scale di accesso a luoghi storici o istituzionali. Ma altre disposizioni hanno sollevato polemiche, come quella che sanziona chi fuma nei parchi giochi, che vieta di bere alcolici nelle aree verdi del centro, San Zeno e Veronetta (altre 320 multe) e che punisce il disturbo nei condomini e la «lesione della civile convivenza» causata dalla prostituzione negli appartamenti. Per finire con il provvedimento che ha scatenato la battaglia più rovente dell’estate, cioè il veto di strumenti musicali all’aperto dopo le 22. Il sindaco Flavio Tosi non fa marcia indietro e rivendica il rigore. «La città è più sicura. Le regole servono e vanno osservate. Le ordinanze fioccano anche nelle città amministrate dalla sinistra, è la gente che le vuole», ha ribadito. Ma è vero che divieti e multe sono graditi alla maggioranza dei cittadini? Quanto sono efficaci per risolvere le complesse problematiche dei centri urbani? E sono l’unica risposta possibile per garantire ordine e sicurezza? Dall’osservatorio del difensore civico confermano che c’è, effettivamente, un’esigenza generale di quiete e sicurezza. E le richieste più frequenti dal centro e dai quartieri giungono per problemi legati ai rumori. Una cinquantina le pratiche aperte nel 2008 per bar fracassoni, concerti e schiamazzi notturni. Dal comando della polizia municipale riferiscono che nei week-end è una grandinata di telefonate, soprattutto dal centro storico, per la musica dei bar, il brusio dei gruppetti nei vicoli, gli schiamazzi di chi alza il gomito. Ma è anche vero, ammette Stefano Andrade Fajardo, difensore civico da poco succeduto ad Anna Tantini, che la tolleranza è in caduta libera: «Nei condomini si litiga su tutto: per le tapparelle, gli zoccoli di chi vive sopra, la lavasecco che lavora di notte. Si sta perdendo l’antica abitudine del dialogo e del buon vicinato». E c’è il rischio che a furia di ascoltare la pancia della gente si alzi il livello di conflittualità. Un anno fa il quotidiano britannico The Indipendent titolò duro contro l’ordinanza-mania dilagante nel Belpaese: «In Italia sono vietate tutte le cose divertenti». In centro storico gli esercenti concordano: «Sono spariti i vu cumprà, i lavavetri, gli spacciatori. E al nostro sindaco non possiamo che fare i complimenti – concede il capofila Marco Righetti, titolare del bar Rialto e del Campidoglio –. Ma cavalcando l’onda della sicurezza tanto sbandierata, si è pensato di bastonare cittadini e commercianti con interventi di repressione e punizione che non hanno riscontro nel passato della nostra città. Il nostro centro è diventato inaccessibile: posti di blocco nei punti più belli della città, sanzioni continue ai commercianti con motivazioni ridicole, controlli martellanti sugli avventori quasi fossero tutti delinquenti». C’è chi lamenta comportamenti delle forze dell’ordine poco ortodossi con la clientela e con i baristi. Documenti chiesti ai ragazzi davanti ai bar, toni bruschi con chi parcheggia il motorino per qualche minuto e contravvenzioni da centinaia di euro per lo yorkshire appisolato davanti al negozio del padrone. E pure le camionette dei militari, inizialmente accolte con simpatia, inquietano con quel continuo solcare i sampietrini di piazza Bra pure nelle serate di lirica. Davanti a stranieri sbigottiti. «Un turista si è preoccupato e ha chiesto se stava succedendo qualcosa di grave – riferisce un barista del centro. Le guide confermano la sensazione di disorientamento delle comitive per una città sempre più proibita. «Non capiscono i nostri divieti. I cartelli blu peraltro sono incomprensibili – spiega Aurorà Soldà, dell’associazione Ippogrifo –. I tedeschi sghignazzano di fronte alle due figure che indicano il divieto di camminare a torso nudo. E chiedono se in Italia sia vietato tenersi mano nella mano. Gli inglesi non capiscono perchè nei parchi non ci si possa sdraiare sull’erba o sulle panchine. Loro, che hanno posti come l’Hyde park di Londra dove si fa di tutto, faticano a concepire che non si possa mangiare sui gradini o in piazza Erbe. Anche perchè, osservano, se ci sono i banchi con le vivande è logico che da qualche parte si possano consumare». Così logico che hanno il loro bel daffare, i piassaròti, a spiegare che lì non si può mangiare. E che si rischiano 50 euro di multa, come accaduto a una turista russa sulla berlina. Nessuno lo sa e lì c’è sempre zeppo di turisti che mangiano, si rinfrescano alla fontana e si fanno fotografare incatenati. Tutti stupiti, se li avverti: «Scusi, non sapevamo – farfugliano due norvegesi, quasi vergognosi. Ma cosa pensano dell’ordinanza? «Stupid», rispondono, senza tanti giri di parole. Idem due francesi, che però informano che anche da loro, in qualche città, ci sono ordinanze del genere. «Noi li avvisiamo che non possono sedersi. Ma certo, non possiamo mica farlo sempre – spiega Valentina, terza generazione del banco di panini e pizze. Si lamentano più gli italiani, dice, degli stranieri. «Soprattutto la gente del Sud dice che siamo la città dei divieti. Un po’ hanno ragione. Una volta piazza Erbe era più folkloristica. Si mangiava dappertutto, era più viva». Un suo collega che vende frutta e macedonie ha messo un cartello per spiegare l’ordinanza, in inglese e tedesco: «Si sa che è stata fatta per alcune categorie di immigrati, che non sono abituati a regole. Però ad andarci di mezzo sono anziani e famiglie. Bisognerebbe mettersi nei loro panni e capire cosa vuol dire mangiare in piedi, quando le gambe non reggono. Certo, c’è l’area pic-nic in piazza delle Poste, ma non c’è neanche un cartello per indicarla. E c’è sempre pieno di barboni». Lì, sul lato che confina con via Nizza, alle quattro del pomeriggio i tavoli sono affollati di senzatetto e suonatori ambulanti. Tutti lì, in barba alle ordinanze che avrebbero dovuto spedirli fuori dal centro. Vigili e militari passano di continuo a controllare e ordinano di mettere via il fiasco. I cartelli parlano chiaro: si può mangiare, non bere alcolici. E qualche volta multano. «Ho beccato 50 euro perchè dormivo sotto l’arco del cortile del tribunale – racconta Raffaele, 49 anni. «Sono separato, non ho lavoro. Dormo su un cartone sotto la chiesa di Santa Maria Antica, il prete mi lascia. Ma alle cinque di mattina arriva il vigile e mi manda via. Dove dovrei andare? Compro pane e vino e vengo qui, non ce li ho venti euro per pagarmi una bottiglia ai tavolini di piazza Erbe. Ma non diamo fastidio a nessuno e non sporchiamo». Accanto un gruppo di emo-punk, adolescenti con lunghe frange nere e occhi bistrati, si lamenta perchè l’agente ha ordinato di svuotare le birre. «È una grande stronzata che in un luogo pubblico non si possa bere – si sfoga Daniele –. Arriviamo da diversi quartieri, questo è il nostro regno. Compriamo qualche bibita al supermarket e ce la beviamo qua. Che male c’è?». «Tanto rumore per nulla, direbbe Shakespeare – commenta Franco Dusi, capogruppo del Pd in centro storico –. Tosi ha fatto una bella operazione ad effetto, ma i nodi rimangono. Certo, sono spariti i vu cumprà, ma resta il caos di auto e plateatici in centro storico, così come i barboni e i turisti che mangiano sui monumenti. Le ordinanze sono lo specchio del vuoto pneumatico della nuova politica». Secondo il presidente della prima circoscrizione Matteo Gelmetti, area Pdl, le norme hanno funzionato sul piano dell’ordine pubblico, ma per il commercio e le altre situazioni la strada del divieto creativo va stoppata. «Quando uno va in Svizzera, si chiede perchè tutto sia perfetto senza spiegamenti di polizia. Semplice. Nessuno sporca perchè nessuno lo fa. È qui che bisogna ripartire, dall’esempio e dalla sensibilizzazione». La vecchia educazione civica antidoto al far-west. E agli sceriffi.
Giorgio Gioco: gonne lunghe e camicie abbottonate
Per una buona pearà il consiglio che dispensa è la lunga e lenta cottura, oltre a una generosa masenàda di pepe nero. Per una Verona gradevole e vivibile sono quattro gli ingredienti che elenca: «Rispetto, equilibrio, disciplina e autodisciplina». Giorgio Gioco, patròn dei Dodici Apostoli e re della cucina scaligera, è un signore all’antica che il mondo se lo ricorda dall’alto della sua classe 1924: semplice, fatto di tanta povera gente, per dirla con lo scrittore Cesare Marchi, ma anche di sobrietà e buona educazione. Non gli piacciono i turisti in t-shirt e bermuda, le compagnie di ragazzotti che scolano lattine di birra sulle panchine, nè quelli che scorazzano in scooter lungo corso Porta Borsari, nè tantomeno quelli che suonano i bongos in piazza Dante: «Se vogliono battere il tamburo, vadano nella foresta». E dunque l’alfiere della tradizione, il monumento vivente della veronesità sta con Tosi e le sue ordinanze, senza dubbio: «Ma col giusto equilibrio, beninteso». Ci vuole rispetto per le città d’arte, scandisce Gioco, che non ha ricordi della Verona malvestita e un po’ sporca che fa capolino dai giornali del primo Novecento. Lancia un’occhiata di disapprovazione alla mise estiva della cronista e spiega: «Un secolo fa in riva all’Adige faceva caldo, molto caldo. Eppure nessuno sarebbe entrato in un ristorante a maniche corte. I maschi giravano con gilet e doppiopetto, le donne con gonne lunghe e camicie abbottonate fino al collo. Adesso le ragazzine camminano con l’ombelico fuori. E in via Mazzini vedi gli stranieri in pantaloncini e canottiera. È giusto? No, che non lo è. E allora va bene la multa per chi gira a torso nudo. E sanzioni per chi fa schiamazzi, per chi si ubriaca e anche per chi mangia vicino ai monumenti. Le famiglie non educano più i figli. C’è troppa maleducazione, troppo permissivismo. E allora bene, se ci pensa il Comune a far rispettare le regole». Ma col panèto co la bòndola sbocconcellato sui gradini della piazza come la mettiamo? Cosa direbbe il buon Berto Barbarani della russa multata da una vigilessa per aver addentato la pizza sulla berlina? Che fine ha fatto l’anima genuina e sociale delle piazze? «Ecco, non bisogna esagerare. I vigili devono applicare le regole col buon senso e lasciare che si vada ai giardini a consumare lo spuntino. Che non si possa neanche mangiare su una panchina è un eccesso». (L.L.)
E altrove? da non credere...
Sicurezza, parola dal vocabolario bipartisan. In principio fu Gentilini, il sindaco-sceriffo di Treviso, a fare dell’ordinanza l’arma per bandire dalla Marca clandestini, moschee, mendicanti e perdigiorno. Oggi in tutto lo Stivale imperversano provvedimenti firmati indistintamente da amministrazioni di destra e sinistra, pronte a cavalcare l’onda lunga dell’insofferenza e delle paure – vere o fittizie – dei cittadini. Del resto, era stato proprio il ministro Roberto Maroni, un anno fa, a sollecitare i primi cittadini a scatenare la fantasia. «Da voi mi aspetto idee creative», esortò, incalzandoli a sondare gli inesplorati poteri sul terreno della sicurezza urbana e del decoro. E in tanti lo hanno preso in parola. Se a Roma c’è Alemanno che ha dichiarato guerra ai poveri che frugano nei cassonetti con la norma “anti-rovistaggio”, a Pisa l’ex Pci Marco Filippeschi multa i punkabestia che usano i cani per chiedere soldi e chi utilizza i vicoli per i bisogni fisiologici. E, tra gli applausi del suo elettorato, costringe i baristi a fare da spazzini, ripulendo gli spazi esterni da tutta la sporcizia abbandonata dai clienti. In tema di accattonaggio è stato il Comune di Assisi a fare scuola, vietando la questua davanti alle chiese. In fondo, hanno osservato i frati, «Francesco mendicava, ma solo se non trovava sostentamento lavorando». Liquidato anche il principio cristiano della carità, sono corse a seguire l’esempio Venezia e Cortina, Firenze e Vicenza, dove è stato il sindaco di centrosinistra Achille Variati a vietare il sagrato agli accattoni. «Non ce l’ho con la povertà, ma con chi la sfrutta», si è giustificato. E lì, ma guarda un po’ quanto è coerente la politica, sono insorti Pdl e Lega. Ma il record delle normative più stupefacenti, che fanno apparire il nostro sindaco Flavio Tosi quasi un dilettante, spetta ai Comuni del centro-sud. A Termoli il Comune ha imposto la rimozione di vasi e fioriere dalle strade. E a Siliqua, 35 chilometri da Cagliari, una pensionata di 62 anni è stata multata per aver dato da mangiare a un cane randagio: è proibito. Ed è in attesa di un parere del ministro Maroni un’ordinanza anti-burqa del sindaco leghista di Fermignano, Comune marchigiano. Si salva, dal virus dei divieti, la piadina di Bologna la rossa. Eletta a baluardo anti-degrado con il via libera agli ambulanti, fino alle tre del mattino, nei viali di periferia. Qualcuno si sta accorgendo che, a furia di ordinanze, le città diventano deserte. E pericolose. (L.L.)
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Inchiesta qualità dell'aria a Verona: respiriamo veleni
di Paola Bozzini
L’aria che respiriamo è inquinata. Da anni più voci lo dicono con crescente allarme. L’ultima, in ordine di tempo, è risuonata a un convegno sul traforo delle Torricelle, indetto qualche mese fa al centro Mazziano. «Respiriamo veleni – ha detto Sergio Mantovani, consigliere della 5ª Circoscrizione che da anni si batte contro l’inquinamento atmosferico – e bisogna assolutamente intervenire per ridurre gli indici degli inquinanti. Nella precedente Amministrazione, l’assessore Luciano Guerrini rendeva noti costantemente i dati sull’inquinamento, ma da allora è caduto un preoccupante silenzio. Non solo Borgo Milano soffoca, ma anche Borgo Roma affonda nello smog anche per la vicinanza con le autostrade e le tangenziali». Da questa dichiarazione pubblica siamo partiti per la nostra inchiesta.
Purtroppo non è possibile avere i dati e gli indici per quartiere perché le centraline dell’ARPAV (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto) sono situate solo in Borgo Milano e al Cason del Chievo, mentre sarebbe interessante avere i dati disaggregati, visto che esiste una correlazione tra salute luogo in cui si vive.
Dai rilevamenti effettuati dall’ARPAV, emerge che le polveri sottili, le PM 2,5, insieme al PM 10, sono il principale inquinante che incide sulla salute pubblica. La differenza fra le PM 10 e le PM 2,5 è che le prime sono inalabili ma si fermano tra il naso e la laringe, mentre le PM 2,5 penetrano nei polmoni.
In generale le principali sorgenti di queste polveri sono: il traffico veicolare, le emissioni prodotte da attrezzature varie (edili/agricole) da aeroplani, navi, treni; le centrali termoelettriche e i riscaldamenti civili, più la combustione di legno, rifiuti e altro; le industrie, quali cementifici, fonderie e altre consimili; la combustione di residui agricoli. Nelle città, e quindi anche a Verona, i principali imputati sono il traffico e gli impianti di riscaldamento.
Tutto questo ha effetti pesanti sulla salute e può provocare tosse, broncocostrizione, danni alle cellule e, se l’esposizione è protratta, può indurre anche il cancro. Nelle polveri PM10 sono presenti carbonio, piombo, nichel, composti come i nitrati, i solfati e miscele complesse fatte da particelle di suolo e scarichi di veicoli diesel. Analogamente le polveri PM 2,5 sono pericolose per la presenza di solfati, per il carbonio che proviene dalla benzina combusta (benzo (a)pirene) e per la presenza di metalli come cadmio, piombo e nichel.
Verona ha più volte superato i limiti massimi previsti dalla legge (DL 351 del 1999 e DM n. 60 del 2002): valore limite annuale 40µg/m3; valore limite giornaliero 50µg/m3.
Per saperne di più ci siamo rivolti al Dipartimento di prevenzione dell’ULSS 20 di Verona. L’ultima relazione sanitaria è datata 2007 e riporta alcuni dati di quell’anno, mentre per altri è ferma al 2006. Non è possibile trovare un collegamento diretto tra inquinamento e mortalità, ma emerge un quadro piuttosto preoccupante per la nostra salute, di cui la popolazione pare essere poco consapevole.
Tra le principali cause di malattia e di morte relative all’anno 2006, il 32,9% si deve a neoplasie di vario genere (nel 2004 era del 30,5%), mentre un altro 38,1% è dovuto a patologie del sistema circolatorio. La relazione, analizzando i dati del 2007, evidenzia che nell’anno si sono verificati 159 superamenti del limite giornaliero di PM10, un valore che per legge non dovrebbe essere superato più di 35 volte l’anno.
«È indiscutibile – dice il professor Massimo Valsecchi, responsabile del Dipartimento – che l’inquinamento ambientale incide sulla salute dei cittadini. L’indice della mortalità in relazione a questo fattore è pari alla metà dei decessi per incidenti stradali. Anche se la durata media della vita si è allungata – spiega Valsecchi – gli effetti dell’inquinamento atmosferico provocano nel tempo patologie croniche con conseguenze a lungo termine sulla salute».
In particolare la media annuale di PM 10 in corso Milano è stata di 60µg/m3 contro i 40µg/m3 del limite stabilito. A questo tipo di inquinamento «è attribuibile una rilevante quota di patologie acute e croniche e una diminuzione della speranza di vita per i cittadini che vivono in zone con indici elevati» dice la relazione.
Su questo fronte concordano anche gli esperti che hanno steso la “Metanalisi Italiana degli studi relativi agli effetti a breve termine dell’inquinamento” (MISA2) che ha preso in esame 15 città italiane, tra le quali Verona, per un totale di oltre 9 milioni di abitanti. Infatti MISA 2 ha evidenziato un aumento della mortalità giornaliera legato all’incremento della concentrazione degli inquinanti atmosferici. L’aumento di rischio, per la mortalità, si manifesta entro pochi giorni dal picco massimo d’inquinamento.
Nel periodo compreso tra il 2002 ed il 2004 una media di 8.220 decessi ( il 9% nella popolazione al di sopra dei 30 anni) sono risultati attribuibili alla concentrazione di PM 10 superiore a 20µg/m3 , tenendo presente anche gli effetti a lungo termine. In particolare l’esposizione prolungata a PM 10 ha provocato tumori al polmone (742 casi l’anno), infarto (2562 casi l’anno), ictus (329 casi l’anno). Gli effetti acuti includono cause cardiovascolari (843 casi l’anno) e cause respiratorie (186 casi per anno).
A fronte di questi dati che parlano da soli, che fare per ridurre gli inquinanti?
«Noi – dice il dottor Valsecchi – abbiamo avanzato al Comune, principale responsabile politico in materia (il sindaco è il più importante ufficiale sanitario) otto proposte che potrebbero realmente, e in tempi veloci, migliorare la qualità dell’aria. Resta da vedere quale sarà la risposta».
Le proposte sono state consegnate nel 2008, insieme alla relazione. Eccole.
Risparmio energetico
Attraverso interventi diversi si possono ridurre le emissioni collegate ai riscaldamenti e ai raffrescamenti di case, uffici e centri commerciali. Oltre ad applicare nuovi standard edilizi per le costruzioni future, con caratteristiche di termoisolamento che permettono metodi di riscaldamento a basse temperature, è possibile attuare subito politiche di consulenza per promuovere il miglioramento degli infissi, della coibentazione, interna ed esterna, di edifici pubblici e privati in modo da ridurre gli indici di riscaldamento.
Fonti di energia rinnovabile
L’Ulss20 fa presente che nel territorio veronese sono presenti fonti di energia geotermica ed invita gli enti interessati ad avviare iniziative congiunte per vedere se questa fonte energetica sia utilizzabile onde ridurre l’uso di combustibili fossili.
Maggiore utilizzo del metano per tutti i veicoli
Questo intervento, già iniziato per gli autobus cittadini, andrebbe esteso subito anche ai parchi auto privati e di aziende pubbliche. L’Ulss 20 pone in evidenza il programma attuato dalla Provincia di Bolzano che ha promosso l’installazione di distributori domestici di metano per l’autotrazione privata, con notevole vantaggio ambientale e risparmio di costi per carburanti (circa 250 installazioni nel Trentino e una settantina nel resto d’Italia).
Allontanamento dei grandi attrattori di traffico
La relazione sottolinea “l’occasione perduta” di decentralizzare l’Ospedale di Borgo Trento, decongestionando così il traffico in quest’area, e propone la creazione di un polo scolastico nella zona di Verona Sud da inserire all’interno di un grande parco onde eliminare il traffico nel centro e rimodulare la rete dei mezzi pubblici. Inoltre, sottolinea la necessità di creare sistemi di trasporto pubblico da e per la Fiera, onde precludere alle auto l’ingresso nel quartiere già super trafficato di Borgo Roma dove la Fiera è collocata. Questo tenendo presenti le logiche e gli obiettivi di molte città europee che hanno adottato sistemi diversi e più razionali anche per i flussi delle merci.
Parco merci ferroviario
La relazione indica la zona retrostante la Stazione di Porta Nuova come un’importante area da riqualificare e propone che la maggior parte di questa area, la cui vastità è pari all’estensione del centro città (entro le mura viscontee), sia destinata a parco urbano alberato, così da mitigare la bolla termica della città e possa servire da collegamento, con percorsi ciclabili e pedonali, fra la periferia e il centro.
Sperimentazione di un quartiere periferico
Secondo l’Ulss 20 un miglioramento complessivo della qualità dell’aria si potrebbe ottenere realisticamente subito con alcuni miglioramenti parziali, come appunto una sperimentazione di quartiere, da attuare con i cittadini interessati, per rivedere la mobilità in modo da favorirne una alternativa agli automezzi (car pool, piste ciclabili, pedonalizzazioni ecc).
Uso delle due ruote
Poiché in numerosi centri italiani questo sistema di trasporto si è dimostrato vincente per abbattere il traffico, l’Ulss 20 suggerisce la creazione di una rete di piste ciclabili sicure che colleghino in modo adeguato ogni punto dell’abitato così da incentivare l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto.
Sistema di trasporto di massa
Questa ultima proposta, secondo l’Ulss 20, è la proposta prioritaria che dovrebbe costituire la spina dorsale attorno alla quale porre in atto tutti gli altri interventi sopra citati. Che sia una tramvia o una metropolitana di superficie o altro è comunque basilare attuare un trasporto pubblico efficiente, veloce, non inquinante. Ed è questo il vero banco di prova che dimostrerà la reale volontà politica di cambiamento nello stile di vita della città.
Su queste otto proposte, abbiamo interpellato l’assessore comunale all’Ambiente Federico Sboarina.
«Va detto prima di tutto – ha esordito Sboarina – che lo scorso anno abbiamo affidato all’Università di Trento lo studio di un piano organico che interessi non solo Verona ma anche i 14 Comuni della cintura, più altri dieci che ho voluto inserire io. Questo perché un intervento per ripulire l’ambiente deve essere ben pianificato. La relazione stesa dall’ULSS 20 parla di indici molto elevati, ma nel corso di questi anni gli sforamenti sono passati da 222 a circa 100, ed è già un buon risultato. Quanto all’utilizzo delle energie alternative, abbiamo varato il finanziamento per coprire il tetto dello Stadio con un grande impianto fotovoltaico che permetterà a molti cittadini di fruire di energia pulita. Sarà uno degli impianti più grandi d’Europa. A ciò si aggiungeranno i contributi comunali per la metanizzazione delle auto private e per le bici elettriche, due cose che sino ad ora erano effettuabili solo se arrivavano i fondi della Regione.
Per quanto riguarda i parcheggi, non ci sarà bisogno di costruirne di nuovi in quanto quelli scambiatori, già esistenti, possono essere usati dai pendolari che ogni giorno vengono a Verona. Con un servizio di bus navette, il cui costo sarà molto contenuto, si potrà lasciare l’auto in periferia e raggiungere agevolmente il posto di lavoro senza portare l’auto in centro. Si tratta di aiutare le persone a mutare abitudini e mentalità offrendo loro un servizio pubblico efficiente che disincentivi la sosta in città, con relativa multa. Anche per i riscaldamenti è in atto una campagna di aiuti comunali per trasformare le caldaie in modo da usare il metano anziché il gasolio. Per le piste ciclabili poi, alcune, fra molte proteste, le abbiamo tolte perché pericolose, tuttavia ne abbiamo aperte altre, parallele o lungo tracciati alternativi, con criteri di maggiore sicurezza. La possibilità di usare le corsie preferenziali dei bus, vige solo là dove le bici non possono creare intralcio al traffico e nel contempo essere sufficientemente sicure».
Tutto questo quanto tempo richiederà?
«Il problema dell’inquinamento non si può risolvere a breve. Servono tempi adeguati per realizzare una serie di interventi i cui benefici si sentiranno col tempo. Per il trasporto veloce di massa invece, il Cipe, proprio in questi giorni ha dato il via libera alla costruzione di una filovia che non richiederà scavi e blocchi del traffico come quelli previsti per la tramvia. Certo, in periferia torneranno le cosiddette “tiracche”, ma in centro storico la filovia funzionerà con un trattore normale. Noi di An siamo d’accordo, ma solo se il locomotore sarà alimentato con sistemi non inquinanti».
Pediatra e pneumologo ci informano sui rischi
di Marta Bicego
Cittadini inconsapevoli, perché non sufficientemente informati degli effetti negativi che l’inquinamento può provocare sulla salute. Che le polveri sottili possano essere causa di danni all’organismo è cosa risaputa e accertata da studi a livello internazionale, ma bisogna fare un passo in più e capire: quanta consapevolezza esiste tra la gente comune? Poca secondo i medici che abbiamo interpellato e la situazione riguarda tanto il mondo degli adulti quanto quello dei più piccoli.
«Una mamma che va sul marciapiede con il passeggino, in una strada trafficata, non si rende minimamente conto, e non è stata informata a sufficienza, dei danni che questo può provocare nel figlio» spiega Sabrina Vinco, pediatra convenzionata Ulss 20 con ambulatori in Lessinia. L’apparato respiratorio di un bimbo è in fase di strutturazione, perciò incapace di difendersi e reagire a determinati stimoli: oltre alla tossicità diretta sui polmoni, gli inquinanti producono stress ossidativi, infiammazione delle vie aeree e possono causare asma in soggetti geneticamente suscettibili. C’è poi l’esposizione passiva al fumo di sigaretta, per cui un bimbo viene a contatto con gli inquinanti fin da quando è nel grembo materno. «Nella mia pratica quotidiana – prosegue – noto una differenza tra i bambini che abitano in città, quindi in ambienti prevalentemente chiusi, rispetto a quelli che giocano all’aria aperta e stanno a contatto con animali domestici e da cortile». Il rovescio della medaglia è l’eccesso opposto, evidenzia la pediatra, per cui «la paura di vivere in un ambiente troppo inquinato può indurre il genitore a voler sterilizzare sempre tutto. Questo aiuta da una parte, ma stimola meno lo sviluppo del sistema immunitario: è come vivere sotto una campana di vetro, che però non può durare per sempre, così il primo contatto con virus e batteri provoca situazioni più pesanti».
«Asma bronchiale, bronco pneumopatia cronica ostruttiva (bpco), cancro al polmone. Sono le tre grandi forme di patologie sensibili al fattore inquinamento, il quale» precisa Roberto Dal Negro, primario della Divisione di pneumologia e fisiologia respiratoria all’ospedale Orlandi di Bussolengo, «è causa determinante del 15-20 per cento di queste malattie». Se il rischio di morte aumenta con la vicinanza alle arterie di maggiore traffico, è documentato che le polveri sottili hanno «influenza peggiorativa sulla condizione allergica: aumentano incidenza e prevalenza di malattie allergiche che apparentemente sembrano non essere correlate». Tutto ciò si traduce in costi – che nell’ultimo quinquennio sono raddoppiati per quanto riguarda l’asma, quasi triplicati per la bpco – ai quali il sistema sanitario non è in grado di far fronte.
Il costo dei farmaci incide minimamente. Il 70-75 per cento della spesa (fino all’80 per la bpco) è infatti dovuto a ricoveri ospedalieri, pronto soccorso, visite mediche. Cifre che aumentano con l’aggravarsi della malattia». La presenza di tosse cronica, catarro, improvvisa mancanza di respiro, fatica a fare il minimo sforzo devono essere campanelli d’allarme e validi motivi per rivolgersi ad uno specialista. «La popolazione non è sufficientemente informata», ribadisce Dal Negro. «L’asma viene considerata un disturbo passeggero ed è confusa con l’allergia». Altrettanto approssimativa è la percezione della gravità della bronco pneumopatia cronica ostruttiva, che «può portare alla grave insufficienza respiratoria, alla dipendenza da ossigeno, all’invalidità totale». Si protrae per 30-35 anni e non procede per avanzamenti repentini, anzi, la parte precoce viene difficilmente diagnosticata in tempo e una persona si trova già malata da vent’anni. «È una patologia dalla quale non si torna indietro, che è destinata a essere l’epidemia del prossimo millennio».
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Dall’antenna Wind di Montorio un appello alla responsabilità
di Corinna Albolino
Chi non conosce Montorio? Il suo antico castello scaligero e poi i suoi Fossi, quelle risorgive che diramandosi dal laghetto Squarà si disseminano a reticolo per tutto il territorio della frazione? E nei pressi del laghetto, l’antica chiesa di Santa Maria Assunta, datata 1100? Ebbene qui, in quest’area di pregio e rispetto paesaggistico, si voleva installare un’antenna della telefonia mobile Wind alta 24 metri e solo grazie alle proteste dei cittadini sarà posizionata nella zona industriale, in via di Castagni portando l’altezza a 37 metri. Rifacciamo la cronaca della vicenda perché quanto è accaduto ci serve a introdurre una riflessione.
È successo tutto alla chetichella. La segnalazione di un cantiere vicino al laghetto, le ruspe in azione e la posa di un basamento in cemento armato. Sorpresa, sgomento! Come era potuto accadere? Chi aveva permesso quello scempio? I cittadini si mobilitano. Protestano, vogliono sapere. Nessuno sa, si palleggiano le responsabilità, ma poi le carte parlano: tutto è regolare. Assenso unanime, comprese le opposizioni politiche che dopo deboli attenuanti, alla fine confessano la “distrazione”. Colmo dell’incuria, si dimentica perfino che questo luogo sacro era stato affidato al gruppo scout che qui aveva eletto un suo punto di aggregazione. La polemica si accende, i cittadini coinvolgono i media, interpellano esperti d’arte, ma anche consulenti di sanità pubblica per il rischio da campi elettromagnetici. Si raccolgono 1200 firme. I consigli, le riunioni a tutti i livelli si intensificano, si sospendono momentaneamente i lavori, si cercano soluzioni alternative, mediazioni possibili con la Wind.
Ed ecco la riflessione. Sarebbe riduttivo infatti leggere il problema “antenna di Montorio” solo in termini di una vivace polemica che vede schierati da una parte la sensibilità estetica, politica degli abitanti per la salvaguardia dei loro beni d’origine, la difesa emotiva di un luogo simbolo per gli scout, dall’altra il semplice adeguamento delle istituzioni alle leggi del mercato o la negligenza del comportamento di alcuni amministratori, che spesso si scordano che la democrazia, come ricorda Tocqueville, è il potere di un popolo informato.
Liquidatoria suona altresì la generalizzazione che un’antenna in più o in meno non modifica un territorio che ne conta già sette. Patetico il suggerimento di risolvere l’impatto ambientale mimetizzando il palo con i colori della natura.
La questione è più seria, è di principio. Chiama in causa il rispetto dell’ambiente come patrimonio paesaggistico e storico dell’umanità. Una ricchezza che qui si è osato pensare di oltraggiare, di sacrificare per mere esigenze commerciali.
E d’altra parte se è possibile, se la violenza ad un luogo, seppur sacro, non costa niente, perché non farlo? L’appello diventa allora alla responsabilità, responsabilità come respondere dell’uomo ad una natura che mai come oggi è a rischio. Una natura che, come sostiene il filosofo Hans Jonas, va riscattata dall’arbitrio del nostro potere e recuperata in un’ottica di dedizione.
Agire allora in una prospettiva che guardi alla dignità, al rispetto dell’armonia del cosmo, significa assolvere un dovere verso l’umanità, lavorare per la sua continuità, il suo futuro. Nei confronti dunque di ciò che è ricchezza storica, emblema di tradizione e bellezza deve vigere una sorta di obbligazione morale. Impegnarci in questa direzione sarebbe già una risposta etica forte all’allarme posto dai problemi causati da un mondo tecnologico che, alleatosi al sistema economico, fonda le sue regole solo sulla produzione e sul consumo delle merci. Un apparato tecnico-scientifico che sembra muoversi in modo assolutamente a-morale, indifferente a ogni valutazione etica, secondo coordinate che sono solo di efficienza, funzionalità. Una tecnica incurante dei misfatti che produce, perché alla fine troverà sempre una soluzione tecnica. Inconsapevole però, nel suo delirio d’onnipotenza, che il tutto si regge su un atto di fede, in quanto anche la natura ha una fine, non è più pensabile come bene inesauribile.
