La giunta cancella il premio “Municipio dei popoli”. Era dedicato a Enzo Melegari
di Giulio Alberto Girardello
Il 10 dicembre alla Gran Guardia, in occasione della Giornata mondiale per la difesa e promozione dei diritti umani, da qualche anno veniva premiata una persona meritevole per il suo impegno a favore dell’umanità. L’iniziativa si chiamava “Verona Municipio dei Popoli” ed era stata avviata nel ricordo di Enzo Melegari, un concittadino scomparso nel 2002, a soli 54 anni, che si era distinto per il suo impegno per la pace e la giustizia.
Con una delibera la Giunta comunale ha cancellato l’iniziativa che nel 2004 aveva premiato, su segnalazione del Centro Missionario Diocesano e del Movimento Laici America Latina (Mlal), la dottoressa Chiara Castellani, volontaria internazionale, missionaria laica, medico in Nicaragua e in Congo.
Nel 2005 è stato premiato don Luigi Adami, parroco di San Zeno di Colognola, che condivideva con Enzo Melegari l’impegno per il pluralismo socio-culturale, politico e interecclesiale.
Lo scorso anno è venuto a Verona per ricevere il premio un concittadino di fatto, per il lungo tempo passato a Verona: mons. Giancarlo Bregantini, vescovo di Locri, una figura certo non sbiadita nel panorama cattolico italiano. è stato così riconosciuto il suo impegno per dare coraggio alla sua gente contro la piaga della criminalità organizzata, la ndrangheta, che soffoca la Calabria.
Uomo di parte Enzo Melegari? tanto da non essere considerato credibile e proponibile come testimone dei nostri tempi?
Per chi lo ha conosciuto, e sono tanti, Enzo è veramente il rappresentante di un momento importante della vita sociale, politica ed ecclesiale di Verona. Una persona umile ma decisa che pensava, scriveva e con coerenza testimoniava con il suo stile di vita ciò in cui credeva, tenendosi lontano dall’ostentazione e dalla pubblicità.
Laureato in sociologia, sul finire degli anni Sessanta aveva scosso l’opinione pubblica la sua scelta di obiettore al servizio militare, che non era certo un modo per sottrarsi alle responsabilità verso il suo Paese, ma piuttosto per indicare che lo si può servire anche con il servizio civile. Pagò con la prigione a Peschiera questa sua convinzione: ricordo i giovani del tempo mobilitarsi davanti al carcere per fare coraggio a Enzo. Poi altri l’avrebbero seguito.
Scontata la pena, Enzo parte per due anni di volontariato a Caracas, dove lavora nell’Ufficio rapporti internazionali della Confederazione generale dei liberi sindacati. Uomo di pensiero e di rigore scientifico, una volta rientrato fa confluire nell’organismo del Mlal le sue nuove competenze e la sua esperienza. Cristiano militante, preparato teologicamente, egli testimonia la sua fede nel dialogo, convinto che è nel confronto che si fa strada la verità. Aderisce al Movimento nonviolento e si riconosce nel filone culturale dei Cristiani democratici.
Sposo e padre, convinto dell’importanza dell’amicizia, Enzo trova anche il tempo per continuare i suoi viaggi in America Latina dove incontra i volontari impegnati su vari fronti. Quando torna ha sempre tanti motivi di riflessione, nella convinzione che maggiori energie avrebbero dovuto essere spese per esplorare le frontiere dove nascono e si riproducono i conflitti, gli antagonismi tra gruppi, etnie, classi: lì è il posto del volontario internazionale.
Siamo negli anni Novanta, al rientro da un lungo viaggio in Brasile Enzo scrive il risultato di una sua indagine sul tema-problema della cittadinanza. Nel suo libro Solidarietà al bivio si interroga sul fondamento naturale-giuridico della cittadinanza in un mondo globalizzato, quando enormi masse di gente, di popoli diversi si muovono in cerca di lavoro.
È il lavoro l’istanza prima, fondamentale, sulla quale milioni di persone fondano la loro volontà di essere riconosciuti cittadini e non il luogo di nascita, l’etnia, la cultura eccetera.
Enzo Melegari aveva la forza del profeta, sapeva guardare, analizzare, ipotizzare e indicare frontiere nuove per una umanità in costante migrazione.
Marte e Venere: due mondi, due visioni. Il percorso intellettuale di alcune donne veronesi
Di Elisabetta Zampini, Giorgia Cozzolino, Irene Lucchese
“Gli uomini vengono da Marte le donne da Venere”, il best seller di John Gray continua a ricomparire in libreria, cambiando ora copertina ora formato. E raccoglie ad ogni nuova uscita, nuovi lettori. Per restare tra gli scaffali dei libri, Loredana Lipperini ha da poco pubblicato “Ancora dalla parte delle bambine”, ideale continuazione a trent’anni di distanza del famoso “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Beloti. Negli Stati Uniti si è recentemente tenuto un convegno sull’educazione monogenere, a sostegno cioè dell’eliminazione delle classi miste per un migliore apprendimento.
La questione del genere, il porsi dei due volti, quello maschile e quello femminile dell’umanità, interroga l’attualità e chiede risposte. La categoria di genere attraversa diversi campi del sapere, è indagata, studiata e porta talvolta a degli inediti approdi. Con premesse comuni: prendere le distanze dagli stereotipi e individuare l’interagire di uomini e donne nel farsi della società. E se c’è bisogno ancora di porsi “dalla parte delle donne” è per evidenziare la necessità del riconoscimento della presenza della donna, farne emergere gli apporti peculiari sia nel presente che nel passato, mettere in guardia da pericolose generalizzazioni.
Si è voluto allora dare voce ad alcune donne che vivono o lavorano a Verona, che hanno assunto percorsi intellettuali, di ricerca o di impegno pubblico e che hanno offerto dei punti di vista sulla questione del genere a partire dalla proprio osservatorio specifico.
ADRIANA CARAVERO. «La società italiana è molto arretrata, è fortemente dominata da maschi e da vecchi. Qui resistono stereotipi maschili e femminili che la filosofia indaga e critica da almeno ottant’anni». A parlare è Adriana Cavarero, docente di filosofia politica all’ateneo veronese e fondatrice della comunità filosofica femminile «Diotima». I suoi scritti sul femminismo e sulle donne del Novecento, che hanno lasciato un segno nella storia della filosofia, sono conosciuti non solo in ambito accademico. La Cavarero, senza mezzi termini, spiega: «La differenza di genere è oggetto di specifici studi filosofici che analizzano la femminilità come modo peculiare di rapportarsi al mondo e molto più adatto ad affrontare la crisi contemporanea grazie alla particolare capacità di dialogo e relazione». E prosegue: «In realtà, lo vediamo dai giornali, dalle riviste per lui e per lei, esistono degli stereotipi che si notano in maniera più marcata nella pubblicità che è in definitiva un grande specchio della società». Poi entra nel merito della scuola dove le donne tendenzialmente conseguono risultati migliori dei colleghi maschi: «Purtroppo questa marcia in più che le donne dimostrano nello studio, con maggiori laureate e con voti migliori, non si riflette poi nel mondo del lavoro dove questo è ancora governato da uomini e vecchi; un esempio eclatante è proprio l’ambiente universitario».
MIMMA PERBELLINI. Sostiene la differenza ma anche la complementarietà di genere Mimma Perbellini, assessore alla Cultura del Comune di Verona, unica componente femminile della giunta, che spiega: « Noi donne abbiamo questo grande dono che è la capacità di procreare che ci rende necessariamente diverse, ma non per questo deve esserci un rapporto di forza dell’uno o dell’altro sesso. Siamo semplicemente differenti nell’approccio alla vita e ai problemi. Certo, l’ideale sarebbe che la politica ascoltasse le istanze di entrambi i generi». La Perbellini fa poi riferimento proprio al suo essere donna in un mondo come la politica gestito quasi esclusivamente da maschi e dice: «Al mattino, quando arrivo in Comune, non è proprio nei miei pensieri il fatto che sono l’unica donna, penso solo a quello che devo fare e a farlo bene. Ma penso anche che se avessi figli piccoli, con molta probabilità non farei questo perché la politica ti porta fuori di casa dodici ore al giorno. Ciascuno fa la propria scelta, ma la sensibilità femminile porta generalmente a dare una certa priorità alla famiglia».
LA STORIA DI GENERE. Il filone di genere è diventato da circa vent’anni interessante campo di indagine della storiografia. Spesso l’indagine storica, avendo dalla propria parte la distanza temporale, riesce a dare una visione d’insieme dei fenomeni sociali. E perciò può offrire delle utili chiavi di lettura anche per il presente. La storia di genere recupera anche il volto femminile della storia. Per leggere questa storia bisogna però consultare le cosiddette fonti “minori”, poco esplorate in passato. Bisogna fiutare negli archivi, ritrovare carteggi privati, diari, registri, elenchi di nomi, stampe periodiche, cataloghi, biografie, un pizzico di fortuna e ricomporre i pezzi. Perché la storia di genere si pone come storia “relazionale”. La memoria e l’esperienza femminile recuperate dall’oblio vengono messe in rapporto a quelle degli uomini in una reciprocità di influenze e di interdipendenze che aiutano a rileggere in maniera più completa e vera la storia. Un’operazione di sano revisionismo.
ELENA SODINI. «Durante il mio dottorato ho studiato alcune figure di donne del Risorgimento Veneto e in particolare veronese – racconta Elena Sodini, storica – scoprendo che l’attività patriottica era tutt’altro che gestita dai maschi. Anzi poteva diventare il collante dei legami familiari». Dalle sue ricerche sono emerse in particolare due figure appartenenti a una influente famiglia di Verona, entrambe molto attive nella causa dell’Unità d’Italia: Carolina Bevilacqua e la figlia Felicita, tra le fondatrici dell’Associazione Filantropica delle Donne Italiane. «La cosa strabiliante è che di loro si era perso quasi completamente il ricordo. In Biblioteca Civica e in Archivio di Stato c’è un patrimonio enorme di lettere e scritti nella maggior parte di mano femminile, proveniente dal fondo Bevilacqua. Ci sono anche poesie che per molto tempo erano state attribuite al marito di Felicita, Giuseppe La Masa, famoso garibaldino. Questo per dire che pregiudizi passati ritenevano improbabile l’attribuzione femminile di scritti di quello stile: ma la scrittura è in tutta evidenza quella di Felicita».
Quando La Masa partì per la Sicilia al seguito di Garibaldi, la moglie Felicita rimase a malincuore a casa ma agì a modo suo nella stessa direzione del marito: «Diventa l’informatrice degli umori di Torino nei confronti dell’evolversi dell’impresa garibaldina – prosegue la Sodini – e il 7 maggio 1860 lancia un appello sui giornali dei vari stati italiani per costituire una rete di solidarietà tra le donne in favore dei feriti della Sicilia. La risposta fu immediata e sorprendente. Sorsero comitati femminili in tante città e paesi. Raccoglievano soldi. E la risposta non veniva solo da una prevedibile rappresentanza borghese ma anche dal popolo. Nei registri delle donazioni si trovano infatti scritte le professioni di chi offriva il contributo: c’erano cameriere, cuciniere, sartine».
Elena Sodini si è occupata anche delle donne che dal 1906 vennero ammesse alla Società Letteraria, dimostrando subito grande cultura e valore. Ma qual è la peculiarità che emerge dagli scritti di queste donne? «Sono passionali . Rispetto a un uomo sono più scoperte e hanno meno paura di esprimersi con i linguaggi del sentimento. Si rimane coinvolti da questi personaggi. E si sente verso di loro un debito per tutto quello che hanno fatto anche per le donne di oggi. Ed è un impegno, direi civile, ricordarle. Inevitabilmente in questa fase di ricerca si tende a dare rilievo al femminile, perché è stato tenuto in ombra per molto tempo e non aveva parola, ma il passo successivo sarà la sintesi. Dove il maschile e il femminile vengono entrambi recuperati verso una maggiore consapevolezza di quelli che sono i processi storici in un intreccio continuo tra livello pubblico e privato. Attivare, in una parola, la complessità».
CORINNA ALBOLINO. La dottoressa Corinna Albolino, laureata in Filosofia e specializzata in scrittura autobiografica presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, sta tenendo presso l’Arci di Montorio un interessante “Laboratorio di Scrittura Autobiografica” al quale hanno aderito per una sorta di autoselezione naturale solo donne: «Scrivere di sé e del proprio passato è una questione di sensibilità – spiega la dottoressa – è un bisogno di raccontarsi ed esprimersi, ma anche apertura verso l’altro e la sua personale storia. Ed è proprio grazie a tutte queste caratteristiche che tale genere si adatta alla perfezione all’universo femminile, per molto tempo chiuso in rigidi schemi, senza la possibilità di una propria storia di vita. La scrittura autobiografica rappresenta, infatti, un mezzo e un metodo insostituibile per la conoscenza e la valorizzazione di se stessi, per lo sviluppo della personalità nel suo complesso. La scrittura diventa, dunque, una cura, non solo come consolazione o elaborazione di sofferenze, ma come vero esercizio di crescita, di ricostruzione della propria identità, di riscatto dalle paure e dalle insicurezze». Il racconto della memoria personale, della propria storia unica conduce verso il dialogo, l’incontro: «Nonostante il genere autobiografico trovi la sua migliore produzione nel mondo femminile, non bisogna pensare che esso comporti una separazione tra uomo e donna. La profonda conoscenza e consapevolezza di sé, la propria emancipazione e valorizzazione aiutano la comunicazione e il rapporto con gli altri, in particolar modo con l’universo maschile: accettare se stessi con i propri limiti e difetti permette di comprendere al meglio l’altro, di vivere qualsiasi tipo di rapporto in modo più profondo e completo».
ANTONELLA ANGHINONI. La parola relazione continua a ritornare e a riproporsi. Per Antonella Anghinoni, biblista e docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Monte Berico, la donna è “la custode della relazione”. Questo ritratto emerge dallo studio dei testi dell’Antico Testamento nei quali la studiosa ha recuperato le figure femminili dimenticate: «La Bibbia è un libro immenso. Non lo conosciamo tutto. Alcune donne sono rimaste sepolte nella polvere perché anche scomode. Raab, ad esempio, era una prostituta. Ma salvò i messaggeri che stavano per essere uccisi dal re di Gerico. Ogni donna è un storia e ha un messaggio che emerge se approfondito. Abigail con la parola salva il marito e il villaggio. C’è in queste donne una costante. Con gesti o parole portano la pace. In nome del valore principale che è la vita». Antonella Anghinoni sta approfondendo e inseguendo i volti di queste donne della Bibbia; nasce spontaneo capire il perché e soprattutto il contributo di queste ricerche: «Spesso la distanza sia linguistica sia temporale ci impedisce di comprendere il senso del Testo. Ed è semplice individuare solo la sottomissione della donna. Invece emerge anche una sua identità nell’ottica della relazione. Le donne ricordate dalla Bibbia dicono alle donne di oggi la loro peculiare indole al dialogo. Fanno luce sull’identità profonda della donna. Ciò è importante perché si instaura una relazione con l’altro solo a partire dalla conoscenza di sé». Vale per uomini e donne.
A colloquio con il vescovo mons. Giuseppe Zenti. “La Chiesa deve parlare con chiarezza”
di Oreste Mario Dall’Argine
Mentre si fa sera e la città rigurgita il suo traffico di fine giornata entriamo nel palazzo della Curia di Verona. Il silenzio che avvolge questo ambiente è quasi irreale, in contrasto con il mondo appena lasciato. Attraversiamo lo spazioso cortile e saliamo il severo scalone che porta alle stanze vescovili.
Monsignor Giuseppe Zenti ci accoglie gentilmente, con semplicità nel suo studio.
Il suo porgersi personale è in tutte le forme colloquiale; anche nel movimento delle mani che accompagnano le parole. Dopo queste prime impressioni si profilerà nel corso dell’incontro la figura di un prete linearmente legato alla sua cultura, alla sua formazione spirituale, alle sue esperienze di uomo di Chiesa.
Nel rispetto di quella che ci pare la sensibilità di questo vescovo, non procediamo con domande e risposte, ma con un normale colloquio.