Ormai da diversi anni la comunità scientifica più sensibile ha trovato udienza nei summit internazionali che chiedono ai Paesi industrializzati di autolimitare i propri insulti ambientali e di imboccare la strada virtuosa di un’economia eco-sostenibile che faticosamente sta aprendosi spazi di mercato. Ma il prevalere degli interessi immediati, sollecitati ora dalla crisi globale, porta a procrastinare continuamente il calendario delle decisioni politiche e... tempus fugit.
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Sinistra: meno apparato e più aperti alle novità
Divisa e incapace di comunicare. Ecco il giudizio dell’associazionismo cittadino nei confronti della sinistra (dalla più moderata alla più radicale) veronese. Le associazioni che operano a vario titolo sul territorio che, pur dichiarandosi apartitiche si ispirano a valori e principi propri della tradizione progressista, sono in parte deluse e in parte fiduciose dei politici di sinistra e centrosinistra, sia locali che nazionali.
Comitati e movimenti puntano il dito principalmente sulla distanza dal territorio e dalla gente. Rinfacciano ai politici di aver abbandonato le piazze, i bar e le riunioni delle associazioni, di aver evitato il dialogo e il confronto, salvo poi chiedere sostegno nei momenti elettorali, ma li assolvono, almeno in parte, a causa di un’informazione che ritengono poco libera e non in grado di garantire il pluralismo. E il suggerimento per uscire dallo strapotere del centrodestra, e in particolare quello leghista a Verona, è da parte delle associazioni lo stesso: rinnovarsi con una formula nuova che coinvolga maggiormente la gente e cambiare linguaggio, usandone uno più semplice e diretto, senza troppi distiguo. Ma per dire le cose chiaramente, fanno capire i responsabili dei vari gruppi veronesi, bisogna avere idee chiare e unitarie. E questa, forse, è la cosa più difficile da realizzare soprattutto in un’area culturale che ha storicamente fatto del rispetto delle idee altrui il proprio fondamento, invece che limitarsi allo spirito di obbedienza e cameratismo più rappresentativo del centrodestra. È possibile una sintesi? Pare proprio ciò che chiedono le associazioni.
Mao Valpiana
Movimento per la nonviolenza
Candidato alle ultime elezioni provinciali per i Verdi la Colomba (a supporto di Diego Zardini del PD), quella di Valpiana è un’analisi storica, ma anche un’autocritica.
«Penso che la sinistra veronese non abbia saputo rinnovarsi, storicamente non è mai stata una sinistra aperta alla novità. Anche nella mia esperienza il Movimento a cui appartengo è sempre stato visto con sospetto o sufficienza. Inoltre in passato, la forte presenza democristiana non dava possibilità di espressione alla sinistra, se non andando a patti con il sindaco della Dc. La sinistra a Verona è cresciuta così: non è mai stata ribelle, ma legata al potere, tant’è che, quando ha avuto modo di andare al governo della città, ha cercato di assomigliare più a una coalizione di centro, candidando persone di area democristiana come Paolo Zanotto e Giuseppe Brugnoli».
«L’altra parte della sinistra, quella più radicale, è cresciuta invece nella concezione di se stessa come rivoluzionaria mantenendo un carattere di antagonismo, con una forte connotazione anticlericale. E proprio questo, a mio parere, è stato l’errore: non aver capito il mondo cattolico veronese che, di fatto, l’ha costretta ai margini. Il risultato è che oggi abbiamo una sinistra divisa in molti gruppi e poco aperta alle istanze giovanili, troppo legata ai vecchi riti della politica, con le stesse finalità e le stesse persone, incapace di immergersi nelle novità».
«Se la sinistra veronese vuole ricostruirsi deve essere un’alternativa a Flavio Tosi, guardando a novità come “Nella mia città nessuno è straniero” e “Verona città aperta”, che sono due modalità nuove di fare politica, che permettono di entrare in sintonia con la parte cattolica (quella che ha ancora voglia di fare qualcosa) e di non avere la puzza sotto al naso dicendo che la gente non capisce. Le associazioni sono state considerate dalla sinistra, nel migliore dei casi, dei fratelli minori, utili in campagna elettorale ma poi non coinvolte con all’atto pratico».
«Durante gli anni della gestione Zanotto, la sinistra ha perso l’occasione di coinvolgere le associazioni e ha preferito dialogare con i poteri forti. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: Verona sud, traforo e tranvia. È mancata un’attività di urbanistica partecipata e responsabile nella riprogettazione della Zai. Il traforo si poteva bloccare con dei puntelli seri nel Pat che lo rendessero irrealizzabile. E la tramvia? Beh, si sono lasciati passare cinque anni senza far partire i lavori a causa dell’immobilismo e di una litigiosità interna senza pari che ha fatto sprecare un’occasione storica e irripetibile per la città».
Paolo Fabbri
Amici della bicicletta.
«Sono tre le cose da recriminare alla sinistra veronese quando era al governo della città: a) una sorprendente e inattesa mancanza di confronto e di dialogo permanente con le associazioni. Nel nostro caso Carlo Pozzerle, allora assessore alla Mobilità, e quindi nostro referente, ci ha ricevuto non più di quattro volte in tutto il mandato. b) È sembrato fin da subito chiaro che, riguardo la mobilità, mancava un modello di riferimento. Se lo hai, fai scelte coerenti e sinergiche, altrimenti rischiano di essere contraddittorie.
c) È mancata la consapevolezza della necessità di una comunicazione efficace, che doveva trovare spazio anche in un ambito difficile come Verona. Serviva una forma autonoma di informazione che non è stata trovata (se si esclude il giornalino comunale). Oggi passata all’opposizione la sinistra ancora non riesce a comunicare in modo efficace. A mio avviso andrebbe recuperata Radio Popolare che potrebbe assolvere alla funzione di altra campana».
«Nel Partito Democratico continuano alcune manchevolezze, ma al contempo vedo maggiore attenzione e consapevolezza verso la mobilità sostenibile.
Nell’ultima campagna elettorale, per esempio, Diego Zardini e Giuseppe Campagnari mi sono sembrati una risposta concreta e rispettosa dell’ambiente e ora c’è da sperare che l’onda lunga di Barack Obama arrivi anche qui. Dopo il disincanto, speriamo ora nel re-incanto».
Michele Bertucco
Legambiente
«L’incapacità generale di parlare alla città e alla gente. Questa è la colpa del centrosinistra veronese. Bisognava tornare nei bar, nelle piazze e testimoniare alla gente modalità diverse di fare politica. Invece è mancata e manca la presenza sul territorio, ci si è affidati solo agli slogan nazionali. Ma questi non bastano. Serve una scuola politica che insegni ad esprimersi in modo corretto. Al contrario di quanto fanno i partiti a gestione padronale, come Lega, Pdl e Italia dei valori, il PD è incapace di parlare un linguaggio unico, c’è sempre chi deve fare un distinguo, dando così l’impressione di non avere un’idea precisa. Invece di apparire come una forza unita, sembrano più forze che parlano lingue diverse. E, sia a livello nazionale che locale, si assiste a più correnti che fanno politica per sostituirsi dentro lo stesso partito invece che sostituirsi al governo in carica».
«La sinistra più radicale invece è frammentata e non si rende conto che la società è in cambiamento e bisogna dare risposte. Non è semplice, ma più generalmente si pensa sia sufficiente comunicare alla stampa la propria contrarietà a questo o a quella iniziativa, piuttosto che avvicinare le persone direttamente.
A mio avviso questo momento deve servire a ripartire con un movimento politico con struttura democratica e con un linguaggio moderno che abbandoni i vecchi modi della politica».
«Personalmente sono deluso dell’operato dei consiglieri comunali di opposizione: sono incapaci di far uscire le questioni che si trattano in Consiglio.
Quando invece il centrosinistra è stato al governo, noi di Legambiente venivamo considerati come fuoco amico, se andava bene, dei rompiscatole, ed era difficile parlare con l’Amministrazione (ci si riusciva ma a fatica). Ci aspettavamo scelte molto precise sulla tranvia, il Pat, le piste ciclabili e la valorizzazione del verde, che però non ci sono state, nonostante l’amministrazione Zanotto, qui va riconosciuto, su questi specifici temi abbia cercato il confronto. Oggi è praticamente quasi impossibile avere ai nostri dibattiti gli assessori della giunta Tosi»
Mario Lonardi
Movimento Laici per l’America latina (Mlal)
Anche lui, come per Valpiana, una duplice veste. Iscritto al Pd (ex Margherita), già sindaco (per due mandati) del comune di San Martino Buon Albergo, è presidente del Mlal.
«Parlando in generale, siamo in un momento in cui la politica rischia di non avere luoghi di confronto vero con le associazioni. Il rischio è quello di due mondi paralleli che vivono le problematiche in modo distinto e non comunicativo. Non bastano incontri occasionali, ma servono idee sul futuro della città. E anche il PD non sfugge a questo problema: infatti non è riuscito a trovare questi luoghi e conquistare così la fiducia dei cittadini».
«Il centrosinistra a Verona, come nel resto d’Italia, sconta una divisione che non fa bene. È difficile che i cittadini capiscano, perché mancano concetti semplici e unitari. Si è arrivati alle ultime elezioni in maniera distinta. Anche se i partiti vanno ricostruiti non significa che debbano essere uguali a quelli del Novecento. Serve una nuova interpretazione, una declinazione in senso federale per recepire le necessità del territorio. Invece il PD locale non ha fatto altro che copiare le strategie nazionali, con pregi e difetti. A Verona serve una strategia di alleanze per superare il concetto di bipartitismo che ha imprigionato il PD, impedendogli, ad esempio, di integrare la lista civica di Ugoli per le provinciali. Non è tanto per lo 0,5% ottenuto da questa lista, che non avrebbe inciso in modo significativo sul risultato finale, ma per lo spreco di risorse, di entusiasmo che si è determinato».
«Da parte del centrosinistra veronese serve più autonomia e autorevolezza nel dire ai dirigenti nazionali che alcune strategie qui da noi non funzionano. E se un segretario provinciale non ha la forza per farlo, finisce solo per essere il guardiano della burocrazia del partito».
«È anche vero che il mondo cattolico è stato abbandonato, per incapacità o per scelta. La sinistra ha perso così il confronto con questo mondo perdendo la ricchezza e lo slancio che da esso poteva arrivare».
Alberto Sperotto
Comitato contro il collegamento autostradale delle Torricelle.
«Ovviamente posso parlare della questione che mi vede coinvolto, ovvero il traforo, e devo dire che se i partiti della sinistra radicale hanno sempre avuto una posizione estremamente chiara, come del resto anche “Per Verona Civica” di Edoarto Tisato e Patrizia Bravo, il Partito Democratico non si è espresso in modo univoco. Basti pensare alle ultime elezioni provinciali, dove la candidata di Borgo Trento, Silvia Allegri, dichiarava «No al traforo», mentre a Montorio, Marco Burato usciva con un volantino che diceva «Sì al traforo non a pagamento, pagato con i soldi del ponte di Messina». Anche la Lega ha fatto volantini, diversi a seconda dei quartieri. L’obiettivo finale pare quindi quello di correre dietro a ciò che la gente vuole sentirsi dire, piuttosto che esprimere con chiarezza le proprie convinzioni».
«In Provincia il PD è coeso, con un mix di giovani e persone esperte che fanno ben sperare. In Comune invece il centrosinistra è più frastagliato. I consiglieri di opposizione si battono, ma hanno difficoltà a far uscire le proprie opinioni. Dovrebbe essere affrontato una volta per tutte il problema della comunicazione, utilizzando sistemi diversi dalle pagine dei giornali, come ad esempio le manifestazioni di piazza.
«La giunta Zanotto, a mio avviso, ha fatto tanto, ma molto non è emerso. Per quanto riguarda il traforo però, la possibilità è rimasta nel Pat, e la tramvia non è stata appaltata. Secondo me, il centrosinistra deve riuscire a trovare linguaggi semplici e tornare sul territorio, incontrare i comitati che ne sono un’importante espressione. Invece spesso sono visti come antagonisti, forse perché fanno politica vera».
Lucio De Conti
Associazione Villa Buri
«La critica che si può fare alla sinistra veronese è di una mancanza di presenza sul territorio. Si aspettano le novità, non ci sono proposte e, per esempio sui temi della sostenibilità ambientale e dell’integrazione, ci si barcamena un po’. Il PD non è molto aperto, alla fine sono sempre i soliti noti, vengono ricalcati schemi già visti. Nella sinistra radicale invece si coinvolgono poco le persone e non si creano occasioni di approfondimento, si va avanti con gli slogan mentre, soprattutto a livello locale, c’è bisogno di essere più incisivi.
La giunta Zanotto per tanti aspetti ha fatto acqua, però ha dimostrato un’attenzione al territorio, ai diritti che andrebbe valorizzata e ripresa».
Michela Faccioli
Arci Verona
«Il risultato elettorale registra un periodo nerissimo per la sinistra veronese, come per quella nazionale. Credo che le azioni del centrosinistra abbiano avuto come conseguenza un disamore dell’elettorato tradizionale. Insomma si è riusciti a scontentare un po’ tutti, fissando l’attenzione soprattutto sui temi dello sviluppo della città, sulle grandi trasformazioni e meno sui problemi di tutti i giorni, con scelte poco incisive. Insomma è mancata una politica popolare che è in parte causa del disastro di queste elezioni».
«Bisogna però ammettere che a contribuire alla situazione attuale c’è anche una crisi di libertà degli organi di comunicazione che lascia veramente poco spazio al centrosinistra».
Enzo Fior
Emmaus Villafranca.
«Mi pare che quando il Partito Democratico ne ha avuto l’opportunità ha saputo governare bene, con una capacità e un’attenzione sia a programmi a lungo termine sia alle realtà più immediate. Però ci sono elementi che negli ultimi anni la sinistra non ha saputo cogliere, o se li ha colti non è riuscita a dare risposte concrete, ma solo teoriche. Uno di questi è il fenomeno dell’immigrazione. Il centrosinistra non si è reso conto che doveva declinare le risposte alla popolazione, come invece ha saputo fare la Lega sull’altro fronte, andando a parlare alla pancia della gente.
Credo che ci sia un abisso culturale tra centrosinistra e centrodestra, difficilmente colmabile. Ma al centrosinistra manca la capacità di parlare alla gente per far comprendere che questo è un momento drammatico e che la risposta a certi problemi non può semplicemente essere che“non vogliamo un’Italia multietnica”».
«Bisogna quindi trovare un linguaggio nuovo, smettere di litigare, unirsi condividendo un progetto».
Paolo Veronese
Pax Christi
«A Verona non esiste un centrosinistra unito e le recenti elezioni hanno evidenziato ancora di più tale spaccatura. Sono quindi critico nei confronti della sinistra (tutta) veronese perché credo necessario uno sforzo unitario progettuale che presuppone l’abbandono dei personalismi. L’opposizione veronese dovrebbe mettere maggiormente in evidenza le contraddizioni della Lega e del centrodestra. Essere in minoranza non significa essere persi o perduti, ma partendo da questa condizione si può condurre un’azione efficace di opposizione chiara, ad esempio sui diritti negati, sulle nuove povertà, sulla laicità, a difesa della scuola e della sanità pubblica.
Insomma è necessario fare opposizione e non utilizzare l’antiberlusconismo come unico aggregante, magari per nascondere mancanza di idee e progetti». (N.N.)
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Immigrati: non solo numeri
di Jean-Pierre Piessou
Quando si parla di una cosa citando continuamente dei numeri, delle statistiche si finisce poi per rendere quella cosa una realtà fredda, lontana dal cuore umano e soprattutto si rischia di renderla banale.
È il caso della “questione” immigrazione a Verona. Purtroppo per molti, anche per gli addetti ai lavori, parlare di questo fenomeno significa porsi domande come: quanti sono, da quali paesi vengono, qual è la loro incidenza nel territorio, dove vivono, quanto è elevato il reddito interno lordo che producono, quanto spendono…
L’immigrazione è invece una realtà dinamica, fatta di volti e di storie, di persone che si incontrano lungo le arterie di Veronetta, Piazza Bra, San Zeno, Borgo Milano, Chievo, San Massimo, Santa Lucia, Zai, Avesa, Poiano, Quinzano, Parona ecc.. e occorre che questa realtà venga letta senza iconografie particolari, togliendola dagli ambiti in cui è stata relegata in questi anni: della sicurezza, dell’ordine pubblico, del decoro.
Ci sarebbe da porsi una serie di interrogativi su come a Verona si sia riusciti a proporre idee e progetti organici per sostenere il cammino di questi concittadini. Palesi violazioni di elementari diritti sono state invano denunciate da operatori del settore, dalle organizzazioni sindacali e da legali.
Questo sta ostacolando il lento cammino avviato negli anni dal mondo del volontariato e dalle associazioni di immigrati che si sono impegnati per un’integrazione rispettosa e coerente ai principi del vivere civile del paese ospitante e per il rispetto dei valori di coloro che provengono da paesi diversi.
La caratteristica essenziale dell’immigrazione è quella che fa di essa una realtà dinamica, in movimento, in Bewegung come si direbbe in tedesco. Una specie di cantiere aperto anche nella nostra provincia su cui si inizia a lavorare.
Se è vero che in dieci anni le persone immigrate nel territorio di Verona sono passate dalle 25.000 alle circa 90.000 unità, con una tendenza all’incremento, la cosa più impressionante è la crescita esponenziale della seconda generazione a conferma della forte dinamicità del fenomeno.
Quando parliamo di seconda generazione (G2) ci riferiamo alle ragazze e ai ragazzi nati in Italia e a Verona da genitori immigrati ormai stabili, di giovani nati anche da coppie miste o giunti in Italia attraverso il processo di ricongiungimento familiare.
Mentre per i primi arrivati si pone tutta la fatica della comprensione linguistica e culturale, nonché del contesto, i nati in Italia vivono giustamente la loro presenza sul territorio come un atto naturale ma spesso ingiustamente vengono chiamati stranieri. Questi ragazzi della seconda generazione hanno come unica “colpa” quella di avere dei genitori che si chiamino Mohamed, Gheorghe, Zhou, José, Warnakulasuriya ecc. in possesso del famigerato permesso di soggiorno, spesso fonte di lacrime, di dolori, di umiliazione, di frustrazione, di perdita di senso e di orizzonte.
Per non parlare poi di quelli che il permesso non lo hanno e che vivono da disperati, in condizione di sfruttamento, con figli che finiscono per rimanere clandestini come i loro genitori.
Gli immigrati sono persone alla ricerca di una migliore condizione di vita, mentre troppo spesso, anche grazie agli interventi di alcuni amministratori e dei mass media, l’attenzione viene posta sulla questione della criminalità. Sembra infatti che ai giornali e alle televisioni interessi solo l’aspetto criminale legato al fenomeno dell’immigrazione, si enfatizza la provenienza di chi commette il reato dedicando pochissimo o nessuno spazio alle condizioni in cui vivono questi concittadini e le loro famiglie. Quindi l’immigrazione viene ingiustamente percepita e definita solo come un problema.
A nostro parere è un modo miope e sordo di affrontare queste dinamiche sociali che stanno lentamente e inesorabilmente trasformando la società e la Weltenschauung della sua gente e la stessa mentalità che ha caratterizzato questi anni. Legare la vita di un immigrato a questioni di sicurezza, d’ordine pubblico e di decoro della città è come guardare la realtà che ci circonda dal buco della serratura.
Ci viene da pensare che se la vita non dipende dalla geografia nemmeno i volti possono mai diventare una cifra da esibire ad ogni tornata elettorale ma sono piuttosto delle realtà su cui investire in termini di progetti, di denaro e di buona governance. Ma per raggiungere questo obiettivo occorrono alcune basi da cui iniziare, eccone alcune su cu avviare una seria riflessione:
– Superare i pregiudizi nei confronti del cittadino immigrato, delle sue espressioni linguistiche e culturali.
– Valorizzare le esperienze pregresse sia nel campo del lavoro che delle professioni.
– Sradicare ogni forma di intolleranza e razzismo (questi episodi anche a Verona non mancano).
– Purificare linguaggi che si usano in modo dispregiativo, come: extracomunitari, clandestini, negri, zingari, clochards etc…
– Potenziare l’impegno per la mediazione dei conflitti nelle scuole di Verona, dove in alcuni casi si arriva a 20% o 30% di presenza degli alunni immigrati.
–Creare spazi di confronto coi nuovi cittadini su problemi comuni, come quelli del lavoro, dell’ambiente e in generale del futuro della città.
– Creare degli spazi di incontro, di dialogo per costruire iniziative culturali, artistiche e sociali.
– Affrontare in modo organico questioni concrete come il rinnovo dei permessi di soggiorno, l’assistenza sanitaria, la ricerca di un alloggio dignitoso, la sicurezza sul lavoro, la prostituzione, i luoghi di culto, l'apprendimento linguistico, lo spazio informativo sui mass-media, il rapporto con le istituzioni e le associazioni di volontariato laico e cattolico
– Adoperarsi per arrivare, anche nella nostra città, a riconoscere il diritto di cittadinanza ai ragazzi immigrati della seconda generazione nati in Italia da genitori immigrati e al diritto di voto sia attivo che passivo.
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Sarti di rango si nasce o si diventa?
di Cinzia Inguanta
Il settore dell’alta moda ha un peso rilevante nell’economia nazionale e rappresenta uno dei campi di eccellenza del made in Italy nel mondo. Il modello italiano si è sviluppato su specifici punti di forza, quali un’elevata creatività ed imprenditorialità individuali. Per lo più è caratterizzato da imprese di dimensioni ridotte e a gestione tendenzialmente familiare.
Per capire quale sia la realtà del settore nella nostra città abbiamo chiesto ad alcuni imprenditori di raccontare la storia delle loro aziende: dal materiale raccolto abbiamo ricavato una serie di biografie aziendali particolari, in cui hanno avuto spazio soprattutto le testimonianze relative alla parte creativa, progettuale, ai momenti di svolta.
Sono belle storie, con una trama articolata e interessante: nascita e crescita avventurose, colpi di scena, momenti di crisi e successi. Abbiamo messo a fuoco un mondo complesso, fatto di passione e competenza tecnica, di valorizzazione dei saperi tradizionali e di slancio innovativo, di abilità organizzativa e di coraggio nell’affrontare sempre nuove sfide.
SARTORIA COMERLATI
Via Verità 1/B
Proprio quest’anno Carlo Alberto Comerlati festeggia quarant’anni di attività, ma lui, il signor Comerlati, già a tredici anni lavorava in una sartoria. La svolta arriva quando il sarto presso cui lavorava si trasferisce a Johannesburg, in Sudafrica per avviare una nuova attività commerciale. E così dopo il servizio militare giunge la decisione di mettersi in proprio, la nascita dell’atelier e la collaborazione con la moglie Dorina. I viaggi a Parigi per assistere alle sfilate dei grandi sarti francesi, l’individuazione delle tendenze, la scelta di abiti di altissimo livello, di cui acquistava i cartamodelli, la creazione di uno stile d’alta classe a cui il sarto veronese è sempre rimasto fedele. Raffinatezza, eleganza, valorizzazione della personalità, estrema cura dei particolari sono le caratteristiche del suo lavoro. E ancora la frequentazione delle sfilate di Milano, polo di attrazione della moda, per seguire gli sviluppi e le tendenze italiane da reinterpretare a volte con originalità.
Con fermezza Carlo Alberto Comerlati ribadisce che lui non è uno stilista, ma un sarto nel significato più profondo del termine, anche se a volte, con la moglie, cede alla tentazione di realizzare dei propri modelli.
Si avverte l’orgoglio per la propria attività nelle parole di Carlo Alberto Comerlati quando parla della sua carriera, anche se non riesce a nascondere la nostalgia per un mondo che per lui sta cambiando, abbandonando le peculiarità di non convenzionalità tipiche dell’alta moda, forse in risposta all’omologazione generale del gusto. L’alta moda sta scomparendo, secondo i coniugi Comerlati; anche il calendario delle sfilate parigine si è molto ridimensionato, solo dieci anni fa le sfilate erano tre volte di più rispetto a quelle in programma quest’anno. L’età media delle clienti della sartoria sta progressivamente aumentando e manca un naturale riciclo. Una volta le mamme portavano le figlie in sartoria, ma adesso le ragazze, a parte qualche occasione speciale, difficilmente si rivolgono al sarto. Le sfilate sono, per i signori Comerlati, l’occasione giusta per far conoscere e promuovere il lavoro dell’atelier. Di qui l’importanza del lavoro delle associazioni di categoria e l’impegno del signor Comerlati che è il presidente del gruppo Sarti dell’Unione Provinciale Artigiani di Verona e membro dell’Accademia dei Sartori. Tra le manifestazioni promosse vale la pena di ricordare la mostra dal titolo “La Sartoria veronese si racconta”, che si è tenuta lo scorso novembre a Castelvecchio presso il Circolo Ufficiali e le sfilate di “Alta Sartoria in Bra” evento reso possibile anche grazie alla collaborazione del Comune e della Provincia di Verona e al contributo concreto della Camera di Commercio.
SARTORIA ANNASTELLA
Via Trota, 4
Da oltre vent’anni anni l’Atelier Annastella è una realtà del made in Italy, anzi del made in Verona, come ama sottolineare la titolare dell’attività.
La signora Annastella è una creativa ed ha una vera passione per tutto quello che riesce a scaturire dalla fantasia, unita all’abilità manuale, che si tratti di cimentarsi in cucina, nel disegno, nella fabbricazione di gioielli o nel realizzare un capo di abbigliamento. Indirizzata dalla madre, amante da sempre del lavoro sartoriale, frequenta l’istituto professionale Bon Brenzoni e apprende le basi del mestiere. Dopo la scuola, per ben quattro anni, svolge un periodo di tirocinio/apprendistato presso un laboratorio di sartoria. Non solo senza essere retribuita, ma addirittura pagando per poter accedere ai segreti del mestiere.
Anni lunghi ed impegnativi, che hanno messo a dura prova la sua volontà di ragazza, ma che le hanno consentito di acquisire una competenza tecnica molto ricca ed articolata: dall’abito per bambino, uomo, donna, alla pellicceria. A vent’anni arriva il momento di provare a camminare con le proprie gambe e Annastella inizia la sua attività lavorando in casa con un piccolo giro di clienti che man mano diventa sempre più vasto. A venticinque anni il matrimonio e la decisione, supportata dal marito, di aprire una sartoria in centro perché come spiega lei stessa «Sono convinta che questa sia un’attività da portare fuori dal laboratorio. Oggi siamo abituati a vedere: le persone vogliono vedere quello che fai, che proponi. Se la gente vede, si ferma ed entra. La targa “sartoria” sulla porta non serve più. Il passaparola, come mezzo di promozione dell’attività, sta andando a morire e non basta per farsi conoscere». In questo modo si è allargata anche la fascia della clientela che è diventata molto varia per età, esigenze ed aspettative. «La sfida è quella di riuscire a far capire al cliente, che non si è mai fatto fare niente, come sia possibile arrivare dal tessuto all’abito, far nascere il gusto per il particolare, per la personalizzazione». Un lavoro a tutto tondo quello della sua sartoria che abbraccia varie direzioni. Abiti da sposa, maglieria, capi spalla, costumi teatrali e camiceria sono le attività principali, ma anche realizzazione di divise per personale alberghiero e per compagnie di volo. Un’altra attività della sartoria sono le riparazioni dedicate sia a clienti privati ma soprattutto a boutique. Il tutto testimonia una grande capacità imprenditoriale e la voglia di non fermarsi, di cercare sempre nuove strade per far emergere la qualità del prodotto artigianale. Quello che invece lamenta la signora Annastella riguardo alle associazioni di categoria è una scarsa sinergia, l’incapacità di unirsi per dare voce e forza alla categoria. Verona offrirebbe molte opportunità dal punto di vista lavorativo, basti solo pensare alla stagione areniana. A riprova di questo spiega che quest’anno non hanno potuto ripetere le sfilate in Bra perché non sono riusciti ad ottenere nuovamente lo spazio della Gran Guardia dal Comune. Una grande occasione mancata, perché quello della sartoria è un lavoro che negli anni è cambiato, anche a causa dello sviluppo dell’industria di settore, e che quindi ha bisogno di proporsi, di mostrarsi in pubblico.
ATELIER MARANI
Piazzatta Antonio Tirabosco, 8
La storia dell’Atelier Marani inizia 25 anni fa e nasce dall’amore incondizionato della signora Lauretta per l’artigianato, per le cose fatte a mano, ed in particolare dal suo grande amore per un materiale molto versatile: il tessuto «Mi piace toccarlo, sentirlo, viverlo fino in fondo» spiega con entusiasmo. Chiarisce subito che lei non è una sarta e quindi per la realizzazione del suo progetto si è avvalsa dell’aiuto di collaboratrici eccezionali, ancora con lei dopo tanti anni. Insieme hanno dato vita all’atelier, che con il tempo è cresciuto, per cui al nucleo originale si sono affiancate alcune giovani collaboratrici. Quando deve realizzare un abito pensa alla persona che lo indosserà, alla sua storia, ai suoi desideri. Si può dire che prima di vestire il corpo la signora Marani vesta l’anima. Questo è tanto più valido, quanto più è importante l’occasione per il quale il vestito viene creato. L’atelier realizza tutti i tipi di abiti, anche se da un po’ di tempo il lavoro è indirizzato prevalentemente nella creazione di vestiti importanti, come quelli da sposa, da cerimonia e da sera, per questo per la stilista è ancora più importante tenere conto di chi si ha davanti. L’abito è il risultato finale di un cammino che si compie insieme alla cliente e presuppone un dare ed un avere continuo. La signora Lauretta afferma di essere cresciuta moltissimo grazie allo scambio umano con le sue clienti e spera di aver trasmesso qualcosa a sua volta, di non essersi limitata ad aver realizzato dei vestiti.
Di questi tempi avvicinarsi alla sartoria sembra fuori moda e le giovani che si sposano o che vanno a qualche serata particolarmente importante all’inizio lo fanno con una certa diffidenza, anche perchè non sanno cos’è una sartoria, quando però lo capiscono si entusiasmano. «A questo punto esce la parte ludica di questo lavoro» spiega la stilista, la parte ludica che consiste nella gioia di dare forma ad un’idea, all’idea del sé.
Oltre alle giovani che si accostano all’atelier solo per le occasioni particolari ci sono poi le signore che sono sempre andate in sartoria e che conoscono molto bene questo mondo. Anche secondo la signora Marani questa è però una fascia di clientela che si va assottigliando sempre più, per una questione di età e di mancato rinnovo fisiologico, vista anche la grande offerta del mercato nel settore dell’abbigliamento che riesce a proporre anche prodotti molto belli e curati. Secondo la stilista le associazioni di categoria cercano di contrastare il fenomeno promuovendo il lavoro della sartoria attraverso l’organizzazione di eventi, anche se lei personalmente non ha mai partecipato ad una sfilata e questo non perché non ci creda o non riconosca l’importanza di farsi conoscere, ma perché è soddisfatta di quello che fa, della nicchia che si è creata del suo passaparola. Le piace quello che ha e afferma di non aver mai avuto necessità né desiderio di uscire, pur ritenendo giustissimo far conoscere il lavoro degli atelier attraverso le sfilate. Quello che manca alle associazioni di categoria della città secondo la signora Lauretta è la capacità di progettare per il futuro dei giovani che si avvicinano a questo lavoro. Non riesce a spiegarsi come ad esempio, non sia possibile creare una sinergia tra la scuola e l’Arena. Perché non cercare di valorizzare i talenti che si hanno e continuare a far fare i costumi delle opere alle sartorie di Roma o Milano? Perché non dare ai giovani la possibilità di entrare in questo mondo, magari anche attraverso degli stages nelle grandi sartorie teatrali. Proprio pensando al futuro delle sue giovani collaboratrici da qualche anno all’attività classica dell’atelier ha affiancato un nuovo settore: quello delle riparazioni sartoriali in supporto ad alcuni negozi di grandi firme. Quello dell’atelier è infatti un discorso molto particolare, si instaura un rapporto molto personale tra chi crea e chi usufruisce della creazione e quindi quando andrà in pensione la signora Marani non vorrebbe che tutta l’ energia e la professionalità che si sono create nel corso degli anni andassero perse. Così pensando al futuro ha accettato che si facesse largo questo nuovo settore, vista anche la forte richiesta di questi negozi di avere alle spalle una sartoria per le riparazioni di un certo tipo. Un altro impegno costante dell’atelier è quello di accogliere come stagisti gli studenti che provengono dall’istituto Bon Brenzoni, unica scuola statale a Verona che abbia un corso per operatori della moda. Durante gli anni si è instaurato un ottimo rapporto con le insegnanti e l’esperienza con gli studenti si è rivelata assolutamente positiva. L’ultima lavorante assunta dall’atelier è proprio una ragazza conosciuta attraverso il meccanismo degli stages scolastici. Anche quest’estate l’atelier ospiterà un giovane stagista inviato dalla scuola. Lo studente per un mese e mezzo avrà modo di scoprire cosa sia il lavoro in una sartoria e potrà altresì farsi conoscere ed iniziare a costruire il suo futuro. Secondo la signora Marani sono molti i giovani che hanno voglia di cimentarsi con questo tipo di lavoro, che è sì un lavoro che richiede sacrificio, dedizione e amore incondizionato, ma è anche un lavoro che restituisce tutto quello che chiede.