Ricordiamo quanto egli disse nella sua omelia di saluto alla diocesi di Verona, il giorno del suo ingresso. «Lasciatemi fare il vescovo», erano state le sue parole. Si tratta di un’affermazione molto forte a sottolineare l’indipendenza della Chiesa, nell’esercizio della sua autorità e della sua libertà. E infatti mons. Zenti ci spiega che l’autorità, per essere esercitata in modo organico, non deve essere mortificata da mille compromessi.
Se Dio ha bisogno degli uomini, come titolava un grande e vecchio film del regista cattolico francese Cayatte, ancor di più i suoi pastori hanno bisogno della solidarietà chiara e non implosiva di tutti i credenti. E questo lo si legge anche in quell’altra frase pronunciata da mons. Zenti, sempre nella stessa omelia, quando, rivolgendosi ai sacerdoti, disse: «Voglio conoscervi uno ad uno». Questo concetto dell’aiuto ai vescovi lo aveva toccato anche don Milani, naturalmente con quelle caratteristiche espressive che a volte creavano apprensione in un lettore credente: «Non vi è voglia di dire al vescovo ciò che si pensa… è più comodo trattarlo con i soliti dorati guanti di menzogna che danno modo a lui e a noi di vivere senza seccature». (Pensieri e parole di Don Milani, Ed. Paoline 2007).
In questi primi mesi di episcopato a Verona mons. Zenti lo abbiamo visto spesso fra la gente, nelle cerimonie ufficiali, in eventi importanti per la città. Quando si riposa eccellenza? «Mi riposo quando dormo» è la risposta accompagnata da un sorriso. E subito aggiunge: «Soprattutto bisogna trovare il tempo per ascoltare». Ma anche per comunicare, viene subito da pensare, visto che stiamo parlando di un prete che negli stereotipi del linguaggio comune è definito come “vescovo mediatico”. «Bisogna recuperare il senso del ragionare» ci spiega, evidenziando quanto siano importanti attenzione e riflessione. «Noi uomini di Chiesa non possiamo improvvisare. Dobbiamo pensare e ripensare a quello che diremo ma poi quando è il momento di parlare dobbiamo farlo con chiarezza. Non è infatti possibile che ogni volta che diciamo qualcosa siamo superati da tutto ciò che ci circonda. A volte, quando viaggio, anche in automobile, se mi spunta improvvisamente un pensiero nuovo, mi fermo e lo annoto, perché ogni pensiero che fugge è un’occasione persa per comunicare».
A proposito di comunicazione, capita che nella Messa la “predica” diventi un momento di apatia partecipativa, perché non sempre il sacerdote dimostra di avere la preparazione e l’esperienza per dare indicazioni non astratte su come orientarsi nella quotidianità. «L’omelia è il momento più difficile per il prete» spiega il vescovo «perché è quello dove egli svela la sua personalità, la sua religiosità, ma soprattutto la sua presenza nella comunità. Ci vuole impeto, passione, partecipazione e non parole senza contenuti. In questo campo a nulla serve la vuota retorica dei grandi oratori».
Citiamo un’altra esortazione fatta dal presule durante l’omelia del suo ingresso: «Ciascuno stia al suo posto», aveva detto mons. Zenti, che spiega come sia necessario «tornare a un rapporto dove cattolici e laici pongano fine a quella contrapposizione che da tanti anni tiene avvinghiati gli italiani, paralizzando il confronto, il dibattito culturale e politico, come ho ricordato nella mia lettera al Presidente della Repubblica».
Chiediamo al vescovo come abbia ritrovato la sua città, Verona, dove per tanti anni ha esercitato il ministero e dopo l’esperienza come pastore a Vittorio Veneto. «Mi pare una città frammentata» spiega mons. Zenti. «La società civile sembra divisa in blocchi, vedo tanti singoli percorsi separati e non un lungo scorrere insieme, come quello di un fiume verso il mare con una navigazione comune, evitando insieme quegli ostacoli che si frappongono alla fratellanza, alla comunità di intenti, alla tolleranza (a volte comprensibilmente difficile), all’accoglienza, alla valorizzazione di una grande storia civile e culturale».
è giunto il momento di congedarci e lo facciamo con uno scambio di auguri per il Natale. Tornando nel caos cittadino ci accorgiamo che nonostante i tanti impegni della giornata mons. Zenti non ha mai dato uno sguardo impaziente all’orologio.
Favorire la consapevolezza critica. L’attività della Fondazione Campostrini
di Irene Lucchese
Dal 2005 i veronesi hanno una possibilità in più per migliorare la propria cultura e incrementare il proprio sapere: festeggia, infatti, il suo secondo compleanno la Fondazione Centro Studi Campostrini. Punto di arrivo di un lungo percorso intrapreso dall’Istituto omonimo allo scopo di incidere in modo ancor più significativo nella realtà sociale veronese, la Fondazione ha carattere e finalità esclusivamente culturali. In una società contemporanea permeata dalla superficialità e dalla confusione, essa si pone l’obiettivo di favorire lo sviluppo e la crescita della consapevolezza critica ed etica del lavoro intellettuale e artistico: per fare ciò, le proposte spaziano dalla musica alle varie forme artistiche, dalla politica alla religione, dalla scienza alla filosofia.
La presidente della Fondazione, la dott.ssa Rosa Meri Palvarini, sottolinea «l’inclinazione del Centro Studi ad aprirsi verso la città, a diventare una realtà aggregativa su tematiche di attualità e cultura per tutti gli interessati, con particolare riguardo ai giovani studenti». Per avvicinarsi a più utenti possibili la Fondazione offre due proposte: una di livello divulgativo, destinata ad un ampio pubblico, anche privo di una competenza specifica che si realizza con cicli di conferenze, incontri, mostre e concerti, tutti ad ingresso libero, dove ogni partecipante ha la possibilità di esprimere e dialogare con esperti di ogni settore. La seconda proposta, invece, è dedicata a coloro che possiedo già una buona base culturale come studenti universitari, ricercatori e professori spinti dalla volontà di essere sempre aggiornati; a loro sono rivolti seminari di approfondimento. Un modello in questo senso è rappresentato dalla “Scuola estiva in Teoria Politica” voluta dalla presidente Palvarini che ritiene doveroso oggi recuperare i criteri di ragionamento necessari alla formazione di un pensiero politico più completo possibile.
La Fondazione collabora attivamente con l’Università di Verona e con altri atenei italiani, al fine di proporre le migliori competenze. A livello economico, invece, essa è finanziata quasi esclusivamente dall’Istituto Campostrini ma, nonostante qualche ovvia difficoltà materiale, il Centro Studi si sta occupando anche di attività editoriale e di musica; in entrambi i casi la volontà è quella di dare spazio ad autori poco conosciuti in Italia e a generi musicali non commercializzati nel mercato odierno.
La sede di via S. Maria in Organo e le risorse materiali in essa contenute sono elementi significativi del ruolo sociale che la Fondazione ha ed è decisa ad incrementare: biblioteca, emeroteca, filmoteca e la futura fonoteca sono sempre disponibili e gratuite per tutti i cittadini veronesi.
Un Festival dell’Avventura? Grande opportunità per la città di Salgari
di Elisabetta Zampini
Goffredo Parise ricorda così la figura del padre adottivo: «Era un uomo di poche parole, portava scarpe lucenti, ma alla sera dopo cena mi raccontava i romanzi di Salgari; all’ora stabilita io fremevo; poi lui cominciava: Le tigri di Mompracem, Il Corsaro Nero...». Sul rito di questa lettura serale si costruiva il legame familiare. Lo scrittore di Vicenza ricorda con affetto il Salgari di Verona.
A Ponte di Piave in provincia di Treviso, realizzando il testamento di Parise, si è aperta da alcuni anni la casa della cultura intestata a suo nome. Così le città e i paesi perdono l’anonimato, diventano luoghi di memoria e centri di proposta culturale. Riprendono originali vivacità le strade, le piazze, le attività umane. Basta solo osservare il percorso in salita di una città come Mantova, che continua a proporre idee e iniziative sulla scia della spinta del Festivaletteratura. Dunque ci piacerebbe che a Verona nascesse un festival salgariano, meglio, un Festival dell’Avventura perché è lì il segreto della scrittura, del successo e dello spirito di Salgari. E l’avventura esula dalle pagine scritte per coinvolgere tutto ciò che l’uomo fa per uno spirito di ricerca del cuore, dell’animo, della mente, della mano. Perciò Salgari è amato. Diventa quindi risorsa. Potrebbe essere allora una grande occasione per Verona, un omaggio finalmente a un suo grande scrittore e un mettere a frutto in modo intelligente, strutturato, pianificato e concreto un reale patrimonio di casa.
Nel 1894 Salgari si trasferì a Torino ma è nato e vissuto per più di trent’anni a Verona e qui inaugurò i suoi meravigliosi mondi esotici e suoi viaggi letterari di mare e di terra.
Il libri di Salgari non hanno fatto le antologie d’elezione ma hanno fatto l’immaginario avventuroso dell’Italia, e non solo. Salgari non vide gli oceani che raccontava ma i suoi libri hanno compiuto lunghissimi viaggi oltre il confine italiano e lui è diventato uno dei maestri del genere avventuroso. È uno scrittore ritrovato, riscoperto, letto. Salgari è stato promosso autore “classico” proprio dai suoi lettori, numerosissimi. In barba alle resistenze dei critici. Tra i suoi lettori, e debitori di ispirazione, non sono mancati o non mancano nomi illustri: Pietro Citati, Giuseppe Pontiggia, Claudio Magris, Mario Spagnol, Sergio Leone, Giovanni Spadolini, Paolo Conte. E sono solo alcuni.
Crediamo che Verona non debba perdere questa opportunità. In attesa di raccogliere opinioni a riguardo, e lo si può fare contattando la redazione del giornale, ci facciamo promotori di un sogno e nei prossimi mesi prenderemo contatto con persone che, con diverse competenze, potrebbero dare il loro valido contributo di idee e di mezzi per realizzare a Verona il Festival salgariano dell’Avventura.
Idearlo, pensarlo è già opera d’avventura perché il più grande viaggio è l’immaginazione.
Salgari, il mondo lo riscopre. E Verona? Claudio Gallo e la sua opera di recupero
di Elisabetta Zampini e Irene Lucchese
Negli ultimi tempi l’editoria italiana sta riscoprendo la vita e l’opera di Emilio Salgari, lo scrittore veronese che ha appassionato milioni di giovani lettori. Si assiste al riscatto di tutta la “letteratura popolare”, quella “letteratura di genere” che ha imperversato in Italia a cavallo tra Ottocento e Novecento. E proprio Salgari è uno dei maggiori esponenti del fenomeno, scrittore dalla fantasia infinita e dotato di una geniale creatività, ma poco stimato dalla cultura a lui contemporanea e presto caduto nel dimenticatoio, trascurato anche dalla sua città natale. Ma è a Verona che di recente sono nate iniziative, comitati, premi, idee di riviste ispirate a Salgari e alla sua vasta produzione letteraria. A partire dalla città scaligera, questo recupero ha coinvolto tutta l’editoria nazionale e non solo: Salgari oggi rappresenta un mercato in espansione che sta conquistando anche il mondo di lingua inglese, in particolare gli Stati Uniti.
Non bisogna meravigliarsi di fronte a questa nuova tendenza: l’opera di Salgari, come nella migliore tradizione dei romanzi d’avventura, ha una grande dimensione europea, ha grande apertura verso l’esterno. Il creatore di Sandokan, del Corsaro Nero, de Le Tigri di Mompracem non è l’unico nel panorama veronese: suo quasi contemporaneo ed erede è Luigi Motta (nato a Bussolengo nel 1881), anch’egli prolifico scrittore di romanzi d’avventura. La Biblioteca Civica di Verona ha la fortuna di ospitare gli archivi della produzione sia di Salgari che di Motta. Questa grande opportunità ha attirato l’attenzione del mondo accademico, di critici e studiosi. Tra di essi Claudio Gallo, docente di Storia del fumetto all’Università di Verona e bibliotecario, è colui che più si è impegnato nel recupero e nel riordino dell’opera salgariana e, più recentemente, della produzione di Motta. Il suo lavoro consiste nell’organizzazione del materiale edito ed inedito dei due scrittori veronesi, dove la difficoltà consiste nel trovare un filo conduttore tra tutti i documenti ritrovati: in questa fase contano le capacità, l’esperienza del curatore il suo personale intuito. Il secondo passo è divulgare tutto questo materiale.
Gallo è un sostenitore della letteratura per ragazzi, il romanzo d’avventura e di fantascienza, la letteratura di genere che da sempre sono soggetti a pregiudizi. Secondo l’esperto salgariano non esistono letteratura “alta” e letteratura “popolare”, ed è lui in prima persona a impegnarsi nel dimostrare come anche questa letteratura abbia una sua dimensione poetica, in grado di fornire una rappresentazione del mondo. Non solo: attraverso i suoi approfonditi studi, il professor Gallo ha potuto constatare come questo genere di letteratura sia stato fondamentale nella formazione dell’individuo, molto più dei classici testi educativi. Un nome per tutti, quello di Alessandro Bausani: la frequentazione salgariana ha avuto non pochi riflessi sulla vocazione dello studioso che sarà uno dei maggiori esperti italiani del mondo orientale, quello persiano soprattutto, nonché traduttore e commentatore delle più importanti traduzioni del Corano in Italia. Senza contare poi gli aspetti legati all’editoria, cioè a ciò che veniva stampato in gran quantità perché vantava un largo numero di lettori con un significativo consenso popolare. È importante cioè sapere che cosa la gente di fatto amava leggere, al di là dei testi letterari canonici.
Claudio Gallo svolge questo lavoro complesso e di precisione con grande passione ed interesse, da vero amante della letteratura. «Lo scopo ultimo, la ragione di tutto», spiega Gallo, «è dare completezza alla figura salgariana. Della sua vita si sa poco o si preferisce soffermarsi su alcuni particolari dal sapore leggendario. Inoltre è importante che venga riconosciuto dalla città come un suo tesoro, anche con ricadute, perché no, dal punto di vista turistico».
La ricerca porta allora i suoi frutti, intanto a favore di una complessità positiva perché contribuisce a collocare Salgari al di fuori di situazioni aneddototiche. E sempre di più il suo nome si pone accanto a altri autori di genere nel panorama europeo coevo. «Ne è testimonianza», prosegue Gallo, «la rivista genovese Per terra e per mare, dell’editore Donath, che Salgari diresse dal 1904 al 1906, quando viveva a Torino. Vi confluiscono contributi e nomi che ne connotano subito un respiro europeo e si fanno delle scoperte sul mondo letterario italiano spesso tralasciate dalle antologie». Si vedono allora comparire nomi come Salvatore di Giacomo o Luigi Capuana, autori che certo non si è abituati ad accostare al genere avventuroso, horror o fantascientifico. Eppure qui i confini tra le letterature di slabbrano.
«Salgari era un positivista, vicino alla Scapigliatura lombarda e più di quanto si possa in un primo momento pensare», aggiunge Gallo, «Salgari è vicino al pensiero di Verne, per quanto tra i due non corresse buon sangue. Come lo scrittore francese, Salgari è infatti fiducioso nelle capacità dell’uomo. Ne è un esempio il libro I Robinson italiani. Il richiamo al famoso Robinson Crusue di Daniel Defoe è voluto. Ma rispetto alla fonte di ispirazione, Salgari sottolinea molto di più le possibilità dell’uomo che, grazie alle conoscenze e alle nozioni sul mondo della natura riesce a piegarla a proprio vantaggio, a trarne anzi il maggior beneficio possibile». Si può parlare dunque di una riscossa della letteratura di genere, diventata terreno di studio riconosciuto e fertile. Uno dei primi segni di ciò è rappresentato dalla neonata rivista Il corsaro nero: «sarà uno strumento – si legge nell’editoriale del primo numero – per conoscere le origini e l’affermazione della letteratura popolare in Italia, ponendo particolarmente in risalto la modernità dell’opera salgariana».
E la questione dello stile salgariano, delle famose, lunghe e oggi temutissime pagine descrittive? «Salgari non è vecchio. Scrive in un altro contesto che era diverso dal nostro dove valevano categorie mentali che per noi non ci sono più. Ma considerata e rispettata la distanza storica, rimane comunque la forza narrativa. Per molti lettori salgariani, soprattutto all’estero, le descrizioni ne rimangono un tratto determinante in positivo», spiega Gallo. «Quali autori dell’ultimo Ottocento possono vantare tale sorte e tanta popolarità per le loro opere?» scriveva negli anni cinquanta Luigi Motta, «E quale è veramente la ragione di questo formidabile e duraturo successo? I figli, anime schiette, spiritualmente sensibili, che sentono d’amare ciò che tutti gli uomini bramano: la vita primitiva, la vita dinamica, i grandi spazi, le grandi cacce, la pesca, la vita insomma come la intesero i nostri padri». Tale citazione proviene da uno scritto custodito alla Civica in uno dei 250 faldoni di lettere, racconti, documenti e materiali inediti che costituiscono il Fondo Motta.
«Motta ha una produzione sconfinata», spiega Gallo, «ed è difficile capire con sicurezza se un testo è inedito o meno anche perché molto materiale veniva pubblicato su riviste non tutte rintracciabili ora. É di prossima pubblicazione un romanzo autobiografico di Motta, La grande tormenta. Sempre di Motta è appena terminato un lavoro di sistematizzazione della sua produzione che comprende sia un’analisi editoriale che un indagine sui contenuti. Ciò renderà più proponibili e appetibili ulteriori ricerche e approfondimenti sul mondo letterario di questo epigono salgariano».
Verona può sempre di più, allora, riconciliarsi con i suoi scrittori d’avventura, con Salgari che, come ricordava Motta, «amava viaggiare sulla carta, poiché la realtà del paesaggio e degli uomini è di gran lunga inferiore a quanto crea la fantasia».
Museo Civico di Storia Naturale. Le immagini come memoria
di Angelo Brugnoli
Il Museo Civico di Storia Naturale di Verona ha accumulato negli anni diverse migliaia di fotografie, dedicate principalmente alla descrizione delle collezioni, ma anche frutto di campagne di ricerca e scavo sul territorio o nella documentazione di eventi pubblici quali mostre o convegni. A questo ampio nucleo di fotografie, tipicamente su lastra e pellicola o stampato su carta, si è aggiunto negli anni recenti la travolgente valanga delle fotografie digitali. Nata per facilitarci la vita, la fotografia digitale si sta rivelando molto complessa nella gestione e nella conservazione dei files. Nel tentativo, iniziato ormai da alcuni anni, di riordinare e riunire insieme tutto il materiale fotografico, il museo ha iniziato una schedatura ricognitiva, riscoprendo così alcuni fondi fotografici di grande interesse. Le scoperte più interessanti sono avvenute “scavando” negli archivi delle sezioni del museo. Ecco allora comparire lastre fotografiche, scatolini di stampe “old fashion” con quelle belle cornicette dentellate che si usavano una volta, fotografie montate con passpartout d’annata, il tutto riproducente preparati animali, sale del museo anteguerra, siti naturalistici, personaggi e momenti di vita del museo. Questi soggetti fotografici risultano il più delle volte assolutamente inediti e l’immagine o il materiale fotografico manca di annotazioni riguardanti luoghi, nomi, vicende. Da una parte la fotografica scientifica e catalografica, minuziosamente e precisamente annotata e sistemata, dall’altra quelle immagini di vita ordinaria in cui compaiono celebri ricercatori naturalisti nelle classiche foto di gruppo oppure in momenti di attività sul campo. Si tratta di documenti curiosi, affollati di volti che spesso non sono riconoscibili. Ecco allora nascere la necessità di scansionare tutto il materiale al fine sì di conservare meglio l’informazione fotografica, ma anche per facilitare la distribuzione e così la visione da parte di chi ancora ricorda vicende e volti rappresentati. Il museo di Storia naturale può dirsi fortunato, potendo ancora oggi recuperare dalla memoria sempre vivida del professor Sandro Ruffo, profondo conoscitore delle vicende del museo per tutto il secolo passato, i nomi, le date e le circostanze di molto materiale fotografico, altrimenti muto. Aspetti certamente curiosi rivelano vecchie fotografie di oggetti naturali; non infrequentemente si tratta di materiali che non risultano più presenti nelle collezioni, per cause belliche o naturali, oppure di oggetti dei quali non si conosceva neppure l’esistenza. E in questo gioco di “scatole cinesi” si arrivano a scoprire aspetti veramente curiosi dell’attività del museo e delle persone che lo hanno frequentato negli ultimi cento anni. A questo genere appartiene la foto che riproduce una scheda fotografica nella quale è possibile distinguere una giraffa, mentre la segnatura sul cartellino recita: «Esemplari che vivono in schiavitù nel giardino del Nobil conte Dottor Enrico Cartolari di Verona». Il conte Cartolari aveva domicilio a Isola della Scala e forse proprio là deve collocarsi questo “serraglio” che sembra aver ospitato diversi animali. La grafia è quella di Vittorio Dal Nero, prima preparatore e poi direttore del museo, ed è anche del medesimo autore il raro ibrido naturale di germano e mestolone (nella foto), fotografato da Sartori in un’altra stampa montata. L’immagine mostra l’animale naturalizzato, cioè imbalsamato; oggi non sembra essere presente nei depositi del museo. Forse la fotografia ritrae l’animale preparato da Dal Nero per qualche privato, cacciatore o appassionato collezionista dell’epoca. Non di meno resta una preziosa testimonianza di rapporti, interessi, studi del personale scientifico del museo agli inizi del secolo scorso.
Di tutt’altra natura è invece il fondo fotografico digitale denominato Archivio Storico Virtuale. Esso raccoglie in un apposito database fotografico le scansioni di documenti, fotografie, manoscritti, lettere e quant’altro riguardi la storia del Museo o delle sue collezioni. Nato due anni fa sull’esigenza di reperire materiale iconografico per una pubblicazione storiografica, grazie alla disponibilità di enti diversi che hanno messo a disposizione i propri fondi documentali, oggi raccoglie una documentazione ricca e variegata che abbraccia gli anni che vanno dalla cessione di Palazzo Pompei al Comune (1833) alla seconda metà del 900. Raccoglie quindi l’attività dei protagonisti della storia del Museo Civico, quali Cesare Bernasconi, Pietro Sgulmero, Giuseppe Gerola, Achille Forti, Filippo Nereo Vignola, Abramo Massalongo e figli, Edoardo De Betta, Vittorio Dal Nero, Antonio Avena e molti altri.
Questo vero e proprio “scavo documentale” ha permesso di individuare materiali molto interessanti, sui quali andranno effettuati approfonditi studi. Per esempio, un nucleo rilevante di documenti riguarda l’accorpamento al Palazzo Pompei di una nuova ala di edificio di proprietà della famiglia Carlotti ed il successivo adattamento a sede museale: mappe e richieste di interventi architettonici alla Congregazione Municipale e alla Delegazione Provinciale, entrambe di Verona, oppure di semplice manutenzione, la sistemazione e l’allestimento delle sale, l’acquisto di mobili e vetrine per ospitare le collezioni, l’assegnazione degli incarichi e la nomina di commissioni.
Un ambito di straordinario interesse è quello relativo alla gestione del Museo, con documenti che testimoniano le azioni finalizzate all’aumento progressivo delle collezioni, alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio con particolare attenzione alle collezioni naturalistiche. L’opera di ricerca e divulgazione del museo è testimoniata dalla fitta corrispondenza con istituzioni italiane ed europee per pubblicazioni, ricerca e, non ultimo, scambi. Tutto questo materiale documentale, che ammonta ad oggi a più di 1000 schede inventariali e a più di 40 Gigabyte di immagini digitalizzate, è in costante ed esponenziale aumento, grazie anche alla continua individuazione di nuovi fondi e raccolte documentali di interesse per il Museo e la sua storia.
Come restauriamo i nostri monumenti? Conservazione o lenta distruzione?
di Guido Gonzato
In tutte le città italiane, e specialmente al Nord, il patrimonio artistico è vittima delle cosiddette ingiurie del tempo. Il problema era noto già nel Rinascimento, quando i monumenti venivano ricoperti dai licheni e dalle “male erbe” che si infiltravano tra le pietre.
Ma quelli erano bei tempi. Oggi la questione è cambiata radicalmente, sia nella natura del danno che nella sua intensità. Il problema non sono più le erbacce da estirpare ma l’inquinamento atmosferico, e i monumenti di Verona, la città più inquinata d’Italia, ne soffrono gravemente.
La causa del danno è il particolato atmosferico, le famigerate polveri sottili che si formano con la combustione degli idrocarburi. A Verona, il particolato è originato quasi esclusivamente dal traffico automobilistico. Le particelle, di dimensioni inferiori al millesimo di millimetro, sono delle vere e proprie spugne di materiale carbonioso impregnato di residui di combustione, idrocarburi, zolfo, metalli pesanti.
L’effetto sui monumenti in pietra, che a Verona sono praticamente tutti di calcare di vario tipo, è devastante. Le particelle si instaurano sulla superficie creando una crosta nera, durissima e difficile da rimuovere, che compromette l’estetica del monumento. L’azione chimica è di gran lunga peggiore: la crosta nera, unitamente all’azione della pioggia, può produrre piccole quantità di acido solforico che trasformano il calcare in gesso, facilmente solubile e asportabile. Col passare degli anni i monumenti vanno letteralmente in briciole. L’effetto chimico della crosta nera si può osservare in particolare sui muri dell’anello esterno dell’Arena.
Negli ultimi anni diverse campagne di restauro si sono susseguite e alcune sono tuttora in corso. Esaminando da vicino alcuni monumenti restaurati, quello che si vede suscita qualche perplessità.
Uno dei primi monumenti sottoposti a restauro, diversi anni fa, è stata la facciata di Santa Eufemia. L’arca del Cinquecento in marmo Rosso Verona (tomba Lavagnoli) sembra in condizioni migliori rispetto a prima, quando era coperta di croste nere. Ma l’estetica non è tutto. Osservando la superficie con una lente d’ingrandimento, si nota un dettaglio rivelatore del tipo di restauro effettuato. In alcuni punti sono a malapena visibili gruppi di minuscoli forellini. Si tratta delle tracce lasciate nei secoli scorsi dai licheni, che colonizzavano le superfici dei monumenti cittadini quando l’aria era sufficientemente pulita. Quando un lichene si attacca su una superficie, provoca delle microperforazioni semiferiche profonde circa un millimetro.
Ora, questi forellini sono stati quasi completamente abrasi e apparentemente ne rimane solo la parte più profonda. Questo significa che è stato rimosso dal monumento uno spessore di almeno mezzo millimetro di materiale. É probabile che il restauro sia stato effettuato con getti di acqua e sabbia a pressione.
Indubbiamente il restauro ha restituito al monumento l’aspetto originario: ma a quale prezzo? La superficie originale ora non esiste più. Rimuovendo mezzo millimetro di superficie alla volta, quanti interventi di restauro si potranno ancora effettuare?
Basta osservare da vicino altri monumenti restaurati per verificare che questo tipo di intervento è stato effettuato con sistematicità. Un altro esempio eclatante è la facciata di San Giovanni in Foro, dove le parti in marmo rosso mostrano addirittura evidenti tracce di abrasione.
Va detto che in altri casi, come alla base della Scala della Ragione in Cortile Mercato Vecchio, si vede che la crosta nera è stata rimossa senza intaccare la superficie sottostante, che ora mostra tracce della lucidatura originaria.
Se il restauro provoca una perdita anche piccola di materiale dal monumento, a giudizio di alcuni esperti tale restauro non è accettabile. Infatti la rimozione delle croste non è un intervento risolutivo, poiché nelle condizioni attuali esse si riformano nel giro di pochi anni.
Le modalità di restauro sono un problema controverso e molto dibattuto. Probabilmente, il problema non può essere risolto se non agendo sulle cause. È molto semplice: per salvaguardare i monumenti, basta eliminare l’inquinamento atmosferico... il che consentirebbe anche di salvaguardare la salute dei cittadini.
Ridurre drasticamente il traffico degli autoveicoli privati, migliorare il trasporto pubblico, favorire l’uso della bicicletta. Si fa ovunque in Europa, anche in paesi che hanno un clima sfavorevole come l’Olanda o il Regno Unito. Ma in Italia e a Verona, non si fa e chi lo sa se mai si farà in futuro. Godiamoci quindi i nostri bei monumenti, finché li abbiamo.
Musei gratis? Il problema è un altro
di Cinzia Inguanta e Chiara Cappellina
Entrata gratis nei musei, per tutti: una sfida lanciata da Sergio Cofferati, sindaco di Bologna, che dal prossimo aprile renderà gratuito l’ingresso ai musei della sua città.
A Verona e provincia, tra grandi e piccoli, noti e meno noti, sono presenti 45 musei. È ipotizzabile anche qui non far pagare il biglietto per incentivare le visite? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Pedrazza Gorlero, vicesindaco e assessore alla Cultura: «Questo sistema da noi non funzionerebbe e non trovo sia quello del biglietto d’ingresso il vero problema. Un conto è l’economia di gestione e il non spreco, ma non si può economicizzare la cultura fino a questo punto».
Il vicesindaco spiega che gli strumenti per promuovere la cultura in città ci sono: dalla Verona Card, il biglietto unico di entrata ai musei veronesi, all’iniziativa MuseInsieme, rivolta alle famiglie ogni prima domenica del mese, fino alla recente idea per favorire l’integrazione dei lavoratori extracomunitari, offrendo loro la possibilità di visitare, durante il fine settimana, il Museo di Storia Naturale, il Museo Archeologico e quello di Castelvecchio.
«Pensando che i nostri sono musei amministrati dal Comune», aggiunge Paola Marini, direttrice dei musei civici, «mi pare giusto riservare ai proprietari delle opere che vi sono conservate, cioè ai cittadini veronesi e ai loro ospiti, qualche possibilità di ingresso gratuito, come fa l’Amministrazione comunale di Verona, in occasioni particolari come il 2 giugno, le giornate europee del patrimonio, l’8 marzo, e così via, e comunque sempre la prima domenica del mese».
Giorgio Cortenova, direttore della Galleria d’Arte Moderna, ritiene che la gratuità dell’ingresso sia un falso problema: «Non so se sia più o meno giusto, ma l’ormai lunga esperienza m’insegna che la cosa non incide sul numero di visitatori. Si tratta comunque di una scelta politica che non attiene alle mie responsabilità. In ogni caso non conosco esempi europei determinanti in tal senso, se non quello della Tate di Londra. Ma il confronto è improponibile. Londra è semplicemente Londra e la Tate è un enorme contenitore. Chi entra gratuitamente negli spazi della collezione paga poi il biglietto per le mostre in corso».
Per Alessandra Aspes, direttrice del Museo Civico di Storia e Scienze naturali, l’importante è trovare strategie d’interazione con la città, il biglietto gratuito da solo non serve. E spiega, ad esempio, che al Museo di Scienze Naturali il biglietto per le scuole è gratuito da 10 anni e da ben 30 si organizzano visite guidate gratuite. E non è tutto, c’è un’attenzione particolare anche per le famiglie che possono organizzare merende o compleanni al museo. Angelo Brugnoli, responsabile della Didattica e comunicazione dello stesso museo, aggiunge che impostare il discorso sull’accesso gratuito ai musei non è il modo giusto per affrontare il problema, e che non è il prezzo del biglietto ad essere determinante per far fronte alle spese di gestione. Il museo di Scienze Naturali, ad esempio, con un approccio dinamico al problema è stato il primo a proporre attività didattiche e di animazione a pagamento, strada che adesso è seguita anche dagli altri musei della città.
Per Ledo Prato, presidente della Fondazione Città Italia e di Mecenate ’90: «Il biglietto d’ingresso è una barriera bassa. Spesso chi non visita un museo è semplicemente perché non gli interessa». Il problema è che «i musei sono ancora abbastanza ripiegati su se stessi. Non dovrebbero essere solo un luogo di conservazione, ma di crescita e per aiutarli bisogna cercare modalità appropriate». Quali?