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Artisti a Verona: i luoghi cari al cuore dove l'arte si nutre
di Elisabetta Zampini
Una frangia di mare, le rotaie tra le fila di case, un muretto a secco, un marciapiede, un albero, una strada: i luoghi, talvolta anche dove l’estetica difetta, perdono la cifra dell’anonimato, diventano testimoni di quotidianità e danno nutrimento alla vita. Disegnano una geografia dell’anima dove il rapporto tra l’uomo e il territorio va oltre il sentimento ecologico e rivela piuttosto un’appartenenza interiore, un legame cangiante tra la materia del mondo e il cuore. Cinque artisti di Verona dialogano con i luoghi a loro cari, regalando un piccolo e inedito itinerario attraverso cinque tappe significative che diventano occasione per parlare anche dell’arte e della vita. E la città si svela in un volto nuovo.
Carla Collesei Billi
Scultrice
San Rocchetto, a Quinzano
Carla Collesei Billi è un’artista dai molteplici interessi. Ma le sono particolarmente congeniali le forme tridimensionali. Ama sperimentare materiali diversi che modella e reinterpreta. Nella sua ultima esposizione, “Dentro l’ombra”, ha presentato una serie di teste realizzate con abiti dimessi, lenzuola, lini da corredo.
Nato dopo un lutto, questo lavoro è il tentativo di dare forma, colore al dolore per prenderne le distanze. «Per me l’arte è terapia e conoscenza. Non rappresentazione estetica ma un bisogno. La mia cifra è la ricerca. Affronto ogni nuovo interesse con profondità, come occasione per andare al fondo di me stessa. È un approccio meditativo che si fonda sulla relazione. Le persone che incontro diventano il continente da esplorare e la via d’accesso sono gli occhi. Ecco perché il tema ricorrente nella mia arte è il volto. Nell’incontro, per sintonia o dissonanza, arrivo al mio io più profondo e lì trovo qualcosa di già precostituito che poi rendo visibile con l’opera d’arte. Non è un inventare qualcosa che non c’era, ma un trovare qualcosa che era già lì, pronto per essere visto. L’esperienza del medium.
Amo i luoghi in cui viene nutrita la mia immaginazione. Accade in particolar modo a San Rocchetto. Ci si arriva solo a piedi, dopo una piccola salita che è un avvicinamento assaporato verso un luogo di benessere, un asilo. E poi è come trovarsi nel centro del mondo, con il cielo ampio, la natura poco coltivata, la piccola fonte, le tracce di antichi insediamenti dell’età del ferro e la chiesetta costruita su una grotta. Stratigrafie di vicende che lo rendono luogo dell’anima. Sei fuori dalla città, ma la vedi, ne senti il rumore: è come guardare se stessi dal di fuori. Essere dentro e fuori nello stesso tempo».
Arnaldo Ederle
Poeta
Canale Camuzzoni
Arnaldo Ederle è poeta, critico e traduttore. Le sue più recenti pubblicazioni sono “Sostanze” (Bonaccorso editore, 2005), “Varianti di una guarigione” (Empirla, 2005), “Dieci divagazioni sul corpo umano” (Mondadori, Almanacco dello Specchio 2008) e “Stravagante è il tempo” con il quale sta concorrendo al Premio Viareggio. Scrive per “L’Arena” e collabora a “Poesia” di Milano. «Che cosa sia la poesia in astratto non so. Riesco a parlarne solo in concreto, attraverso il mio percorso. Fin da giovane volevo fare la carriera di artista. Inizialmente presi la strada della musica, ma mi resi conto che ci volevano anni per poter comunicare attraverso questa forma espressiva. Io avevo urgenza. E trovai una risposta nella “parola”. Cominciai a scrivere. Negli anni ’60 frequentavo già gli ambienti poetici, l’avanguardia del Gruppo 63. La poesia è un lavoro manuale e costante. Nel 1993 c’è stata una svolta importante: ho abbandonato lo stile narrativo per aprirmi a una dimensione lirica, più libera.
Un protagonista del mio ultimo lavoro è il canale Camuzzoni. Lo attraverso tutti i giorni per andare a prendere il caffè. L’acqua che scorre mi ha accompagnato per tutta la vita. Infatti sono nato in Sottoriva, a due passi dall’Adige. L’acqua che scorre cambia continuamente: è un’immagine per me più potente di quella del mare. In questo rituale quotidiano mi fermo a controllare lo stato dell’acqua, il colore, se il canale è in piena o in secca per ripulirne i fondali, con le sorprese anche disumane che può riservare. C’è molto da dire. È come se ogni giorno incontrassi una persona».
Luigi Scapini
Pittore
Castel San Pietro
Luigi Scapini è illustratore e pittore surrealista. Di particolare rilievo sono le illustrazioni realizzate per l’edizione di “Pinocchio” della Cassa di Risparmio di Verona (1982). Si è dedicato all’arte sacra in diversi contesti religiosi. Famosi sono i suoi tarocchi diffusi in tutto il mondo.
«Mi definisco un artista visionario. In me fin da piccolo i confini tra l’attività onirica e quella reale non sono mai stati ben definiti. Mi interesso della realtà oltre la realtà, la parte immaginifica, i mondi nascosti e talvolta anche inquietanti. Non si tratta tanto di rappresentare creature o luoghi fantastici, quanto del modo in cui si usano colore e forme per suggerire questo “oltre”. I laboratori che conduco nei centri di salute mentale vogliono aprire un porta alle visioni dei pazienti e non eliminarle. Lavoro molto sul simbolo, inteso come un ponte che mi porta verso la complessità nei confronti del reale. I tarocchi, ad esempio, mi interessano perché sono fatti di un linguaggio complesso che contiene diverse possibilità di significati, di rimandi.
Amo particolarmente Castel San Pietro perché rappresenta la parte esoterica della città, la città magica. Ne parlò Umberto Grancelli nel suo libro “Piano di fondazione di Verona romana”. Su questo colle ci furono i primi insediamenti abitativi e sorgeva il tempio di Giano, collegato attraverso degli allineamenti astronomici ad altri punti di forte valenza simbolica di Verona, quasi a dare un’idea mandalica della pianta originaria della città. Qui vicino poi c’è l’istituto dei Comboniani, dove ho decorato la cappella; sotto ci sono il teatro romano e il Ponte Pietra, il punto in cui l’Adige canta di più per via delle rapide: da qui si sente benissimo».
Beatrice Zuin
Attrice e regista
Scalinata di Palazzo Barbieri
Attrice e regista, il suo percorso è legato al teatro comico-gestuale, chiamato il “nuovo circo”. Collabora con “Eventi Verona” per la promozione di eventi di teatro urbano. È direttrice del Dim, Teatro Comunale Martinelli di Sandrà, per il quale ha realizzato la rassegna “Il teatro che sorride”, ideatrice di “Fuoriluogo”, l’edizione 2009 di Baldofestival, dove il territorio diventa palcoscenico rivisitato per concerti e performance.
«Quando frequentavo i corsi di teatro spesso mi sentivo dire che il teatro è amore. Allora mi sembrava retorica, quasi mi infastidiva. Più tardi ho capito. In effetti è così. Fare teatro è un dare, un darsi agli altri in modo univoco. Non è un pavoneggiarsi per mostrare quanto si sia bravi per ricevere in cambio un riconoscimento. È uno scambio di amore. È come un abbraccio, tra attori e pubblico. Dove niente è dovuto. Implica umiltà, un lavoro serio con se stessi prima di tutto. Poi esistono tante idee di teatro, tante grammatiche. Personalmente a me piace il teatro dove i diversi linguaggi si incontrano e che sconfina con il teatro di ricerca.
La scalinata di Palazzo Barbieri è un luogo importante per me perché proprio qui il 31 dicembre del 1998 è ripartita la mia vita. Come il teatro anche la vita è amore. È la benzina. E quando lo si cerca disperatamente si commettono errori e l’esistenza diventa un zigzagare. Ma quella sera, inaspettata, è iniziata la storia con mio marito Angelo. E due anni fa proprio qui ci siamo sposati. Poi con questa colonnata, mi ricorda l’ingresso di un teatro ottocentesco. E accanto ci sono l’Arena e Piazza Bra, luoghi di teatro e di spettacolo. La piazza, con la sua circolarità, sembra chiudere in un abbraccio tutto questo spazio».
Luca Donini
Musicista
Il sentiero lungo il fiume in Lungadige Galtarossa
Sassofonista di grande talento, compositore e direttore. Ha un’intensa attività concertistica sia in Italia che all’estero dove ha partecipato ai più importanti festival jazz. Il suo ultimo lavoro discografico si intitola “Live in USA” registrato nell’Iowa al July Jazz Festival del 2008. Attualmente è titolare di cattedra di saxofono e docente del dipartimento musica jazz presso il Conservatorio Musicale Statale “A.Buzzolla” di Adria.
«Ho dedicato tutta la mia vita alla musica. L’ho sentita fin da bambino ed è una forza che dentro continua a darmi dei calci per trovare un canale, una via d’uscita. È qualcosa che arriva dal profondo. Come un mare che lascia sulla riva reperti, cose meravigliose che sono il concentrato del proprio sentire, del mondo che si ha dentro, frutti non contaminati dal calcolo, oltre la razionalità. È la pura essenza dell’anima. Purezza. Dono. A volte mi stupisco, mi spavento, mi emoziono nel vedere cosa esce dall’oceano pieno di storia che ho dentro. La mia creatività è legata al sentire, a una forma di amore incondizionato: mi piace provare assieme al pubblico, in uno scambio reciproco, momenti di forte emozione ed energia.
È sorprendente il fatto che bastino pochi minuti per lasciarsi alle spalle la frenesia ed il traffico intenso del Lungadige Galtarossa ed entrare in un luogo straordinario, quasi una foresta incantata dove buttare via le tensioni che si assorbono durante la giornata. La natura, l’acqua ed il silenzio sono tre componenti che riescono a ricaricarmi. La natura pulisce, rigenera. Venivo qui in riva all’Adige quando studiavo al Conservatorio o quando ero in città. Per meditare, scrivere, e ristabilire un equilibrio interiore, fonte di ispirazione. È uno stato di quiete, di centratura, che porta alla creazione artistica».
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Internet, telefonini, notizie... ma la comunicazione è un’altra cosa
di Rino A. Breoni
È tempo d’esami. Davanti ad uno degli istituti superiori più vecchi della città, sostano gruppetti di studenti che conversano vivacemente e scherzosamente. Non è tuttavia difficile cogliere, nell’apparente esuberanza, una reazione allo stato d’animo che ogni studente vive nell’imminenza di una prova d’esame. Devo transitare vicino ad un loro crocchio ed infatti sento che le battute scherzose riguardano la prova che li attende. Niente di strano. Ad una interiore trepidazione o paura, viene facile reagire con il brio e lo scherzo. Ma viene anche voglia di dire loro una parola di augurio ma dovrei giustificare questa attenzione. L’Istituto davanti al quale i maturandi aspettano, l’ho frequentato, per l’insegnamento della Religione, negli anni ‘65/’70. Abitavo con il Rettore della Chiesa che ora mi è stata affidata, San Lorenzo. Camminando, i ricordi affiorano. Di prima mattina dei giorni feriali, nella piccola chiesa romanica, attendevo pregando l’ora della celebrazione ed era un continuo via vai di ragazze e ragazzi che entravano per una preghiera. Scherzosamente dicevo che si sarebbe potuto intuire quando c’erano compiti in classe, dal numero crescente di ceri che venivano accesi davanti al Crocifisso oppure all’immagine della Madonna.
Oggi, niente di tutto questo. I ragazzi stazionano ali tavolini del bar, bevendo qualcosa insieme. Sono passati quarant’anni. Ciò che mi colpisce non è la perdita di consuetudini religiose, qualche volta forse venate di attese e di secondi fini, ma il profondo mutamento avvenuto nella generazione studentesca attuale. I giornali, che necessariamente danno notizia di eventi come le prove di “maturità”, ci mostrano ragazzi chini sul loro banco muniti di vocabolario o di qualche altro strumento consentito, ma ci mostrano anche tavoli pieni di cellulari, depositati prima dell’inizio della prova, perché strumenti non consentiti. Devo confessare che questo congegno della tecnologia, di cui riconosco l’utilità, mi intimorisce e mi complica la vita. Vado più sicuro con la vecchia e simpatica cornetta. Ma se il cellulare è vietato dalla normativa scolastica significa che può veicolare informazioni, suggerimenti, quali invece , nel contesto d’esame, dovrebbero venire dallo studio e dalla specifica preparazione. Questo mi pare un mutamento di rilievo. Lo studente di un tempo non disponeva che del bagaglio acquisito studiando; poteva forse attendere qualche suggerimento dal banco vicino (quante strategie per collocarsi a fianco di chi era riconosciutamene “bravo”) e poi, se credente, si affidava anche alla preghiera. Credo pertinente anche in questa situazione, l’aforisma di un grande che diceva: “La preghiera non risolve nessun problema, caso mai ci aiuta a vederlo in una luce diversa”. Poteva anche essere che la preghiera di chi, prima dell’esame o di una interrogazione entrava in San Lorenzo, risultasse coscienza d’avere fatto il proprio dovere, affidando poi al Signore la richiesta di un particolare aiuto di lucidità e calma intellettuale, oppure inquietante interrogativo sulla inadempienza al proprio dovere di preparazione. Oggi si può ricorrere al cellulare, a internet, a tante altre diavolerie, certamente utili ma che sembrano però limitare lo spazio di espressività dello studente. Non toccano a me considerazioni di merito ma frequentando ancora la cattedra, percepisco il disagio di colleghi che sottolineano il decrescente livello di preparazione, la difficoltà espressiva verbale e scritta, l’orizzonte sempre più povero del sapere. Non penso sia colpa del cellulare ma certamente non ne è estraneo. In fondo anche un suggerimento verbale durante la difficoltà dell’esame, era una comunicazione con precise modalità e precise risposte. Oggi no. Un minuscolo visore, attivato con un pulsante, offre notizie, suggerimenti certamente utili, ma azzera ogni tipo di comunicazione. Non solo con chi è imbarcato nella stessa prova di esame ma anche con il Padreterno. E questo sarebbe l’uomo adulto? Nessuna nostalgia per gli anni andati: gli studenti rimangono adolescenti in crescita i quali, anche se ricchi di strumentazione tecnologica, risultano impoveriti e derubati dello sforzo di comunicare quando ne hanno necessità. Davvero i tempi sono cambiati. Non mi pare sufficiente la sola costatazione. Servono forse analisi e attenzioni più precise.
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La musica nel teatro di William Shakespeare
di Nicola Guerini
Quando si affrontano gli aspetti del teatro di Shakespeare quello musicale desta sicuramente grande interesse e curiosità tra gli studiosi e gli appassionati.
Nel periodo elisabettiano la musica faceva parte della vita quotidiana di re, nobili, cortigiani, ma anche di contadini, artigiani, fabbri che la praticavano con entusiasmo, anche se spesso senza le dovute conoscenze teoriche.
Accanto ai musicisti di corte e ad altri gruppi ufficiali, vi erano anche esecutori più modesti che venivano chiamati ad intrattenere gli invitati ai matrimoni, oppure suonavano musica strumentale e cantavano ballate o catches in taverne e bordelli. In questo caso però, non essendo al servizio di nobili, erano considerati come vagabondi e furfanti.
Nel XVI e XVII secolo non era inconsueto udire il suono di una cetera provenire dal negozio di un barbiere, dove i clienti che attendevano il loro turno, potevano esercitarsi con questo strumento.
Tra le forme d’arte dell’epoca non era trascurata la danza che divenne sempre più importante anche a corte, dove veniva elaborata e resa più complessa, fino a trionfare nella pantomima simbolica del masque.
La varietà delle danze riscontrabili nel periodo elisabettiano manifesta l’enorme popolarità di un’arte apprezzata e praticata da tutte le classi. Se la pavana era caratterizzata da un movimento solenne che annunciava l’entrata trionfale di dei e imperatori nella finzione del masque, il rapido ritmo della gagliarda dava ai gentiluomini più giovani, ma anche agli umili, la possibilità di esibire agilità e grazia.
L’Età elisabettiana, conosciuta anche come “The Golden Age”, è nota per l’importanza conferita alla musica, tanto che per accontentare le richieste del pubblico, i drammaturghi inserivano, anche a sproposito, ballate, gighe e cori. È un abile scrittore per teatro come Shakespeare che trasforma l’intervento musicale in un potente strumento retorico e condizionante, che piega il volere degli interpreti, imponendo la propria armonia: serve a caratterizzare i personaggi che cantano e quelli che ascoltano; descrive momenti di baldoria e di vita di corte; contribuisce a creare la particolare atmosfera malinconica che distingue le diverse scene, evitando così pesanti spiegazioni verbali: accompagna l’entrata o l’uscita dei personaggi e mette in forte risalto gli aspetti essenziali del dramma. In alcuni casi il drammaturgo inglese ricorre a richiami musicali talmente noti, che bastava accennarli per risvegliare tra gli spettatori una serie di associazioni ed implicazioni, che possono invece sfuggire al lettore moderno. Infine, allusioni e metafore associate a strumenti o addirittura a concetti filosofici legati alla musica, erano facilmente comprensibili, in un periodo in cui questa arte veniva praticata con entusiasmo da esponenti di tutte le classi. Una eliminazione della musica propriamente intesa dai drammi e dalle commedie shakespeareane sarebbe una perdita grave e una sciocca riduzione dell’arte del drammaturgo inglese.
Nei testi delle sue opere teatrali sono indicate almeno 100 canzoni che i vari personaggi devono cantare e innumerevoli momenti in cui si deve udire musica. Shakespeare fa parlare di musica anche alcuni suoi attori.
Celebre è il verso di Lorenzo ne Il Mercante di Venezia: “L’uomo che non ha alcuna musica dentro di sé... è nato per il tradimento, per gli inganni, per le rapine”. Verso rivelatore dell’opinione del tempo della relazione tra sensibilità musicale e condotta morale. Amleto insegna a Guilderstein ad utilizzare il flauto con un linguaggio preciso e Ortensio fa a Bianca, ne La bisbetica domata, una vera e propria lezione di musica, sia pure a scopo seduttivo.
L’uso più ovvio della musica in Shakespeare è quello di “musica di scena”: nei banchetti, nelle processioni, nelle serenate, come richiamo nei duelli e nelle battaglie, la musica doveva immancabilmente esserci,perché nella vita reale così avveniva.Vi era poi un uso “suggestivo” della musica in momenti particolari dell’azione: per indurre il sonno, l’innamoramento, guarigioni miracolose si udivano musiche di solito provenienti da una fonte che rimaneva nascosta al pubblico o almeno ai personaggi coinvolti.
Vi era infine un uso “artistico” della musica, fatto per sottolineare e amplificare il carattere dei personaggi o l’atmosfera delle scene.Tra i tanti esempi, le canzoni che Desdemona e Ofelia cantano in momenti cruciali dei rispettivi drammi. Qui la musica assume una funzione di potenziamento drammatico che va al di là della pura musica di scena. E così ne Il racconto d’inverno la musica che è prescritta durante il ritorno alla vita della statua di Ermione, e che segna anche la riconciliazione tra il re e la regina, crea una atmosfera emotiva che la sola parola , per Shakespeare, non bastava evidentemente ad esprimere. Così come il vero e proprio masque del IV atto de La Tempesta è totalmete inerente al dramma.
In ogni caso la musica in Shakespeare non è mai intrattenimento o diversivo ma un effetto calcolato a fini poetici e drammatici.
Le “risorse musicali” di Shakespeare erano prima di tutto le voci degli attori, alcuni dei quali anche cantavano,tra queste assai importanti le voci bianche dei ragazzi rimasti anonimi che interpretavano le parti femminili (Giulietta, Cleopatra, Ofelia, Desdemona, Caterina la bisbetica, Lady Macbeth).
Vi era poi una orchestra di piccole dimensioni con trombe e oboi, corni, campane, liuti e archi che interveniva a seconda della situazione. In questo caso il gruppo strumentale utilizzato doveva essere posto ad una certa distanza dagli attori, oppure doveva essere in grado di eseguire una musica sommessa, in modo da non oscurarne la voce. Scene di baldoria potevano essere accompagnate da allegre melodie, mentre tristi canzoni di prigionia erano inserite in scene di carcere.
Quanto alle canzoni e alle musiche strumentali (danze, marce, serenate) esse erano in gran parte motivi già noti al pubblico e gli effetti musicali “suggestivi” erano tali che gli strumentisti potevano eseguirli senza necessità di un compositore vero e proprio.
Solo più tardi la composizione di musiche di scena “nuove” divenne un redditizio interesse per i compositori e una forma di espressione artistica.
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Come ci si fidanzava un tempo in Lessinia
di Alessandro Norsa
È difficile comprendere il valore ed il senso dei rituali tradizionali di fidanzamento se non viene presa in considerazione l’importanza del rito nella civiltà contadina e pre industriale.
Se al giorno d’oggi ci chiedessimo quali riti conosciamo dovremmo prendere qualche istante per comprendere meglio la domanda. Fino agli inizi del XX secolo l’intera vita era scandita da tempi e ritmi segnati da riti; v’erano pertanto i riti legati alla ciclo dell’anno, quelli inerenti al ciclo della vita, ed, in campagna, quelli agrari.
Ernesto de Martino definisce i riti come “un insieme di fatti, che viene eseguito secondo norme codificate. I comportamenti del rito offrono rassicuranti modelli da seguire, costruendo quella che viene definita come tradizione”.
Pertanto i rituali di fidanzamento davano la possibilità di accedere velocemente all’approccio con l’altro sesso, diminuendo la titubanza del momento iniziale. Vediamo nello specifico con degli esempi a cosa mi riferisco.
Uno dei tradizionali riti di approccio che ho raccolto a Roverè voleva che fosse il giovane a prendere l’iniziativa recitando:
“Bela butela
con le frische o con le frasche
dale sirese o dale marasche
da quell’albero spinoso
da quand’è che no vedì ‘l vostro moroso”.
La risposta della ragazza era:
“Se no l’ho visto no lo aspeto
se no l’è quel che g’ho visin adesso”
Un altro esempio consisteva nell’avvicinarsi e dire:
“Signorina dale corde mole,
èla contenta che fasemo
quatro parole?”.
Se la ragazza fosse stata interessata al giovane avrebbe risposto:
“Se i è mole le stendaremo,
quatro parole le faremo”.
Un tempo in Lessinia, come in gran parte delle aree rurali, le occasioni di contatto tra i giovani erano piuttosto scarse: la sagra, la messa, il vespro. I primi tentativi di corteggiamento potevano avvenire sul sagrato della chiesa o al ritorno da queste ricorrenze, quando i ragazzi cercavano di accompagnare le ragazze per dei tratti di strada. Se la capacità dialettica era vacillante i corteggiatori tentavano di attirare l’attenzione delle ragazze facendo loro qualche dispetto (gli intervistati che mi hanno riferito con piacere di aver partecipato a molti di questi scherzi non sono sposati; che sia un caso?). Frequente fra le vallate lessiniche era anche il passaggio dei sensari, che favorivano dietro compenso certe combinazioni matrimoniali. Vi sono numerosi aneddoti sulle coppie formate dai sensari, a volte in modo bizzarro, combinando i difetti dell’uno e dell’altra.
Il periodo ideale per il corteggiamento era tra il Carnevale e la Pasqua (eccettuato il periodo di Quaresima). V’era un tempo l’usanza, per un ragazzo che avesse desiderato fidanzarsi con una ragazza, di mettere la notte precedente la Domenica delle Palme davanti la porta della corteggiata una palma di olivo infiocchettata. Se la ragazza gradiva lo spasimante si recava il giorno successivo in chiesa alla Santa Messa con la palma in mano. Ricambiava poi il gesto donando dodici uova il giorno di Pasqua.
In generale le ragazze preferivano sposare persone di altri paesi. Durante il periodo carnevalesco gruppi di spasimanti mascherati si avventuravano per le vallate alla ricerca di case dove abitassero molte butele (maggiore era il numero di ragazze, maggiore era il possibile successo). Normalmente i ragazzi della contrada non apprezzavano queste scomode intrusioni. Se i foresti avessero “portato via” le donne della loro frazione avrebbero dovuto fare dei chilometri a piedi per cercarne delle altre. Numerosi sono i racconti di appostamenti nei vai e nei dirupi dove aspettavano gli scomodi intrusi con ceppi di legno e pietre.
I “linciaggi” potevano essere anche ordinati da ragazze poco interessate al corteggiamento di spasimanti molto insistenti; queste chiedevano ad alcuni amici de tenderlo fora e sassarlo. Non sempre era necessario arrivare a questi estremi, molto più spesso invitavano un altro pretendente nello stesso momento in cui prevedevano potesse giungere quello indesiderato; in questo caso si diceva che la ga fato la simia.
Prima dei fidanzamenti ufficiali i ragazzi potevano tentare di avere con le ragazze dei dialoghi segreti o di corteggiarle cantando o facendo cantare da un cantastorie le matinàe (serenate) alla finestra della loro camera (tradizione raccolta ad Erbezzo).
Al momento opportuno, dopo mesi di incontri in pubblico o brevi incontri segreti, la ragazza incoraggiava il ragazzo a chiedere il consenso dei suoi genitori. Allora il giovane, scrive Bonomi nel 1982, magari pagando la domenica un bicchiere all’osteria al padre, si faceva coraggio e diceva: “Saressi contento che ghe parla a vostra fiola?” Costui, previe le solite raccomandazioni di far giudissio e che no se senta dir gnente in giro, dava di solito il consenso. A questo punto il giovane veniva accolto come moroso. Il consenso al fidanzamento era subordinato la maggior parte delle volte alle possibilità economiche della sua famiglia. In uno scritto del 1979 ad opera di Corrain, Capitano e Scardoni gli autori scrivono di aver raccolto dagli informatori che per la dote erano necessari: venti vache, ‘n toro e ‘n caval bianco. Non ci è dato sapere il motivo per il quale la tradizione che ci è pervenuta riportasse un numero così abbondante di bestiame, dal momento che normalmente i contadini ne possedevano solo qualche capo.
La giovane coppia di fidanzati, prima di poter pensare di sposarsi, doveva generalmente frequentarsi per molto tempo. In quel periodo si diceva che i giovani discorrean (parlavano). Gli incontri avvenivano in stalla durante il filò alla presenza di tutti, e, se in casa, sotto il controllo della madre della ragazza.
Ogni visita del giovane iniziava con un dialogo rituale tra lui e la futura suocera: “Bona sera, son vegnù par sentarme vissin a vù, ma no so se sì contenta”. A questo punto il pretendente starnutiva per camuffare l’imbarazzo, e la donna rispondeva:
“Dio vi assista, o bel castelo”.
L’alterco continuava nel modo seguente:
“Vî falà, ma no son quelo”.
“So ben no sî quelo, gnente importa, Dio vi assista ‘n’altra volta”.
“Come el vostro cuor desidera
o mar de contentessa”.
In caso di rottura del fidanzamento, se il giovane aveva l’ultima parola si recava dalla ragazza dicendo:
“Bonasera, brava puta, son vegnù con ‘na calsa tira su, e con ‘na brindolera; cara puta, bona sera”.
Dopo la rottura dell’unione era pericoloso per il fidanzato recarsi nella contrada della morosa vecia. Non sono conosciute frasi rituali ad uso delle ragazze per interrompere i fidanzamenti; in questi casi in paese si diceva che la ga dato el saco.
Il ragazzo poteva vendicarsi il giorno delle Palme cospargendo di segatura il percorso che conduceva dalla casa alla stalla; in questo modo intendeva offenderla paragonandola alle vacche contenute in quel ricovero. Oppure venivano composte delle siatire, dei componimenti in rima dileggianti.
Le rare volte in cui due giovani intendevano sposarsi contro la volontà delle famiglie ricorrevano alla fuga concordata (quello che in Sicilia viene chiamata la fuitina). Se invece il percorso del fidanzamento era regolare ed andava a buon fine si giungeva alle pubblicazioni, ed i morosi diventavano noissi.
Quindi, dopo mesi di frequentazione, il giovane, accompagnato dal padre o da un fratello, si recava a fare la richiesta di matrimonio, che solitamente avveniva dieci giorni prima delle nozze.
Il giorno stabilito, all’ora di pranzo, il padre, accompagnato dal futuro sposo, si recava a casa della famiglia della fidanzata per “andare a domandare la mano della sposa”. La famiglia della nubenda “faceva il massimo” a seconda delle proprie possibilità per accogliere i due futuri parenti.
Questo rito aveva il nome di: el va a sbregar la cioca (Vajo dello Squaranto), el va a domandarla (Cerna). Seguiva un pranzo ufficiale di fidanzamento, ristretto alle famiglie dei promessi sposi, che si svolgeva o di giovedì o di sabato.
La frase rituale con cui si presentava il padre dello sposo alla famiglia era: “Savìo parchè son vegnù? Son vegnù a domandarla”. Quel pranzo coincideva con il contratto che suggellavano i genitori per la dote e le spese matrimoniali. Gli intervistati riferiscono che spesso le spese erano compartecipate a seconda delle possibilità. Ad esempio era tradizione che lo sposo dell’acquisto della camera da letto e la sposa si occupasse del confezionamento del corredo.
Il corredo (la dota) poteva essere motivo di vanto anche tra le amiche, perché rappresentava la ricchezza.
I giorni prima del matrimonio un estimatore di dota passava a casa della nubenda per fare l’inventario. Gli estimatori normalmente erano sarti perché conoscevano il valore della stoffa; in mancanza di questi prendevano il loro posto altre persone nell’ambito del commercio, che si facevano da garanti del prezzo di ogni singolo capo della dota e quindi del suo totale.
Veniva fatta questa operazione per sancire ciò che la famiglia dava alla sposa nel momento del matrimonio; gli intervistati raccontano che in caso di morte della donna la famiglia di appartenenza poteva reclamare la dota, e più frequentemente veniva computata la cifra corrispettiva nel momento della distribuzione dell’eredità.
Si provvedeva allora alla stima scritta della dote della sposa, valutandola in termini di frumento, e al trasporto del corredo alla casa dello sposo, dove sarebbero andati ad abitare. La madre del nubendo aveva il compito di controllare e riporre ogni cosa nell’armadio (fornito dalla sposa), e di preparare il letto nuziale. La sposa inoltre faceva recapitare l’abito di nozze maschile, al completo, e doni agli abitanti della futura dimora. Spettava allo sposo fornire: il resto del mobilio della camera, il soprabito, le scarpe e, se v’erano le possibilità, qualche monile in oro per la sposa. La suocera regalava alla nuora la velata del matrimonio e, al figlio, i gemelli da camicia. Inoltre aveva il compito di chiamare il parroco a benedire la camera. La fidanzata doveva tenersi ben lontana dalla futura suocera (madona) e dalla sua casa.
La maggior parte dei matrimoni veniva celebrata in primavera, che era anche il periodo del corteggiamento, poiché era il momento dell’anno precedente a quello estivo, durante il quale non sarebbe più stato possibile dedicarsi ad attività “improduttive” a causa del grande lavoro agricolo. Da un punto di vista simbolico la primavera è anche il periodo del risveglio della natura ed il rigenerarsi del ciclo vitale.
I riiti di dichiarazione fra innamorati sono stati al giorno d’oggi sostituiti con la ricorrenza di San Valentino (14 febbraio), che, non più per un motivo legato al culto cristiano, ma piuttosto per ragioni commerciali, ha velocemente sostituito quelle tradizionali. Cambiano pertanto i sostrati culturali, rimane centrale l’idea che il risveglio della primavera ed il rigenerarsi della natura facciano sbocciare nuovi amori, l’unione delle coppie e la continuità della vita.
Si ringraziano per la preziosa collaborazione gli informatori:
Alfeo Guerra (Roverè Veronese), Renata Ronconi (Erbezzo), Zantedeschi Giobatta, Marchesini Angelina, Fraccaroli Paolo, Spiazzi Italo, Fraccaroli Paolina (Cerna).
Fotografie, dalla ricerca condotta con le Scuole Elementari di S. Anna d’Alfaedo, Archivio Alessandro Norsa, proprietari: Tommasi Giuseppina, Campedelli Ida, Piccoli Domenica.
Per approfondimenti:
Corrain C., Capitanio M., Scardoni L., Elementi di Etnografia del Vajo dello Squaranto e della Valle di Mezzane (Monti Lessini, Verona). in: Atti e Memorie della Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona, AA 1978-79, Serie VI, Vol. XXX (CLV), pp. 45- 77.
Bonomi E., Vita e tradizione in Lessinia. La Grafica. Vago di Lavagno, Verona, 1982.
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Piero Piazzola: nel libro Séngio Rosso la sintesi di una vita
di Aldo Ridolfi
È noto: ci sono uomini capaci di trasformare la materia, ivi compresa la parola, in opera d’arte e uomini in grado di fare della propria vita un’opera d’arte. Pur con importanti frequentazioni nella prima, Piero Piazzola appartiene a questa seconda categoria. Non fosse altro per il luogo che ha scelto come dimora definitiva, portando a compimento un presagio, una profezia, quasi un auspicio che sta in Aleluja; non fosse altro perché la sua ultima fatica, Séngio Rosso, il libro con cui si congeda, è carismaticamente postumo; non fosse altro perché le bozze di quest’ultimo lavoro egli le ha “vistate” in ospedale, tre giorni prima di entrare in coma.
Le linee della sua poetica, non strictu sensu considerata, ivi compresa, cioè, la storia e l’etnografia, sono semplici; i colori della sua tavolozza nitidi, ben campiti, chiaramente differenziati; i sentimenti a tutto tondo, le emozioni controllate, le tesi suggerite, in primis, dalla coscienza di appartenere ad un preciso mondo.
Ma andiamo con ordine, rispettiamo la cronologia, come Piero ha fatto in Séngio Rosso, non lasciamoci prendere dal fascino del flash back. Piero è nato a Campofontana nel 1924. Suo nonno proveniva da Tregnago e, arrivato a Campo come giovane maestro elementare, vi è rimasto tutto il resto della sua vita; suo padre è morto nel 1925, in seguito alle ferite riportate nelle guerre. A Piero, però, è rimasta l’Angela, la mamma, figura straordinaria, una “santa”, come lui stesso la definisce. Ha studiato a Campo, a Badia Calavena, a Verona e a Pordenone, presso il Don Bosco, e a Genova dove ha avviato l’avventura universitaria, mai conclusa. È stato repubblichino e partigiano, si è nascosto sulla montagna Alba, alla fine della guerra ha “consegnato le armi” alle Casermette di Montorio, qualche anno dopo ha iniziato, lassù a 1200 metri di altezza, la sua amatissima carriera di maestro elementare, vi è rimasto diciotto anni, poi è sceso alle “basse”.
Ha assimilato incantamenti infantili, tra questi la spigolosa sonorità del suo dialetto dal quale ha tratto armonie che ha rese sacre in Aleluja, la sua raccolta poetica, apparsa nel 1992 e riproposta da Bonaccorso nel 2004.
Ha raccolto, scritto, corretto bozze, impaginato riviste, coordinato studiosi, stimolato amici, concesso fiducia. Ha ricevuto riconoscimenti non pochi. Ha scritto per “L’Arena” e per “Verona Fedele”, ha disegnato e fotografato. Ha messo insieme una bibliografia di 174 voci, approssimata per difetto. Ha contribuito in maniera determinante a dare vita al Curatorium Cimbricum Veronense; ha fondato “Cimbri/Tzimbar” di cui è stato, per un lungo periodo, direttore responsabile; con Mario Pigozzi ha dato il via al Filmfestival della Lessinia; è stato amministratore comunale e animatore di Pro Loco, ha consegnato, forse il suo estremo gesto intellettuale, l’ultimo articolo, Far san Michele, a “Verona In” di cui era assiduo ed entusiasta collaboratore.
E approdiamo, così, a Séngio Rosso, il suo libro di memorie, presentato in queste settimane, nel quale rivisita serenamente – partendo dall’infanzia, attraverso la Resistenza e gli anni Cinquanta e narrando di persone e di fatti – la sua bella esistenza e dove trova posto, quasi a chiudere un cerchio di affetti, una commovente “Lettera postuma a mio padre”.
Si è spento nell’ottobre del 2008.
Talvolta, nella vita degli uomini, sembra che il fare finisca per oscurare l’essere, che il pragmatismo di chi realizza si ammanti di astuzia e di interessata lungimiranza. L’agire di Piazzola, all’opposto – è l’impressione di chi lo ha conosciuto nella fase finale della sua parabola –, si è svolto tutto e senza resto sotto le insegne dell’essere, per lui l’unica dimensione esistenziale capace di donare significato al suo lavoro.
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Il palio di Sanguinetto: tra «zostre e bagordi» in salsa scaligera
di Stefano Vicentini
Poi si rivolse, e parve di coloro/ che corrono a Verona il drappo verde/ per la campagna; e parve di costoro/ quelli che vince, non colui che perde. Sono i versi che concludono il canto XV dell’Inferno nella Divina Commedia, dove il protagonista Brunetto Latini, famoso politico e maestro di retorica del ’200, qui condannato tra i violenti, sta correndo di gran carriera per raggiungere la propria schiera, animato come i partecipanti del palio di Verona. Dante, che conosce la città in quanto ospite da esule degli Scaligeri, offre un ricordo breve ma nitido del tradizionale festoso evento (vi assiste nel 1304) in soli tre elementi: una corsa, un drappo verde e una traversata della campagna. Tra Medioevo e Rinascimento, nel contesto delle esibizioni di casati e signorie, il palio rivestiva un’evidente importanza come possibilità d’incontro nel tracciato cittadino delle gare (a Verona riguardava il rettilineo lungo i “corsi” Cavour e Portoni Borsari) tra genti di più varie condizioni sociali, con la presenza d’obbligo dei maggiori notabili: questo avveniva nelle prestigiose Padova, Ferrara, Mantova, Siena ma anche in tante altre città. Il “pallium” era un drappo, un panno di lana dato al vincitore, sempre più pregiato nel tempo grazie a fregi d’ornamento: nei documenti risulta però il termine “bravìum”, dal greco “brabeion”, un premio che veniva dato appunto al più “bravo”. A Verona, alla prima domenica di Quaresima – fonte di accese discussioni, spostamenti e ripristini – gli organizzatori scaligeri avevano creato due “bravia”, ossia la corsa a cavallo e a piedi, riservate agli uomini, ma alla fine del Trecento s’aggiunse la corsa a piedi delle donne e dal 1450 la gara degli asini, quindi quattro sfide. Come sostiene Dante, il pallio per un tratto si snodava nella campagna circostante la città: si riferisce precisamente proprio alla “Campagna d’erbe” o “herbeana”, a destra del fiume Adige, nella pianura a sud dell’abitato (oggi sopravvivono i toponimi Madonna di Campagna, Mezza-campagna, Sommacampagna). Difatti si correva dall’esterno all’interno passando dall’attuale Porta Palio e arrivando alla meta di Santa Anastasia, secondo un tratto lungo e retto; l’assegnazione del drappo verde valorizzava l’aspetto agonistico, ma attivava pure una festa di ampi significati, con giochi e tornei, con la tipica giostra medievale, insomma “zostre e bagordi”. L’entusiasmo saliva alle stelle, tanto che ancor oggi abbiamo pagine e note di cronisti e letterati, tra cui Boccaccio, Folengo, Ariosto e Ruzante che ci permettono di entrare nel vivo delle antiche manifestazioni nelle città; a Verona sembra essere stata istituita nel 1207 e rispettata fino al Settecento. Tutte queste gustose ed interessanti notizie ci vengono da una pubblicazione di Marino Zampieri, esperto di cultura e letteratura popolare che, dopo aver scritto alcuni anni fa un saggio sul Carnevale veronese, ha dato da pochi mesi alle stampe “Il palio, il porco e il gallo” (Cierre ed.) sulla storia del fastoso evento popolare oggi non più esistente. Con una mole doviziosa di atti Zampieri, approfondendo minuziosamente tutto – dalla volgare burla ai piaceri letterari intorno al palio, per arrivare a descrivere persino gli archetipi e i numerosi sovrasensi di cavalli, porci e galli – ha mostrato la vitalità della società urbana, la forza positiva d’una comunità non piegata dalle differenze di ceto o dalle ingiustizie. Ecco, ad esempio, il rito del 1450 raccontato dall’autore: “Il giorno prima della gara i palii, insieme ai premi riservati agli ultimi della corsa a cavallo e a piedi, le mezene di porco e il gallo, venivano prelevati dalla casa del podestà e con gran solennità di trombe portati tutt’intorno alla piazza del Comune, piazza Erbe; poi esposti super Domum Novam dove abitava il vicario del podestà”. Sembra che tale giro coi premi rinnovasse un corteo maccheronico del Carnevale in piazza dei Signori, con le maschere dei sanzenati e i portatori di cibi. Agli occhi dello studioso, si tratta di euforie ed esaltazioni sulla scia di rituali festosi antichi, dove l’incontro di piazza permetteva di celebrare una felicità condivisa da “siori” e popolo. Oggi, in tempi sovraccarichi di eventi che spesso confondono i sensi, il palio, ancora attivo in alcune città anche venete, resta una rievocazione in costume che salva almeno l’idea delle gare sportive e del banchetto gastronomico. Nel basso veronese, il paragone più attendibile con questo spirito, organizzato con cura all’ombra di un castello scaligero, è il Palio delle contrade di Sanguinetto, pur inserito nella Fiera-Festa del Toro di ben altro significato. Si svolge in maggio in un centro di soli quattromila abitanti e non vanta la continuità col passato, dato che è stato istituito solo da pochi lustri; tuttavia trova il suo punto di forza in un senso di gioia comunitaria che porta a un’attiva partecipazione, con vivaci esibizioni, festa polivalente e sano spirito agonistico. Dal palio veronese, in verità, ha ereditato alcune caratteristiche, pur perdendone altre: s’apre col corteo d’un centinaio di figuranti, naturalmente non consci di rinnovare le processioni rituali delle ambulationes romane; c’è la benedizione del parroco che dimostra la necessità d’un “placet” religioso alla festa popolare (Bernardino da Siena, nel Duomo di Verona nel 1422, lanciò i suoi strali contro la corsa del palio in Quaresima); s’anima l’intera comunità, al di là dei ceti sociali, nell’organizzazione e nella trasformazione in personaggi antichi, in stile carnevalesco, trovando ad esempio genti umili nella vita quotidiana che per il palio esibiscono gli abiti in broccato del fasto nobile veneziano. Non mancano, poi, il convivio con l’esibizione di musici e giullari, trampolieri e giocolieri, balestrieri e spadaccini, nonché le gare di abilità, singolarmente come gli arcieri o di gruppo come gli sbandieratori. Il paesaggio urbano asfaltato non permette purtroppo una presenza, come nelle antiche feste popolari, di animali da cortile, metafora del rassicurante ambiente domestico, né di buoi o cavalli, assai presenti fino alla metà del ‘900; in una piazza del centro si è comunque provato qualche anno fa a rivivere il gioco dell’oca, con gli animali sistemati alla meglio sulle caselle, ma s’è fermato per una reale difficoltà organizzativa. Più che il singolo atleta, il palio di Sanguinetto valorizza le quattro contrade: Cao de Sora, El gheto, El Castel e Cao de Soto. Queste partecipano ai giochi e alle gare, svolti nel pomeriggio domenicale nel prato della fossa circostante il castello, dalla gara co le bale al tiro con l’arco e con la balestra, dalla giostra del saracino a cavallo ai giochi riservati ai bambini. Ad alimentare l’idea medioevale c’è un mercatino di oggetti antichi intorno al maniero. Alla fine delle sfide si assegnano ai vincitori il Drappo del Drago (allusione forse ad una festa del 1520, quando il signore di Mantova Federico Gonzaga passò da Sanguinetto e fu ospite di Marcantonio Venier) e il titolo di Castellano, sigillato a fuoco dal Comune; in chiusura si assiste all’incendio del castello, con un ben augurante fuoco rigeneratore.
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A spasso in bicicletta: un percorso in Valpollicella tra ville, fontane e capitelli
di Donatella Miotto
Solo una lunga, dritta, trafficata, strada provinciale. A fianco, quando lo sguardo riesce ad oltrepassare villette a schiera e piccoli centri commerciali, le colline. Questa era per me la Valpolicella, fino a pochi anni fa. Solo attraverso la bicicletta, e la preparazione del primo percorso cicloturistico in collaborazione con alcuni amici del luogo, è arrivata la scoperta di un territorio verde, dolce e antico, dove pedalare alla ricerca di preziose testimonianze storiche. Torniamoci insieme: si tratta di un tragitto di circa 50 km, per lo più pianeggiante, con qualche tratto di sterrato, che ci porterà davanti a ben 16 ville d’epoca.
Percorrendo il lungadige arriviamo a Parona e continuiamo a pedalare lungo via Valpolicella, verso la zona industriale di Arbizzano, fino a quando, sulla destra, si apre la stradina sterrata che porta all’hotel Villa del Quar. Poco più avanti, sempre sulla destra, si trova la Fontana del Quar, purtroppo oggi quasi nascosta dalla vegetazione.
Proseguendo per via Cà Brusà, arriviamo all’incrocio; svoltiamo a destra e, subito dopo, sulla strada sterrata a sinistra: iniziamo una strada sterrata dove poco dopo, guardando a sinistra, troveremo la bella Fontana delle Cedrare e, in fondo alla via, Villa Zambelli Caldera.
Proseguendo dritti lungo via Claudia Augusta, arriveremo ai resti di Villa Banda, di fronte alla duecentesca chiesetta di San Martino, e da lì alla strada centrale di Corrubio, con le sue eleganti case dell’inizio del secolo scorso.
Raggiungiamo l’ingresso di Villa Amistà, oggi prestigioso hotel, (villa che meriterebbe una sosta se non fosse situata su una pericolosa curva) e giriamo a destra per via Negarine, dove costeggiamo il muro di Villa Sagramoso Sacchetti , annunciata dalla bella chiesetta di San Carlo, tempietto in stile romanico restaurato negli anni ’70.
Si prosegue dritti per via Calandrine, fra cipressi e oleandri; all’incrocio con la strada del vino giriamo a destra raggiungendo Villa Pullè Galtarossa. Dopo pochi metri si gira a sinistra per villa Saibante Monga, nota come Villa Costanza. Proseguiamo sulla strada sterrata ammirando il colle dove si erge il campanile di Cariano e, al bivio, giriamo a sinistra. La strada curva andando ad incontrare la stradina asfaltata che attraverseremo proseguendo per via Cariano, ancora su sterrato.
In località Croce, subito dopo la curva svoltiamo a destra, e proseguiamo diritti fino all’incrocio con un’altra stradina asfaltata. Giriamo a destra andando incontro ad un gruppo di case coloniche che oltrepassiamo e proseguiamo fino all’incrocio con la statale della Valpolicella, all’altezza dell’incrocio per Gargagnago. Attraversiamo e saliamo fino al’incrocio con un grande cipresso, dove giriamo a sinistra, in direzione Gargagnago. Dopo circa 300m imbocchiamo, sulla destra, il “Sentiero delle Quattro Fontane” che ci porterà alla contrada Monteleone, nelle vicinanze della omonima Villa.
Si prosegue dritti e al successivo incrocio si prende la strada a sinistra, verso Villa Serego Alighieri.
Giriamo a destra per via Case Sparse scendendo verso Bure. Attraversiamo di nuovo la statale proseguendo dritti e passando davanti al piccolo cimitero, dove la strada torna ad essere sterrata. Poco dopo il sottopasso, costeggeremo il muro di villa La Cariana. All’incrocio proseguiamo dritti salendo verso la chiesa di Cariano, che si erge a fianco di Villa Cometti. Giriamo a sinistra fino alla piazza dove si apre il parco di Villa Acquistapace Castellani detta “La Serenella”.
Scendiamo quindi per via Valena e riprendiamo via Monga. Oltrepassata villa Costanza, giriamo a sinistra e subito dopo a destra, per via Ossan.
All’incrocio proseguiamo dritti per la sterrata via Squarano, nei pressi di Villa Fumanelli, raggiungendo la statale, che percorreremo per circa 30 m, prendendo sulla destra via della Pieve. Raggiunta la Pieve di San Floriano proseguiamo sul marciapiede ciclabile passando davanti al muro di villa Lebrecht, oggi sede universitaria, e svoltando poi a destra per via Omar Speri, verso Lenguin.
Alla fine attraversiamo nuovamente la statale prendendo la ciclabile che ci porta a Pedemonte. Dopo Villa Crine giriamo per Via Bolla, passando tra Villa Bolla ed il retro di Villa Danese. A metà di via Bolla giriamo a destra e riattraversiamo la statale prendendo via Santa Sofia: Dopo aver costeggiato il muro di Villa Santa Sofia si torna in via Valpolicella e quindi a Parona.
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Una libera circolazione delle idee
di Giorgio Montolli
L’idea di raccogliere i pareri dei giornalisti veronesi sul problema della violenza a Verona a un anno dalla morte di Nicola Tommasoli è nata su facebook (internet) nei giorni successivi all’aggressione avvenuta in Piazza Viviani il 4 gennaio di quest’anno, che ha visto coinvolti giovani di destra e altri ragazzi riuniti all’interno del Caffè Posta.
Quest’ultimo episodio ha scosso l’opinione pubblica ed è riverberato sul social network con prese di posizione sulle cause che sarebbero all’origine di tanta brutalità.
È stato Giancarlo Beltrame a proporre di esternare in modo costruttivo non solo sulla rete, ma anche nero su bianco, quei pensieri sparsi, utilizzando questo giornale.
Abbiamo acconsentito e quindi coordinato l’iniziativa fornendo una traccia: “provare a individuare le cause della violenza con esempi concreti, cercando delle coraggiose ipotesi di soluzione ai problemi per fare di Verona una città a misura d’uomo”.
Quanto è giunto in redazione è stato pubblicato senza effettuare alcun taglio, nella convinzione che per affrontare con lucidità problemi tanto gravi e urgenti tutte le opinioni siano necessarie e che per creare spazi di confronto autentici debba esserci prima una libera circolazione delle idee.
Sono così emersi due filoni: il primo che riconduce la violenza a una generale perdita di valori; il secondo più determinato ad individuare una matrice “politica”, legata alle frange dell’estrema destra veronese.
Vogliamo sottolineare altri due aspetti di questa iniziativa, non secondari. Anzitutto non capita tutti i giorni che giornalisti provenienti da varie testate, con esperienze e sensibilità diverse, decidano di tentare insieme, con molta umiltà, di analizzare un fenomeno che evidentemente li scuote e li interpella in prima persona.
Il secondo motivo è che la scelta di fare questa operazione su un piccolo giornale è significativa per quanto riguarda la libertà di stampa. Siamo infatti convinti che iniziative editoriali come questa siano importanti per il pluralismo dell’informazione, soprattutto quando, di fronte alla gravità di certi fatti, diventa difficile trovare lo spazio per avviare una seria riflessione che serva a scuotere le coscienze e a prevenire certi mali.
Per completare il lavoro abbiamo sentito tre pareri: il procuratore generale della Corte d’Appello di Brescia Guido Papalia, il filosofo Corinna Albolino e don Rino Breoni, figure autorevoli nei diversi settori di competenza.
Vi invitiamo a cogliere l’impegno e la generosità che stanno dietro le idee espresse, anche se diverse tra loro. Ci sono infatti elementi unificanti che affiorano con forza tra un ragionamento e l’altro che colpiscono per la loro intensità. Forse è questo sforzo che ci è richiesto: di passione per la nostra città, per le persone che la abitano. E forse transita proprio da qui l’ipotesi di una Verona meno violenta, più accogliente e a misura d’uomo.
Grazie alle Madri per una Verona Civile, che hanno messo a disposizione le fotografie pubblicate, a Gianni Falcone per la vignetta e all’avvocato Claudia De Mori per la consulenza. Hanno contribuito economicamente alla realizzazione del giornale:
Confindustria Verona
(Vice Presidente Politiche Sociali)
Associazione Vivi l’Europa
Università della pace G. La Pira
Comboni Fem
Andrea Castelletti
Pierluigi Perosini
Alberto Sperotto
– Secondo il suo punto di vista come sta rispondendo la città agli episodi di violenza che si stanno verificando a Verona? La risposta della gente comune, del mondo culturale, della politica, della chiesa...
«A me pare che, globalmente, la risposta agli episodi gravi di violenza tenda ad esaurirsi in manifestazioni di stupore indignato, in espressioni di partecipazione di non molto peso per una inversione di tendenza. Deporre fiori e messaggi dove la violenza si è espressa, facendo vittime, è certamente un gesto di attenzione, di pietà ma non molto incisivo. Questi segnali reattivi andrebbero fatti propri dai vari mondi della cultura, della politica, della religione. A me pare che queste realtà a loro volta non vadano oltre le affermazioni di principio, l’esecrazione, la dissociazione. Siamo ben lontani da analisi pertinenti e precise, premessa indispensabile per un’azione preventiva e correttiva».
– Chi dovrebbe fare queste analisi? Cosa potrebbe emergere?
«Le analisi si possono condurre a diversi livelli: ad esempio quello statistico e quello sperimentale. Può essere che, oltre all’approccio scientifico, sia utile attingere alla fonte dell’esperienza, con senso critico, leggendo al di là delle impressioni immediate. Per fare degli esempi: l’attenzione disinvolta, e magari festosa, con cui un prete può essere accolto dai giovani la sera dopo cena, magari prima di fare mattina in qualche discoteca, non può sbrigativamente essere letta come disponibilità ad accogliere un messaggio spirituale. Se migliaia di giovani si radunano per manifestazioni mondiali di carattere religioso ciò non è la riprova che sta passando un messaggio evangelico, per quanto autorevole sia la voce che li raggiunge. Se chi ha la responsabilità civile segue le strade delle proposte sportive, agonistiche, popolando (a volte in modo assai discutibile) le piazze, rimane tuttavia il fatto che questi giovani, anche quando giocano, fanno sport, si divertono possono portare nel cuore i segni dolorosi di situazioni familiari difficili ed essere privi di riferimenti: gli effetti sono sotto gli occhi di tutti».
– Non le pare che la gravità di quanto sta accadendo nella nostra città necessiterebbe di uno sforzo congiunto tra le istituzioni veronesi per arginare il fenomeno? Qualcosa di organizzato come una commissione che prenda coscienza del fenomeno e proponga elementi di contrasto...
«Mi sia permessa una parola dubbiosa sull’efficacia di una “commissione” che prenda coscienza e contrasti fenomeni di questa portata. Se ognuna delle istituzioni chiamate in causa facesse quanto è nelle proprie finalità, le cose andrebbero meglio. Le assemblee scolastiche, ad esempio, con i cosiddetti “esperti” ottengono ascolto e dibattito, ma è nelle aule che fiorisce la piccola delinquenza. Si osservi l’arredo scolastico, si leggano i messaggi (foto e altro) che si tollerano appesi sui muri, si ascolti il gergo, si noti la gestualità adolescenziale o universitaria. Sono sparite le categorie di bene e di male, di opportuno e inopportuno, di conveniente o meno. A uno spontaneismo distruttivo gli educatori appiccicano spesso l’etichetta di “ragazzate”. Una commissione forse avrebbe il merito di apparire fra le notizie di cronaca con foto e dichiarazioni, per poi lasciare tutto… sicut era in principio” (come era prima)».
– Vede Verona come una città pigra in questo senso? E se sì, perché? Ci spiega cos’è il peccato di omissione e come si può individuare in questo frangente?
«Verona non è diversa da altre città. C’è una pigrizia diffusa che è il frutto di uno stordimento collettivo dovuto al bombardamento mediatico. Questo non è il luogo per sottolineare il graduale imbarbarimento del gusto medio diffuso. La sovrapposizione incalzante di eventi, proposte, suggestioni distrae l’attenzione, soprattutto quella interiore: c’è stata un’aggressione, si è uccisa o ferita una persona? La televisione e i giornali ne danno notizia ma... c’è chi ci deve pensare... su un altro canale c’è il derby... Non passa neppure per l’anticamera del cervello il farne oggetto, a botta calda, di conversazione e di confronto in famiglia. Già questa è una prima e fondamentale omissione».
– Qual è la prima cosa che si sentirebbe di fare come prete... qualcosa di concreto.
«Non è molto appariscente ciò che può fare un prete. Formare, o meglio contribuire alla formazione della coscienza, all’esercizio del senso critico. E questo ancora prima di fare una proposta strettamente religiosa. È l’uomo che va aiutato a crescere e per il prete le occasioni non sono poche: i contatti con i giovani ci sono ancora. Penso che quasi tutti coloro che hanno compiuto gesti delinquenziali abbiano anche frequentato le nostre parrocchie. Quali messaggi hanno ricevuto? Sono ben lontano dal puntare il dito o mettere sotto accusa qualcuno. Temo però che un messaggio religioso, se non ha aderenze con la realtà anche difficile, rischia di slittare in uno spiritualismo disincarnato».
– Ci sono comportamenti apparentemente innocui che invece sono potenzialmente in grado di generare violenza? Quali?
«Un vecchio adagio diceva “il disastro comincia dalle piccole cose”. E queste possono non avere immediati rimandi alla delinquenza, alla criminalità e tuttavia esprimere individualismo, non curanza dell’altro, prevaricazione. Un sottofondo che può esplodere poi in violenza. Perché cedere il posto sull’autobus? Perché moderare la voce al ristorante per non imporre agli altri il silenzio o la mortificazione di un dialogo? Perché alzarsi quando entra il professore in classe? Perché cedere il passo a chi svolge un ruolo? Che male c’è nel chiamare “cioccolatino” un uomo di colore? Che male c’è nel mostrare l’ombelico o il fondo schiena?».
– Ci sono piccole iniziative che possono contrastare la violenza e che andrebbero sostenute da parte di chi ha a cuore le sorti della città?
«Nelle esemplificazioni appena fatte, chi ha il coraggio cominci ad evidenziare subito ciò che non va, con decisione e con garbo, mettendo in conto anche qualche reazione non simpatica. Lo si faccia nei giardini pubblici, nei luoghi di aggregazione giovanile e altro. Ciascuno nel proprio ambito e secondo le proprie competenze».
– Ritiene che la soluzione a quanto si sta verificando sia problematica?
«L’ampiezza e la gravità dei problemi è tale che sarebbe ingenuo prospettare soluzioni. L’avvertire un senso d’impotenza di fronte alla condizione giovanile non significa rimanere con le mani in mano. La saggezza cinese sostiene che “il più lungo dei viaggi comincia sempre con un passo”. Se le istituzioni chiamate in causa facessero questo piccolo passo qualcosa succederebbe. I genitori riassumano il proprio ruolo, svilito dal considerarsi “amici” dei loro figli; tornino ad essere riferimento, proposta di vita, ripetendo con chiarezza e motivando i “sì” e i “no”. La scuola torni a definirsi in maniera più autentica il luogo in cui cresce il “soggetto pensante”. La società abbia il coraggio di ammettere le proprie contraddizioni: non è pensabile riformare gli itinerari scolastici ignorando che ogni giorno è inflitta alla gioventù una “violenza” sottile con il piccolo schermo, internet o altro, cattedre ben più incisive di quelle scolastiche. Ciascuno si deve assumere le proprie responsabilità, vivere i ruoli che la vita e le competenze comportano. La stessa Chiesa, se non sta attenta, rischia di fare suoi gli stilemi e le espressioni mondani, contrabbandando la provocazione evangelica con suggestioni accattivanti. Constatando che il male fa tanto scalpore, si finisce col credere che la Chiesa sia chiamata a farne altrettanto con il bene, e di più. C’è di che riflettere.
– Delle ronde-assistenti civici cosa pensa?
«Personalmente ritengo che la mia città non sia più violenta di altre. L’enfatizzazione mediatica di fatti, pur gravi, ha seminato il panico. Le polemiche e gli interrogativi nati nei confronti di queste ronde da parte anche delle forze di polizia, aggiungono perplessità a perplessità. Potenziando nei debiti modi i tutori ufficiali dell’ordine pubblico, credo che la città sarebbe adeguatamente custodita e si eviterebbero colorazioni ideologiche inopportune».
– Una parola ai giovani...
«Imparate a ragionare con la vostra testa, liberandovi da qualsiasi forma di condizionamento».
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Quanto è “normale” ammazzare di botte?
di Vittorio Zambaldo
Se in città la violenza sbatte le teste contro i muri e si trasforma in tragedia, nei paesi della provincia è ovattata nel verde e nel silenzio. Sembra fare meno male, perché anche l’ambiente attutisce i colpi e stempera i toni: qui si dovrebbe crescere bene e vivere meglio. Il male viene sempre da fuori, si pensa, è “foresto” come la paura, come il buio, come la foresta, appunto, delle ombre della coscienza.
Eppure quando la violenza esplode e ha il nome di Tizio della porta accanto e di Caio che sta di là della strada, allora ci si meraviglia, si sta in silenzio imbarazzati, si ripensa alle “cattive amicizie” di fuori, sempre, e ai cattivi maestri, immancabili in ogni cattiva coscienza.
A Illasi e a Boscochiesanuova la notizia che Guglielmo Corsi, Andrea Vesentini e Federico Perini, tre ragazzi “di paese”, erano accusati del pestaggio e della morte di Nicola Tommasoli a Porta Leoni è stata accolta con lo stupore dei neofiti alle cattive notizie. «Non è possibile. Non è credibile. Metterei la mano su fuoco». Frasi che hanno ripetuto in tanti, più i coetanei che gli adulti, per la verità, forse perché la vita e gli anni insegnano la malizia del sospetto.
E chi sapeva di certi precedenti, di certi allarmi, di certe tendenze, ne parla come della peste: «C’è, ma non mi tocca; so che ne è stato preso lui, ma è un contagio che non mi colpisce».
La prova? A Illasi, sull’onda dell’emozione, un gruppo di cittadini chiede al parroco di organizzare una veglia di preghiera e una fiaccolata che passi nei luoghi di aggregazione dei giovani: la piazza, il bar, il campo sportivo, le scuole. La preghiera si fa, la processione laica anche, ma mentre il corteo si incammina all’ombra di candele tremolanti, giovani stanno seduti ai tavoli del bar davanti alla fila che si forma e s’incammina. Neppure si alzano, come una sfida, non smettono né di bere né di fumare né di parlare. Guardano solo e non partecipano, neanche per dire: «Dispiace che un coetaneo sia morto così». Una frase di circostanza, che impegna poco la bocca e per nulla le coscienze.
A Caldiero, undici mesi prima avevano pestato un ragazzino minorenne, solo perché creduto comunista per via di una maglia rossa addosso e perché conosciuto come «amico di zingari e stranieri». Due adulti che vedono la scena non fanno in tempo a intervenire per salvare il ragazzo da un pugno che gli frantuma la mascella, ma quando avrebbero tempo e dovere di testimoniare non lo fanno. Tace anche chi avrebbe per mestiere il compito di parlare.
Vivono in quell’isolato centinaia di persone che sanno, ma solo uno di loro in due anni ha suonato al campanello della famiglia per chiedere come stesse il ragazzo: «Fa male soprattutto il giudizio che queste cose siano in fondo normali», è stato il pensiero pesante e sereno della madre della vittima.
Ecco, è proprio la normalità, che diventa omertà e corresponsabilità, a spiegare perché in provincia non è normale che uno ammazzi un altro di botte, ma è normale che lo si giustifichi, che si capisca il violento e la sua violenza, che non se ne parli perché non è bene rovinare famiglie e ragazzi “normali”.
È il risultato del silenzio delle coscienze, private delle radici della virtù e dei rami degli ideali, tronchi cavi che risuonano per echi, perché da altrove arrivano le voci del «fare presto e bene» e dentro di sé ciascuno pensa a ripetere per intero l’eco.
Azione e riflessione partono dal dialogo, dalla comunicazione, prima in famiglia, poi a scuola, poi nel gruppo dei pari, fino alla comunità civile degli adulti: e un’azione che ha per mani i pugni e per piedi i calci non va incontro agli altri per “comunicare” ma solo per “trasmettere violenza”.
Non è facile e non è automatico arrivare a educare ai rapporti: presuppone conoscenza di sé e degli altri, soprattutto dei diversi e dei nuovi che fanno più paura; fiducia in sé e negli altri; capacità di comunicare, di cooperare, di affrontare e risolvere i conflitti. Una chiesa che presta i suoi banchi a tutti per pregare, come a San Zeno di Colognola, non è una chiesa che perde identità, ma che predica un Vangelo vivo. Un comune che aiuta chi fa più fatica ad essere accettato svolge una funzione che è connaturale alla sua stessa esistenza di casa comune; una scuola che insegna ad esprimere l’aggressività in forma verbale e con capacità simboliche come la poesia e il romanzo, avvia sulla strada del dialogo; una famiglia che si impone con la legge dell’affetto non genera mostri, perché è la violenza che genera violenza.
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Tra miserie politiche e paure sociali
di Raffaello Zordan
Il giocattolo Verona si è rotto da tempo: zoppica quanto a coesione sociale, esprime una cittadinanza ringhiosa o, quando va bene, dedita alla contemplazione del proprio ombelico, manca di una leadership politica degna di questo nome. Ma i più sembrano non accorgersene. Il meccanismo si chiama rimozione. La posta in gioco è il convincimento di potersi arroccare all’infinito in un’ipotetica isola felice, nella città perfetta che, come tale, non ha bisogno di essere governata ma solo assecondata nei suoi istinti familisti ed economicisti.
Ci fosse un caso Tommasoli al mese, lo spirito veronese di questo tempo troverebbe il modo di rimuoverlo, di addossarlo ai “balordi” di turno (che per definizione non sono figli di nessuno, non calpestano questa terra, non respirano questa aria) e di difendere la vecchia, logora di città-cartolina, che è soltanto una caricatura di città.
Lo spirito di questo tempo è un impasto di inerzie familiari, di diffidenze e di paure sociali, di miserie politiche, di intolleranze razziali, di culto del soldo, di una fede religiosa ridotta a mera ritualità.
Per capire meglio che cos’è e come funziona questo spirito veronese proviamo a soffermarci su alcuni dei fattori che lo costituiscono e lo alimentano: una certa “veronesità”, una politica inadeguata, una società civile ininfluente, specie nella sua componente cattolica.
Fatto salvo il tratto, apprezzabile, della riservatezza, la “veronesità” spesso sconfina nell’indifferenza sociale e nella diffidenza verso tutto ciò che è al di fuori del proprio cortile culturale. Di norma, i veronesi guardano prima di tutto alle loro convenienze immediate e non si espongono. Possiamo dire che si accontentano di fare il loro privato “compitino” e che hanno la tendenza a riconoscere volentieri solo i propri simili, così da sentirsi sicuri nel presente e rassicurati per il futuro.
Venendo alla politica, non diversamente da quanto accade sul piano nazionale, ciò che prevale, soprattutto nei partiti del centrodestra, è una visione semplificata e semplicistica di come gira il mondo e di come ci si possa stare dentro. Non che l’amministrazione Zanotto fosse immune dal populismo o non abbia commesso errori (compreso quello di aver lisciato il pelo alla veronesità), ma oggi ci si affida ad un uomo solo che sintetizza in sé lo spirito veronese di questo tempo. Il che semplifica anche il lavoro di chi ha l’obiettivo limpido di fare affari sulle spalle della collettività.