Ad esempio attraverso «una modernizzazione degli strumenti di gestione della cultura» suggerisce Pedrazza Gorlero. «Usare lo strumento della defiscalizzazione da un lato, anche con un meccanismo tipo otto per mille, e dall’altro portare i privati a gestire l’arte e quindi le fondazioni. È sbagliata l’idea che la sponsorizzazione nei confronti della cultura sia una forma di mecenatismo senza ritorno. Bisogna fare in modo che i privati abbiano convenienza ad investire in questo settore». E aggiunge: «Sono questi i due pilastri su cui si basa il futuro della cultura anche in una città come Verona. Con l’obiettivo di arrivare ad un unico tavolo governato da pubblico e privato dove venga fatta una politica congiunta». E sulla politica più efficace insiste anche Ledo Prato: «In una città come Verona la politica per e dei musei non va separata da una politica per l’afflusso turistico culturale, ma deve essere parte di un disegno strategico più generale per renderla una città ancora più competitiva a livello internazionale».
Ma qual è la situazione dei musei veronesi?
Secondo Giorgio Cortenova: «Alle istituzioni culturali appartiene il compito di ricerca e studio per offrire occasioni e possibilità di conoscenza, quanto più profonda possibile, dei fenomeni dell’arte. In nessuna città del mondo avanzato si buttano al vento i milioni di euro che si sprecano in certe città italiane per pubblicizzare alcune manifestazioni d’arte, peraltro di nessun rilievo scientifico e culturale. La pubblicità e la comunicazione sono certo necessarie, ma l’eccesso è da condannare. Sono fondi sottratti alla ricerca, alle speranze dei giovani e che incidono perfino negativamente sui bilanci finali delle mostre, sempre in assoluta perdita: anche quelle che si gloriano di un pubblico da grandi numeri. Quanto a noi puntiamo sulla qualità delle nostre iniziative didattiche e delle esposizioni, che sono tutte frutto di ricerche e di studi faticosi ed accurati, tali in ogni caso da farci conoscere ed apprezzare da tutte le più importanti istituzioni nazionali ed internazionali, dagli istituti universitari europei e dagli studiosi di ogni parte del mondo».
«Premesso che purtroppo mancano le risorse per promuovere l’offerta museale della nostra città e nonostante negli anni 2002-2004 si sia registrata a livello internazionale una crisi, possiamo dire che a Verona questa è stata contenuta e che nel 2005 ci sono stati piccoli segnali di ripresa», commenta Paola Marini. Nella rete museale comunale di cui si occupa (Museo di Castelvecchio, Museo Lapidario Maffeiano, Museo degli Affreschi-Tomba di Giulietta, Museo Archeologico al Teatro Romano, Arena, Casa di Giulietta, Torre dei Lamberti, Chiesa di San Giorgeto) i visitatori hanno raggiunto il numero di 1.200.000. Le iniziative culturali del passato (restauri, mostre, pubblicazioni) «hanno potuto mantenere un elevato livello di qualità», sottolinea la Marini, «si è concluso un progetto europeo triennale sul Design, sono proseguiti gli imponenti lavori di restauro che riguardano Castelvecchio e il progetto speciale di conoscenza e valorizzazione dell’opera di Carlo Scarpa sostenuto dalla Regione Veneto».
Ma i problemi per i musei rimangono. Innanzitutto quelli di spazio. «Castelvecchio è uno scrigno che può far vedere solo una parte dei suoi tesori», chiarisce Pedrazza Gorlero. «Abbiamo collezioni di medaglie, armi, monete chiuse nei forzieri che invece andrebbero messe in mostra. Anche al Museo di Storia Naturale ci sono problemi di spazio, inoltre manca una tecnica moderna di presentazione». Come rimediare allora? «C’è un progetto di ampliamento nell’ala sinistra dell’Arsenale dove il Museo di Scienze naturali troverà una collocazione ideale», dice il vicesindaco. Inoltre ci sono gli interventi «finanziati dalla Fondazione Cariverona che consegnerà alla città un centro per mostre ed esposizioni unico in Italia, dove le collezioni che prima la Galleria d’Arte Moderna era costretta a smontare troveranno una collocazione permanente e dove si esporrà tutto quello che è stato sacrificato in questi anni. In più, sempre grazie alla Fondazione, Castel San Pietro diventerà un museo e vedremo se potrà ospitare la sede italiana dell’Hermitage».
Basterà a rendere Verona più competitiva nella rete museale? Secondo Ledo Prato il vero problema sarà «di avvicinare ai musei il pubblico che non li frequenta. Manca una politica di promozione e comunicazione adeguata ai patrimoni custoditi nei musei. Se faccio una campagna di promozione per una mostra devo mettere chi arriva nelle condizioni di capire la portata dei contenuti. Chi entra non deve sentirsi un ignorante». È necessaria dunque una strategia anche sulla gratuità dei consumi culturali. «Musei gratis si o no da solo non significa nulla. Sono contrario alla gratuità intesa come una politica generale per la fruizione del patrimonio culturale. Rimane però la possibilità di inserire la gratuità nei musei dentro una strategia», spiega Ledo Prato. «Si tratta di una scelta che se viene fatta non può essere separata dalla politica generale per la città». Infine, una provocazione: «Se organizzo a Verona una mostra per rintracciare i collegamenti storici della città con la Germania, quando arrivano i tedeschi posso valutare che quella parte del museo sia gratuita per loro. Così la gratuità ha senso, perché è all’interno di una strategia. Se no è demagogia» conclude Prato.
I luoghi dei poeti. Noti e meno noti ecco dove si propongono al pubblico
di Elisabetta Zampini
“La poesia è sempre in agguato dietro l’angolo” diceva Jeorge Luis Borges nelle sue lezioni americane, invitando ad aprire i propri orizzonti e a esplorare luoghi diversi. Un fenomeno non nuovo ma certamente in continuo aumento è la nascita di luoghi di incontro per poeti noti e sconosciuti. Spazi informali, apparentemente inusuali per la poesia, generalmente luoghi pubblici, talvolta di passaggio, confinanti con il via vai della strada, il rumore delle macchine e il vociare della quotidianità. La poesia esce dai libri per essere letta a voce alta.
È il caso dell’Osteria Sottoriva, ogni lunedì, alle 18.30. I poeti si siedono ai tavoli, parlano, discutono. Poi cominciano a sfogliare carte, si alzano e leggono a turno le proprie poesie. Il pubblico è quello casuale o abituale dell’Osteria. Qualcuno ascolta, altri mangiano, altri continuano a parlare, qualcuno che passa si ferma incuriosito. L’idea è nata all’instancabile Ugo Brusaporco e, un po’ alla volta, i poeti sono arrivati. Tra i molti ci sono gli affezionati: Roberto Nizzetto, Giorgio Maria Bellini, Alverio Merlo e Diego Barca. Scrivono in italiano o in lingua dialettale. «Qui c’è un’atmosfera che incoraggia a leggere – racconta Bellini – e in un certo senso si è recuperata un’antica abitudine popolare di incontro tra chi scrive poesie e la gente». La cosa piace. Ma perché la poesia? «Per me – spiega Nizzetto – la poesia è tante cose: divagazione, liberazione dell’anima. Aiuta anche a butar fora il magon. E poi – prosegue Bellini – è ricerca di linguaggio: si usano le parole come il pittore usa il colore».
I poeti seguitano a leggere e poi, a sorpresa, regalano i loro testi ai presenti in una fantasia di foglietti, anche scritti a mano, che si sparpagliano tra la gente. Si ha quasi l’impressione che la scelta di questi luoghi non sia puramente formale, di folklore. È piuttosto una valutazione popolare, nel senso profondo. Si riscoprono e valorizzano spazi che fanno parte della storia della città e che ne disegnano i tratti più caratteristici. D’altra parte, però, c’è la voglia diffusa di poetare e il gusto di pronunciare le parole in verso, come esigenza artistica di ogni uomo e non del solo letterato, spinta dal desiderio di mettere in gioco la facoltà comune della parola.
Se i confini della poesia si ampliano oltre i riconoscimenti ufficiali, diventa difficile dare una definizione della poesia che accontenti tutti e anche gli studiosi si dividono su questo argomento. Sulla variegata dimensione del far poesia è ben consapevole Armando Lenotti, segretario del Cenacolo di poesia dialettale “Berto Barbarani”: «Il senso della poesia? È un discorso ricco, non basterebbero due righe e poche parole». I poeti del cenacolo si ritrovano due volte al mese alle 21 alle scuole “Carducci” di via Betteloni, con incontri aperti al pubblico. «Tra i nostri soci – prosegue Lenotti - vi è una della grandi poetesse di sempre in vernacolo, Wanda Girardi Castellani, voce lirica di Verona».
Poesia è sinonimo di bellezza. Una bellezza che ridisegna la realtà con parole non banali, emozionanti, vive. «Come dire che la bellezza è in agguato intorno a noi – sosteneva Borges –. Può venirci dal titolo di un film o da qualche nota melodia». Dello stesso parere è Nicola Saccoman, noto musicista, scrittore di poesie e gestore della locanda “Girasole” di Santa Maria di Zevio. Il suo locale ha ospitato serate di poesia, dedicate ai libri pubblicati per le edizioni Perosini. Incontri di musica e versi, a cui volentieri Saccoman ha dato ospitalità sostenendo: «File di parole in cerca di bellezza. Anche dove c’è il vuoto e si fatica. Definirei così la poesia».
Sulla poesia ha scommesso anche Francesco Avesani, gestore della pizzeria “La Fontana” di Avesa dove si ritrovano, da settembre a maggio, il secondo giovedì del mese, i poeti del nuovo circolo poetico “Gatto Rosso”. Ogni appuntamento è dedicato a un poeta noto: Pablo Neruda, Amelia Rosselli, Vincenzo Cardarelli, Pier Paolo Pasolini, Thomas Stearns Eliot e molti altri. Una sorta di santi protettori della serata e dei poeti del circolo che leggono le proprie opere, accompagnati dalla musica, creando dei momenti a metà tra l’incontro informale e la performance. Poesie in italiano e in lingua dialettale, dagli stili e dai modi più diversi. Ed è ciò che più è stato gradito: il variare delle voci.
«Per me la poesia è una riscoperta – spiega Francesco Avesani –. Gli incontri del Gatto Rosso sono stati un’opportunità per vederla in maniera diversa. Prima ero curioso e disponibile ma non ero molto incline alla poesia. Mi sono ricreduto».
Anche il circolo Malacarne prepara incontri letterari negli spazi più tradizionalmente veronesi. Proprio in maggio ha organizzato la quinta edizione del festival itinerante “Dar a Bere storie”. Tra poesia e narrazione gli autori abitano in maniera giocosa strade, piazze e osterie della città, accompagnati da orchestrine come nell’usanza dei cantastorie.
Dieci anni ha poi compiuto il Poesiafestival della Valpolicella. Nato con l’idea di valorizzare i luoghi più suggestivi della zona e di farli conoscere a un pubblico sempre numeroso, ha portato nei comuni della Valpolicella molti tra i più importanti poeti italiani. Quest’ultima edizione si concluderà il 30 giugno, a Jago di Negrar, con un nome d’eccezione: Dacia Maraini. «Grazie al Festival i poeti si sono materializzati - commenta Franco Ceradini, direttore artistico della manifestazione - Averli lì, in carne e ossa, stare con loro a cena, parlare non necessariamente delle grandi costellazioni ideali mi ha spinto a domandarmi che posto ha la poesia nella nostra vita. E poi, si può davvero distinguere tra il far poesia della moltitudine poetante e quello dei poeti “laureati”? Credo di no. C’è una distinzione di grado, non di essenza. Azzardo una ovvietà: poesia è ogni discorso bello. E la troveremo ovunque vi sia sincera ricerca del bello, del bello emozionante. Bisognerebbe allora ridiscutere il canone scolastico e le antologie. Un canone è una rinuncia a capire, una gabbia ottocentesca, adatta a una società gerarchica e autoritaria» conclude Ceradini.
Ci sono molti modi in cui l’uomo manifesta l’inclinazione artistica e creativa. La poesia è una di queste. Il suo abitare tra la gente è un segno importante perché avvicina, diventa quotidiana, come il pane. «Parole da mangiare» titolava significativamente il proprio libro il poeta e scrittore brasiliano Rubem A. Alves. In una pagina c’è una poesia di Mario Quintana che suggerisce, forse, anche il senso di questi luoghi informali della poesia: “Sono come una poesia / le cui parole succulente colano / come polpa di un frutto maturo nella tua bocca, / una poesia che ti sazia di amore, prima ancora che tu ne colga il senso misterioso: / basta assaggiarne il gusto…”.
Marco Fittà è il re dei balocchi. Colleziona e studia giocattoli di tutte le epoche
di Elisabetta Zampini
Marco Fittà, giornalista, da anni si dedica alla ricerca, allo studio, al recupero di giochi e giocattoli con la passione ed il rigore del “topo di biblioteca”. È infatti uno dei più competenti studiosi in Italia di giochi fanciulleschi.
Il gioco è un piacere senza età e Marco Fittà ne è una conferma. Studia, costruisce giochi e soprattutto li colleziona. Basta andare ad Arbizzano, dove vive, e farsi accompagnare in quello che una volta era il suo garage. Dopo aver sfrattato l’automobile è diventato infatti un curioso museo del giocattolo. Un museo domestico, carico di segni umani. I giocattoli sono stati raccolti nei mercati delle pulci e d’antiquariato di mezza Europa. Un cavalluccio un po’ nascosto all’entrata avvisa subito i visitatori di tenere gli occhi bene aperti sulle piccole cose. Appese come in un teatrino a riposo ci sono le eleganti e raffinate marionette dell’Ottocento, ma c’è anche il burattino di cartapesta e stracci cuciti in casa. Ci sono i giochi ottici del secolo scorso: piccoli binocoli per girare il mondo in cartolina ma con la meraviglia della tridimensionalità. E vicino il piccolo caleidoscopio di cartone. Pinocchi di varia fattura e materiale, bambole di pezza, trottole, cavallini di latta meccanici pronti a gareggiare. Ed un pezzo davvero unico, perché costruito artigianalmente da mani sconosciute: un topolino di stoffa che si muove su un filo di ferro, grazie ad un ingegnoso quanto semplice meccanismo. Non è una galleria di oggetti solo belli ma, come ama definirli Marco Fittà, soprattutto di oggetti di cultura: «Rimango conquistato dai giochi creati in casa, con materiali poveri. Sono frutto di una ingegnosità a basso costo. Per costruire i giochi qualcuno ha dovuto pensarci, fare un progetto, procedere per tentativi, usare le mani. E faceva esperienza delle proprietà dei materiali e di alcune leggi fisiche. Con questi giochi il bambino si divertiva a lungo. Oggi invece un nuovo giocattolo viene dimenticato in breve tempo».
Ciò che ha guidato il collezionista è stato soprattutto il mondo reale e fantastico di ogni giocattolo. L’abilità del bambino che costruisce e la creazione di storie infinite del bambino che gioca. «Quando ho acquistato questa scatola-gioco, ho provato ad immedesimarmi in chi la apriva. La cosa straordinaria è che il gioco consiste in questo: toccare superfici ruvide, annusare essenze, ascoltare suoni, osservare i colori e quindi immaginare, fare ipotesi, sperimentare. Per me il giocare è una conquista intellettiva».
Oltre alla collaborazione stabile con il Centro per la cultura ludica di Torino, un’istituzione unica in Europa, Fittà ha scritto il libro Giochi e Giocattoli nell’antichità (Leonardo Arte, Milano, 1997), un testo prezioso sui giochi diffusi presso gli antichi popoli del bacino del Mediterraneo. Inoltre, per diffondere questa sensibilità e per far conoscere ad un maggior numero di persone il frutto di anni di ricerche, ad Arbizzano è nata “Hermes”, Associazione culturale per la storia del gioco e degli sport, di cui Marco Fittà è presidente. «I miei studi e l’esperienza confermano che il gioco è parte della vita – spiega il giornalista - giochiamo in ogni momento della giornata: quando facciamo un po’ gli attori nelle relazioni, quando tormentiamo una penna o un portachiavi tra le mani. Giocare ci aiuta a sdrammatizzare l’esistenza».