Questa politica, pur quasi del tutto priva di contenuti decenti o forse proprio per questa ragione, ha convinto il grosso dei veronesi a collocare a Palazzo Barbieri un sindaco che ha nel suo fulgido curriculum le ronde padane ante litteram, le fiaccolate contro la Caritas perché si prende cura degli immigrati, la proposta in consiglio comunale che le case popolari siano date solo ai veronesi e che gli immigrati siano obbligati a salire sui mezzi pubblici dalla porta anteriore in modo che l’autista possa verificare se hanno il biglietto.
Altro che sicurezza, questa è roba da democrazia autoritaria che evidentemente ben si sposa con quella certa veronesità.
E la società civile che fa? Lasciamo stare il sindacato che, diviso e acciaccato, si occupa del suo specifico, punto e basta. Ma Verona è piena di associazioni di cittadini impegnate nel sociale, nella cultura, nella scuola... Va colto che gran parte di questo mondo guarda esclusivamente al proprio segmento di attività, al proprio impegno parcellizzato, ha un rapporto strumentale con la politica, ha un atteggiamento competitivo e fa fatica a intessere relazioni stabili con le altre associazioni. In definitiva è un mondo che ha scarso interesse a progettare un impegno legato ad una visione coerente ed esigente di città.
Ora nell’associazionismo sono numerosi i cattolici che fanno volontariato e che sono impegnati a vario titolo nel sociale. Domanda: che aspetta questo associazionismo cattolico a dire, a voce alta, qualcosa di cristiano a quella fetta consistente di cattolici praticanti che tiene ben distinto l’ambito della fede da quello dei soldi e delle convenienze? Altra domanda: i gruppi cattolici di base non sono stanchi di fare il volto edificante di Verona e di contare poco o niente sia dentro sia fuori la chiesa? Altra domanda ancora: questo associazionismo di base – guardando il Vangelo e guardandosi in faccia – quando deciderà di costituirsi come soggetto politico, promuovendo la formazione e la partecipazione politica; quando troverà il coraggio di incalzare i partiti sul terreno delle scelte strategiche e quando si assumerà il compito di intervenire puntualmente sulla scena politica e sociale veronese senza lasciare che sia il solito monsignore-giornalista a pontificare su tutto?
Ho la sensazione che la gioventù di Verona sia come una pentola a pressione. Lucida, pulita, bella all’esterno e dentro tutto un ribollire che trova a fatica il giusto varco di sfogo. Da anni assisto a episodi di violenza commessi per lo più da giovani. Dai sassi lanciati dai cavalcavia ai falò del dopo partita, dagli atti vandalici più diversi alle bande di skinheads per giungere a un vero e proprio squadrismo intollerante, minaccioso e purtroppo anche omicida.
Che cosa si muove dentro i nostri ragazzi? Perché è indiscutibile che tutti questi episodi non sono altro che esplosioni di rabbia, di un malessere interiore inespresso, non individuato e forse anche inconsce richieste di aiuto. Davanti ai fatti che la cronaca impietosa elenca, l’istinto è sempre quello di trovare una cosa o qualcuno su cui addossare la colpa, ma non credo sia questo il modo giusto per giungere a qualcosa di costruttivo. I fattori da prendere in considerazione sono molteplici. Viviamo in una provincia ricca, anche se la gente tende a non ostentare il proprio benessere, ma piuttosto a nasconderlo. Nella maggior parte dei casi i giovani coinvolti nelle violenze di ogni genere, sono figli di normali famiglie, senza gravi problemi economici o situazioni di particolare disagio, con genitori piuttosto attenti nei confronti dei propri figli. E allora, dove si annida la radice malata?
Agli inquirenti, alcuni ragazzi hanno detto di avere agito per fugare la noia. Altri hanno asserito di non avere pensato alle conseguenze delle loro azioni. Molti non hanno saputo dare alcuna risposta. Mi torna alla mente la risposta di Maso: «Ma io non pensavo che fosse così difficile! Non pensavo che reagissero». Credeva che l’assassinio dei suoi genitori si sarebbe svolto come nelle fiction del cinema o della televisione. Ecco, si potrebbe partire da qui, da un’analisi sincera dell’influenza che la tv e un certo cinema hanno sui giovani. Sin da piccoli. Quante ore trascorrono davanti al piccolo schermo? E, soprattutto, che cosa passa davanti ai loro occhi? Da un po’ di tempo anche i cartoons si sono tinti di violenza e così i video games (più gente investi più punti fai!) per non dire dei pupazzi orientali dai ghigni orrendi. Una vera scuola del brutto. E il resto lo aggiunge certa pubblicità che esalta l’avere, l’apparire, il possedere e la competizione. Crescono perciò con l’idea che conti più ciò che si ha in tasca di quel si ha in testa o nel cuore. Ho conosciuto un giovane obeso, obeso a tal punto da dover essere ricoverato in una clinica. Mangiava in modo assurdo e beveva birra con altrettanta foga. A chi gli ha chiesto perché facesse così, ha risposto: «Era un modo per colmare il vuoto, il vuoto che ho dentro e che resta sempre uguale!».
Forse anche i nostri giovani soffrono per un uguale vuoto interiore e cercano di eliminarlo o di sopraffarne l’assordante suono con azioni eclatanti. Il benessere ha portato a una perdita progressiva dei valori che contano e che non sono il denaro, il jeans firmato o il cellulare dell’ultima generazione.
Così è cresciuta la necessità di appartenere a un gruppo per non sentirsi soli, oltre che vuoti. Il branco protegge, aiuta, sostiene, fuga le paure e permette di esprimersi liberamente. Insieme tutto diventa possibile. Presi uno a uno sono normali ragazzi, senza grandi spavalderie o aggressività, ma uniti si trasformano in una sorta di bomba sempre pronta ad esplodere per colpire chi è diverso, straniero o italiano non importa, basta che ai loro occhi appaia “diverso”.
Insieme si può dare fuoco a un barbone addormentato, si possono minacciare ragazzini più giovani e si può picchiare a morte chi non ha la sigaretta pronta da offrire.
La soluzione? Arduo trovarla. Penso si debba costruirla mattone per mattone con pazienza educando le menti ed il cuore al bello, a ciò che c’è di buono, alle cose che davvero valgono. Nel corso della mia esperienza di insegnante ho visto che, avvicinando gli allievi alla musica, all’arte, al cinema ricco di contenuti, alle buone letture si verificavano positivi cambiamenti. Nascevano domande importanti, discussioni che andavano in profondità su argomenti esistenziali come la vita, la morte, gli ideali, il senso della patria, l’amore per gli altri, la passione artistica e l’impatto della presenza di Dio nella nostra vita. Si aprivano dialoghi che mi consentivano di capire meglio i ragazzi dandomi la possibilità di offrire aiuto. Il dialogo, riuscire a instaurare un rapporto d’anima e saper ascoltare con il cuore. Ritengo sia questa l’unica chiave per aiutare i giovani a scoprire e a estrinsecare sé stessi, colmando il vuoto con l’amore, la fiducia e contenuti che diano significato al vivere.
Ed è altrettanto importante insegnare ai giovani a guardarsi attorno e a vedere ciò che c’è al di là dell’apparenza per aiutarli a comprendere che siamo tutti in cammino lungo una stessa via. La rabbia, la violenza, l’odio possono solo creare ostacoli, difficoltà, dolore e distruggono tutto ciò che di buono c’è in ogni creatura.
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«Bravi ragazzi» con un cuore di pietra
di Marzio Perbellini
Un bravo ragazzo. Giovane, curato, buone scuole, bella macchina, tanti amici e famiglia benestante. Bel sorriso da reclame e un grande cuore di pietra, incastonato nel contesto veronese come un porfido in una via del centro. Nessuno lo vede fino a quando non lascia il buco. Un “Italian psycho” lo definirebbe lo scrittore Niccolò Ammaniti: un “innamorato che scrive sotto casa lettere d’amore con lo spray alla fidanzata, le fa il regalo a San Valentino e in fondo pensa che dare fuoco a un marocchino non sia particolarmente terribile”. Perché sotto l’abito griffato ha l’anima nera, difficile da scorgere nella città che riconosce e accoglie solo ciò che è bello in superficie.
Il bravo ragazzo di giorno frequenta la parrocchia e di sera va in giro a pestare la gente. In chiesa si fa il segno della croce e in piazza inneggia al nazismo. Tutti lo vedono fare la comunione e nessuno lo vede menare le mani. Il bravo ragazzo è pronto a difendere il territorio, a “tenere il mondo fuori dalle mura”, come qualcuno ha scritto in pennarello sull’Arco dei Gavi parafrasando il “There is no world without Verona walls” di William Shakespeare. A Verona coi bravi ragazzi si chiude un occhio, anzi, due, salvo quando, dopo l’ennesima aggressione contro il “diverso”, il nemico, l’alieno, ci scappa il morto, come con Nicola Tommasoli, ucciso la notte tra il 30 aprile e il 1 maggio dell’anno scorso a Porta Leoni. Ecco allora che la città sbigottita si indigna, scopre e si interroga su tanta violenza. Guarda il buco e non capisce.
Eh sì che di bravi ragazzi a Verona ce ne sono stati di illustri, come Pietro Maso, sempre impeccabile col suo foulardino a pois e che diede allo psichiatra Vittorino Andreoli l’occasione di tracciare un quadro al vetriolo (mai digerito) del nostro contesto sociale, rozzo e privo di cultura.
O gli studenti modello figli della borghesia strabene alla Wolfgang Abel e Marco Furlan, e così descritti da Guido Vergani, giornalista di Repubblica, il 1 dicembre 1986, alla prima udienza del processo a Ludwig, il nome con il quale i due sono stati condannati per aver ucciso dal 1977 al 1984 prostitute, preti, tossici, omosessuali. «Sono piccoli, mingherlini», scrive. «Le sbarre grigie li sovrastano e fisicamente li rimpiccioliscono. Wolfgang Abel e Marco Furlan hanno l’aspetto di adolescenti e facce da ginnasiali». Bravi ragazzi. La violenza in città torna sempre con la stessa faccia, ma nessuno la vede. O se lo ricorda.
Perché da noi non si fruga sotto ai vestiti. Ci si accontenta dei vestiti, semplicemente. Così impegnati dalle nostre parti a “perseguitare” quelli con le mani sporche e gli indumenti sgualciti. Il “diverso” contro il quale si scaglia la Lega di Flavio Tosi, sovrano della città col suo 65 per cento di consensi. Il diverso che ha un nome straniero, vive nell’ombra, viene sfruttato, e ci si ricorda di lui con foto e generalità in bell’evidenza solo quando commette un reato. Il diverso che la Chiesa ha paura di difendere; il diverso che dà fastidio ai padroni di quell’amato fazzoletto di terra pulito e incontaminato del centro storico dove i “brutti ceffi” non si vedono e loro, i bei ragazzi dalla camicia bianca, continuano a parcheggiare impunemente il proprio suv in divieto di sosta. Alla faccia delle regole e della tolleranza zero.
Che sono inflessibili invece per chi chiede l’elemosina, per chi gestisce call center e negozi di kebab, per chi vuole pregare in una moschea, per chi ha capelli lunghi, dreadlocks e fa risorgere dall’oblio un asilo comunale abbandonato da anni. Per chi non ha casa, li chiamano gli “sbandati”, che non hanno altro che una panchina dove mangiare, o riposare. Per chi vorrebbe abbattere le mura di una città che si illude di essere sicura solo quando tiene il mondo fuori. Mentre il mostro ce l’ha nella pancia. Da sempre.
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Tolleranza e accoglienza: due potenti antidoti
di Maria Teresa Ratti
Sono da poco rientrata dal Brasile, dove ho avuto la gioia di partecipare al Forum Sociale Mondiale tenutosi nella città di Belém, nello stato amazzonico del Pará. Un’esperienza, nel suo insieme, molto ricca di contenuti ma soprattutto molto coinvolgente per quanto concerne il leitmotiv che da anni accompagna questo evento: un altro mondo è possibile!
Credo valga la spesa riflettere su alcune implicazioni racchiuse nel tema del Forum da tenere come filo conduttore alla nostra riflessione.
Un altro mondo è possibile: l’affermazione esprime una presa di posizione di fronte alla quotidianità di un vissuto che ci ha portati a capire che questo mondo in cui viviamo non è proprio quello che avevamo desiderato, ma tanto meno è un labirinto dal quale è impossibile trovare via d’uscita.
A Belém ho incontrato donne e uomini venuti da diversi angoli della terra per dirsi a vicenda che è importante rimanere in rete e che è essenziale continuare a cercare soluzioni alternative al modello politico-economico imperante, più preoccupato di accaparrarsi il controllo delle risorse che di salvaguardare la dignità della persona e l’integrità del creato.
Nelle piccole o grandi aule-tende del Forum sono risuonate parole e rappresentati simboli che esprimevano la necessità di fare propri quegli stili di vita capaci di generare solidarietà e giustizia, e, nel contempo si è ulteriormente compreso – come ha affermato il saggio François Houtart – che «non si tratta più di cambiare alcune regole del gioco, come alcuni governi danno ad intendere, ma è urgente cambiare il gioco stesso».
Che c’entra tutto questo con il perché della violenza nella città scaligera? Quali ispirazioni trarre per delineare prospettive che ci indichino delle modalità per costruire una città a favore della persona umana?
Conosco più da vicino la storia missionaria che lega Verona al mondo che non la quotidianità della vita cittadina, ma, avendo avuto la fortuna di vivere con popolazioni diverse per molti anni fuori Europa, oso formulare qualche indicazione.
Ricordo con nostalgia la festa che la gente di Gaichanjiru, pochi chilometri a nord di Nairobi, aveva organizzato per il mio arrivo. Per assicurarsi che io cogliessi la genuinità del loro interessamento nei miei confronti si premunirono di darmi un nome loro, con il quale sentirmi pienamente parte del gruppo. Le donne, poi, facevano a gara nel voler conoscere la mia vita “precedente”, prima del mio arrivo in Kenya, e con una creatività che rasentava talvolta l’incredibile mi comunicavano la gioia che si sprigiona da un’accoglienza sincera e solidale. Così facendo contribuivano ad abbassare il livello del mio iniziale disorientamento e favorivano il mio inserimento progressivo nel nuovo contesto di vita.
Negli Stati Uniti, dove sono vissuta per sei anni, ho incontrato diversi veneti che dicevano di essersi “(ri)fatti” la vita là dove erano sbarcati. Perché allora tanto accanimento, ora, verso chi viene da oltreconfine per cercare una possibilità per migliorare la propria vita? «Sono tempi difficili», si sente spesso dire, ma è proprio quando la “crisi” è impellente che si deve allargare la mano e non stringere il pugno! Se non siamo capaci di farlo per solidarietà dovremmo farlo almeno per giustizia. Ma non sono cose che si improvvisano...
Verona potrebbe essere meno violenta se i suoi abitanti fossero più accoglienti. E più accoglienti di cuore, non solo di facciata. È un’istanza che ho raccolto anche da donne italiane di nascita ma non native di Verona, le quali mi hanno raccontato la loro fatica per trovare, in città, conoscenze e soprattutto amicizie. E Verona fatica su questo versante perché forse ha dimenticato il bene ricevuto dall’incontro con i popoli che hanno accolto i veronesi nel mondo.
Nella Verona che nel IV secolo accolse Zeno l’africano e da lui fu evangelizzata e che, a sua volta, ha inviato missionarie e missionari verso i quattro angoli della terra; nella Verona del Duemila, divenuta crocevia di culture, religioni e tradizioni ma che, in questi tempi, meschinamente e in molti modi sbatte le porte in faccia a chi bussa alle sue porte in cerca di casa e di cittadinanza, bisogna tenere alta la guardia che difende il diritto e non il pregiudizio, la reciprocità e non la grettezza, la convivialità e non il fondamentalismo. E se una gara a punti si deve giocare non può essere che la gara della resistenza e della denuncia di tutto ciò che calpesta la dignità e offende la persona. Insieme ce la possiamo fare. Se lo vogliamo, un’altra Verona è possibile!
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Un’identità debole crea la paura del diverso
di Marco Sedda
«... anche i criminali e i delinquenti avevano dei genitori. In un senso astratto e metafisico i genitori hanno sempre un po’ colpa se i figli sono dei criminali. Praticamente ne hanno un po’ meno, perché un uomo diviene criminale anche per colpa dell’ambiente, non lo è soltanto per costituzione ereditaria. Ma una cosa è certa: non esiste assolutamente il caso in cui il padre o la madre o tutti e due insieme non abbiano nessuna colpa di come cresce il figlio».
Giorgio Scerbanenco, “I ragazzi del massacro” (Garzanti, 1994)
La provinciale. La prima, e dunque superficiale, impressione che ho avuto quando mi sono stabilito a Verona, poco più di un anno fa, è stata quella di una città provinciale. Niente di nuovo, nel panorama italiano: forse solo Milano può vantare un respiro internazionale tra i capoluoghi della nostra penisola. Ma per Verona la cosa sorprende per almeno tre motivi: perché la sua posizione geografica avrebbe dovuto renderla più aperta alle influenze d’oltralpe, perché la sua storia racconta di contaminazioni e influenze secolari, italiane e straniere, e infine perché la sua grande tradizione culturale avrebbe dovuto favorire il dialogo e l’empatia verso gli stranieri. Tutto questo non è estraneo all’atteggiamento che i veronesi hanno nei confronti di chi proviene da oltre la cinta muraria della città: la diffidenza verso chi arriva da altre realtà o è portatore di una cultura differente è il più evidente sintomo di un atteggiamento profondamente provinciale. Nei confronti dello straniero, di solito nel veronese non scatta la curiosità e la voglia di confrontarsi, ma una chiusura respingente.
Valori e radici. Per molti commentatori la violenza, in particolare quella giovanile, è causata da una mancanza di valori. Può esser vero, almeno in parte, ma gli episodi che in questi ultimi mesi hanno sconvolto l’opinione pubblica scaligera non sono una novità frutto di tempi cupi. È sufficiente rivangare l’odio alimentato dalle ideologie politiche che hanno caratterizzato gli anni Settanta o gli scontri tra ultras che hanno segnato gli anni Ottanta. Forse nei decenni passati la violenza faceva meno scalpore, vuoi perché c’erano problemi di altro genere e molto più gravi, vuoi perché non venivano esaltati dai mass media o ripresi con i videotelefonini e scaricati su youtube. Gli episodi di violenza registrati a Verona hanno due caratteristiche: sono stati compiuti da un gruppo di ragazzi, il cosiddetto branco, che si muove e si comporta come a voler difendere il proprio territorio violato; hanno come vittime persone in qualche modo considerate diverse. L’altro continua a fare paura, anche oggi, e allora si va contro chi non si omologa alla cultura predominante. Più che all’assenza di valori, la causa di questa ostilità verso il diverso sembra essere causata dalla mancanza di solide radici e di sicurezza in se stessi.
L’omologante globalizzazione. Una carenza a cui non è estraneo quell’inarrestabile processo mondiale chiamato globalizzazione. Un fenomeno che negli ultimi 10 anni, da quando si è diffuso l’uso di internet, ha avuto un’evidente accelerata. I bambini e i ragazzi che oggi crescono in una qualunque città del mondo occidentale ricevono per lo più gli stessi input culturali. La musica, i film, le mode: da questo punto di vista un giovane di Verona cresce con gli stessi riferimenti culturali di un ragazzo nato in qualsiasi altra cittadina europea. Ma questo fenomeno di omologazione può provocare guasti e distorsioni se non si hanno delle radici profonde che permettono di non perdersi e di mantenere una propria identità. Un esempio, per capirci: i bambini nati negli anni Settanta sono cresciuti leggendo Pinocchio o le avventure dei pirati di Salgari, oggi le favole per i bambini del mondo occidentale sono quelle rielaborate da Disney o assimilate attraverso i cartoni animati giapponesi. Ecco, il problema delle radici: se non si hanno, si rischia di venire spazzati via e di perdersi nel mare magnum delle culture predominanti. Se non si sa da dove si viene e a cosa si appartiene, si cerca un surrogato e ci si sforza comunque di costruire dei propri punti di riferimento. Ecco allora che un giovane ricerca il senso di appartenenza nel gruppo, mortificando così la propria identità di individuo che viene annullata da quella del gruppo.
In Barbagia. A questo proposito è interessante comparare la situazione di Verona con quella di una realtà completamente diversa, la Barbagia. Un territorio montagnoso al centro della Sardegna, una sorta di isola nell’isola, con gravi problemi infrastrutturali e fortemente depresso dal punto di vista economico. Ebbene, anche qui negli ultimi anni si è assistito a una escalation di violenza giovanile. Se fino a qualche anno fa i reati erano per buona parte quelli tipici di una società agro-pastorale, da qualche anno si assiste a reati caratteristici del mondo metropolitano: furti, scippi, rapine, spaccio di droga, crimini che una ventina di anni fa erano praticamente inesistenti. Questo cambiamento è dovuto sia alla diffusione della droga, soprattutto cocaina, che non ha risparmiato neanche il mondo delle campagne, sia ai nuovi modelli comportamentali adottati dai giovani pastori dei paesi dell’interno dell’isola. Da questo punto di vista, tra un ragazzo di Orgosolo e un suo coetaneo di Verona le differenze col tempo si fanno sempre più labili.
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Quando la giornalista è anche mamma
di Laura Lorenzini
Sono una giornalista, ma anche una madre. E come tante madri ho vissuto la storia di Nicola Tommasoli come una botta nello stomaco. Somatizzandola, subendola come una questione personale. Mia e di tutte le altre madri che hanno figli più o meno ventenni, più o meno dell’età di Nicola. Che girano la sera, incontrano amici, bazzicano i propri punti di ritrovo, luoghi che riflettono identità, filosofia di pensiero, ideali, cultura di appartenenza. O semplicemente bar in cui bere una birra e ascoltare musica. C’è chi ha un figlio come i “butei”, i ragazzi della curva, magari con la testa rasata, magari con abiti Gucci e scarpe Prada, passione le “vasche” da piazza Erbe a Portoni Borsari o dalla Bra a piazza Viviani. E c’è chi, come me, ne ha uno che assomiglia a Tommasoli. Capelli quasi alle spalle. A volte raccolti con un codino. Un jeans qualunque, o pantaloni larghi tipo etno, felpone lunghe col cappuccio. Spesso e volentieri abiti volutamente trasandati. Immancabile chitarra al seguito. Poca o zero politica, intesa come quella dei partiti. Piuttosto una chiara idea di non omologazione, di distinzione dal coro, dalla vita modaiola. Di un modo di essere molto easy, mai belligerante, sempre in pace col mondo, aperto a persone ed esperienze. Gente “tranqui”, come dicono loro in gergo.
Credo che mio figlio, come Nicola e tanti altri, sia un ottimo ragazzo. Amante della vita, pieno di progetti, preso dallo sci e dall’arrampicata e dalla mountain bike, studi all’università, passione per la musica, libri, riviste e mille altri interessi. Vive e rispetta gli altri. Io dovrei fidarmi, stare rilassata. Palpitare al massimo quando esce in macchina, perché potrebbe correre, ubriacarsi, fare chissà quali guasconate. Invece no. Ho altre paure. Pochi giorni dopo la morte di Nicola, ho iniziato a mettere mano nel suo armadio. Ho nascosto sotto la pila di magliette quelle di Che Guevara e di Bob Marley. Le braghe stile indiano le ho imboscate nel mio armadio. L’ho pregato di spuntarsi i capelli. Gli ho raccomandato di girare in gruppo. Di evitare il centro. Di non rispondere alle provocazioni. Di stare fuori dalle risse. Di andarsene subito, ai primi segni di scaramucce. O di evitare del tutto di uscire. Preferendo case di amici, cinema, posti fuori da Verona. Era la comprensibile apprensione di una madre, sconvolta da un ragazzo ucciso a calci in faccia per un codino e –forse – un mezzo spinello in bocca. Ma ho capito che stavo cadendo in un pericoloso avvitamento di terrore, di autodifesa, di chiusura di porte e tapparelle. Per scappare. Evitare. Non vedere e non sapere. Come durante il fascismo, il nazismo. Lo stalinismo. O le dittature dei colonnelli in Sudamerica. Mi sono chiesta se fosse giusto. E mi sono risposta di no.
È un delitto avere un codino, girare con un amico di colore, avere una maglietta con la faccia di Massimo Cacciari (me l’aveva regalata il sindaco di Venezia quando lavoravo al Gazzettino di Venezia, e io l’ho passata a mio figlio)? È così sconveniente e riprovevole rifiutare gli abiti griffati, preferire la semplicità all’ipocrisia, il vivere e lasciar vivere alla sopraffazione e all’intolleranza? Io, francamente, non vedo colpe. E credo invece che questa città non riesca a uscire da un provincialismo gretto e bigotto e dalle caste, da una cultura dell’apparenza e da circoli chiusi che impediscono qualsiasi afflato cosmopolita o semplicemente europeista.
“Dall’analisi del perché della violenza alle prospettive per una Verona a misura d’uomo”… “provare a individuare le cause della violenza con esempi concreti, tracciando delle coraggiose ipotesi di soluzione ai problemi per fare di Verona una città a misura d’uomo”… “essere concreti e costruttivi, tanto nelle analisi quanto nelle prospettive”. Ecco la traccia di un “tema in classe”, da svolgere nello spazio di 4-5 mila battute, spazi inclusi. Una bella sfida, non c’è che dire.
L’analisi quindi deve necessariamente prescindere dai discorsi generali, che sono così belli perché onnicomprensivi, per affrontare la domanda: in un mondo come il nostro dove la violenza è dappertutto, e gli esempi ci vengono sottoposti ogni giorno, esiste una violenza “veronese” con caratteristiche proprie, con una specifica individualità antropologica? Se le cause della violenza sono le stesse a Verona come in qualsiasi altro luogo del mondo, allora le “coraggiose ipotesi di soluzione ai problemi” possono essere formulate “per fare di Verona una città a misura d’uomo” come per fare di Mumbai o di Baghdad una città a misura d’uomo. Ma il problema proposto parte dall’assunto che a Verona ci siano cause specifiche di una violenza con caratteristiche particolari, e la prima incognita da risolvere sia l’individuazione di queste cause che non hanno corrispondenza in altre parti d’Italia e del mondo. Se quindi “l’analisi del perché della violenza” porta alla constatazione che la situazione, il clima, ma anche gli episodi stessi di violenza non caratterizzano in modo speciale Verona rispetto ad altri luoghi con cui la città possa essere correttamente paragonata, allora viene a mancare anche ogni “coraggiosa ipotesi di soluzione” che sia indicata per Verona.
La premessa vale per sostenere che invece, se si chiede come analisi di studio e di proposta Verona, si ritiene che la città meriti e forse abbia bisogno di un approfondimento critico. E quindi, per poter procedere, conviene identificare una specificità, che qualifica la violenza a Verona come diversa, in tutto o in parte dalla violenza panica che sommerge il mondo intero.
Provo a buttare un’ipotesi, che non è un “esempio concreto” e neppure una “ipotesi di soluzione” ma solo un’ipotesi di causa. Essa parte dalla constatazione che Verona, città che prima del ventennio fascista è stata laica e socialista, dopo la liberazione divenne francamente democristiana. Non per una improvvisa conversione, ma soltanto perché il partito moderato raccolse i voti di tutti quei fascisti che furono portati a Verona dalla Repubblica sociale, che qui aveva i suoi ministeri e quindi i suoi impiegati. Rimasti a Verona dopo la guerra, spesso disoccupati o sottoccupati, questi ex fascisti non militarono se non in minima parte nelle nuove formazioni politiche che rivendicavano una continuità con lo scomparso regime, ma allevarono nei loro figli generazioni di “nostalgici” che, per esprimere la loro insofferenza verso i nuovi padroni del vapore si orientarono verso una milizia di carattere sportivo, di preferenza come tifosi di calcio, in cui potevano esprimere la loro voglia revanchista anche in esercitazioni di guerriglia urbana o in attentati, o presunti tali, dimostrativi.
Verona, città appartata e lontana dal circuito dei grandi centri di attrazione politica o dalle scuole di elaborazione ideologica come le università, forniva un terreno di coltura adatto a far crescere rivendicazioni e a favorire aggregazioni amicali che trovavano una giustificazione culturale in saghe pseudoesoteriche che impostavano il pathos del loro racconto sul mito del conflitto di civiltà e della necessità di mantenere una irrazionale e anacronistica purezza originaria nel popolo. E poichè, come diceva Goja, “el sueno de la razon produce monstruos” ecco che questo irrazionalismo eretto a sistema di vita e a comandamento di carattere istituzionale-religioso porta a fenomeni come quelli attribuiti trent’anni fa ad Abel e Furlan ed ora ai giovani incolpati delle aggressioni di Porta Leona e di Piazza Viviani. Ipotesi di soluzione? Tornare a pensare che la diversità è ricchezza, non soltanto culturale, e che un mondo in cui “uomini dai capelli lunghi si accompagnano a donne dai capelli corti”, come i razzisti del profondo sud statunitensi definivano scandalizzati durante la guerra civile gli yankee venuti dal nord, è non solo possibile ma anche “normale” è uno dei dati più elementari per una civile convivenza.
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Tutto bene a Verona... e allora avanti così
di Giovanni Marchiori
Un ambiente finito sotto la lente di ingrandimento. Una città analizzata al microscopio. I suoi ragazzi improvvisamente osservati come degli extraterrestri, soprattutto dai loro concittadini, ancora increduli per ciò che combinano questi giovani che, fino a ieri, erano dei bravi “butei”. Del resto, violenza ed aggressività sono due termini che, nell’ultimo periodo, sono stati associati spesso all’atmosfera che si respira nella nostra bella Verona. E in particolare ai giovani veronesi. A quello che è il loro modo di fare, di comportarsi e di relazionarsi con il prossimo. Di conseguenza è naturale che l’ambiente rimanga sconvolto. Una reazione del tutto normale insomma. Qualsiasi città, comunità, o piccola società avrebbe vacillato davanti a fatti del genere. Così, le domande si susseguono. Perché fanno quello che fanno? Com’è possibile? E a quel punto tutti alla ricerca delle ipotetiche cause. Ma da dove nasce questa violenza? Perché questi episodi carichi di aggressività accadono proprio a Verona? Dopo i quesiti, è finalmente giunto il momento delle prime risposte. Sono persone normalissime, fanno una vita comune. Come la maggior parte dei loro amici e coetanei. Fermi tutti! E sta a vedere che è proprio questo il punto: la normalità. O meglio, ciò che oggi è visto, considerato e tollerato come normale. Perché in fin dei conti, sembrerebbe proprio che la voce venga alzata soltanto di fronte ai fatti eclatanti. Agli episodi di sangue che ci hanno fatto soffrire e che ci costringono a riflettere su quello che è il nostro modo di vivere. Le nostre abitudini. La quotidianità. Ed ovviamente la normalità, o meglio ciò che ormai, consideriamo come normale. Fino a quando appunto, non accade qualcosa di tremendo. Un fatto che spaventi l’intero Paese. Una vicenda che metta Verona in discussione e che faccia sì che i veronesi si sentano osservati (non per forza giudicati) dagli altri.
Una situazione difficile da gestire, per coloro che non avevano mai notato segnali di pericolo. E perché mai? Campanelli d’allarme non ce ne sono stati! O comunque nessuno li ha uditi. Perché tanto fino a quel momento era tutto normale. Giovani veronesi studenti o lavoratori accomunati da aspetti e caratteristiche. Proprio come i ragazzi di altre province, intendiamoci. Forse, però, qui da “noi” certi atteggiamenti sono più “marcati”. E gli esempi non mancano. Serate a bere, iniziate con il primo bicchiere di spritz già alle 18 e che terminano a tarda notte tra fiumi di rhum e birra. Neanche ci dovessimo difendere da temperature nordiche. Risultato? Gruppi di giovani a zonzo completamente ubriachi. Continuando con il tifo allo stadio, che non necessariamente significa amore per la squadra o passione per il calcio. Tra canti e applausi, non mancano purtroppo i cori razzisti. E in un ambiente così carico di adrenalina non è semplice trattenere i lati aggressivi di noi stessi.
Senza dimenticare quella che è la principale ambizione di moltissimi giovani veronesi, cioè l’arricchirsi. Il denaro davanti a tutto, il mezzo indispensabile per poter realizzare i propri sogni: auto, vestiti e vacanze. Tutto all’ultimo grido. E in una vita caratterizzata principalmente da atteggiamenti e azioni di questo genere, il rischio di perdere il controllo è alto. Solo che ormai non ci si fa quasi più caso, quando a dire il vero, nella bella Verona conviviamo spesso con azioni e modi di fare al limite del “normale”. Perché ci sono stati insulti e provocazioni per le vie del centro nei confronti di ragazzi di altre province, in alcuni casi conclusi con inseguimenti, spintoni e cazzotti. Fatti gravissimi. Ma purtroppo in un certo senso accettati. Altrimenti sarebbe difficile spiegare la perplessità e lo sgomento di fronte ad un’aggressione finita tragicamente. Un’azione vista come un qualcosa di isolato. Un attimo di pazzia, che ha portato qualcuno “dei nostri” fuori dallo schema. Perché l’atteggiamento di coloro che ora sono all’indice è stato fino a quel punto “normale”. È evidente invece che i segnali di pericolo ci sono stati e ci sono tuttora. È solo che ci si è “abituati” a questo drammatico tran tran. “Quando non si dice più grazie e per favore la fine è vicina”, dice lo sceriffo Bell nel libro “Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy e portato sul grande schermo dai fratelli Coen. Verona non è zona di confine con il Messico, ma “accettare” violenza e aggressività come normalità è rischioso.