Fittà ha scelto di dedicarsi ai giochi quasi per caso e ha trovato un tesoro per lo più inesplorato. È infatti un aspetto dell’attività umana molto trascurato dagli archeologi e dagli storici. Come a dire che il gioco, cosa da bambini, è di poco valore scientifico e conoscitivo. «Al contrario – sottolinea Fittà – i giocattoli sono continui esempi di soluzioni ingegnose». L’adulto spesso se ne dimentica e banalizza queste “cose da bambini” e i bambini, se visti solo come potenziali adulti e non come una età della vita con cui tenere aperto il dialogo, non fanno storia. Eppure ai grandi ricordano che il tempo del gioco è proprio della natura umana: «È il caso del modellismo» spiega Fittà. «Molti adulti diventano dei veri appassionati perché hanno ricominciato a giocare con i figli». Forse sono stati proprio gli adulti-artisti a tenere aperto in modo significativo questo dialogo con il gioco, condotti per mano dai figli oppure da una personale ricerca estetica e comunicativa.
La prova che il gioco non è cosa da poco, la troviamo in letteratura e nell’arte. Un vero omaggio alle attività ludiche è il quadro “I giochi dei fanciulli” di Pieter Bruegel. Nel 1560 egli dipinse questo tema di vita quotidiana: 148 bambini che giocano a 68 giochi diversi. Oltre a rappresentare una enciclopedia dipinta di giochi, ha segnato uno scarto dai consueti temi pittorici “alti”, eroici o sacri, dell’epoca. In tempi più recenti, anche artisti come Picasso, Depero, Klee e gli artisti del Bauhaus sono stati costruttori di giocattoli (specialmente di burattini e marionette). C’è poi uno scrittore molto noto nella letteratura per l’infanzia, Tony Ross, che ha scritto un racconto davvero speciale, La coperta fortunata. Già con il libro si inizia a giocare perché lo si può leggere dall’inizio alla fine, scegliendo di partire da un lato o dall’altro: tanto poi ci si ritrova alla metà. Parla di una coperta che, a dispetto dell’incomprensione di genitori e parenti, diventa nelle mani di un bambino e una bambina un grande orso ringhiante, un’astronave, una nave pirata, un’armatura. È una difesa letteraria del gioco come spazio fantastico e creativo.
Insomma il gioco è una divertente cosa seria e, parafrasando i versi di un poeta mantovano, si potrebbe dire che “i giocosi si portano in testa il cielo e non traballano”. È un buon augurio per i creativi che usano testa e mani. Non resta ora che mettersi in gioco.
HERMES E IL PARCO DEI GIOCHI DIMENTICATI SULLE TORRICELLE
Hermes, il dio greco tutelare dei Ginnasi e delle Palestre, in molti vasi greci viene raffigurato mentre gioca con una trottola. Proprio per questo legame con il gioco e il giocare “Hermes” è diventato anche il nome dell’associazione culturale di cui Marco Fittà è presidente. Il gruppo si occupa di promuovere la ricerca e la diffusione della cultura ludica, di recuperare i giochi antichi e della tradizione e di curare gli aspetti pedagogici e sociali del giocare. Offre anche consulenza per realizzare originali parchi gioco.
Un Parco dei giochi dimenticati è stato pensato da Hermes per Verona, precisamente sulle Torricelle, in un’area verde e ricca di punti panoramici. Attualmente i lavori di realizzazione sono fermi ma si può avere un’idea di come potrebbe essere confrontandolo con quello già quasi ultimato di Cigole, in provincia di Brescia: il giardino è diviso in diverse zone che diventano altrettante tappe dove fermarsi in un ideale percorso della memoria che, partendo dai giochi antichi, arriva ai giochi un tempo diffusi nel territorio italiano. Il tutto nella valorizzazione dell’aspetto naturalistico del luogo dove sono presenti specie arboree interessanti. I visitatori possono giocare con antichi giochi da tavolo sumeri, egizi e romani o con passatempi dimenticati come il Trucco a terra, il Ludus globi, le Fossette.
Per assaporare delle giornate intere giocando, vale la pena infine ricordare un appuntamento importante che ogni anno si svolge in maggio a Montichiari (BS). “Nel Paese si seridò” è il nome della manifestazione realizzata dall’Adasm Brescia e dal Centro Fiera del Garda di Montichiari. Si tratta di una grande festa strutturata con spazi creativi, teatrali e ludici dove i bambini hanno un ruolo attivo e possono sperimentare in prima persona situazioni di gioco. Un evento, insomma, a misura di bambino. Per ulteriori informazioni: ww.associazionehermes.com
www.serido.it (E.Z.)
Il gioco delle maschere in Sant’Anastasia
di Marco Fittà
Celarsi e cambiare sembianze inventandosi nuove identità e avventure è sempre stata un’attrattiva di tutti i bambini che consente di sbrigliare la loro inesauribile fantasia. Se a questo aggiungiamo l’utilizzo furtivo di indumenti appartenenti ai genitori o ai fratelli maggiori, avremo la chiave di lettura di questo gioco. Quando poi questa attività ludica di emulazione diviene un divertimento con il quale misurarsi con i compagni, il tutto risulta ancora più eccitante e divertente.
Come cambiare quindi il proprio aspetto se non infilandosi una maschera che celi il proprio sembiante? È il metodo più semplice utilizzato anche dai bambini dell’antica Roma.
Un affresco proveniente da Ercolano (Fig. 1) rappresenta un amorino che cerca di spaventare due compagni di gioco, uno dei quali mima un terribile spavento che lo getta in terra. Analogo soggetto è ripreso da alcune sculture tra cui una del IV-III secolo a.C. dove un fanciullo, ridente, gioca con una maschera silenica che sta per mettersi davanti al viso. La statua è conservata nei Musei Capitolini di Roma e, sempre nella Città eterna, a Villa Mattei si può ammirare un fronte di sarcofago dove un eroe gioca con un’altra maschera.
Non sappiamo se nell’antichità esistesse questa pratica, certo è che la maschera, nel Medioevo, fu utilizzata dalle nutrici per spaventare e, quindi, far star buoni i bambini. Dovevano quindi essere orribili, barbute, pelose (Fig. 2, Manoscritto Royal, Londra - British Library). Dovevano rappresentare il diavolo, l’orco e il lupo mannaro. Un significativo esempio possiamo ammirarlo nel Libro d’Ore di Carlo d’Angoulême, risalente al 1470 circa.
Più tardi i bimbi si appropriarono di questo strumento “educativo” per spaventarsi l’un l’altro per gioco, quindi le maschere persero, a poco a poco, il loro aspetto terribile venendo utilizzate anche solo per nascondere la propria identità per qualche gioco inventato lì per lì.
Ricca e varia è l’iconografia: Pieter Bruegel nella sua tavola I giochi dei fanciulli ha rappresentato, all’estrema sinistra del dipinto, un bimbo che, affacciato a una finestra, tiene sul volto una grande maschera; una, molto bella di fine 400, è attribuita a Gaspero da Padova e un’altra, del 1533, si trova nel Libro d’Ore di Antoine le Bon, duca di Lorena.
Bimbi che giocano festosamente con una maschera si possono ammirare nel Palazzo Te di Mantova e, nella stessa città, in un affresco di una lunetta della Galleria dei marmi del Palazzo Ducale, opera di Giulio Romano.
Da gran signori sono le maschere che due bimbi tengono, nell’atto di mettersele davanti al viso, scolpite su uno dei basamenti delle colonne dell’Altare cinquecentesco dello Spirito Santo o altare Miniscalchi nella chiesa di San’Anastasia a Verona.
Forse i bambini oltre che giocare a spaventarsi mettendosi maschere orripilanti, per aumentare gli effetti scenici potrebbero aver indossato ali da pipistrello a imitazione di Lucifero, demone il cui solo nome crea timore nei fanciulli. Sarebbe così possibile interpretare un affresco quattrocentesco di Michele Giambono, rappresentante l’Annunciazione nel monumento a Cortesia da Serego, sempre nella chiesa di Sant’Anastasia; nel dettaglio dell’architettura dell’angelo sono rappresentati putti che cavalcano bastoni, che tirano con l’arco, che fanno pipì ed esibiscono grandi ali di pipistrello. Con simile travestimento il successo di terrorizzare i compagni è assicurato. Pratica fanciullesca documentata anche in altre raffigurazioni, ma nessuna con la personificazione del diavolo.
Il Libro d’Ore di Marie Ango, dipinto a Rouen nel 1505 in occasione del suo battesimo, chiamato anche Le livre des enfants poiché contiene 185 miniature di giochi fanciulleschi, riporta ben cinque immagini di travestimenti fantastici: in una di esse vediamo un essere peloso da capo a piedi picchiato vigorosamente da un bimbo mentre i suoi tre compagni di gioco avendolo preso al laccio, lo trascinano con una lunga corda; in un’altra si vede un bimbo che indossa un cappuccio con le sembianze di lupo. Il miniaturista ha rappresentato un bimbo, carponi, che con tale mascherata, che gli arriva fino a metà busto, mette in fuga i suoi compagni.
Nel XVI secolo erano molto in voga i romanzi del ciclo arturiano e le chansons de geste raccontavano di cavalieri in perpetua lotta con mostri e draghi, così che il codice Ango rappresenta due bimbi che fuggono davanti a un drago con enormi ali, mentre un compagno più coraggioso si volta per stordirlo sferrandogli una gran botta in testa; operazione fruttuosa perché, nella miniatura della pagina successiva, il drago viene rappresentato al guinzaglio. Scene di giochi fanciulleschi in lotta con draghi sono riprese da vari artisti tra i quali Pieter Bruegel ne La battaglia fra carnevale e quaresima. Non si possono dimenticare le numerose rappresentazioni di San Giorgio che abbatte il drago e dei vari demoni, con Satana in primis, rappresentati con enormi ali di pipistrello che, sicuramente, avranno influito sui giochi infantili.
Una grande maschera barbuta con un enorme naso aquilino viene mostrata a quattro bimbi due dei quali, rendendo la scena ancor più verosimile, sono caduti, per lo spavento, all’indietro in un’incisione cinquecentesca di Claudine Bouzounet-Stella.
Nel dipinto Lot e le sue figlie (Norfolk, The Crysler Museum of Art), Bonifazio de’ Pitati dipinge due putti di cui uno spaventa l’altro con una maschera e Giulio Carpioni dipinge Fanciullo con maschera (Conservato nella Pinacoteca Martini a Ca’ Rezzonico a Venezia).
Ci sono perfino giunte maschere in cuoio, una risalente al 1400 circa, conservata ad Amersfoort in Olanda e un’altra, di un secolo posteriore, conservata a Kampen, sempre nel paese dei tulipani.
Anche il grande Pablo Picasso, che ha dedicato al gioco molti suoi dipinti, non ha disdegnato costruire per i suoi figli prima e per i nipoti dopo, giocattoli e, tra questi, maschere; nel suo caso non per spaventare, ma per celarsi, considerato che una di queste fu realizzata con un pezzo di carta lacerata da una tovaglia, altre due tagliando un vile cartone e altre, invece, più elaborate e “artistiche”.
Cacciatori preistorici. La selce rivela la presenza dell’uomo a Verona in tempi antichissimi
di Guido Gonzato
A chi ha la sana abitudine di fare passeggiate sulle nostre colline può capitare di imbattersi in un bossolo di fucile. Qualche cacciatore, infatti, talvolta “dimentica” di raccogliere gli scarti della sua attività venatoria. Curiosamente, il comportamento dei cacciatori dei nostri giorni è esattamente lo stesso dei loro colleghi vissuti migliaia di anni fa, in piena preistoria. I loro scarti erano diversi e assolutamente naturali: le loro armi erano infatti costruite in legno e pietra.
Facciamo però un passo indietro e raccontiamo la storia dal principio. La provincia di Verona, e in particolare la zona collinare e montana, è abitata dall’uomo da centinaia di migliaia di anni, cioè dal Paleolitico medio-superiore. L’ambiente montano era molto favorevole all’instaurarsi di insediamenti umani. Non mancava la possibilità di procurarsi il cibo, visto che i nostri antenati paleolitici vivevano di caccia e raccolta. I monti fornivano infatti tutto il necessario: mandrie di animali di grossa taglia, come i cervi, e fauna di piccola taglia. Inoltre, era presente in grande quantità una risorsa preziosa: la selce. Ovvero l’acciaio della preistoria.
Nei calcari della media e alta Lessinia si trovano strati di una forma microcristallina di silice, la selce. Questa pietra è una specie di vetro naturale. La sua caratteristica principale è che quando si frattura dà origine a schegge molto taglienti. I nostri antenati avevano sviluppato una vera e propria tecnologia basata sulla selce, con cui costruivano buona parte dei loro utensili. Era una ricchezza, e veniva addirittura esportata dalla Lessinia verso aree che ne erano sprovviste. Sembra che anche la lama in selce grigia del magnifico coltello dell’Uomo del Similaun sia stata realizzata con la selce dei nostri monti.
Durante le loro battute di caccia, i cacciatori portavano con sé molti strumenti pronti all’uso e il materiale per costruirne in caso di bisogno. Se un cacciatore finiva le punte di freccia o aveva bisogno di un certo strumento, poteva costruirlo sul posto utilizzando un piccolo blocco di selce che si portava appresso: il cosiddetto “nucleo di lavorazione”. Pochi colpi bastavano per estrarre una scheggia della forma adatta, che poi veniva ritoccata fino a trasformarla nello strumento finito. Quando il nucleo era diventato troppo piccolo per potervi estrarre altre schegge utili, il cacciatore lo gettava; allo stesso modo, venivano scartati punte o lame rotte o non ben riuscite. Questi “rifiuti” sono rimasti sul terreno per migliaia di anni.
Nelle nostre passeggiate ci può capitare di ripercorrere il sentiero battuto da un antico cacciatore. Sulle colline di Avesa e Quinzano e sulle Torricelle, non è raro trovare piccole schegge di selce, resti di lavorazione, nuclei o addirittura strumenti più o meno completi (come possiamo osservare nel piccolo campionario della foto). Sono quasi sempre di colore bianco, poiché l’ossidazione nasconde l’originale colore grigio o blu della selce. Più raramente possiamo rinvenire schegge rettangolari di selce scura: queste sono pietre da acciarino, fabbricate dai contadini fino a circa un secolo fa.
La prossima volta che andrete a spasso sulle Torricelle, provate a seguire il crinale e guardate con attenzione per terra: se trovate delle piccole schegge bianche e lisce, quella è selce.
I fossili nei monumenti di Verona. Ammoniti, Echinoidi, Belemniti
di Guido Gonzato
Se visitando una città che non conosciamo osserviamo i muri delle vecchie case o dei monumenti possiamo farci un’idea immediata della geologia della zona che circonda la città. Infatti, tutte le città antiche sono state costruite prevalentemente con materiali disponibili nelle vicinanze.
I muri e i monumenti di Verona rivelano chiaramente che i monti che circondano la città sono in massima parte di origina marina. Verona è una città rossa di marmo e gialla di tufo, anche se questi termini sono usati in modo improprio, come vedremo più avanti.
Il rosso e le varie tonalità di rosa della città sono dati da una pietra chiamata Rosso Ammonitico, detto anche Marmo Rosso di Verona, proveniente perlopiù dalla media e alta Lessinia. Il Rosso era ed è considerato una pietra di pregio, e con esso furono costruiti i monumenti più importanti, come l’Arena. Di minor qualità ma più abbondante è il Tufo di Avesa, una pietra porosa giallastra e meno resistente, utilizzato soprattutto per l’edilizia popolare; con il tufo sono stati costruiti parte del campanile di S. Zeno e i bastioni austriaci.
Altre pietre usate a Verona sono il Marmo di S. Ambrogio e la Pietra di Prun, o Scaglia Rossa. Il primo era impiegato per costruzioni di pregio; come pietra da costruzione è perfino migliore del Rosso Ammonitico, anche se non altrettanto bello. La Pietra di Prun, oggi estratta nelle cave presso Fosse e S. Anna d’Alfaedo, è un magnifico materiale per realizzare tetti e pavimentazioni.
Occorre chiarire una cosa che potrà sorprendere i non esperti: il cosiddetto Marmo Rosso di Verona non è un marmo, e il Tufo di Avesa non è un tufo. Geologi e marmisti utilizzano gli stessi termini, ma con significati ben diversi. Per i marmisti, “marmo” è sostanzialmente qualunque pietra calcarea che possa essere lucidata; “tufo” è invece qualunque pietra porosa.