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La fatica che dobbiamo fare
di Giorgio Montolli
Verona, per quanto riguarda il fenomeno della violenza, non è diversa da altri centri urbani: a volte è l’affetto che nutriamo per questa città, insieme all’ignoranza per quanto si trova oltre le sue mura, che ci spinge a tentare di individuare delle responsabilità solo interne. Un provincialismo che si manifesta anche in modo contrario, quando, sollevata la città da una responsabilità così pesante, si finisce per accettare certi fenomeni violenti come senza rimedio perché d’importazione.
Usciamo per un attimo dalle anse dell’Adige per fare alcune considerazioni di carattere generale. Con la secolarizzazione della Chiesa, il crollo del sistema socialista-marxista e la deriva di quello liberale la nostra identità è entrata in crisi e con essa i nostri modelli educativi che vengono percepiti dalle nuove generazioni come falsi e anacronistici. La coesione sociale non risponde più a dei valori condivisi e finisce per prevalere l’elemento irrazionale con la costituzione di aggregazioni autoritarie e populiste o di gruppi estremisti e violenti. A questo proposito le responsabilità della TV, a cui Pasolini attribuiva la colpa di genocidio, sono enormi.
In questa situazione generale si colloca Verona, che ha comunque una propria storia e una sua peculiare connotazione culturale.
Il fatto che nella nostra città sia mancato un vero e proprio movimento operaio ha consentito di traghettare fino ai giorni nostri una mentalità padronale e contadina, legata ai valori della terra e alle logiche del piccolo commercio, che affonda le sue radici nel lungo periodo della dominazione veneziana. Con questi valori, uniti a un radicato sentimento religioso, si costruisce la Verona del dopoguerra, quando forze politiche, imprenditoriali e culturali disegnano insieme il nuovo volto della città (scuole, strade, fabbriche, risorse energetiche, gruppi di solidarietà).
Abbiamo così assimilato una nuova mentalità urbana e industriale che ci ha permesso di raggiungere un alto grado di benessere materiale. Ma è un modello storicamente superato, certamente inadeguato per affrontare le sfide di questo terzo millennio globalizzato.
Eppure continuiamo ad organizzare la nostra vita, il nostro sistema di relazioni, le nostre forme di governo e i nostri piani di sviluppo con gli stessi criteri di 30-40 anni fa. Le conseguenze sono un’eccessiva cementificazione a danno dell’ambiente, una mentalità del superfluo e dell’iperconsumo, una comunicazione drogata, l’intolleranza verso i poveri, gli stranieri o anche solo per chi porta i capelli lunghi e veste in modo originale.
Le ideologie, ma anche i riferimenti culturali locali, entrano in crisi quando la forza che li anima non si identifica più nella sua storicizzazione. Ma queste fasi di passaggio potrebbero essere gestite meglio se sapessimo riconoscere i valori profondi che stanno dietro le strutture che l’uomo crea per organizzare nella storia la propria esistenza. È infatti a partire da tali valori che si possono costruire nuovi modelli culturali di riferimento trovando nuovi significati alle parole di sempre. Per fare un esempio: se raggiungere il centro storico in automobile era sicuramente una manifestazione di benessere, oggi lo è muoversi a piedi o in bicicletta perché abbassa il pericolo di infarto e di cancro ai polmoni.
Se la violenza non è una prerogativa veronese essa diventa però un problema per la città nel momento in cui si manifesta non in una teoria astratta e lontana ma nelle nostre vie e nelle nostre piazze (porta Leoni e piazza Viviani, per intenderci). Ecco allora alcune idee che andrebbero finanziate e inserite in modo coordinato in uno specifico programma di intervento locale.
1. Puntare sui giovanissimi facilitando il loro inserimento in associazioni che si occupano di pace, convivenza e mondialità, non a parole ma con azioni e stili di vita concreti (gli scout ad esempio).
2. Inserire nei programmi scolastici percorsi di educazione alla convivenza civile e alla tolleranza, per genitori e figli, con veri e propri laboratori, favorendo l’incontro con culture e religioni diverse e gli scambi con l’estero.
3. Mettere in cantiere delle iniziative per aumentare nei giovani la considerazione nei confronti delle istituzioni, in particolare delle forze dell’ordine e dei magistrati.
4. Valorizzare e seguire i giovani talenti di casa nostra per far crescere figure autorevoli nei settori della cultura, dell’arte, della politica, dell’educazione.
5. Studiare percorsi culturali che valorizzino l’aspetto cosmopolita della città, per evidenziare che Verona nella storia è stata al centro di avvenimenti internazionali che l’hanno portata a confrontarsi con culture diverse.
6. Far crescere negli extracomunitari una coscienza civica, anche attraverso una loro rappresentanza organizzata (non un ghetto) in grado di interloquire con le istituzioni cittadine.
7. Favorire i piccoli giornali che, liberi da interessi e monopoli, garantiscono il pluralismo delle idee e possono svolgere più efficacemente un’informazione onesta e stimolante.
8. Chiedere agli intellettuali di uscire dalla loro nicchia e di spendersi per la città in cui vivono.
9. Coinvolgere gli imprenditori valorizzando la loro abitudine a ragionare in modo dinamico e produttivo.
10. Istituire un osservatorio etico a tutela delle persone, che intervenga sui media denunciando tutte quelle azioni, anche quelle amministrative, non rispettose della dignità umana.
Non possiamo infatti permetterci panchine con i braccioli anti clochard, ingressi per gli autobus riservati agli stranieri, schedature varie, discriminazioni nei confronti di associazioni pacifiste, esercito e ronde per le strade, case da gioco e altre strampalate iniziative in essere o in fieri con le quali i veronesi non stanno certo scrivendo una bella pagina della loro storia.
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L’equilibrio si costruisce tra le mura domestiche
di Gianfranco Tommasi
Di fronte a fatti gravi di violenza, che vedono protagonisti i giovani – per fortuna una esigua minoranza – mi domando che cosa tutti noi abbiamo covato in seno. Sono figli nostri, sono cresciuti qui tra di noi, eppure si comportano diversamente da noi e manifestano atteggiamenti che la stragrande maggioranza dei loro coetanei rifiutano.
Le cause della violenza giovanile non sono sempre facilmente individuabili. Sbrigativamente spesso si punta il dito sulla società – ma la società siamo noi – e una delle componenti importanti è la famiglia, luogo dove nasce l’uomo, si sviluppa e si forma. In questo senso, sono personalmente convinto, confortato anche da molti esempi, che una delle concause della devianza giovanile va ricercata anche nel fallimento educativo della famiglia. Spesso le cause che favoriscono la violenza in certi giovani, sono le stesse che portano all’uso della droga. Per esigenze obiettive e per far quadrare i conti i coniugi sono costretti a mettere insieme le risorse economiche. Sono entrambi fuori casa per buona parte della giornata, affidando ad altri, i figli. Ne consegue, un mutamento radicale nella gestione dei rapporti tra gli stessi genitori e tra genitori e figli. Una realtà conosciuta da tutti noi.
Negli anni ’70, la domanda era: “Perché ti droghi”? Su questo drammatico interrogativo ho firmato più di una trentina di inchieste sul campo. Le risposte presagivano quello che ora stiamo vivendo – la crisi della famiglia. I genitori dei ragazzi intervistati risultano occupati a soddisfare le esigenze create dalla modernità, dando poco tempo ai figli, lasciandoli soli, particolarmente in quel delicato passaggio tra la fanciullezza e l’adolescenza. Per cui, nel tentativo di riparare, sbagliando, risolvono tutti i loro problemi, risparmiando al figlio ogni difficoltà senza prestare attenzione alle loro domande esistenziali, non dedicando la giusta vicinanza e la comprensione verso i naturali mutamenti di umore e di comportamento dovuti all’esplodere della pubertà.
Di conseguenza, questi ragazzi con in tasca quattro soldi, trovano fuori dalla famiglia, risposte sbagliate alle loro ansie accrescendo il loro disagio. Un disagio che si aggrava con l’insicurezza, dovuti all’incertezza nel futuro che essi respirano ogni giorno. L’equilibrio dell’istinto, della volontà, il senso morale, l’etica della vita, l’educazione alla socialità e alla convivenza nascono tra le mura di casa con l’esempio dei genitori. Se in questo luogo non si costruisce l’equilibrio della volontà dell’uomo di domani, questi sarà in balia di ciò che trova fuori casa: se debole cederà alle mode distruttrici del fisico e della psiche e se la sua aggressività infantile non sarà stata corretta, diventerà un violento. Lo psicoterapeuta Roberto Framba, in una analisi sul bullismo, afferma che «i bulli di oggi, da piccoli, a 2 anni, epoca del no, sono stati lasciati in balia della loro aggressività, senza contenimento né per l’impulso né per l’ansia che genera». Da grandi, se ne deduce che la loro esistenza sarà spesso caratterizzata da impulsività e da un caratteristico bisogno di dominare e sottomettere gli altri con un atteggiamento positivo verso la violenza, spesso inclini a istintive reazioni, contagiando e incoraggiando il “branco”. Inoltre, di fronte a spettacoli di violenza e privi di filtri inibitori, cadono vittime dell’emulazione.
C’è un male oscuro a Verona? In principio questo fu il quesito. Senza risposta. O con troppe risposte. Tutte poco piacevoli al sentire comune. Erano trascorsi pochi giorni dall’ennesimo fattaccio. Una ragazza spedita all’ospedale col naso rotto da un colpo in faccia con un pesante portacenere dopo un’aggressione del solito branco di “buthellas”, quel coacervo di frequentatori della Curva Sud e del Centro storico – sentiti come il Territorio – che si alimenta dei facili miti del tifo per l’Hellas e di ideologie naziste e fasciste mal digerite e comunque vissute in chiave di razzismo e superomismo. Due centimetri più in là e saremmo stati a piangere, sette mesi appena dopo Nicola Tommasoli, un altro morto. Un altro omicidio preterintenzionale, come sarebbe stato giuridicamente catalogato. Ma colpire un uomo o una donna in faccia con un oggetto pesante, ma prendere sistematicamente a calci in testa con stivaletti o scarpe dalle punte rinforzate appositamente per i raid “purificatori” del fine settimana battezzati “Boot Party” un uomo o una donna che si è gettato a terra per renderlo inerme, si può definire un atto che va “al di là” delle intenzioni? L’intenzione di far male c’è. E se per far male, non una ma due dieci venti volte adotto un metodo pericoloso per l’incolumità e la stessa sopravivenza altrui, devo mettere in conto che prima o poi ci scappi il morto. Solo sugli schermi, piccoli o grandi che siano, chi le prende in un certo modo poi si rialza indenne o quasi.
C’è un male oscuro a Verona? Aggressioni, violenze, pestaggi succedono anche altrove. Magari anche peggio che in riva all’Adige. Ma qui c’è qualcosa che in altre città non c’è.
Qui c’è una specie di primogenitura. Qui, in quegli stessi ambienti di “famiglie bene”, di “scuole come si deve”, di “amicizie virili”, nacque Ludwig. Trent’anni fa. In una città attraversata dai fantasmi del terrorismo di sinistra e di destra, tra bombe per le peggiori stragi che prima di insanguinare il Paese passavano o stazionavano nei covi di ultradestri dai strettissimi legami con servizi segreti italiani e americani, tra rapimenti di generali USA in nome del popolo oppresso e attentati incendiari contro proprietà simbolo o rapine per autofinanziarsi, ci fu chi decise di mettere in pratica la propria personale “pulizia” della società eliminando bersagli simbolo: nomadi, omosessuali, tossicodipendenti, prostitute, frequentatori di luoghi di perdizione. E lo fece usando emblemi, simboli e parole d’ordine del nazionalsocialismo. Nel nome della “purezza della razza”.
Qui c’è la continuità. Un lungo filo nero che si snoda lungo gli anni e i decenni. Una matassa attorcigliata, dove uno dei capi affonda le proprie radici addirittura nel biennio di Verona capitale di fatto della Repubblica Sociale di Salò, con tutte le trame oscure e gli inghippi che accompagnarono la fine della guerra e il riciclaggio, spesso in Sud America, da parte degli Alleati di alcuni dei peggiori uomini ombra del regime sconfitto. Dove altri capi sono le teste di un’idra dall’unico corpo. Dove sorgono e prosperano movimenti politici come Ordine Nuovo e Fronte Nazionale, gli unici sciolti per decreto del ministro dell’Interno per ricostituzione del Partito Fascista. Questa idra è il brodo di cultura da cui sono nati movimenti come il Veneto Fronte Skinheads e da cui come schegge impazzite oggi nascono quelle aggregazioni spontaneistiche, senza più ideologia, nel senso di una elaborazione di un pensiero politico o di un progetto di società, che vivono e agiscono con una violenza mirata nei confronti di chi individuano come avversario, sia egli tifoso di una squadra rivale, simpatizzante di un’area politica opposta o semplicemente portatore manifesto di uno stile di vita non gradito, tutto nel nome di una “fede” e di un senso di appartenenza collettivo che va a colmare vuoti individuali. Basta andare semplicemente su Youtube per coglierne i segni. C’è un canale, TerroreNeroVerona, creato da un ventenne, che si proclama appartenente al Veneto Fronte Skinheads, il cui slogan è “Verona è FASCISTA!” e i cui “Hobby e interessi” sono: “HELLAS VERONA! Massacrare di botte comunisti, sinistroidi, islamici, ebrei, cinesi”. Una intolleranza violenta che ha trovato facile esca nelle parole d’ordine di una certa politica dell’esclusione trionfante oggi in città. Le parole non sono mai neutre. E non bisogna quindi stupirsi o stracciarsi le vesti, invocando pene severe quando certi episodi succedono. Certi fatti sono conseguenza logica e diretta delle parole seminate, soprattutto tra i giovani, nel corso degli anni.
Qui c’è cecità. Una voglia, così radicata da sembrare non scalfibile, di non vedere e non capire. Un riflesso condizionato, che potremmo chiamare difesa della veronesità. Essa consiste nel rigettare automaticamente e aprioristicamente qualsiasi critica, analisi, lettura differente che provenga dall’esterno. Verona è come la matrigna di Biancaneve che si rimira allo specchio per sentirsi continuamente ripetere che è la più bella del reame. Che sia bella non c’è dubbio, ma vuole essere la più bella. Sempre e comunque. E se lo specchio le risponde ha qualche ruga e che altre possono essere più belle, lo infrange. O lo copre con un telo nero. Lo specchio deve rimandare solo l’immagine che di sé essa ha in mente. Altrimenti è “aggressione mediatica”.
C’è un male oscuro, allora, a Verona? Assumendomene la responsabilità, io dico sì. C’è un male oscuro che ha colpito i giovani di questa città, non tutti per fortuna, ma tanti, troppi. Un male che viene da lontano, un male che ha trovato un ambiente ideale per svilupparsi, un male che rischia di peggiorare nel futuro. Un razzismo ontologico, introiettato, non più supportato nemmeno da un pensiero ideologico, ma di pancia, viscerale. E quando al posto del cervello a muovere le azioni umane sono le viscere, l’umanità ha sempre conosciuto le sue vicende peggiori. A Verona come altrove.
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Nessuno spiraglio. Né qui, né altrove
di Federica Sgaggio
«Non capisco perché per una lite a Verona venga sollevata una questione (…) nazionale e se ne parli per mesi, mentre se a Napoli la camorra ammazza (...) una persona (…) i telegiornali ne parlano per un giorno e poi nessuno ne parla più».
Questo, proveniente da un lettore che negli ultimi decenni dev’essersi volentieri spesso distratto, è uno dei commenti comparsi sull’Arena.it dopo l’arresto degli otto accusati di aver picchiato Francesca Ambrosi.
L’automatismo «a Verona succede una cosa brutta, la stampa ne parla, ergo la stampa/il mondo/i cattivi ce l’hanno con Verona» sembra funzionare da più di un secolo. Apparentemente, sono almeno 143 anni che la città fatica a capire il motivo per il quale esista chi accanitamente si ostina a dare notizia dei fatti (anche) violenti che accadono a Verona. Se non temessi di contravvenire alla prima legge della veronesità – cioè l’understatement, il «volare basso» – mi verrebbe quasi da pensare che la città patisca una specie di mania di persecuzione. Ma siccome temo di contravvenire alla prima legge della veronesità, non lo dico.
Nel 1866, in ottobre, da Verona vennero cacciati gli austriaci. L’evento non fu indolore, e sul terzo numero del quotidiano L’Arena si legge: «La stampa italiana ribocca dei fatti nostri. (…) Le apprezziazioni dei giornalisti (…) ci piovvero addosso come una rampogna (…). Le prime notizie partite da Verona annunciavano all’Europa che (…) i Veronesi trascesero oltre i confini del contegno decente, passarono a vie di fatto contro le i.r. Truppe Austriache, e (…) si abbandonarono agli eccessi del furor popolare. Se fosse vero quanto fu scritto sugli avvenimenti del 5 e 6 ottobre, noi saremmo i primi a chiederne venia. (…) Ma noi siamo ben lungi dal dover chinare il capo; abbiamo invece (…) l’obbligo di non lasciare che la calunnia ci soffochi».
Ma quali sono i fatti a cui così tortuosamente si riferisce il neonato giornale? Sono i torbidi in cui fu uccisa quella Carlotta Aschieri che, incinta, è ricordata nella lapide all’inizio di via Mazzini, dove una volta c’era il caffè Motta.
Alla città non piace affatto che si dica che c’è stata «ammuina»; e meno ancora piace che a storcere il naso sia stato – perbacco – il presidente del Consiglio barone Bettino Ricasoli, autore di un telegramma con il quale – scriverà L’Arena dandone notizia con un certo qual comodo, il 21 ottobre 1866 – la città viene messa in stato d’assedio: «Siamo venuti nel convincimento», scrive il giornale, «che la popolazione fu insultata, provocata, costretta ad uscire dai limiti della moderazione».
«Moderazione» è una parola importante. Segniamocela. La colpa, già dal 1866, è di qualcun altro. E il problema sta nelle «false informazioni fatte pervenire, forse a disegno», al credulone Ricasoli su un «popolo» invece «per abitudine moderato e tranquillo».
Per dirne un’altra: nel 1921 (anno in cui il 12 aprile L’Arena dà notizia del primo congresso provinciale fascista), il Padova calcio perde in casa dalla Bentegodi, il «proto-Hellas». I padovani menano pugni, e i veronesi rispondono sparando rivoltellate. Colpa grave? No: erano «quasi tutte in aria». Uno potrebbe domandarsi: «Va bene: e cosa c’entra con “l’analisi del perché della violenza” e “le prospettive per una Verona a misura d’uomo”»? Ci arrivo.
Trascurando il piano dell’analisi dei perché, io sono solo in condizione di raccontare ciò che quotidianamente sperimento. E cioè che non sono in grado di vedere alcuno spiraglio da cui si possa transitare fino a incontrare una Verona a misura d’uomo. Verona – e intendo dire le sue donne dai capelli tinti, i suoi uomini scarpati all’inglese, i suoi ragazzi con suv e case al lago, l’orgoglio per il proprio «cattivismo», le sue commesse sempre in tiro (mai passasse per di lì la troupe di un provino tv)… – ha accettato che un’alleanza politica che metteva insieme Lega nord, An, Forza nuova, Fiamma tricolore e chiesa anti-conciliare (spingendo Forza Italia alla minorità matematica e culturale) venisse definita una «coalizione di moderati». Cosa che evidentemente non poteva essere, e infatti non è stata, almeno agli occhi di chi abbia un ricordo anche vago di cos’è stata la Dc.
Verona è capace di accettare qualunque cosa: omicidi, pestaggi, o – come mi è capitato di vedere in presa diretta – pugni a un ragazzino di colore al grido di «la te piase, eh, la figa bianca?». Purché nessuno – nemmeno il barone Ricasoli – si sogni di farla «oggetto di biasimo pubblico» per essersi spinta oltre l’argine della “moderazione”. D’altra parte, come disse il sindaco, la gran parte degli aggressori di Tommasoli viene dalla provincia. Magari è in provincia che sono razzisti. In città no. E poi – puff – ecco che quel che succede a Verona si allarga in Italia. Dove, in effetti, la colpa è – circa – dei romeni.No. Io spiragli non ne vedo, né qui né altrove.
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Meno autodifesa e più ricerca dei perché
di Elena Zuppini
È una tentazione congenita, probabilmente comune a tutte le altre realtà. Ma, si sa, i difetti si notano quando si guardano da vicino. Ogni volta che Verona è teatro di episodi di violenza, anche con risvolti terribili come il delitto Tommasoli, la preoccupazione maggiore per la città sembra diventare i probabili attacchi alla sua immagine da parte dei media nazionali. Per carità, da Pietro Maso in poi nulla ci è stato risparmiato e più le autorità scaligere hanno alzato la voce più i soloni della carta stampata e della televisione ci hanno preso gusto, approfittandosene anche di una certa “permalosità provinciale”.
Non c’è dubbio che Verona è molto di più della testa bacata di alcuni dei suoi figli. Ma condensare molte energie nell’autodifesa, impiegandone gran poche nella ricerca del perché – riprendendo le parole del procuratore Schinaia –, ci sono ragazzi che hanno fatto della violenza uno stile di vita, rende sterile qualsiasi indignazione di fronte alla morte di un ragazzo a causa di una sigaretta negata o all’occhio tumefatto di una ragazza picchiata con un posacenere perché “diversa”.
Credo che sia assurdo trovare delle cause tipicamente veronesi visto che i nostri giovani non hanno nulla di diverso da quelli di altre città. Se Verona ha una sua colpa è che troppo spesso alcune manifestazioni di violenza verbale e di esplicito razzismo che si levavano dalla Curva Sud del Bentegodi sono state tacciate come l’opera di quattro deficienti se non addirittura l’espressione folcloristica del tifo calcistico. Salvo poi “scoprire” che gli arrestati per l’omicidio di Nicola, della rissa di piazza Viviani e di altri fatti di cronaca appartengono agli ultrà dell’Hellas e s’ispirano all’ideologia nazifascista (ma forse la conoscono solo per slogan) a cui la Sud non è estranea.
Allora che fare? Credo che tra le tante chiacchiere la direzione giusta l’abbiano tracciata i genitori di Nicola a pochi giorni dall’inizio del processo contro i presunti autori dell’omicidio del loro figlio: «Oggi troppi giovani sono omologati in una non cultura», hanno scritto in una lettera. Verrebbe da aggiungere: non solo loro e forse non per colpa loro.
Ma dove nasce questa non-cultura? Credo che il nocciolo della questione sia la famiglia. Mi diceva un pedagogista: la mente rispettosa, che non conosce nemico o avversario, non è innata nel bambino, ma si plasma e si insegna. Viene da chiedersi quanto certe chiusure mentali, certi pregiudizi espressi in casa anche solo a parole, finiscano poi per diventare il terreno fertile dove il branco miete le sue aberrazioni. Tuttavia, quanto l’ambiente esterno incoraggia queste chiusure? Per esempio, mi domando se coloro che ci governano non dovrebbero muovere i neuroni delle persone piuttosto che la pancia. Non abbiamo bisogno di “ministri della Paura” (il personaggio inventato da Antonio Albanese), ma di politici e amministratori che diano ancora peso alla forza dirompente delle parole – che assumono significato diverso quando provengono dall’alto – e che cerchino il consenso non assecondando e amplificando le paure ancestrali della gente ma riportandole al filtro della razionalità e realizzando il bene e il benessere comune, senza escludere nessuno. Un esame del nostro operato lo dovremmo fare poi anche noi dei mass media. Nessuno ci chiede di colorare di rosa o nascondere fatti di cronaca nera, ma quanta obiettività c’è in certi titoli, quanto senso critico mettiamo nell’analizzare un fenomeno o nel riportare la sparata del politico di turno? Siamo convinti che la percezione di insicurezza dei cittadini non sia dovuta a una certa politica e alla cassa di risonanza che i media fanno di essa? Va da sé che una società che si sente minacciata ha bisogno di un capro espiatorio, che non è mai colui che è omologato al pensiero dominante, e crede più alla forza delle mani che a quella del dialogo e delle leggi. In tutto questo s’inserisce una certa debolezza delle altre agenzie che dovrebbero fare cultura. La scuola, per esempio, che spesso trasmette un sapere slegato dalla vita, come se fosse solo in funzione di un voto e non il filtro da cui i ragazzi imparano a guardare la realtà, evitando così di vendere il cervello ai falsi profeti. Penso alla Chiesa, che vorrei più in strada ad avvicinare quei ragazzi che non incontra in parrocchia e che un tempo erano la priorità dei grandi santi educatori. E penso ancora alle istituzioni: dovrebbero avere più coraggio nel proporre iniziative culturali (in senso stretto) che si discostino dal pensiero unico corrente senza partire con il pregiudizio che intanto alla gente interessa il Grande Fratello. Chi l’avrebbe mai detto che il fine settimana di arte e scienza, Infinta…mente, potesse attirare così tanti veronesi, e giovani: eppure non si parlava di calcio, ma di intelligenza artificiale. La città tutta dovrebbe avere più coraggio nel confrontarsi sui grandi temi e sulle questioni che la riguardano da vicino. Di convegni se ne fanno molti, ma spesso si ha l’impressione che si riducano a un parlarsi addosso tra chi coltiva lo stesso orticello. E anche questo è non-cultura.
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Ma dove sono le famiglie? Servono regole più severe
di Silvia Beltrami
Calci e pugni per una sigaretta negata da un giovane che portava il codino. Calci, pugni e cinghiate per espressioni di disaccordo a slogan inneggianti il fascismo. La “lezione”, i sentimenti di condanna dopo la tragedia di Corticella Leoni, l’epiteto di Verona città violenta che ci hanno appioppato i mass media di tutta Italia, non sono bastati. Esattamente 9 mesi dopo, come una gestazione, la violenza, gratuita, cercata, pretestuosa, ha partorito ancora. Ha partorito un’altra aggressione. In pieno centro. Un centro blindato. Ma la porta non ha retto, ancora una volta.
Sono pericolosi quando si muovono in gruppo, soprattutto la notte, quando la blindatura è meno pressante. Quando, nel nome di un “credo”, si arrogano il diritto di fare i gradassi, di sentirsi padroni della città. E di prendersela con chi, a prima vita, non è come loro.
Tra rossi e neri a Verona c’è sempre stata tensione, per o meno tra le frange estremiste della destra e della sinistra. Una tensione bidirezionale. Benzina o bombe molotov contro le serrande del negozio di una “Testa rasata” o le sedi dei movimenti della destra estrema, botte e calci alle persone che, per il loro modo di vestire o di comportarsi, sembrano di sinistra. A intervalli più o meno regolari, la Digos ha le sue indagini da fare, che non sempre hanno portato, in verità, all’individuazione dei responsabili.
Verona è cambiata negli ultimi anni. É diventata una città meno tollerante, perché il mendicante, il senza tetto, l’immigrato, il diverso in genere, in nome di un ordine da riportare, viene additato, colpevolizzato, etichettato, sanzionato, eliminato. È vero, i vu cumprà sono spariti dal centro. Oggettivamente davano fastidio. Ma non erano il problema di Verona. É vero, le ex cartiere sono state abbattute. Ma ora lo spaccio avviene sempre di più alla luce del sole, in strada. La verità è che, nel bene e nel male, i diversi, chi non agisce nella legalità, ci sono. Sempre. Da che mondo è mondo. E a poco allora servono le ordinanze per il decoro.
Se in una città prevale la mentalità per cui bisogna diffidare del “diverso”, è evidente che chi la pensa così si sente legittimato ad agire in nome di quella battaglia per il decoro. Anche per questo Nicola Tommasoli è stato ucciso: Nicola aveva il codino, il codino simboleggia idee di sinistra. Ecco perché c’è stata l’aggressione fuori dal bar Posta 9 mesi dopo. Perché la compagnia che dentro stava festeggiando un compleanno ha dimostrato di non gradire gli slogan inneggianti il nazismo, i buuh contro i neri. Non fossero stati in gruppo, forse finiva tutto lì. Ma erano in “branco” e quando sono in branco si sentono forti, invincibili. E scappano quando si rendono conto che la loro vittima è inerme a terra o quando vedono la camionetta con i militari. Nei due “branchi” identificati dalla Digos ci sono amici e amici degli amici. Giovani, anche di buona famiglia. Giovani già noti alle forze dell’ordine; molti sono “daspati”, hanno cioè l’inibizione di entrare allo stadio. Perché anche qui si trasformano, mentre magari in famiglia sono figli modello.
«Ma dove sono le famiglie?», si chiede il procuratore di Verona Mario Giulio Schinaia. Famiglie che, evidentemente, non intervengono abbastanza. Quando un genitore sa che il proprio figlio non può più entrare allo stadio, non deve aver bisogno di aspettare la condanna di un giudice per sapere che suo figlio fuori casa è violento, eppure succede, sempre più spesso. Fino a sentirsi suonare il campanello all’alba e vederselo portare via in manette. La famiglia dunque manca in casi come questi. È la prima responsabile di tragedie come queste. Anni fa se un figlio era vivace lo si metteva in collegio. Ora no, non succede più. Si tende a coprirlo, a farlo credere vittima di un certo sistema.
Cosa fare? È innegabile che il lassismo, da quello familiare a quello scolastico a quello giudiziario, ha indebolito il sistema di autodifesa della nostra società. Un società dove l’apparire è più importante dell’essere, dove la forma accredita più della sostanza. Vanno richiamate e ribadite certe regole, più severe, per cercare di rimettere in carreggiata chi ha sbandato una prima volta per evitare che sbatta contro un platano, di rimettere in carreggiata i giovani, certi giovani d’oggi, che saranno gli uomini di domani. Invece così passano in secondo piano realtà, presenze, figure che esistono ma che non godono dei clamori e della ribalta della cronaca. Anche a Verona sono tante, basta sfogliare l’elenco telefonico o entrare in google, in sostanza basta volerle vedere.
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La causa di tanta brutalità è banale e si chiama noia
di Anna Ortolani
La violenza è una prerogativa umana: nel mondo animale esiste l’aggressività ma non la violenza gratuita. In nome di dottrine religiose, principi etici, concezioni del mondo diverse, pregiudizi ingiustificati, gli uomini lottano e si aggrediscono fra loro, spesso con ferocia, diversamente dalle specie animali che, se si sbranano, lo fanno per soddisfare i loro bisogni alimentari, difendere il loro territorio o la loro vita.
Le cause di questa “peculiarità” umana non sono note, certo è che a determinare il gesto violento concorrono fattori biologici, psicologici e sociali. Statisticamente, ad esempio, la componente di aggressività che può sfociare in violenza è più frequente nei maschi che nelle femmine. Le bambine sarebbero meno aggressive perché più inclini alla comunicazione e al linguaggio, all’empatia e alla comunicazione. Invece i maschi sarebbero emotivamente più distaccati, mostrando sovente difficoltà ad immedesimarsi nella sofferenza altrui. Effettivamente spesso i giovani protagonisti di episodi violenti, se non addirittura efferati, sono ragazzi che mostrano difficoltà nel riconoscere emozioni e sentimenti, quelli che consentono di entrare in sintonia con gli stati mentali degli altri. Questo scollamento aumenta la difficoltà a distinguere finzione e realtà, e questo spiega perché, ad esempio, uno dei responsabili dei lanci di sassi dal cavalcavia si giustificasse affermando che non era sua intenzione far del male a persone in carne ed ossa, ma “solo” colpire le auto, un po’ come si fa in un video gioco.
Confondere reale e virtuale è pericoloso perché viene meno la valvola di sicurezza, sostenuta da fattori educativi, che permette di sublimare l’aggressività nella finzione. Lo stesso meccanismo funziona anche nello sport, dove la competizione traduce agonisticamente l’istinto di sopraffazione nei confronti dell’antagonista.
Ma al di là di tante spiegazioni sociologiche e psicologiche, un sospetto si affaccia alla mente di fronte all’insensatezza di fatti che accadono anche nella nostra città. Viene il dubbio che la ragione di un pestaggio mortale, delle fiamme appiccate ad un poveraccio, dei sassi buttati dai cavalcavia, sia tanto banale quanto atroce: la noia.
I ragazzi, (“tutti” i ragazzi, anche quelli che non possono andare in piscina, a tennis o a sciare) hanno a disposizione dei centri sportivi non a pagamento? Ci sono luoghi che non siano le discoteche dove stare insieme facendo qualcosa di divertente e costruttivo, senza dover sborsare soldi che non tutti hanno a disposizione? Crescono giustamente le opportunità ricreative per la terza età: quante ne esistono per i giovani?
Se la noia è insopportabile, per sentirsi vivi si ricorre anche alla violenza, che cerca un bersaglio frugando nell’intolleranza, un virus ricorrente nella storia. Succede che una razza si ritiene irragionevolmente superiore ad un’altra, e si genera il razzismo. Oppure c’è una discriminazione di genere, com’è ancora oggi in molti Paesi dove si ritiene che l’uomo sia superiore alla donna.
Esistono pregiudizi economici, di casta, di classe sociale, di corporazione, e nelle sue forme estreme, l’intolleranza si intreccia al fanatismo.
Qual è l’antidoto? La tolleranza, naturalmente, quella che Voltaire, nel suo Dizionario filosofico (1763) definisce “appannaggio dell’umanità”. Non è però la direzione in cui sta andando la nostra società, sempre più impaurita, sempre più incline a cercare fuori da sé le cause del suo malessere, che è invece profondamente interno. I ragazzi lo rispecchiano, restituendoci l’immagine di un mondo che non ci piace ma che noi stessi abbiamo forgiato.
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Sebastiano sa dove colpire per far male
di Alessio Corazza
Sebastiano sa dove colpire per far male. Sa dove colpire per rompere le ossa. Sa dove colpire per uccidere. Me ne sono reso conto quasi per caso, a una riunione di famiglia. Lui si fa vedere poco, passa a salutare e poi se ne va, nessuno sa dove. Quella volta il discorso è caduto su una rissa allo stadio accaduta qualche giorno prima. Avevano arrestato un suo amico che, a sentir lui, non c’entrava nulla. «Quello non è uno che va in curva – aveva detto – era la prima volta che andava al Bentegodi». C’era scappata di mezzo una coltellata e al processo ci sarebbero andati giù duri. A sentire Sebastiano, chi aveva usato con tale disinvoltura la lama era stato un ingenuo. «Basta sapere dove colpire – spiegava con disarmante sicurezza – e una mano può essere mortale. Ma anche con un colpo secco qua – e indicava un punto preciso sotto il costato – si può facilmente rompere una costola e poi sparire, nel nulla». L’uditorio familiare ascoltava perplesso, ma anche ammirato. Mamme, nonne e zie fingevano di rabbrividire a quel dispiego di violenza, ma gli uomini sembravano più accondiscendenti: uno zio opponeva qualche domanda tecnica, un altro ricordava un aneddoto che lo aveva visto protagonista.
Di Sebastiano so poco, nonostante la nostra anagrafe comune. Se non fossimo parenti, io e lui non avremmo mai avuto occasione di incrociarci se non a qualche manifestazione. Cosa che è capitata. Lui, confuso nel corteo, a cantare cori e sventolare sciarpe. Io ai margini, con un taccuino in mano. Quel che so di lui lo devo in buona parte ad una bacheca di sughero appesa nella taverna dove ci ritroviamo due volte l’anno, per il Natale e la Pasqua, di cui lui dispone come un locale personale il resto dell’anno. Appese alla rinfusa ci sono una serie di fotografie che lo ritraggono in varie situazioni, accanto ad adesivi con slogan di Forza Nuova (“Le sole bombe sono le nostre idee”), spille del Verona e biglietti dello stadio. Me n’è rimasta impressa nella mente una in particolare. Sebastiano posa davanti al cartello Krematorium del campo di concentramento di Auschwitz. È con uno del solito gruppetto di amici (tutti maschi, di ragazze non se ne vedono mai) che si ritrova anche in altri scatti: di fronte all’obiettivo ridono, hanno un’espressione beota e gaia, tengono il pollice alzato in segno di vittoria.
Quando quella bacheca è comparsa in taverna, ho provato disgusto e ho deciso di non metterci più piede finché non fosse stata tolta. Ma poi sono stato convinto a non creare il caso: e così, Natale dopo Natale, Pasqua dopo Pasqua, me la ritrovo davanti. Non è l’unica visione inquietante con cui mi devo confrontare: su una mensola, accanto a bottiglie di Valpolicella e Amarone, c’è n’è una che ha sull’etichetta l’inconfondibile effige di Adolf Hitler. Furherwein, si chiama: non so se contenga un vino buono, ma è chiaro che non è fatta per essere bevuta. È un elemento decorativo. Su un mobiletto c’è uno stereo con accanto una pila di cd. Non riconosco nessuno dei titoli, ad eccezione de “La direzione del vento” di Massimo Morsello, l’ex terrorista dei Nar e cantore della destra più radicale.
Sebastiano è cinque anni più giovane di me. Quando eravamo piccoli, toccava a lui stare in porta a parare i miei tiri. Poi lui è diventato un discreto portiere nella squadra di calcio del suo paese e, in fondo, ho sempre pensato fosse merito mio se aveva sviluppato quella dote. Come sia diventato ammiratore di Hitler, però, proprio non saprei dire. La nostra famiglia non è di quelle che si interessano di politica, se non per prendersela col governante di turno. I nostri nonni non erano né fascisti né partigiani, ma nascosero per mesi un pilota inglese che si era schiantato sulle nostre colline durante la guerra. Lo avessero trovato i tedeschi, lo avrebbero fatto prigioniero e i miei nonni sarebbero stati fucilati. Io e Sebastiano non saremmo mai nati.
Da quando è diventato a tutti gli effetti un adulto, io e lui non abbiamo mai avuto un granché da dirci. So che lui aveva pesantemente criticato una mia vecchia fidanzata. Aveva la pelle bianca come il latte, era perfino cattolica: ma era americana. Poi una volta mi ha mandato un sms sul telefonino: non era un saluto, o una cortesia, ma una critica ad un mio articolo troppo tenero – a suo avviso – con gli immigrati.
Sebastiano è un oggetto misterioso anche per le persone che gli sono vicine. In famiglia nessuno osa chiedergli nulla: hanno paura di lui. Gli oscuri tatuaggi che spuntano minacciosi sul suo corpo sono un invito a non porre troppe domande. Io stesso non saprei cosa chiedergli.
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Una, nessuna, cinquemila...
di Andrea Sambugaro
Il torto? Segnare un gol con la maglia sbagliata e la pelle olivastra: Juio Cesar Uribe, il «diamante nero», centrocampista peruviano del Cagliari, non lo sapeva ma quel 21 novembre del 1982 fu il primo destinatario degli uh-uh al Bentegodi. Poche domeniche prima, il 17 ottobre, a Verona era arrivato l’Avellino di Geronimo Barbadillo, anche lui di Lima: niente cori, ma una banana gonfiabile con il marchio Chiquita, come quelle esposte nelle rivendite di frutta e verdura, gettata dalla curva mentre andava a battere un calcio d’angolo.
L’esempio del Chievo
Accadesse oggi, i cancelli dello stadio rimarrebbero a lungo chiusi. Quando gioca l’Hellas, ovvio, non con i tifosi del Chievo. Loro hanno riempito la bacheca della società di premi Fair play, il riconoscimento destinato al club con il pubblico più corretto. L’unica macchia, in fondo, rimane uno striscione con la scritta «Napole-cani».
Nel 1982 il razzismo era tollerato, circoscritto, se non ignorato. Così il 28 aprile del 1996, in un derby con il Chievo, dalla curva sud, dov’era seduta anche il sindaco Michela Sironi, ignara di ciò che stava avvenendo, potè penzolare un manichino nero con la maglia gialloblù accompagnato dall’apparizione di due tifosi incapucciati come mebri del Ku Klux Klan e dello striscione «El nero i ve l’ha regalà, dasighe lo stadio da netar» riferiti a un giocatore di colore, Michael Ferrier, originario delle Antille olandesi, che l’Hellas avrebbe ingaggiato. Un manichino che ha varcato i confini: è riapparso lo scorso anno a Barcellona in una mostra intitolata «Passione nel pallone» riaprendo la ferita di Verona. Così il 20 febbraio del 2000 gli uh-uh rivolti a Lilian Thuram e Saliou Lassissi, francese e ivoriano del Parma, poterono essere assordanti, così quando il 30 aprile dello stesso anno la Juve dell’olandese Edgar Davids venne a perdere uno scudetto al Bentegodi la curva potè urlare «Schiavi dei neri, voi siete schiavi dei neri».
Basta e avanza, anche se la catena di esempi potrebbe essere molto più lunga nonostante da qualche anno i signori del pallone abbiano deciso che non era più tollerabile lasciare che gli stadi fossero zona franca, dove tutto è ammesso (tant’è che, da quando sono entrate in vigore le sanzioni per la discriminazione razziale, l’Hellas ha pagato dazio ed è stato costretto più di una volta a giocare senza pubblico: fuori tutti, tifosi buoni e cattivi).
Tanto lo si sa, lo si è sempre detto e lo si è sempre scritto: Verona è razzista. Se in curva appare lo striscione «Lavatevi» quando al Bentegodi gioca il Napoli, il sindaco Lele Sboarina è chiamato al tg a dare una spiegazione. Ma se la risposta al San Paolo è un «Giulietta è ‘na zoccola», la reazione è una risata. Nessun sindaco di Napoli ne deve rispondere. Anzi, l’asserzione diventa il titolo di un libro. O la chiusura di una telecronaca da parte di un giornalista campano, in tribuna stampa, nell’ultimo Verona-Napoli. Cercare su you tube, in internet, per credere.
Ma Verona è razzista?
Il male si annida in curva, si alimenta lì, tra i «butei», quelli che, quando nelle piazze d’Italia si manifestava per la pace con le bandiere con l’arcobaleno, ne sventolavano altre a righe gialloblù con la scritta «Pache». Una di quelle bandiere, del resto, è stata a lungo esposta all’ingresso di uno dei negozi di riferimento dei «butei», il Black Brain di corso Milano, il cui titolare, intervistato per un programma Rai, alla domanda «Chi era per lei Benito Mussolini?» rispose: «Un grande statista».
Le contraddizioni
Ma qualche contraddizione dev’esserci, almeno per chi non si accontenta delle etichette e degli stereotipi che dicono tutto e niente. Se Verona è razzista, perché il pubblico del Chievo non lo è? Da dove viene, da un altro pianeta? Se la curva è razzista, perché quando un giocatore di colore è a terra infortunato non gli urla «Morte, morte, morte» con il pollice verso, come fa sempre, ma «Vita, vita, vita» con il pollice rivolto verso l’alto e poi, quando il calciatore si rialza, applaude? È accaduto poche domeniche fa, in Verona-Reggiana.
Se un gruppo della curva grida «Butei liberi», riferendosi ai giovani in carcere o agli arresti domiciliari per la morte di Nicola Tommasoli e per la rissa in piazza delle Poste, perché altri fischiano?
Il fatto è che la curva, per chi ne volesse dare una definizione, definizioni non ne ha. È una, nessuna e cinquemila. È un teatro dove non si assiste, ma si recita ogni volta che il Verona gioca. Gli attori sono loro, i «butei», che fanno il tifo per se stessi, che ci vanno giù pesante ma sanno anche, spesso, ironizzare.
L’Hellas sprofonda? Cantano «Io credo risorgerò» e si applaudono. E magari inscenano una processione sollevando un tifoso seminudo in posizione da crocifisso, imitando il suono delle campane a morto. Il Verona in trasferta sta perdendo 2-0? S’inventano il gol del pareggio, esultano, scandiscono «Due-a-due, due-a-due» anche se non è accaduto nulla. Tra lo stupore del pubblico di casa, come ricorda Tim Parks in «Questa pazza fede», il libro che racconta un campionato con i tifosi, trasferte comprese.
Nella squadra avversaria gioca un difensore che si chiama Negro? È bianco, ma appena tocca palla gli fanno uh-uh. Difficile stabilire dove finisca il razzismo e dove cominci la goliardia.
In ogni caso la curva nasce e muore la domenica, un’ora prima e un’ora dopo la partita e ognuno è libero di partecipare ai suoi riti come crede. Unendosi ai cori o rimanendo in silenzio, applaudendo o fischiando, con la propria responsabilità e la propria coscienza. Altrimenti non si spiegherebbe perché è frequentata da persone che durante la settimana hanno un comportamento assolutamente normale a scuola, al lavoro, in famiglia. Altrimenti non si spiegherebbe perché c’è anche un settore dove molti spettatori sono bambini.
Il mondo fuori lo stadio
Forse la curva sud non è la culla di tutti i mali, ma lo specchio e la sintesi di una realtà esterna che incontriamo, respiriamo, animiamo tutti i giorni ma che tutti possiamo contribuire a modificare in meglio o in peggio. Il servizio di vigilanza del Bentegodi ha 28 telecamere che riprendono tutto ciò che accade durante la partita, ma solo dieci sono puntate sugli spalti, le altre sono tutte rivolte verso l’esterno. Solo un caso? Oppure fuor di queste mura un mondo c’è?
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Delitti e processi “politici” a Verona
di Giancarlo Beltrame
GLI ANNI DI PIOMBO (1969-1984)
1969
22 aprile
Una carica di dinamite piazzata davanti al Palazzo dell’Agricoltura scardina il portone d’ingresso e provoca il crollo di un soffitto.
6 dicembre
L’auto del senatore Adelio Albarello, prestata alla sezione veronese del Psiup, viene incendiata.
12 dicembre
Strage di piazza Fontana a Milano.
1970
14 marzo
Il trentino Marco Pisetta si costituisce a Verona a un maresciallo di pubblica sicurezza che dall’ufficio politico della Questura di Trento era stato trasferito nella città scaligera. Amico di Renato Curcio, nel 1969 aveva partecipato agli attentati contro le sedi dell’Inps e del Palazzo della Regione a Trento. Entrerà nelle Brigate Rosse, di cui fu il primo pentito dopo un nuovo arresto nel 1972.
28 agosto
In una sala passeggeri della stazione ferroviaria di Porta Nuova, ignoti depongono una valigia contenente un ordigno. Fortunatamente è notata da un sottufficiale della Polfer e viene portata in un luogo isolato dove esploderà un’ora più tardi. Il 2 agosto 1980, nella stazione ferroviaria di Bologna, l’attentato sarà riproposto con le medesime modalità provocando 85 morti e 200 feriti.
19 novembre
Scontri in piazza tra polizia e studenti delle medie superiori in centro. Numerosi feriti sia tra i poliziotti, sia tra gli studenti che protestavano contro la “repressione”.
7 dicembre
Tentato Golpe Borghese. Con un’azione coordinata sull’intero territorio nazionale, gruppi di civili, appartenenti a formazioni di destra (Avanguardia nazionale, Movimento sociale, Ordine nuovo), ad organizzazioni criminali (‘ndrangheta, mafia) e reparti militari e di polizia iniziano un’operazione che dovrebbe concludersi con il rovesciamento del governo. Le inchieste giudiziarie coinvolgeranno alcuni veronesi, tra cui l’ufficiale dell’esercito Amos Spiazzi (successivamente prosciolto) e l’ordinovista Elio Massagrande. Un testimone dirà che il concentramento dei partecipanti veronesi al “Golpe Borghese” era nella sede dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra di piazza Mutilati.
Dicembre
Iniziano nella questura di Verona le indagini sul movimento politico Ordine nuovo diretto da Clemente Graziani, che porterà ai successivi processi e al suo scioglimento per decreto nel dicembre 1973.
1971
24-25 marzo
In un’operazione della polizia sono arrestati Pietro Rocchini, Claudio Bizzarri, Elio Massagrande, Roberto Besutti. Tutti membri di Ordine Nuovo.
1972
13 febbraio
Un gruppo di neofascisti aggredisce e ferisce in via Mazzini il senatore del Psiup Adelio Albarello e il segretario provinciale del partito Giorgio Gabanizza.
11 luglio
Due attentati incendiari ai danni di altrettante sezioni del Pci.
1973
30 gennaio
Luigi Bellazzi, militante di estrema destra, aggredisce un militante di sinistra e poi spara con una pistola lanciarazzi contro 2 agenti di polizia intervenuti per porre fine all’aggressione, ustionandoli.
10 aprile
Viene devastato il deposito dei libri della casa editrice di sinistra Bertani, che pubblica tra l’altro l’opera teatrale di Dario Fo.
3 agosto
Attentato incendiario alla sede della Dc.
4 agosto
Due bottiglie incendiarie sono lanciate, durante la notte, contro il cimitero ebraico.
1974
13 gennaio
Il colonnello dell’esercito Amos Spiazzi viene arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla Rosa dei Venti.
28 maggio
Strage di piazza della Loggia Brescia. Le indagini degli anni ’90 coinvolgeranno alcuni veronesi, legati ai servizi segreti militari americani e all’estremismo di destra.
18 giugno
L’auto di un giornalista del Gazzettino viene distrutta in un attentato incendiario.
15 dicembre
Molotov contro il garage del presidente democristiano della Regione Veneto, Angelo Tomelleri, accompagnato dal primo volantino delle Brigate Rosse.
21 dicembre
Viene arrestato Marcello Soffiati, di Ordine Nuovo, dopo una perquisizione nella sua abitazione di via Stella, dove la polizia rinviene armi, bombe a mano, detonatori, proiettili anticarro e 10 candelotti di esplosivo. Indagini giudiziarie di molti anni dopo indicheranno in quella casa il covo dove transitò la bomba usata per la strage di piazza della Loggia a Brescia.
28 dicembre
Il giudice di Venezia Felice Casson sequestra al veronese Marcello Soffiati alcuni documenti che fanno emergere il ruolo avuto da servizi segreti americani nell’addestramento di neofascisti italiani.
1975
Una bottiglia incendiaria viene lanciata contro la porta d’ingresso dell’abitazione del direttore de “L’Arena” Gilberto Formenti.
21 febbraio
La polizia arresta 3 studenti di sinistra che contestano un’assemblea al Maffei dei gruppi di destra.
19 maggio
Incendiate due auto di militari americani in piazza Simoni. Volantino delle B. R.
30 agosto
All’uscita di un cinema, elementi di destra malmenano il sindacalista Nadir Welponer.
30 settembre
Viene ferita e catturata dopo un conflitto a fuoco con la polizia ad Altopascio (Lucca) la brigatista rossa veronese Paola Besuschio.
1976
19 aprile
La sede del Pci di Legnago viene devastata di notte da un gruppo di neofascisti.
17 maggio
Molotov contro la sede dell’Associazione industriali in piazza Cittadella per l’inizio del processo a Curcio a Torino. Volantino B. R.
5 giugno
A Borgo Roma 4 militanti di Avanguardia operaia sono aggrediti da una squadra di destra mentre affiggevano manifesti di Dp (Democrazia proletaria); uno di essi riporta trauma cranico.
14 giugno
Vengono arrestati a Verona Marco Fasoli, Michele Galati e Luigi Pedilarco, e a Milano il veronese Franco Brunelli, tutti ritenuti, con diversi ruoli, componenti delle Brigate Rosse. Fasoli e Pedialrco saranno assolti, Galati e Brunelli condannati a fine ottobre 1977. Fasoli diventerà uno dei membri di spicco delle B. R., condannato all’ergastolo per gli omicidi Gori e Albanese.
4 novembre
Molotov nelle cabine della Sip in via Leoncino. Volantino firmato Nuclei d’iniziativa armata per il comunismo.
1977
19 febbraio
Viene dato fuoco con liquido infiammabile all’ingresso del cinema Astra, che sta proiettando “La lunga notte di Entebbe”, definito in un volantino di rivendicazione “film fascista sul massacro israeliano”.
6 aprile
Attentato incendiario a una cooperativa di facchini. Rapina politica con sequestro di persona in un’altra cooperativa di Golosine. Volantino firmato Iniziativa armata per il comunismo.
2 maggio
Attentato incendiario alla sezione Dc di Borgo Trento in via Mameli 92.
10 maggio
Una bottiglia incendiaria viene lanciata contro la sinagoga
25 agosto
Primo omicidio di Ludwig, il nomade Guerrino Spinelli viene bruciato nella sua Fiat 126 a Verona.
1 novembre
Bottiglie incendiarie sono lanciate contro 3 sezioni del Pci e una del Psi.
1978
22 gennaio
Irruzione della Ronda proletaria all’istituto tecnico Marconi, Devastati gli uffici.
13 maggio
Attentato incendiario distrugge l’auto dell’ex segretario Dc Alberto Rossi nel garage di casa. Telefonata di rivendicazione delle B. R. a “L’Arena”.
26 agosto
Raid incendiario contro cinque pullman che hanno portato spettatori in Arena. Un ferito. Telefonata di rivendicazione dei Gruppi comunisti a “L’Arena”.
24 ottobre
I “Proletari armati per il comunismo” feriscono alle gambe l’agente di custodia Arturo Nigro, dopo averlo atteso sotto casa.
16 dicembre
2 giovani aggrediscono e disarmano in un posto di polizia l’agente Antonio Di Pasquale.
17 dicembre
Secondo omicidio di Ludwig, a Padova viene ucciso il cameriere Luciano Stefanato, omosessuale, a colpi di bastone.
1979
1 gennaio
Un commando di sei persone attacca l’ex posto di guardia del forte di Azzano, sequestrando sei persone, l’intera famiglia del maresciallo dell’esercito Filippo Cantore. Cercavano armi.
6 gennaio
Rapina dei Pac alla posta di Borgo Venezia, in via Salgari.
17 gennaio
I Gruppi armati comunisti rivendicano l’imboscata con bombe molotov a un’autoradio dei carabinieri attirata in un agguato in via Sauro con una finta telefonata di segnalazione di un’auto rubata.
17 giugno
Attentato contro la sede del Pci Luciano Manara rivendicato dai Nar, Nuclei armati rivoluzionari, movimento clandestino di estrema destra.
19 giugno
Si impicca nel carcere di Verona Lorenzo Bortoli, militante dei Collettivi politici veneti.
26 giugno
Incendio con bome moltov di otto motoscafi a Bardolino.
12 dicembre
Terzo omicidio di Ludwig, a Venezia viene ucciso con una trentina di coltellate il tossicodipendente ventiduenne Claudio Costa.
1980
11 aprile
Attentato incendiario distrugge la porta dell’abitazione del capogruppo Dc in Consiglio comunale Giancarlo Passigato.
Quarto omicidio di Ludwig, a Vicenza viene uccisa l’ex prostituta Alice Maria Baretta a colpi di ascia e di martello.
1981
10 gennaio
Un raid squadristico compiuto da attivisti di destra distrugge la sede della casa editrice Bertani, specializzata in pubblicazioni di sinistra. Diversi i feriti. Si tratterebbe di una rappresaglia per precedenti aggressioni subite da militanti di destra durante attività di propaganda.
3 aprile
Alcuni giovani di sinistra vengono aggrediti mentre attaccano manifesti in città.
6 aprile
Viene arrestato per rissa il missino Nicola Pasetto, futuro parlamentare.
25 maggio
Quinto omicidio di Ludwig. Viene data alle fiamme la Torretta di Porta San Giorgio, ricovero per sbandati e senza casa. Nell’incendio muore il diciassettenne studente Luca Martinotti, che si era fermato per dormire. La rivendicazione viene fatta così:
“LUDWIG. LA NOSTRA FEDE È NAZISMO, LA NOSTRA GIUSTIZIA È MORTE LA NOSTRA DEMOCRAZIA È STERMINIO. RENDIAMO NOTO CHE ABBIAMO PUNTUALMENTE RIVENDICATO IL ROGO DI SAN GIORGIO A VERONA CON IL MESSAGGIO INVIATO A ‘LA REPUBBLICA’. ALLEGHIAMO UN DISCHETTO METALLICO IDENTICO A QUELLO APPLICATO SULLA PIU’ GRANDE DELLE TRE TORCE USATE. GOTT MIT UNS”.
16 giugno
Vengono ritrovati 170 volantini brigatisti, alcuni contengono minacce ad aziende locali.
13 novembre
Rapina dei Pc alla Cassa di risparmio di San Massimo.
27 novembre
Rapina dei Pac alla Cassa di risparmio di Negrar.
17 dicembre
A Verona, un nucleo delle Br sequestra il generale James Lee Dozier, vice comandante della Nato per il sud Europa. Dagli Usa partono immediatamente investigatori incaricati di affiancare quelli italiani.
1982
23 gennaio
La polizia arresta, nell’ambito dell’inchiesta sul sequestro Dozier, Nazareno Mantovani.
28 gennaio
Sempre nell’ambito delle indagini sul sequestro Dozier, è arrestato Armando Lanza.
Il generale Dozier viene liberato in un appartamento di Padova da uomini dei reparti speciali della polizia. Vengono arrestati Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella, Cesare Di Lenardo e Giovanni Ciucci.
29 gennaio
Per il sequestro Dozier vendono arrestate altre 18 persone. Si scoprono covi in tutto il Veneto, tra cui uno a Verona.
1 febbraio
A Verona, è arrestata Maria Giovanna Mussa, militante delle Br e latitante da 2 anni.
5 marzo
Per insurrezione e guerra civile vengono arrestati tre giovani veronesi gravitanti nell’area di Prima Linea e dei Pac, Proletari armati per il comunismo.
25 marzo
A Verona, è emessa la sentenza a carico degli imputati per il sequestro Dozier. Al pentito Antonio Savasta sono inflitti 16 anni e 6 mesi di reclusione; a Cesare Di Lenardo, 27 anni; a Emilia Libera, 14 anni; stessa pena è inflitta a Giovanni Ciucci.
20 luglio
Sesto e settimo omicidio di Ludwig. Vengono uccisi a martellate Gabriele Pigato e Giuseppe Lovato, entrambi frati settantenni del Santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza.
1983
26 febbraio
Ottavo omicidio di Ludwig, viene assassinato a Trento il sacerdote don Armando Bison, che è trovato con un punteruolo sormontato da un crocifisso conficcato in testa.
14 maggio
Altri sei omicidi di Ludwig, viene dato fuoco al cinema a luci rosse Eros di Milano, dove muoiono 6 persone e 32 restano ferite.
1984
8 gennaio
Quindicesimo e ultimo omicidio di Ludwig, è appiccato un incendio alla discoteca Liverpool di Monaco di Baviera; nel rogo muore una persona e altre sette restano ferite.
4 marzo
Wolfgang Abel e Marco Furlan vengono arrestati per aver cercato di incendiare la discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova, dove si trovavano quattrocento ragazzi, la maggior parte dei quali mascherati per la festa di carnevale. Sono i due assassini di Ludwig.
10 dicembre
Si conclude con 14 condanne e due assoluzioni il processo a 16 ex appartenenti dell’ultrasinistra gravitanti nell’area dell’Autonomia e dei Pac, Proletari armati per il comunismo. Le accuse comprendevano tre rapine, l’incendio di alcuni motoscafi a Bardolino e alcune corriere in piazza Cittadella tra il 1978 e il 1981. Fra i condannati Cesare Battisti e i veronesi Alessandro Berzacola, Giovanni Gaeta, Maria Cecilia Barbetta, Paolo Sommaruga, Arrigo Cavallina, Giuseppe Lorusso, Francesca Cavattoni, Gabriele Gabrieli, Maria Cristina Oliosi.
DIECI ANNI DI (RELATIVA) TREGUA (1985-1995)
1985
2 dicembre
A Sandrà, è arrestato Omar Sadat Salem Fathat, giordano, “capitano” dell’Olp, in possesso di un arsenale di armi e di esplosivi.
11 dicembre
Omar Sadat Salem Fathat è condannato a 14 anni di carcere.
1987
1 febbraio
Con l’accusa di associazione a delinquere vengono arrestati 12 tifosi delle Brigate gialloblù. Nelle abitazioni vengono sequestrate anche delle bandiere naziste con croci uncinate. Tra i 14 imputati i futuri leader locali dell’ultradestra Alberto Lomastro e Alessandro Castorina. Il successivo processo vedrà tutti condannati in primo grado nel gennaio 1991. Condanna confermata in appello nel 1998, quando era ormai condonata o prescritta.
1990
9 dicembre
Un barbone di 73 anni, Olimpio Vianello detto «Crea», colpito alla nuca con un corpo contundente, viene trovato in fin di vita nel cortile dell’ex tribunale, dove era solito dormire. Muore in ospedale. Solo nel settembre 1999 si scopre che l’omicidio era maturato nell’ambito di una tragica bravata di alcuni ragazzi di buona famiglia. Viene processato e condannato dieci anni e mezzo di carcere Nicola Murari, un veronese, di 27 anni che nel frattempo si era fatto la sua brava vita. «Eravamo usciti per bere a buso e dopo andare a caccia di neri e barboni», disse, «è stato un incidente».
1991
25 luglio
A Villafranca sono scagliate bombe molotov contro il campo nomadi.
GLI ANNI DEL CONTROLLO DEL TERRITORIO (1994-2009)
1994
4 ottobre
Sette skinheads vengono arrestati dalla Digos su ordine del procuratore Guido Papalia. Arriva così ad una svolta l’indagine avviata nei primi giorni del 1993 sul Veneto Fronte Skinheads che a Verona ha un nutrito numero di giovani simpatizzanti che si aggregano attraverso iniziative come concerti e raduni. Nel corso dei mesi, l’inchiesta si arricchisce di prove per sostenere che l’associazione, regolarmente fondata a Roma da Piero Puschiavo, opera in violazione della legge Mancino e incita all’odio e alla discriminazione razziale.
1995
21 gennaio
Con l’accusa di ricostituzione del disciolto partito fascista il Gip del tribunale di Verona Carmine Pagliuca rinvia a giudizio l’ editore padovano Franco Freda, 54 anni, e altre 49 persone delle 75 coinvolte, nell’ estate del 1993 , nell’inchiesta promossa dalla Procura della Repubblica di Verona sul “Fronte nazionale”. Il 25 ottobre la Corte d’Assise emette 45 condanne, tra quella di 6 anni a Freda. Il 21 novembre 2000, il governo, con decreto del ministro dell’Interno immediatamente esecutivo, scioglie il ‘Fronte nazionale’, a seguito della sentenza definitiva della Cassazione del 1999 che ha condannato Freda per violazione della legge Mancino e ha definito il suo movimento “un’organizzazione avente tra gli scopi l’incitamento all’odio razziale”.
28 agosto
Nei pressi dello stadio a uno sharp, una testa rasata antirazzista, viene imposto da alcuni skinheads del Veneto Fronte Skinheads di non entrare ad assistere alle partite del Verona
1996
15 ottobre
A Verona, quattro giovani skineads, Fabio Bazzerla, Francesco Guglielmo Mancini, Andrea Miglioranzi (oggi capogruppo della Lista Tosi in Consiglio comunale) e Alessandro Castorina sono tratti in arresto su ordine del gip Sandro Sperandio per violenza e istigazione all’odio razziale; sarebbero stati protagonisti delle due aggressioni, del 28 agosto 1995 e del 13 luglio 1996 in un bar. Il loro processo finirà nel giugno 2002 con la conferma della condanna, con l’aggravante della legge Mancino, da parte della Cassazione. In quella occasione il Pm Antonino Condorelli lanciò per primo l’allarme sull’idea distorta di “controllo del territorio” che li animava.
28 ottobre
Un manichino nero viene fatto penzolare come se fosse impiccato dalla Curva Sud dell’Hellas prima del derby con il Chievo. Per la vergognosa messinscena di intolleranza razziale finiscono sotto processo Yari Chiavenato e Alberto Lomastro, che saranno assolti dopo anni, perché nessuno dirà davanti ai magistrati di aver visto qualcosa. “Un clima di omertà”, sottolinearono i giudici di primo grado Isabella Cesari, Marco Zenatelli ed Enrico Sandrini, “con i gruppi di tifosi ultras che godono di privilegi assolutamente ingiustificati e che hanno sicuramente facilitato la commissione del reato”.
1998
23 aprile
Inizia il processo al Veneto Fronte Skinheads. Ma dopo numerose udienze il presidente del collegio, Guglielmo Ascione, lascia la magistratura. Il processo deve ricominciare daccapo.
1999
17 aprile
Attentati dinamitardi e incendiari contro una sezione e la sede del comitato cittadino dei Ds. Saranno rivendicati dalla sigla Nuclei territoriali antimperialisti.
13 luglio
Il procuratore capo Guido Papalia ordina una serie di perquisizioni a Roma, Milano e Torino nelle abitazioni di ex appartenenti alle Brigate rosse o sospetti tali, nell’ambito di un’inchiesta collegata all’omicidio D’Antona.
2000
Maggio
Massimiliano Stancanelli, consigliere di Circoscrizione di An e ultrà (già implicato in incidenti allo stadio) e altri quattro giovani di destra tifosi dell’Hellas vanno sotto processo dopo una rissa in via Nizza. Saranno assolti.
28 giugno
Riprende il processo al Veneto Fronte Skinheads con il giudice Dario Bertezzolo a presiedere il nuovo collegio, che conserva gran parte del lavoro svolto dal predecessore Guglielmo Ascione.
15 settembre
Un incendio doloso distrugge la vecchia stazione delle corriere di piazza Isolo, divenuta il rifugio di molti senza casa e nella quale l’editore Bertani teneva il suo magazzino. Nell’incendio muore un immigrato polacco, Cesar Karabowski, e altri due sono in gravi condizioni. L’edificio stava per essere sgomberato in vista della costruzione del parcheggio. Nei giorni successivi vengono fermati tre algerini.
19 settembre
Luis Marsiglia, professore al liceo Scipione Maffei, insegnante di religione di origine ebraica e che, per questa ragione, avrebbe già subito in precedenza insulti e minacce, dichiara di essere stato aggredito da ignoti. Risulterà che si era inventato tutto e sarà condannato a 8 mesi per simulazione di reato.
2001
13 febbraio
Ultima udienza del processo al Veneto Fronte Skinheads. Il pubblico ministero Antonino Condorelli chiede condanne per promotori e aderenti e alcune assoluzioni per imputati contro i quali non sono emerse prove. Chiede anche le pene accessorie, come l’obbligo per gli skinheads di andare a lavorare gratis nelle strutture sociali che assistono gli emarginati. Il tribunale, invece di emettere la sentenza, accoglie le richieste della difesa e ordina la trasmissione degli atti alla Procura di Vicenza. Due anni e mezzo dopo saranno tutti assolti.
5 maggio
Giovani militanti di Forza Nuova assaltano a Porta Leona il banchetto di Rifondazione e del Circolo Pink durante la campagna elettorale. A processo finiscono in sei: cinque di Forza Nuova e un giovane della sinistra radicale. Il 28 ottobre 2005 la sentenza pronunciata dal giudice Marco Zenatelli: tre condanne e tre assoluzioni.