Per i geologi, invece, un marmo è esclusivamente un calcare che abbia subito qualche tipo di trasformazione fisico-chimica, come un forte riscaldamento o una forte pressione. Non avendo subito queste trasformazioni, il Rosso Ammonitico non è un marmo. Il tufo è per i geologi una pietra esclusivamente di origine vulcanica: nelle colline di Verona sono presenti anche veri tufi vulcanici, ma sono troppo friabili per poter essere utilizzati per le costruzioni. Quindi, in tutta Verona non c’è un solo monumento di marmo... o meglio, c’è qualche dettaglio architettonico costruito con marmo proveniente dalla Toscana, come ad esempio parti del Duomo e di S. Zeno. Continueremo ad usare i termini “marmo” e “tufo” in senso lato.
Quasi tutte le pietre che troviamo sui monti di Verona hanno origine marina, e tutte conservano le vestigia degli animali e delle piante che vivevano in quegli antichi mari: fossili di conchiglie, ricci di mare, alghe, e così via.
Originariamente, il Rosso Ammonitico era un sedimento calcareo incoerente: un sottile fango, che si depositò verso la fine del Giurassico, circa 130 milioni di anni fa, quando il territorio veronese era un fondo marino di una certa profondità. In seguito, questo fango si consolidò fino a tramutarsi in solida roccia; questo fenomeno è noto ai geologi col nome di litogenesi.
Già nel nome, il Rosso Ammonitico rivela la sua caratteristica principale. Ammonitico, ricco di Ammoniti: quelle conchiglie a spirale che tanto spesso si possono vedere nei marciapiedi. In Foto 1 è mostrata una delle grosse Ammoniti che si possono ammirare in Corso Porta Borsari. Le Ammoniti erano molluschi cefalopodi, cioè della stessa classe delle seppie o dei polpi odierni. Vivevano nei mari del Giurassico e del Cretaceo, nei periodi geologici durante i quali si formarono il Rosso Ammonitico e la Scaglia Rossa. Alla loro morte, i gusci delle Ammoniti si depositavano sul fondo e si fossilizzavano; oggi possiamo incontrare i loro resti nelle lastre e nei blocchi di marmo rosso, e spesso (sebbene meno evidenti) anche nelle lastre di Pietra di Prun.
Le Ammoniti non erano gli unici animali presenti nell’antico mare dei Monti Lessini. Passeggiando per Verona con occhio attento si possono incontrare i resti di Echinoidi, cioè ricci di mare, e di Belemniti. Anche questi erano molluschi cefalopodi, di aspetto simile agli attuali calamari o alle seppie. Come le seppie, possedevano una conchiglia interna a forma di cono allungato, detta “rostro”; questo “osso di seppia” si fossilizzava con facilità. La Foto 2 mostra due fossili di Belemniti che si possono osservare sul pavimento del Duomo, appena entrati sulla sinistra.
Nel Rosso Ammonitico e nella Scaglia Rossa la presenza di fossili è sporadica, mentre nella Pietra di Avesa si può dire che la roccia stessa è un impasto grossolano di fossili tenuti insieme da una matrice calcarea. Questa caratteristica rende la Pietra di Avesa un materiale da costruzione mediocre, perché la scarsa uniformità della roccia la rende più facilmente attaccabile dagli agenti atmosferici.
Anche la Pietra di Avesa si formò in ambiente marino, ma in un periodo molto più recente: l’Eocene, circa 45 milioni di anni fa. A quel tempo, stava iniziando il sollevamento del territorio veronese fuori dal mare. Il fondo marino era ormai poco profondo, qua e là emergevano le prime isole. La Pietra di Avesa si formò da sabbie e fanghi ricchissimi di conchiglie di molluschi, ricci di mare e soprattutto i caratteristici Nummuliti: organismi unicellulari di dimensioni enormi, fino a qualche centimetro di diametro, che si costruivano un guscio a forma di disco appiattito. Il termine Nummuliti proviene dal latino nummus, moneta; infatti somigliano a monetine di pietra.
Le conchiglie dei molluschi e i gusci dei ricci di mare e dei Nummuliti sono più resistenti della matrice calcarea che li contiene, quindi tendono a sporgere. La Foto 3 mostra una bella conchiglia di Grifea visibile in Cortile Mercato Vecchio; sono visibili anche frammenti di gusci di Nummuliti. Le conchiglie di grifea sono caratteristiche di uno strato di calcare sul Monte Ongarine di Avesa, sopra le vecchie cave Zampieri: ecco che da un particolare geologico possiamo risalire alla provenienza precisa del materiale con cui i palazzi del Cortile vennero costruiti.
La Foto 4, infine, mostra un dettaglio della facciata dell’Hotel Due Torri, in Piazza S. Anastasia. Questa pietra non sfigurerebbe in un museo: osservate in alto a sinistra il guscio sezionato di un riccio di mare, diversi tipi di Nummuliti e altri Foraminiferi, frammenti di alghe calcaree e al microscopio si potrebbero osservare numerosi altri resti di organismi.
La scelta di un materiale da costruzione ricco di fossili non è mai una buona idea, per i motivi precedentemente spiegati. L’eccessiva abbondanza di fossili ha provocato il cattivo stato di conservazione del Teatro Romano: la gradinata fu costruita in Rosso Ammonitico, ma per tutto il resto i Romani impiegarono il calcare estratto dal colle sovrastante. Questo materiale è composto da gusci calcarei tenuti insieme da una matrice calcareo-argillosa... non sorprende che, oltre alla gradinata, si sia conservato ben poco.
In Cina, alla ricerca dell’acqua perduta. Le spedizioni del Museo Civico di Storia Naturale
di Angelo Brugnoli
La Cina è una terra di dimensioni inimmaginabili, ma questa sensazione di vastità è difficilmente percepibile nelle grandi megalopoli turistiche e commerciali della costa. Pechino è lontana, non solo fisicamente, ma anche come stile di vita. I frequenti discorsi sulla Cina che girano sui giornali in questi giorni ci descrivono un paese in fortissima espansione economica e commerciale. Ma non tutta la Cina è così.
Il Museo Civico di Storia Naturale di Verona dal 1994 ha organizzato e portato a termine ben 5 spedizioni scientifiche nella regione del Guizhou, all’estremità sudoccidentale dell’immenso stato asiatico. Questa regione, grande come metà Italia, è senza sbocchi sul mare ed è una delle regioni cinesi economicamente più arretrate, dove l’attività principale della popolazione è ancora l’agricoltura, spesso eseguita con mezzi rudimentali. Non è difficile ancora oggi vedere contadini che arano una terra magra con aratro di legno tirato dal bufalo, esattamente come 5000 anni fa. La terra coltivabile è poca perché tutta la regione è prevalentemente costituita da una grande piattaforma di rocce calcaree. Situata nella fascia subtropicale e soggetta quindi alle grandi piogge dei monsoni, la piattaforma calcarea si è andata erodendo e modificando, creando profondi canyons, picchi e guglie, grotte e voragini. Il fenomeno è noto ai veronesi che ben conoscono la morfologia carsica della Lessinia; qui però la scala è quella cinese. I ponti naturali sono giganteschi, le imboccature delle caverne monumentali ed i corsi d’acqua che frequentemente si riversano al loro interno appaiono fiumi che percorrono maestose cattedrali gotiche. Ma alla fine della stagione delle piogge, poco a poco tutta l’acqua, che da milioni di anni scava questo paesaggio particolarissimo, sparisce sottoterra: per la popolazione locale diventa un problema l’approvvigionamento idrico. I pozzi si seccano, le vasche si prosciugano e le sorgenti diminuiscono la loro portata, costringendo gli abitanti dei numerosi villaggi a spostamenti, anche di uno o due chilometri, alla ricerca dell’acqua. Il Museo, con un finanziamento del Ministero degli Affari Esteri italiano ed in collaborazione con il Science and Technology Department of Guizhou Province e la Guizhou Normal University di Guiyang, ha accettato di studiare il fenomeno e di cercare possibili soluzioni. La spedizione organizzata nel novembre 2003 infatti ha avuto come obiettivo lo studio della qualità delle acque di ambiente carsico della regione del Guizhou, al fine di stabilire l’opportunità di un loro corretto sfruttamento ad uso idropotabile. Quattordici specialisti di diverse discipline si sono ritrovati per venti giorni nella contea di Qianxi, nel paese di Hong Lin, insieme a colleghi dell’Università del Guizhou. Hong Lin è un paesino di 4000 abitanti, raggiungibile dalla capitale Guyiang con un viaggio di tre ore per strade che via via passano dall’asfalto allo sterrato. Nel paese la spedizione ha alloggiato presso il cosiddetto Hotel Hong Lin, ex casermetta degli ufficiali, scampolo del periodo durante il quale il paesino aveva nelle vicinanze un’importante fabbrica di munizioni per aerei, rigorosamente sistemata in una enorme grotta naturale ed ora scheletro abbandonato. Tra i ricercatori c’erano speleologi, geologi, zoologi, cartografi, specialisti in analisi fisico-chimiche: il lavoro si è prospettato subito impegnativo, anche a causa del tempo piuttosto inclemente per la stagione e la latitudine. Le numerose t-shirt portate dall’Italia, con i 5 gradi di temperatura su quest’altipiano a 1400 metri sul livello del mare, sono rimaste nelle sacche. Ogni giorno tre squadre si dirigevano nelle zone di ricerca programmate ed è solo a sera, intorno alle tipiche stufe cinesi, che ci si ritrovava per commentare le nuove scoperte e pianificare il lavoro dell’indomani. Le grotte nelle zone intorno sono numerosissime: quelle esplorate sono state più di 77 e di queste ben 25 chilometri sono stati rilevati. Sotto il paese di Hong Lin si trova un’enorme cavità detta Shui Xiang Dong o grotta “dell’Acqua Rombante”; una cupola di dimensioni impressionanti copre un’area dalla quale emergono resti di muri a secco, fornaci, camminamenti, testimonianze di epoche durante le quali la grotta era rifugio e casa per una numerosa comunità. Il fiume proveniente dalla valle entra nella caverna, l’attraversa e dopo aver oltrepassato il villaggio in rovina, nella parte più interna e più buia della grotta, si immerge tra i massi scomparendo. Proprio in questa cavità è stato deciso il test con la fluoresceina sodica; la sostanza, sciogliendosi nell’acqua, la colora di un bel giallo-verde brillante e diluendosi via via scompare alla vista. Ma anche tracce infinitesimali possono essere catturate da apposite “trappole” chimiche. Con questa tecnica, riversando nel fiume della grotta dell’Acqua Rombante la fluoresceina, si è scoperto che il fiume sotterraneo continua la sua corsa per diversi chilometri. Gli speleologi, scendendo in una cavità distante 3 chilometri, dopo aver superato vari pozzi ed attraversato gallerie, alla profondità di 270 metri hanno ritrovato il fiume sotterraneo… ancora colorato di verde! La scoperta del collegamento tra le due grotte è importante per chiarire le modalità di formazione di questi condotti sotterranei ed il loro andamento. In ultima analisi ciò permetterà di ricostruire il percorso dell’acqua e quindi prendere le opportune decisioni che potranno riguardare forme di tutela e controllo, come anche interventi strutturali utili alla posa di stazioni di presa dell’acqua per uso idropotabile.
Nella ricostruzione di questo complesso mondo di acque sotterranee, una parte importante è stata giocata dai ricercatori del Museo di Verona che si sono dedicati ad analizzare la qualità delle acque utilizzando la tecnica dei cosiddetti “indici biotici”. In pratica si tratta di determinare la presenza o l’assenza di specie della fauna delle acque dolci, composta principalmente da animali appartenenti a gruppi quali gli insetti, i crostacei, i briozoi ed altri ancora. Con retini e altri strumenti di raccolta gli zoologi hanno campionato sorgenti, laghetti, fumi e torrenti, sia all’aperto che in grotta. Tra le maglie dei retini e nelle “trappole” sono finiti anche alcuni animali curiosi come alcuni coleotteri adattati alla vita cavernicola, completamente depigmentati, senza occhi, con antenne e zampe lunghissime. Questi animaletti sono carnivori e nel buio totale delle grotte vanno a caccia dei pochi altri esseri che osano vivere in un ambiente così povero di sostanze organiche. Gli scienziati hanno calcolato che approssimativamente il numero delle specie cavernicole conosciute sia pari al 10% delle specie realmente esistenti; l’inquinamento di acque sotterranee può provocare la scomparsa di animali come questi, particolarmente sensibili alle più piccole variazioni ambientali, prima ancora che vengano scoperti dalla scienza. Le grotte ed i loro curiosi ospiti sono inoltre una fonte preziosa di informazioni sulle vicende ecologiche di tempi remoti; rappresentano infatti degli ambienti rifugio, le cui faune ci testimoniano l’alternanza delle fasi climatiche nel passato. L’attività di campionamento e raccolta in 31 grotte della zona di Hong Lin ha portato alla catalogazione di ben 70 specie animali e vegetali, delle quali almeno quindici risultano nuove per la scienza. Tra la fauna di grotta, oltre ai citati coleotteri cavernicoli (5 nuove specie ed 1 genere), sono stati trovati anche una nuova specie di collemboli, due specie nuove di ortotteri e due specie nuove di pesci. Tutto il materiale è attualmente in fase di studio sistematico da parte di un’equipe congiunta italiana e cinese. L’analisi degli “indici biotici” ha mostrato una diversità faunistica dell’area piuttosto bassa negli ecosistemi esterni, mentre sembra essere senz’altro più alto il valore della biodiversità all’interno delle grotte. La composizione faunistica, cioè l’insieme di tutti gli animali raccolti, è nel complesso influenzata da fattori d’inquinamento; è frequente per esempio l’uso di scaricare i liquami degli allevamenti familiari di maiali direttamente nei torrenti. Tuttavia la presenza degli agenti inquinanti nell’acqua non ha ancora provocato alterazioni irreversibili nel sistema naturale. Sarà interessante capire se, alla luce di questi dati, la comunità locale cinese si attiverà per ridurre o eliminare questi fattori d’inquinamento ambientale. Recentemente il governo centrale, dopo i disboscamenti selvaggi degli ultimi 50 anni, ha invitato la popolazione ad una maggiore salvaguardia dei boschi, offrendo nel contempo incentivi economici per il rimboschimento agli agricoltori.
Tutti i dati raccolti, topografici, analisi chimico-fisiche delle acque, dati di prelievi e raccolte faunistiche e botaniche, sono stati introdotti in database informatizzati e verificati sul posto: l’ausilio di quella che oggi è diventata l’Information Communication Technology (ICT) ha permesso di ottimizzare i tempi e di ridurre gli errori. A far compagnia alle nuove tecnologie è comparso anche il sito Web dedicato alla spedizione 2003 (www.progettoguizhou.it), ma che raccoglie anche dati e notizie sulle precedenti spedizioni. Al suo interno è possibile visionare un ricco portfolio fotografico.
Svelato il mistero del Basilisco. A Verona tre rarissimi esemplari
di Angelo Brugnoli
Tra gli oggetti naturali che fanno parte delle collezioni storiche del Museo Civico di Storia Naturale di Verona, ci sono tre animali imbalsamati veramente curiosi: hanno un corpo somigliante a quello di un rettile, con una coda irta di spine, dai fianchi escono appendici che sembrano ali e il capo presenta un’ampia bocca irta di denti sopra la quale grandi e maligni occhi fissano il vuoto. Sono montati su basette di legno tornito ed uno di essi porta persino un elegante nastrino al collo. La pelle di color bruno o giallastro appare secca, legnosa e l’animale nel suo complesso ha un aspetto strano e orrido. Sono rarissimi esemplari di basilischi, animali che la leggenda descrive come nati dall’accoppiamento tra un gallo e un serpente e che con il loro sguardo possono uccidere un uomo. In realtà i nostri strani basilischi sono tutto meno che pericolosi. Osservandoli con attenzione, si nota che gli animali sono un artefatto, una creazione dell’uomo. In tutti e tre i casi l’autore di questa eccentrica "frode" ha utilizzato un pesce della famiglia delle razze, al quale sono state praticate abili incisioni nel corpo e con una serie di manipolazioni è stato messo in evidenza l’apparato boccale. Disseccato o affumicato, il pesce così conciato è stato abbellito con due globi oculari di pasta vitrea e montato su di un supporto adatto. La loro fabbricazione sembra risalire tra il XVI e il XVII secolo per soddisfare lo straordinario interesse per gli animali strani e bizzarri che iniziavano a giungere in Europa a seguito della scoperta delle Americhe. Animali imbalsamati o parti di essi andavano ad alimentare il ricco commercio che si stava formando intorno all’esotico, sostenuto da quanti iniziavano proprio allora a "musealizzare" la natura in gabinetti delle meraviglie, specie di musei antiquari, organizzati nelle abitazioni di ricchi nobili o di qualche studioso.