27 ottobre
Il procuratore della repubblica Guido Papalia indizia di reato 6 esponenti locali della Lega nord, per “incitamento ad atti discriminatori per motivi etnici e razziali”, dopo che avevano promosso una raccolta di firme per allontanare alcuni zingari da tempo presente sul territorio comunale. Tra essi il futuro sindaco Flavio Tosi.
2002
19 luglio
Un volantino delle Brigate Rosse viene fatto rinvenire negli stabilimenti grafici Mondadori.
2003
10 gennaio
Irruzione nello studio di Telenuovo in via Orti Manara contro Adel Smith, rappresentante della Unione mussulmani d’Italia, e il suo collaboratore Massimo Zucchi. 24 esponenti di Forza Nuova vengono da tutto il Veneto per tappare la bocca al polemista islamico. Condannati nel 2008. Tra essi Yari Chiavenato, uno dei leader dell’estrema destra scaligera e del tifo organizzato dell’Hellas, all’epoca segretario provinciale di Forza Nuova (pena di due anni e due mesi condonata), e i camerati Stefano Armigliato, Luca Castellini e Massimiliano Fiorini.
17 aprile
Un’auto con a bordo dei neofascisti lancia alcune molotov contro il centro sociale La Chimica. Il fuoco si ferma all’esterno.
26 aprile
Al negozio “Black brain” di Francesco Guglielmo Mancini, esponente del Veneto Fronte Skinheads, in corso Milano, viene sfondata la vetrina. Il gesto viene ripetuto qualche giorno dopo. E anche il Camelot di Alessandro Castorina, tra via Isonzo e via IV Novembre, viene colpito.
2004
2 gennaio
Irruzione all’Osteria ai Preti in Interrato dell’Acqua Morta. Zuffa da saloon in un bar solitamente frequentato da giovani della sinistra. Sedie e tavoli distrutti. La Digos denuncia quattro estremisti di destra per incendio e rissa.
25 aprile
Due molotov inesplose vengono lasciate davanti allo studio dell’avvocato Roberto Bussinello, difensore storico dei militanti di estrema destra, e davanti alla sede di Forza Nuova in via Filopanti.
2 dicembre
A Verona, il Tribunale condanna a 6 mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena, e al divieto di propaganda elettorale per 3 anni, oltre al risarcimento dei danni, 6 esponenti leghisti responsabili di una violenta campagna contro la comunità dei Sinti sfociata in uno sgombero forzoso. Sono Matteo Bragantini, Luca Coletto, Enrico Corsi, Maurizio Filippi, Barbara e Flavio Tosi. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli attacca i magistrati esprimendo la sua solidarietà ai condannati.
2005
13 febbraio
A Verona, confluiscono 10.000 leghisti per reclamare contro il giudice Guido Papalia, pesantemente attaccato per aver condannato 6 militanti veronesi (a 6 mesi, con sospensione di pena) per ‘incitamento all’odio razziale’. Il ministro Roberto Calderoli infiamma la platea: «in nome del popolo padano condanno a ritornare sui banchi di scuola chi conosce i codici e i codicilli ma non sa cos’è il buon senso…». Su un’aiuola dei giardini di piazza Bra viene deposta una lapide tombale con il nome di Guido Papalia. Reagiscono i magistrati con una dura presa di posizione.
17 luglio
Un gruppo di una trentina di ultras dell’Hellas, di estrema destra aggredisce a volto San Luca, con cinghie, coltelli e catene, alcuni simpatizzanti del centro sociale La Chimica e ferisce due ragazzi. Arrestati cinque militanti di estrema destra con l’accusa di lesioni gravi (un sesto era all’epoca minorenne). I veronesi Marco Battaglini, Alessandro Brentaro, il bolzanino Marco Cleva e i perugini Filippo Peducci e Alessio Sguilla, scontati 3 mesi di carcere di custodia cautelare, patteggeranno nel 2007.
23 luglio
Durante una manifestazione organizzata dai Centri sociali per protestare contro l’aggressione di una settimana prima, un centinaio di giovani incappucciati, giunti da province limitrofe e contrastati fortemente dagli organizzatori, provoca danni ad alcuni negozi. Viene lanciata una bomba carta contro un negozio in via Roma.
31 luglio
Viene compiuto un attentato incendiario alla sede de La Chimica in via Zapata. Fortunatamente le fiamme sono spente prima di compromettere la struttura.
12 settembre
Un mese e mezzo di relativa calma, poi un ordigno viene fatto esplodere davanti al negozio di Alessandro Castorina, segretario provinciale di Fiamma Tricolore.
22 ottobre
Aggressione di un giovane antifascista da parte di cinque neofascisti, uno dei quali da poco scarcerato per l’aggressione del 17 luglio.
23 ottobre
Un simpatizzante del centro sociale si azzuffa per strada e ferisce lievemente il proprietario del Black Brain, lo skinhead Francesco Guglielmo Mancini.
2006
28 gennaio
Il Centro sociale La Chimica denuncia il lancio di una bottiglia incendiaria contro la sede.
30 gennaio
Un appartenente al Csoa denuncia di essere stato aggredito al termine del concerto di Massimo Bubola da 5 giovani di destra.
4 febbraio
Un ordigno rudimentale danneggia l’infisso della vetrina del negozio di Francesco Guglielmo Mancini.
22 ottobre
La sede di Forza Nuova in via Filopanti viene salvata dalla pendenza verso l’esterno. Qualcuno aveva versato benzina davanti all’ingresso e appiccato il fuoco. Fosse penetrata sarebbe stato il disastro.
2007
29 giugno
Una perquisizione a casa di 17 giovani veronesi è l’atto conclusivo di un’indagine della Digos iniziata mesi prima che prendeva le mosse da molti episodi che si ripetevano con modalità simili. Vengono accertati 12 pestaggi compiuti per lo più nei fine settimana in centro storico. Le tecniche di aggressione e il tipo di linguaggio porta gli investigatori a trovare una matrice comune: l’appartenenza alla tifoseria dell’Hellas e alla destra più estrema. Inoltre emerge che che vi era una sorta di leadership all’interno del gruppo, ovvero chi istigava alla violenza. A questi “bravi ragazzi insospettabili” è contestata l’associazione per delinquere finalizzata alle lesioni oltre che la violazione della legge Mancino (contro la discriminazione razziale).
18 luglio
Un ordigno deflagrante è fatto esplodere contro il bar in via XX Settembre del consigliere comunale Giampaolo Beschin.
29 luglio
Il sindaco Flavio Tosi è condannato in appello per incitamento all’odio razziale in conseguenza della campagna contro i nomadi svolta dalla Lega.
8 novembre
Catene e coltelli all’uscita del Circolo Malacarne in via San Vitale a Veronetta. Il figlio del consigliere comunale Pdci Graziano Perini viene assalito e ferito da estremisti di destra, alcuni dei quali impugnano catene. Sono indagati sette giovani.
12 novembre
Un nuovo attentato colpisce il negozio di abbigliamento Camelot in via Isonzo, a Borgo Trento. Una saracinesca divelta e una vetrina in frantumi, oltre a vetri sparsi un po’ ovunque sono i danni materiali.
10 dicembre
Per “vendetta” dell’aggressione a Luca Perini in via Portici, nei pressi di piazza delle Erbe, viene ferito un militante di Fiamma Tricolore, noto frequentatore della curva sud allo stadio. Un’aggressione rimasta ancora senza responsabili anche se un fascicolo è stato regolarmente aperto dalla Procura scaligera. È appena salito in auto quando uno sconosciuto con una spranga gli manda in frantumi il cristallo della macchina. Lui scende ed è in quel frangente che il gruppo lo aggredisce: una coltellata lo ferisce alla gamba, sulla coscia, e poi viene colpito alla testa.
16 dicembre
Tre militari, parà della Folgore, picchiati perché meridionali e tifosi del Lecce, dopo uno scambio verbale all’interno di un bar di via Mazzini «Andate via perché questa è casa nostra, questa è la mia zona... Voi siete italiani, io sono di Verona». E giù botte. Quattro i veronesi processati e condannati.
Negli stessi giorni sui muri della città compaiono scritte di minaccia al segretario del Pdci Graziano Perini.
2008
8 marzo
Intervenuto per invitare a desistere dei ragazzi che ne avevano aggredito un altro e lo stavano brutalmente colpendo a calci e pugni, un trentaduenne della provincia viene a sua volta selvaggiamente picchiato. Si allunga così la serie di aggressioni “senza movente” sistematicamente effettuate da un gruppetto di giovani.
1 maggio
Cinque giovani, successivamente individuati come Nicolò Veneri, Federico Perini, Raffaele Dalle Donne, Guglielmo Corsi e Andrea Vesentini, aggrediscono per futili motivi (una sigaretta negata) tre giovani. Nel tafferuglio resta a terra, in gravi condizioni, Nicola Tommasoli, 29 anni, di Santa Maria di Negrar. Morirà qualche giorno dopo, senza riprendere conoscere. Il processo per omicidio preterintenzionale è in corso in Corte d’Assise.
18 settembre
La macelleria equina di via Ponte Pietra di cui è titolare Giuseppe Veneri, il padre di Nicolò, in carcere dal maggio 2008 per l’omicidio preterintenzionale di Nicola Tommasoli, viene semidistrutta da un incendio doloso nella notte. Pare quasi una vendetta.
20 ottobre
Tre militanti della galassia anarco-insurrezionalista, Giuseppe Sciacca, noto col nome di battaglia “Sucamorvo 22”, di 29 anni, originario di Catania, ultrà della curva nord del locale squadra di calcio (già interdetto dallo stadio), la sua compagna Nora Gattiglia, 24 anni, di Genova e la studentessa padovana Maddalena Calore 20 anni, sono fermati dalle volanti della questura di Verona che li attendevano al varco nelle zone solitamente frequentate dai simpatizzanti della sinistra più estrema. Il fermo avviene dopo che era stata individuata come “veronese” l’auto usata per fuggire dagli attentatori che avevano lanciato due bombe carta contro il comando dei vigili urbani a Parma, per vendicarsi di un atto di violenza razzista ai danni di un giovane di colore di un mese prima.
20 ottobre
Il sindaco Flavio Tosi condannato nel secondo processo d’appello per razzismo. Il giudice Maurizio Gianesini conferma la condanna a due mesi di arresto per propaganda di idee razziste a Flavio Tosi, al deputato del Carroccio Matteo Bragantini, alla sorella del primo cittadino Barbara Tosi, all’assessore provinciale Luca Coletto, all’assessore comunale Enrico Corsi e a Maurizio Filippi. I sei leghisti dovranno rifondere alle parti civili 12 mila euro per le spese di giudizio in Cassazione, che aveva rispedito a Venezia la prima sentenza di condanna. All’origine del procedimento i toni – giudicati razzisti – di una raccolta di firme per lo sgombero dei campi nomadi indetta dal Carroccio nel 2001.
2009
4 gennaio
Francesca Ambrosi, 30 anni, e due amici, vengono aggrediti in Piazza Viviani da un branco di giovani di estrema destra, tifosi dell’Hellas, con cui avevano polemizzato per i cori razzisti, nazisti e inneggianti alla violenza sulle donne che intonavano. Viene colpita con un posacenere al volto.
20 gennaio
Alle tre di notte ignoti sistemano un ordigno esplosivo davanti alla vetrina del circoloo culturale di estrema Destra Casapound, tra galleria Marconi e via Poloni, sfondando una vetrina.
5 febbraio
Otto ultràs dell’Hellas vengono arrestati per l’aggressione a Francesca Ambrosi. Sono Federico Bonomi, 20 anni; Luca Cugola, 25 anni; Gabriele Girardi, 23 anni; Andrea Iacona, 26 anni, detto “Gomma”, militare dell’Esercito; Giovanni Nale, 20 anni; Claudio Pellegrini, 45 anni; Andrea Sanson, 20 anni ed Enrico Stizzoli, 22 anni. Nella maggior parte dei casi si tratta di studenti. Uno è impiegato statale. Gran parte di loro ha precedenti per episodi simili, in qualche caso si tratta di tifosi dell’Hellas che hanno già avuto e “scontato” un divieto di recarsi allo stadio, altri ce l’hanno in atto. Nelle settimane successive il Tribunale del riesame alleggerisce la posizione di alcuni di loro.
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L’intervista mancata
Mercoledì 25 marzo il direttore di questo giornale ha richiesto al dott. Roberto Bolis, portavoce del Sindaco, un’intervista con Flavio Tosi, presentando in una lettera l’iniziativa del numero speciale di Verona In. Sentire il parere del primo cittadino era importante, soprattutto in riferimento al filone “politico” della violenza, anche per rispondere ad alcuni contributi giunti in redazione. Ci pareva corretto rivolgere alcune domande dirette al Sindaco, senza tanto girare intorno ai problemi, usandogli però la cortesia di fornire in anticipo i quesiti, in modo da consentire dichiarazioni meditate. Così abbiamo fatto.
Qualche giorno dopo il portavoce ha detto che non avremmo potuto incontrare di persona Flavio Tosi, ma che l’Ufficio stampa del Comune avrebbe comunque provveduto ad inviarci delle risposte scritte. Da mercoledì 25 marzo a giovedì 16 aprile (sono 23 giorni), abbiamo più volte spostato la consegna del giornale in tipografia per dare il tempo di rispondere ma, nonostante i numerosi solleciti, nulla è arrivato dal Comune. Il giorno 18 aprile è stato stampato il giornale, dopo aver informato gli interessati che qualche spiegazione a chi ci legge l’avremmo comunque dovuta dare.
Non vogliamo fornire interpretazioni sul perché non si sia potuta realizzare l’intervista e lasciamo che siano i lettori a farsi una loro opinione in merito. Possiamo però dire che al Sindaco erano state dedicate le primissime pagine della rivista, per il ruolo che spetta al primo cittadino; che le altre tre interviste ci sono state concesse nel giro di 24-48 ore con un incontro faccia a faccia; che i 18 giornalisti che hanno aderito all’iniziativa forse meritavano un po’ di considerazione, per quello che hanno cercato di dirci e per il fatto che si tratta di firme provenienti da mondi eterogenei e non sconosciuti, come Verona Fedele, DNews, L’Arena, Il Verona, Telearena, Radioadige, Telepace, Corriere della Sera, Il Gazzettino, Nigrizia, Combonifem...
Ecco infine le domande rivolte al sindaco:
– Violenza a Verona. Che idea si è fatto riguardo le cause di episodi come quelli di Porta Leoni e Piazza Viviani?
– Esiste anche una violenza di matrice politica. Penso agli skeanheads, a Forza Nuova: ci sono stati dei reati e delle condanne. Come si pone nei confronti di queste formazioni?
– Esiste una strategia destabilizzante da parte della destra estrema che mira al controllo del territorio?
– Uno degli skeanheads condannati nel 2002 è Andrea Miglioranzi. Quali sono i motivi per cui lo ha scelto come capogruppo per la sua lista?
– Lei stesso è stato condannato per incitamento ad atti discriminatori per motivi etnici e razziali, in seguito alla raccolta di firme per lo sgombero dei Rom. Il Flavio Tosi di oggi prende un po’ le distanze dal Flavio Tosi di ieri? Potrebbe permetterselo…
– Lei è cattolico? Quali sono i valori del cattolicesimo che più le stanno a cuore?
– Non pensa che una manifesta “insofferenza” verso i deboli, gli emarginati, gli extracomunitari possa generare violenza nelle persone fragili e negli esaltati? Sente questa responsabilità come sindaco?
– Il solidarismo cattolico è fatto di attenzione e di accoglienza verso i poveri. Però lei passerà alla storia come il sindaco che ha fatto piazza pulita di rom, vucumprà, poveri accampati per le vie del centro... Si riconosce in questo ruolo o pensa che ci sia una strategia nel dipingerla così?
– Cosa fa o pensa di fare il sindaco per gli emarginati? Forse Flavio Tosi non è solo uno sceriffo intransigente e inflessibile…
– L’anno scorso ai pacifisti di Beati i Costruttori di pace non è stato concesso l’utilizzo della Gran Guardia. Non pensa che il ruolo di sindaco le imponga una considerazione diversa nei confronti di persone con le quali evidentemente non si identifica, ma che comunque si impegnano per dei valori importanti?
– Il Comune ha annullato il premio Enzo Melegari... guardi che era una brava persona.
– Esiste una violenza delle parole? Penso alle frasi che spesso la Lega ha utilizzato per raccogliere il consenso. Anche qui non vede il pericolo di una degenerazione? C’è sempre qualche stupido che crede a quanto viene detto e che si lascia andare...
– Dalla società civile emerge una domanda non solo di sicurezza, ma anche di pace. Come coniugare insieme le due cose e quali sono le forze che Verona può utilizzare per prevenire la violenza?
– Ci sono iniziative concrete dell’Amministrazione in proposito?
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Dall’Io al Noi. Un percorso possibile?
di Aldo Ridolfi
«Non domandarci la formula che mondi possa aprirti»: stupendo e mai parafrasabile verso di Montale che ci inchioda ad un confronto quotidiano. Che scolpisce, meglio di mille sillogismi, la storia, l’età nostra, l’esperienza di tutti.
E se lui, Montale, non possedeva «la formula che mondi possa aprirti», certo, anche noi non possiamo far altro che cercarla, per tutta la vita, senza pretese.
Cercarla e basta, ma cercarla. Anche quando sembra proprio non esserci, barbaramente tolta di mezzo dalla guerra, dallo scontro, dallo spaesamento, dalla crisi, dal disincanto, dall’utilitarismo, dal consumismo, dallo stordimento, dal tradimento.
Cercarla con ogni mezzo perché, se mai lo specchio di questa nostro mondo si esprime in titoli, occhielli e sommari non c’è proprio da stare allegri. Essi affondano il dito in piaghe dolorosissime, talvolta così frequenti da diventare abitudine: «Muore per noia un quindicenne», «Fa una strage e poi si uccide», «Paga e non ti picchiamo più»… Oppure raccontano, le cronache, di un mondo drammaticamente veloce da indurre dolore: «Spaventoso tamponamento», «Uno scenario apocalittico», «Chi è alla guida deve cambiare abitudini»,… O, ancora, gridano di una diffusa volontà antisociale: «Sospetto insider trading», «Si rischia la bancarotta», «Tagli alla spesa sociale»…
Forse sono semplicemente delle titolazioni “calde”, così le chiamano, per richiamare, sfruttando l’effetto emotivo delle parole, l’attenzione, per sottolineare con forza che un tumore si sta comunque insinuando nei nostri rapporti sociali. O forse sono davvero lo specchio di una regressione civile malamente nascosta dal bello, dal patinato, dal colorato, dall’elettronico che ovunque incalzano; il riflesso di un cinismo elevato a sistema, coccolato, esibito, persino valore aggiunto nel curriculum.
Anche perché vi è tutto un linguaggio bellicoso che si insinua, apparentemente inoffensivo, nelle pieghe del dire quotidiano: «essere sotto assedio», «mantenere le posizioni», «strappare il consenso», «battaglia elettorale», «essere sul piede di guerra», «tempestare di domande», «armati fino ai denti»,… A conferma di un modo di rapportarsi segnato dal sospetto, dallo scontro, dalla rivalità.
Sembra proprio che la convivenza si sia ridotta a valutare la clava più grossa, a verificare le spalle più larghe, ma anche ad assecondare chi ha le argomentazioni più stringenti, come se il sillogismo, l’intelligenza fredda e raffinata, alla fine, dovesse essere il metro di misura di tutti i valori.
Difficile muoversi in questo che tutto è tranne protettivo liquido amniotico, difficile confrontarsi, discutere, citare, argomentare, difficile persino sperare.
Dove ho sentito parlare di un «Io che non riesce a diventare un Noi»? Chi, da qualche parte, ne ha scritto?
Giusto per provare ad intenderci, ma senza convinzione argomentativa, l’Io di Caino e l’Io di Remo; giusto per fare degli esempi, ma senza crederci del tutto, l’Io dell’uomo-scimmia in “2001 Odissea nello spazio” o l’Io di Claudio, zio di Amleto; giusto per muoverci nella storia, ma solo per non guardare dentro noi stessi, l’Io di Nerone o l’Io di Himmler; e così via. E, invece, ma anche qui solo per tracciare contorni mai definitivi, il Noi di Pasteur e di Fleming, di Röntgen e dei Curie, di Gutemberg e di Merghentaler.
È che l’ebbrezza dell’Io annienta senza riguardo il Noi, lo eclissa e lo rende effimero e socialmente timoroso; i prodigi dell’Io mortificano il Noi facendogli credere, senza possibilità di appello, della sua inanità. Così, sulle ali di un Io disancorato, l’irriverenza assoluta verso il Noi diventa tarlo sociale, presunzione, doloroso strappo antropologico.
Un «Io che non riesce a diventare un noi»? Chi ne ha scritto, da qualche parte?
Così spiega Berdjaev, a riprova che il Noi è dimensione irrinunciabile: «La realtà della società è racchiusa nel “noi”, che non è un’astrazione, ma ha un’esistenza concreta». E Gustavo Zagrebelsky, da un altro osservatorio, navigando tra Montesquieu, Brecht, De Tocqueville e tanti altri, spiega che la virtù repubblicana consiste in «quell’amore per la cosa pubblica che presuppone disponibilità a mettere in comune qualcosa di sé, anzi il meglio di sé: tempo, capacità, risorse materiali». E su un altro versante, ché i versanti sono, grazie a Dio, infiniti, sussurra consigli anche Italo Calvino: «riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare, e dargli spazio». E’ una danza infinita, cercarne i movimenti diventa perfino divertente; ti porta a spasso nel tempo; ti porta ad incontrare, sulla pagine di libri dimenticati, uomini scomparsi eppure ancora lì a raccontarti della loro visione del mondo. E dunque ti puoi imbattere in Erasmo da Rotterdam: «Sui sentimenti privati prevalga l’interesse pubblico: sebbene, provvedendo a quest’ultimo, si favorisce la propria fortuna»; e, secoli dopo, nel 1840, ma noi non ne facciamo una questione di perfetta cronologia, ecco A. De Tocqueville accarezzarci il pensiero con un ottimismo fantastico assicurandoci che « il graduale progresso dell’uguaglianza è qualcosa di fatale». Come a dire: si voglia o no la direzione è quella, c’è la reale possibilità di usare, nel nostro contratto sociale, un Noi che non sia semplicemente un espediente retorico, un pluralis maiestatis.
E infine, per non tediare, un estremo tentativo di accordare l’Io con il Noi: J. Rawls immagina una teoria della giustizia in cui gli individui «non si avvantaggiano gli uni alle spese dell’altro, poiché sono permessi solo vantaggi reciproci».
Utopisti, poeti, randagi, nomadi del deserto, abusivi della cultura? Forse, «ma questi randagi, come i nomadi del deserto, sono delle guide che nostrano le piste per attraversarlo» (C. Magris).
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Comunicazione a Verona. Alcune cose da rivedere
di Giorgio Montolli
Il portavoce del Sindaco costerebbe 210 mila euro lordi l’anno. Se fosse così si tratterebbe di una cifra davvero considerevole, ma c’è da dire che questo Bolis sa fare bene il suo lavoro. Prima del suo arrivo a Palazzo Barbieri le conferenze stampa dei consiglieri di minoranza si guadagnavano il loro titolo sui TG della sera e sui quotidiani del giorno dopo, mentre ora la replica della maggioranza è immediata, grazie a un ufficio stampa comunale che a tempo di record riporta le dichiarazioni dell’opposizione all’assessore interessato, il quale entro le 18 fornisce una replica puntuale che i giornalisti delle varie testate non possono ignorare. Cosa cambia? Ad esempio cambia il titolo, che il redattore di turno, se vuole, può impostare sulle dichiarazioni della maggioranza con un vero e proprio effetto boomerang sulla minoranza. Non sempre avviene il contrario, cioè che alle dichiarazioni della maggioranza seguano immediatamente le osservazioni dell’opposizione, tanto che viene da chiedersi se la bravura di chi ha architettato questo modo di procedere aiuti la dialettica democratica o sia piuttosto lesiva del diritto della minoranza di esprimere un parere che abbia il giusto peso sui media. L’opposizione potrebbe risolvere la questione convocando le conferenze stampa non a mezzogiorno, ma il pomeriggio inoltrato, e fuori dalle mura di Palazzo Barbieri, ma inspiegabilmente non lo fa.
Non tutti conoscono la differenza tra un giornalista e un addetto stampa ed è già una conquista che Bolis venga definito correttamente portavoce del Sindaco, che è un’altra cosa ancora. Giornalista, lo dice la parola, è colui che lavora alla realizzazione del giornale con propri pezzi o come redattore, commissionando cioè i servizi ai vari collaboratori, decidendone la collocazione e i titoli, sempre prestando attenzione a fornire un’informazione corretta basata, per quanto possibile, su criteri oggettivi di valutazione. L’addetto stampa lavora per un’azienda pubblica o privata con il compito di mediare i rapporti con i giornalisti, sia fornendo loro dei comunicati stampa, sia aiutandoli nel loro compito, qualora gli fossero richieste precise informazioni. Se l’addetto stampa non può prescindere dagli interessi dell’ente per il quale lavora, il portavoce sicuramente si identifica nettamente con chi assumendolo gli chiede esplicitamente di fargli da alter ego nelle sue dichiarazioni. Il problema è che a pagare il portavoce del Sindaco sono i cittadini e si intuisce quanta potenziale ambiguità stia dietro questa constatazione, soprattutto in tempi in cui la figura di un primo cittadino al di sopra delle parti, anche se espressione di una precisa maggioranza, sembra essere un po’ fuori moda, mentre un bravo portavoce può fare la fortuna del politico di turno.
Ci sono vizi antichi nella comunicazione prodotta da questa città che nei primi anni Novanta suscitarono addirittura un’indagine da parte della Procura della Repubblica e che ancora persistono. Ci riferiamo ai servizi giornalisitici, soprattutto via etere, che nulla hanno a che fare con l’informazione e che sembrano piuttosto delle forme di reclame occulta. Eppure precisi regolamenti obbligano gli editori a distinguere l’informazione dalla pubblicità, per garantire che il lavoro svolto dalle redazioni sia al di sopra di ogni interesse economico, quindi assimilabile come verità oggettiva da parte degli utenti che diversamente attiverebbero dei filtri mentali per accettare quanto proposto con le riserve del caso. Basterebbe scrivere da qualche parte “informazione commerciale”, ma questi utili e importanti dettagli non sempre ci sono. Perché? Intanto perché un’informazione passata come notizia o approfondimento gode di maggiore considerazione rispetto alla stessa notizia palesata come inserzione a pagamento; ma dietro questo modo di procedere ci potrebbero anche essere favori fatti a personaggi influenti con lo scopo di raggiungere determinati obiettivi; viene anche il dubbio che una pubblicità camuffata diventi il modo per non fatturare lo spazio messo a disposizione. Insomma, davanti a una pubblicità occulta ogni sospetto diventa legittimo.
Ma torniamo al Comune. Il fatto che l’ente pubblico tra le sue finalità abbia anche quella di pubblicizzare le proprie attività complica ulteriormente il quadro. A volte paga a questo fine cifre di tutto rispetto, decine di migliaia di euro versati a chi poi durante l’anno dovrà occuparsi di fornire un’informazione obiettiva sull’operato dell’Amministrazione. Anche in questo caso sarebbe necessaria una maggiore trasparenza. Se infatti è legittimo e auspicabile che l’ente pubblico promuova le propria attività – pensiamo alle iniziative culturali finalizzate alla crescita dei cittadini – diventa però difficile pensare che una televisione, una radio o un giornale riescano a mantenere un certo grado di obiettività nei confronti di chi contribuisce finanziariamente al loro sostentamento (difficile ma non impossibile, grazie ad alcuni bravi giornalisti/e presenti in tutte le redazioni veronesi). Ecco perché conoscere l’origine, la sostanza e i flussi di questi proventi servirebbe agli utenti per dare il giusto peso all’informazione ricevuta e a capire, ad esempio, come mai certi telegiornali si assomigliano sempre più.
Quello del conflitto di interessi è un problema che non riguarda solo le testate ma anche i singoli giornalisti, che inspiegabilmente possono lavorare nelle redazioni dei giornali e al tempo stesso prestare la loro collaborazione per realtà pubbliche o private delle quali poi sono chiamati ad occuparsi come professionisti dell’informazione.
L’altra cosa che sicuramente manca a Verona è un quotidiano che tenga testa a L’Arena. Sul finire del secolo scorso si diede vita a La Cronaca di Verona e provincia e quasi tutti conservano un bel ricordo di quel periodo, con i redattori de L’Arena costretti ad intensificare i loro sforzi (i più maligni dicono “costretti a lavorare”) per non bucare le notizie, soprattutto quelle più delicate che rischiano sempre di rimanere impigliate nelle penne, e quelli de La Cronaca galvanizzati dall’idea di contribuire a dar vita a qualcosa di importante per la città.
L’esperimento fallì perché i veronesi non si mostrarono maturi per accogliere questa importante novità; perché L’Arena praticò una politica spregiudicata sui prezzi della pubblicità costringendo gli inserzionisti ad abbandonare chi non aveva ancora conquistato la necessaria autorevolezza e diffusione per poter competere; perché anche chi a sinistra avrebbe dovuto riconoscersi nella nuova impresa editoriale ebbe subito chiaro a chi conveniva continuare a rilasciare interviste per avere visibilità.
Tralasciando i free press storici, uno dei quali fatto nascere dalla società editrice de L’Arena proprio per intercettare il mercato pubblicitario in libera uscita, oggi due quotidiani si mettono in luce per come contribuiscono al pluralismo dell’informazione e sono Il Verona e DN-News.
Parlando di media a Verona è infine doveroso menzionare i tanti giovani collaboratori malpagati senza i quali in questa città non uscirebbero i giornali. Ricordiamo che durante le fasi di rinnovo del contratto giornalistico la categoria sciopera motivando l’astensione dal lavoro soprattutto con la necessità di tutelare questa fascia poco protetta, le cui speranze di assunzione sono ormai quasi inesistenti. Solo che prima o poi i contratti vengono rinnovati, e si tratta di stipendi comunque buoni, mentre per i giovani precari il rischio è che non cambi nulla. E questo è vergognoso.
(Torna sopra)– Dottor Papalia, lei è arrivato nel 1980 a Verona: qual è stato il primo impatto con questa città?
«Sin dal principio è nato subito un ottimo rapporto con questa città. Dal punto di vista professionale, posso dire che all’inizio degli anni ’80 si vivevano momenti difficili: il sequestro Dozier, ad esempio, ha messo in luce come nel Veneto operasse una struttura logistica del movimento brigatista ancor più pericolosa di quanto potessimo ipotizzare. Si sapeva, infatti, che tra Padova e Venezia gravitava un nucleo delle Br, ma nel corso delle indagini emerse che questo colonna era molto organizzata e fungeva da supporto anche per operazioni al di fuori della regione.
L’altro grande fenomeno criminoso, che a differenza del terrorismo si è protratto nel tempo, è quello legato al traffico di droga. Da questo punto di vista, per il sottoscritto – fresco di nomina a Verona – arrivare qui in Procura è stato un po’ come sentirsi a casa: nei primi mesi di attività, infatti, continuavo a spiccare mandati di cattura per malavitosi originari di Reggio Calabria, Palmi, ecc».
– Al di là di questi aspetti legati al suo ruolo istituzionale, come ha visto cambiare Verona in questi 28 anni?
«Il mio lavoro assorbe moltissimo del tempo a mia disposizione, e per giunta non ho un temperamento particolarmente “salottiero”. Posso dare, quindi, una testimonianza che trae elementi di giudizio da alcune amicizie personali, mie o dei miei familiari; ebbene, io ho conosciuto e apprezzato in tutti questi anni una città fatta di persone aperte, molto disponibili e con un profondo senso civico e di rispetto per le regole e l’ordine. A questi connotati aggiungo, poi, un particolare tratto, che è quello della solidarietà: penso che poche città abbiano così tanti gruppi, movimenti che si danno da fare per gli altri, sia di ispirazione cattolica, sia di matrice laica.
Accanto a questo mondo, a questa straordinaria superficie, si trovano pure delle minoranze, che praticano beceri atteggiamenti di violenza e razzismo. Si tratta, lo sottolineo, di minoranze, ma alla fine vanno a infangare la città, perché purtroppo il bene non fa quasi mai notizia».
– Come mai la città non riesce a produrre anticorpi sufficienti per espellere queste minoranze?
«Faccio una riflessione a monte. In primo luogo, è necessario prendere atto del problema. Ripeto, stiamo parlando di una minoranza, ma questa minoranza esiste. Non vorrei che in nome di un distorto concetto di “veronesità” si finisse per tentare di mettere la testa sotto la sabbia: così non si arriva ad alcun esito positivo, non si tutela certo il buon nome della città.
L’esempio dell’organismo sano che rigetta un virus è calzante: ma proprio per questo l’organismo dev’essere robusto sin dal principio. Mi spiego meglio: l’azione repressiva, da sola, non può bastare. Essa interviene, infatti, quando il danno si è già verificato. Io vedo un compito cruciale, invece, su questo fronte che è quello degli educatori, cioè di chi vive a stretto contatto, quotidianamente, con i giovani. Penso alla famiglia, la scuola, la parrocchia, i gruppi sportivi e così via: queste realtà dovrebbero essere in grado di cogliere tempestivamente certe manifestazioni di disagio, e proprio grazie alla lor