La nascita della nuova moda, la collezione di oggetti naturali, possibilmente rari ed esotici, attivò una passione per il collezionismo che non infrequentemente accettava l’inverosimile, il mitico basilisco appunto, pur di possedere un reperto esclusivo. A Verona, il conte Lodovico Moscardo (1611-1681) fu il proprietario di un Museo, conosciuto in tutta l’Europa dotta del tempo, e del quale egli stesso pubblicò una descrizione in due volumi, illustrati con stampe. Il Museo contava più di trecento fra dipinti e incisioni, centinaia di sculture, bronzi e oggetti provenienti da scavi, cinquemila tra monete e medaglie nonché, come dice il Maffei in Verona Illustrata "... cose naturali ottimamente disposte, e venute in gran parte fin dal famoso Museo Calceolario. Serie di gemme, e di marmi, di miniere, e di minerali: coralli, piante, legni, erbe, amianto, calamita, terre, sali, balsami, gomme, cose impietrite, testacei, animali strani, e parti pregiate di essi, mostri e scherzi della natura, mumie e cocodrilli, e quantità di cose d’India". E in effetti, nel catalogo a stampa della collezione appare anche la figura di un basilisco, somigliante non poco ad uno degli esemplari di proprietà del Museo. E come per il Moscardo abbiamo notizie di draghi o basilischi presenti nelle collezioni di Aldrovandi e di Calzolari, dotti scienziati di un secolo prima. In realtà già nel XVI secolo si era scoperto l’inganno, ovvero che le mummie dei basilischi altro non erano che contraffazioni, operate per ricavare un buon guadagno dalla vendita di simili oggetti ai vari collezionisti dell’epoca, come il Moscardo appunto.
Che il mercato degli animali esotici e favolosi, così come quello dei fossili, fosse diffuso e promettesse buoni affari per ciarlatani e falsari di ogni genere, ce lo racconta anche il Goldoni nella sua "Famiglia dell’antiquario" dove il conte Anselmo, invasato collezionista di antichità ed esoterie varie, si fa bellamente imbrogliare da Arlecchino e Brighella improvvisati "Armeni", venditori di pattume in cambio di zecchini d’oro. Nella finzione scenica, il conte Anselmo viene buggerato con costosissimi sassi scolpiti rozzamente a forma di pesce, forse un tentativo di acquisizione dei già notissimi pesci fossili di Bolca. Di qualcuno di questi "imbroglioni" abbiamo anche il nome, come nel caso di mastro Leone Tartaglini da Fojano della Chiana che durante il suo soggiorno veneziano confezionò un altro basilisco, ora custodito al Museo di Storia Naturale di Venezia. Questa tecnica di manipolazione delle razze per la creazione di basilischi o draghi è evidentemente di antica e ampia diffusione se ancora oggi è presente nel sud-est asiatico, in paesi come l’Indonesia. Là si confezionano draghi portafortuna per i turisti, utilizzando il medesimo materiale (le razze) e realizzando la stessa figura in posa ad ali spiegate. Completa la replica anche un bel paio di occhietti in vetro o plastica, rigorosamente maligni e scintillanti.
Biotecnologie: ecco le piante che vinceranno le malattie. L’Università di Verona e gli OGM
di Giorgia Cozzolino
Immaginate di scongiurare per sempre l’insorgere del diabete mangiando un semplice pomodoro, oppure sconfiggere l’Hiv sgranocchiando una normale pannocchia di mais. Sembra fantascienza, ma è proprio quanto stanno per realizzare gli studiosi di biotecnologie dell’Università di Verona insieme a 38 gruppi di ricerca di undici nazioni europee e Sudafrica.
Malattie come Aids, diabete, rabbia o tubercolosi potrebbero finalmente diventare un ricordo, ed essere confinate nei libri di storia, sfruttando i principi dei tanto temuti Ogm, gli organismi geneticamente modificati.
Il progetto per il quale l’Unione Europea ha stanziato 12 milioni di euro si chiama Pharma-Planta e ne fanno parte tre laboratori di ricerca italiani: quello del professor Mario Pezzotti dell’ateneo veronese, di Eugenio Benvenuto del Centro ricerche Casaccia dell’Enea e di Alessandro Vitale dell’Ibba, l’Istituto di biologia e biotecnologia agraria del Cnr di Milano. Entrati all’interno del Centro ricerche di Verona, ci siamo fatti accompagnare da Pezzotti in un viaggio attorno ai prodigi della natura sapientemente "aiutata" dalla scienza.
Il Dipartimento scientifico e tecnologico dell’Università di Verona, che si occupa delle biotecnologie agroindustriali è un nodo centrale in questo consorzio di ricerca internazionale, che entro i prossimi cinque anni conta di produrre, grazie a piante geneticamente modificate, alcune molecole di interesse farmacologico da sperimentare clinicamente sull’uomo. I due obiettivi principali di Pharma-Planta sono infatti di creare farmaci non ottenibili attraverso i tradizionali sistemi di sintesi e di abbattere i costi di produzione.
Ma cosa si sta realizzando concretamente all’interno dei laboratori di Ca’ del Vignal? Parlando in parole povere, e cercando quindi di volgarizzare tutti i tecnicismi, si può dire che gli studiosi di casa nostra lavorano per costringere una pianta a produrre una proteina umana utile alla prevenzione del diabete mellito. Questa sostanza si chiama Gad 65 e funziona da "bersaglio" disorientando così la malattia che va tendenzialmente a colpire le cellule del pancreas, il "generatore" di insulina. Con una buffa metafora, si potrebbe dire che questa proteina funziona come una sorta di clown da corrida che distrae il toro impazzito intenzionato a infilzare il torero. Il Gad 65 è un elemento al quale il nostro corpo si può "abituare" e quindi trasformarsi con il tempo in uno scudo naturale all’insorgere del diabete autoimmune. Facendo delle ipotesi, si potrebbe supporre che mangiando fin dai primi anni di vita ortaggi geneticamente modificati per contenere la proteina umana in questione, ci renderemmo automaticamente immuni all’insorgere della malattia. Basta quindi con quei vaccini iniettati attraverso una siringa e, visto il costo basso della produzione della pianta, si potrebbero facilmente vaccinare milioni e milioni di bambini nel mondo.
I ricercatori veronesi hanno già impiantato questa proteina di origini umane in un vettore, che in scienza si chiama agrobattericum tumefacens, il quale ha introdotto il Gad 65 all’interno del cromosoma delle piante di pomodoro e tabacco. Sono così nati dei vegetali nuovi che contengono in sé un altissimo potenziale scientifico. Per ora, a un anno dall’inizio del progetto, i piccoli arbusti producono ancora una quantità poco elevata di proteina necessaria al vaccino, ma presto gli scienziati riusciranno ad ottenere la giusta dose di Gad 65 per ogni pomodoro e potranno poi cominciare la sperimentazione fino a testare il vaccino anche sull’uomo.
"L’approccio multidisciplinare consentirà di affrontare tutti gli aspetti della sperimentazione connessi all’impiego di piante geneticamente modificate con particolare riguardo alla sicurezza ambientale e umana" spiega Mario Pezzotti che argomenta anche come, mentre la produzione di molecole farmacologiche in altri sistemi biologici geneticamente modificati è ben consolidata e documentata, non ci siano dati sullo stesso tipo di processo produttivo delle piante.
Le potenzialità di una tale ricerca sono enormi. I metodi finora utilizzati per la produzione di farmaci richiedono la modificazione genetica di cellule umane o di microrganismi come i batteri. Tutte tecniche laboriose e costose che spesso producono in quantità limitate le molecole di interesse. "Le piante" evidenzia Julian Ma del St. Geourge’s Hospital di Londra, coordinatore scientifico del progetto "hanno il vantaggio di poter essere coltivate con facilità e a costi accessibili e, se modificate per esprimere un gene relativo a un prodotto farmaceutico, di poterne produrre grandi quantità".
Una vera rivoluzione in ambito farmaceutico che potrebbe rendere disponibili nuovi medicinali per i paesi del terzo mondo, dove il costo è spesso proibitivo. Un altro punto importante del progetto è la sicurezza. Il gruppo di ricercatori mira infatti a tracciare delle linee guida che stabiliscano, in modo chiaro ed esauriente, come vanno coltivati questi particolari Ogm, onde evitare contaminazioni con altri raccolti.
Nel progetto Pharma-Planta, Verona assume un ruolo di spicco, non solo dal punto di vista scientifico, ma anche in ambito di controllo e divulgazione delle nuove scoperte. Su proposta del professor Pezzotti è stato eletto come membro esterno del comitato esecutivo il dottor Giorgio Pasqua. Il suo compito è quello di osservatore pubblico e garante per la valutazione scientifica del progetto, ma anche quello di avvicinare alla gente comune il lavoro dei ricercatori. "Pasqua è un esponente di un mondo in estremo sviluppo economico mal supportato scientificamente" spiega Pezzotti "Ed è anche tra i primi industriali del vino di Verona sensibile al tema della ricerca". Infatti, insieme ad altri produttori della provincia, Pasqua prenderà parte ad un progetto di ricerca coordinato da un altro professore dell’ateneo scaligero, Massimo Delledonne, del valore di un milione di euro, di cui 600 mila messi a disposizione dagli industriali. L’obiettivo è quello di comprendere i processi di maturazione e submaturazione dell’acino d’uva. Il frutto prediletto da Bacco, rientrerà quindi tra i progetti scientifici dell’università veronese che ne studierà gli sviluppi per favorire una migliore coltivazione o una raccolta adatta a ciascun tipo di vino. Intanto però, prosegue con determinazione lo studio che, anziché sollazzare i palati, potrebbe portare ad una vera rivoluzione nella sanità globale. Pharma Planta lavora in sordina da quasi un anno e tra non molto avrà dei risultati da mostrare al mondo.
Tra il 7 e il 9 gennaio del 2005, al Polo Zanotto, l’intero gruppo internazionale di ricerca si riunirà per fare il punto sul primo anno di lavoro. Un evento importante che non mancherà di innescare curiosità e dibattiti e metterà Verona al centro di una nuova espressione del transgenico.
SIT e GIS per monitorare la biodiversità. Come si forma una banca dati territoriale
di Angelo Brugnoli
Tra le attività di un moderno museo, una particolare attenzione viene oggi riservata a tutto ciò che può creare un legame tra museo stesso e pubblico. O meglio tra museo e pubblici, tanti quanti sono gli interessi e le emozioni che spingono i visitatori alla frequentazione di esposizioni e mostre. La scoperta del proprio territorio di appartenenza è la molla nascosta che crea nella comunità territoriale attenzione alle ricerche, alle attività di conservazione e alla divulgazione proposta dal museo. In questo contesto il Museo Civico di Storia Naturale di Verona ha avviato da anni alcuni progetti sul territorio veronese, culminati nella pubblicazione di importanti monografie scientifiche. Si tratta di impegnative campagne di ricerca, durate diversi anni, che hanno coinvolto tutto il personale tecnico-scientifico del Museo in complesse attività di campionamento e raccolta dati.
La formazione di banche dati territoriali è di importanza strategica nello studio e nel monitoraggio della cosiddetta “biodiversità”. La parola ha origine dal concetto di diversità biologica, formulato nel 1980, in riferimento al numero di specie che compongono una comunità. Il termine contratto “biodiversità” è apparso per la prima volta durante il “Forum nazionale sulla biodiversità” che si è tenuto a Washington nel 1986. Gli atti di tale forum sono stati poi pubblicati nel 1988 nel libro dal titolo “Biodiversità” che ha avuto un grande successo e ha dato il via a numerosi studi sull’argomento. Da allora, come confermato dai risultati dei Summits mondiali di Rio de Janeiro nel 1992 e di Johannesburg nel 2002, la conservazione della biodiversità è considerata come fondamentale nello sviluppo sostenibile a livello mondiale.
I dati raccolti sul territorio oggi vengono informatizzati; l’archivio dati diventa così il punto di partenza per ricerche successive ed analisi future. Tra le attività che si servono delle banche dati del Museo vi è anche la pianificazione territoriale. Potenti strumenti informatici possono fornire un aiuto nella fase di progettazione e gestione della pianificazione di un territorio. I Sistemi Informativi Territoriali (detti SIT) sono appunto queste basi di dati geografiche, create grazie ad appositi software di gestione dati geografici (GIS). In altre parole si tratta di programmi che integrano cartografia digitale con archivi di dati: la prima permette di localizzare sul territorio i singoli oggetti (località di ricerca, campioni raccolti sul terreno, aree di diffusione di un animale o di una pianta), mentre la base di dati fornisce per ciascun punto della carta tutte le informazioni riguardanti quello specifico punto.
Questa tecnica, oltre alla realizzazione di nuova cartografia molto dettagliata, mostra la propria utilità in un’ampia gamma di applicazioni come la gestione ambientale, le telecomunicazioni, l’archeologia, l’ecologia, e molte altre.
L’uso del SIT permette inoltre di depositare in un computer le informazioni basandosi su diversi livelli e tematismi. La gestione computerizzata dei dati è quindi estremamente utile, particolarmente per interpretare grandi quantità di dati complessi, mostrando così gli ecosistemi in relazione alla biodiversità.
Grazie ai database, che raccolgono tutte le informazioni sulla fauna e sugli habitat del Veronese presenti in bibliografia e quelle derivanti da nuove ricerche, si può procedere alla creazione di un SIT della provincia di Verona.
Ad oggi nel SIT sono stati inseriti i dati catastali delle cavità naturali, artificiali, la fauna presente, le schede dei Siti di Importanza Comunitaria con gli elenchi degli habitat e delle specie animali e vegetali e infine i dati relativi ai vertebrati e invertebrati osservati recentemente in diverse campagne di ricerca. Il SIT sarà utilizzato come base di partenza per la formazione di uno strumento che fornisca metodi oggettivi per identificare i punti caldi di biodiversità, rarità ed endemicità.
Le recenti ricerche del Museo hanno avuto, tra gli altri obiettivi, quello di raccogliere ed organizzare tutti i dati faunistici e vegetazionali, riguardanti il nostro territorio, attualmente dispersi nelle diverse pubblicazioni scientifiche e, soprattutto, nei dati non pubblicati in possesso dei numerosi specialisti. Tutte queste informazioni, completate dai dati raccolti sul campo dal personale del Museo, confluiranno nella banca dati del SIT. L’insieme dei dati permetterà, unitamente all’utilizzo di dati storici, un monitoraggio permanente della situazione ambientale del territorio comunale e delle sue modificazioni nel tempo.
Queste tecnologie e le loro concrete applicazioni nel monitoraggio ambientale saranno oggetto di una mostra del Museo di Storia naturale, in programma per l’autunno 2005.
Il sapere e la ricerca al servizio delle imprese. Un progetto biennale dell’ateneo scaligero
di Chiara Cappellina
Spy, Stars, Vips, Air Area: insomma, cartoline dal futuro. Al Dipartimento di Computer Science dell’Università degli Studi di Verona, il domani è già realtà. Parliamo di software all’avanguardia, laboratori sofisticati e tecniche altamente automatizzate per accelerare l’innovazione e sviluppare la ricerca e la cooperazione tra università e imprese.
C’è ARIA nuova, infatti, al dipartimento diretto dal professor Vittorio Murino: l’ha portata l’Acceleratore di Ricerca Informatica Applicata. “Aria” è appunto l’acronimo del progetto del Dipartimento di Informatica, cofinanziato dalla Regione Veneto e con l’assistenza del Parco STAR di Verona, per favorire la collaborazione tra università e industria. Tutto ciò mettendo a disposizione delle imprese una serie di servizi orientati alla ricerca applicata e all’innovazione di prodotti, per capire come le tecnologie muteranno il nostro imminente domani.
«Si tratta di un progetto esplorativo della durata di due anni – spiega Vittorio Murino – che si rivolge alle aziende del territorio veneto e nazionale per aprire il Dipartimento alle imprese che sentono l’esigenza di innovarsi e vogliono investire nella ricerca, per raggiungere maggiore competitività in tempi rapidi. In Italia mancano in maniera drammatica imprese con la vocazione alla ricerca – continua Murino che dirige il dipartimento dal 2001 – mentre servono progetti che siano in grado di facilitare l’accesso all’innovazione grazie, per esempio, all’utilizzo di nuovi sistemi informatici che le aziende possano poi trasformare in prodotti commerciali».
E l’Acceleratore di Ricerca Informatica Applicata trasforma il tempo dedicato alla ricerca, attraverso un effettivo avvicinamento tra le imprese e l’università, creando non solo uno spazio fisico di incontro, ma anche un progetto comune di lavoro, una vera e propria partnership. L’iniziativa cerca di «portare le aziende a contatto con il mondo accademico per la co-progettazione di nuovi prodotti ad alto contenuto tecnologico – sottolinea Murino – mettendo a loro disposizione alcuni spazi universitari, detti hosting, in cui lavorare insieme ai ricercatori, magari distaccando uno o più dipendenti per meglio realizzare la collaborazione». Si tratta infatti di hosting attrezzati con più postazioni di lavoro complete, connesse a Internet, dotate di strumenti di videoproiezione e teleconferenza, software Cad e dedicato, oltre all’accesso ai laboratori di dipartimento, ai servizi di segreteria, all’uso delle sale riunioni, il tutto a costi agevolati. «L’azienda dirige il progetto, noi forniamo le competenze e a loro resta il prodotto finale» dichiara Murino.
Oltre alla creazione di progetti congiunti, per l’azienda si aggiunge la possibilità di far crescere le proprie risorse umane, sia in tema di programmazione hardware che software in cambio di opportunità di eventuali assunzioni del personale dedicato al progetto. La prima azienda a credere nell’iniziativa, nell’ottobre 2004, è stata la Sitek che attualmente «sta collaborando con i gruppi di ricerca dell’università per realizzare due importanti progetti hardware» afferma Murino. «L’acceleratore offre infatti alle aziende un programma di avvio della ricerca e sviluppo di impresa che, affiancato al mondo universitario, stimola quello che comunemente viene definito brainstorming, ovvero un confronto di idee, e porta a veri e propri studi di fattibilità dei prodotti» ribadisce Murino. Un lavoro interdisciplinare che richiede il lavoro gomito a gomito di informatici, ricercatori e imprenditori.
Fondato nel 2001, il Dipartimento di Informatica (Department of Computer Science), offre quattro corsi di laurea e un Master in Progettazione e Gestione dei Sistemi di Rete, ma pur essendo giovane, ha già ottenuto i finanziamenti della Commissione Europea per cinque progetti di ricerca e sviluppo. Oggi ospita informatici, ingegneri, matematici e fisici e si occupa di un ampio spettro di aree, tutte in qualche modo legate al calcolo. «Una caratteristica del Dipartimento è l’interazione tra la fisica e la matematica da una parte, l’informatica e le tecnologie dell’informazione dall’altra» spiega Murino. Quindi accanto a ricerche sui linguaggi, l’informazione, i modelli di calcolo e le architetture di sistema, il dipartimento ospita ricerche sulle strutture multimediali, sulla robotica e sui sistemi intelligenti, grazie a quattro laboratori didattici con più di duecento postazioni di lavoro Windows e Linux, e sei laboratori di ricerca tematica: Eda (Electronic Design Automation), Stars (Semistructured Temporal Clinical Geographical Systems), Spy (Static Program Analysis), Lds (Luce di Sincrotone), Vips (Vision, Image Processing and Sound) e infine AIR Area (Artificial Intelligence and Robotics).
E i prodotti che potrebbero essere creati dalla sinergia università-impresa sono legati proprio a queste aree di ricerca: dai sistemi di videosorveglianza ai controlli biometrici di sicurezza per il riconoscimento di volti e impronte, dalle applicazioni biomedicali per la diagnosi precoce di tumore, con spettroscopia ad alta risoluzione su cellule e tessuti, alla chirurgia con bracci robotici. E infine si parla di bioinformatica, con ricostruzione in 3D di organi, di genetica con il DNA computing e l’analisi e modellazione di proteine e stringhe di DNA, passando per l’ispezione automatica di prodotti e processi industriali per il controllo di qualità fino all’informatica della sicurezza e intrusion detection, contro hackeraggio e spionaggio industriale, oltre all’analisi e verifica automatica della correttezza di programmi e codici e alla progettazione di offuscatori per la tutela della proprietà intellettuale del codice.
Un ambito di attività molto vasto che non lascia fuori nemmeno l’intelligenza artificiale, con l’interazione uomo-macchina basata su visione, suono e gesti, né i sistemi di navigazione e guida di veicoli autonomi o la realtà virtuale per il telecontrollo di mezzi in ambienti ostili come quello sottomarino o spaziale.
«Il settore informatico è stato per l’università in questi ultimi anni uno dei principali ambiti con cui incentivare e favorire produzioni industriali innovative» aggiunge Murino. Incorporare “tecnologia e intelligenza” nei prodotti è diventato un fattore competitivo di importanza strategica. In questo modo il trasferimento tecnologico diventa terreno di collaborazione tra università e imprese. «L’idea è di attuare delle spin-off, ovvero delle piccole società di consulenza universitarie – conclude Murino – in cui il mondo accademico e quello industriale si uniscano per creare prodotti innovativi e di qualità».
Nel corso del mese di aprile l’università organizzerà un open-day, ovvero un’intera giornata in cui tutte le aziende veronesi potranno toccare con mano le potenzialità del progetto Aria.
Per informazioni contattare il Dipartimento di Informatica, Università degli Studi di Verona. Telefono 045.8027069; e.mail: aria@sci.univr.it; web: www.di.univr.it.
In guerra contro polvere, muffa e insetti. Il lavoro di conservazione nei musei
di Angelo Brugnoli
Polvere e odore di muffa nell’aria, scatole e casse impilate disordinatamente su vecchie scaffalature, oggetti sparsi sul pavimento ingombro di materiali d’imballo e di sporcizia. Un’immagine ricorrente nella mente di quanti cercano di descrivere i depositi di un museo. Una “certezza” che fa parte dell’immaginario collettivo di quanti, frequentatori di musei o più spesso solo ripetitori di stereotipi, pensano al museo come ad un grande, inutile, disordinato magazzino di anticaglie.
La realtà è ben altra. A tutti appare logico e apprezzabile che i musei facciano comunicazione culturale attraverso esposizioni, mostre, convegni, conferenze, attività divulgative e didattiche. Tuttavia viene data per “sottintesa” e, tutto sommato, di minore impatto pubblico l’attività di conservazione e ricerca. In realtà un museo regge la propria identità sul fatto di essere primariamente un luogo di collezioni, un archivio storico di oggetti e di dati che sono continuamente arricchiti di nuovi e più articolati significati.
Anche il Museo Civico di Storia Naturale di Verona, alle più eclatanti attività di divulgazione naturalistica e di ricerca scientifica, affianca un’intensa attività di conservazione. Le sue collezioni oggi ammontano a più di due milioni di oggetti. Ciò che il museo oggi conserva è il risultato di passione e attività sul campo di decine di ricercatori e naturalisti che, a partire dalla metà del 1500, hanno contribuito ad accrescere questo vasto patrimonio museale. Il museo di Francesco Calzolari nel 1500, le collezioni del conte Moscardo nel 1600 e del conte Gazola agli inizi del 1800 si sono via via integrate e fuse con materiali e raccolte diverse. Solo nel dopoguerra, con metodi moderni, si è provveduto a riordinare questa massa di oggetti naturali in collezioni specialistiche. Oggi il museo di Verona può presentare a studiosi e specialisti queste collezioni sistemate in depositi idonei e organizzate con criteri scientificamente corretti.
Non tutte le collezioni sono uguali, non tutte richiedono la stessa cura: è la stessa varietà di oggetti naturali che determina tecniche di conservazione differenti. Le piante superiori sono tipicamente conservate essiccate e fissate su grandi fogli di cartoncino; costituiscono quello che viene comunemente detto un erbario. La sezione di Botanica del museo, situata nella sede staccata di Palazzo Gobetti in corso Cavour, conserva l’erbario generale del museo ( con più di 300.000 esemplari) a cui si aggiungono alcuni erbari storici tra i quali senz’altro merita attenzione l’erbario pre-Linneano di Fra Fortunato da Rovigo, risalente al XVII secolo e formato da 9 volumi rilegati con 2352 esemplari di piante, descritte per la loro importanza farmacologica. Anche la grande collezione entomologica del museo è composta nella quasi totalità da animali essiccati e raccolti in apposite scatole. L’insetto viene fissato con un lungo spillo in acciaio che porta anche i cartellini con gli indispensabili dati di raccolta (tipicamente luogo, data e nome del raccoglitore). Queste collezioni assommano a più di un milione di esemplari e fisicamente occupano ben tre stanze dei depositi del museo. In tutti i musei del mondo, le piante e gli insetti essiccati soffrono di sistematici attacchi da parte di un piccolo coleottero, l’Anthrenus, che riesce in vari modi ad infilarsi in armadi e scatole e a deporre le uova tra i fogli d’erbario o tra le fila di farfalle preparate. Le larve di questo insetto in poco tempo “mangiano” le piante e gli insetti secchi, lasciando soltanto in ricordo poca polvere e resti sbocconcellati. Per cercare di arginare la diffusione di questo parassita oggi si usano tecniche che non facciano uso di sostanze tossiche. Nei casi più lievi e per attacchi isolati si usa la canfora, mentre per una completa disinfestazione si mettono i pacchi di fogli d’erbario o le scatole entomologiche in congelatori che raggiungono la temperatura di -40 °C. Il trattamento in cella frigo per una settimana o più è in genere in grado di uccidere uova e larve e bloccare completamente l’invasione. Tuttavia simili interventi sono prassi quotidiana in collezioni come quelle del museo di Verona, costituite da centinaia di migliaia di esemplari.
Altri invertebrati, come tutti i molluschi o i ragni, ed alcuni vertebrati, come gli anfibi ed i rettili, sono conservati in alcol in flaconi e barattoli. Fino a pochi anni fa, il liquido principale per la conservazione era la formalina, risultata però altamente tossica e quindi abolita. Il museo acquista ogni anno parecchie decine di litri di alcol che usa per la preparazione delle nuove collezioni. Tutti questi recipienti contenenti animali in liquido sono conservati in un apposito deposito, munito di un costoso e complesso impianto di autospegnimento. Qui gli antreni non hanno pane per le loro mandibole, ma il pericolo è un altro. Nonostante che la tecnica della conservazione in alcol sia universalmente adottata ormai da parecchi anni, a tutt’oggi nessuno è riuscito a produrre un contenitore con tappo a tenuta, ma che ne permetta una facile apertura ed una altrettanto certa sigillatura. E così il vaso Bormioli, quello delle marmellate della nonna, è divenuto lo standard de facto ed è adottato dai musei di mezzo mondo. Tuttavia l’alcol evapora, vincendo la presenza della guarnizione, e così periodicamente i tecnici del museo devono rabboccarlo… oppure rischiare il disseccamento dei preparati naturali e la conseguente loro distruzione.
Perfino le collezioni paleontologiche, composte da organismi o parti di essi ormai divenuti pietra, devono ricevere le cure periodiche dei tecnici del museo. I fossili non sono sempre totalmente mineralizzati oppure in tempi passati sono stati restaurati con gesso ed altri materiali particolarmente sensibili all’umidità. Un abbandono incondizionato negli armadi e nei cassetti di questo materiale porterebbe senz’altro alla “fioritura” di sali e patine, compromettendo la stabilità e l’integrità di pezzi che hanno superato indenni, o quasi, cento milioni di anni. Questi materiali vengono quindi periodicamente controllati e, dove necessario, sottoposti a bagni di consolidamento in apposite resine, oppure restaurati, cercando di asportare le eventuali integrazioni moderne prodotte con materiali instabili.
Questo quadro, anche se assolutamente incompleto, mostra come la conservazione delle collezioni non solo sia e debba restare uno dei pilastri fondanti l’attività e l’esistenza stessa di un museo. Sottolinea anche il carattere dinamico di una battaglia contro il tempo, nel tentativo di perpetuare un grande patrimonio di informazioni, racchiuso negli oggetti naturali che i musei di storia naturale conservano. Da una parte le esigenze di una sempre più precisa e accattivante divulgazione naturalistica, dall’altra le esigenze di una ricerca scientifica che diventi anche metodo per una positiva applicazione di principi gestionali, non possono prescindere dal ricorrere spesso all’archivio rappresentato dalle collezioni correttamente conservate. I tecnici delle sezioni del Museo Civico di Storia Naturale di Verona che dedicano le loro energie alla conservazione, pur nelle difficoltà di risorse e attrezzature non sempre eccellenti, contribuiscono in modo concreto a mantenere alto lo standard qualitativo di tutta l’attività museale.
Legambiente e la valorizzazione delle mura scaligere. Il bastione di Santo Spirito (ex zoo)
di Gino Montemezzi
Nel muro scaligero del Bastione di S. Spirito (ex zoo) si apriva la porta del Calzaro dove era collocata la lapide, datata Gennaio 1325, conservata oggi a Castelvecchio. Calzaro era il magister murarius che, su incarico di Cangrande, sovrintese alla costruzione della nuova cinta. Non doveva essere stata un’impresa da poco, se gli venne intitolata la porta principale della città, che smistava il traffico sulle attuali via Scalzi, Marconi e Valverde verso le porte della più antica cinta comunale.
Nel primo Cinquecento la porta fu inglobata in una delle prime rondelle costruite a rinforzo delle mura, il "torion di Calzari", come si legge su alcune mappe e come lo chiama ancora Sanmicheli nella relazione del 1546.
"Segue il bastion di Santo Spirito, benché rotondo non è niente men formidabile de’ moderni... in ciascun de’ fianchi tre cannoniere e tre altre coperte sotto il cordone, e due più basse pochi piedi sopra il pian del fosso: spaziosi son gl’ingressi della parte interiore" scriveva Maffei. Dopo le mine napoleoniche segue la ricostruzione di Radetzky e Von Scholl, del 1836. Il bastione asburgico, con terrapieno e muro distaccato alla Carnot, rimane intatto fino all’inizio del secolo scorso. Nel 1926 nuovo uso e nuovo nome: questo tratto di mura diviene parco urbano e col vicino bastione dei Riformati anche il nostro diventa "Giardini Regina Margherita". Ma non c’è rispetto nemmeno per le regine, perché nel 1940 viene aperta una grande breccia tra i due bastioni, per far passare una nuova strada di penetrazione. Nel 1944-45 le poterne, le gallerie di contromina e le caponiere dei bastioni vengono usate come rifugio antiaereo, e il bastione di Santo Spirito, per la vicinanza alla stazione, viene colpito in più punti. I danni non vengono riparati: c’è ancora qualche cratere e la caponiera con la copertura sfondata. Negli anni Sessanta, con un nuovo cambiamento, il bastione diventa zoo e poi ex zoo. Infine, per qualche anno, ospita un centro recupero rapaci, che in assenza del sostegno della Provincia, cui spetta il compito di tutela faunistica, la LIPU è costretta a chiudere.
I segni di questa storia sono ancora ben visibili: il muro di Cangrande sporge sopra il terraglio con cui era stato rafforzato, l’innesto della rondella cinquecentesca si riconosce per il caratteristico toro di pietra, il cavaliere sanmicheliano coperto di edera e mascherato dalla grande gabbia dell’avvoltoio, conserva ancora l’aspetto imponente dell’antica fortificazione.
Legambiente vorrebbe poter riportare alla luce ognuna di queste tracce del passato, fino a quelle più nascoste: dalla rampa in contropendenza che serviva alle sortite dell’esercito asburgico, fino al bunker antiaereo nella poterna sinistra. Sono cose che cominciano a interessare un certo numero di veronesi e che potrebbero richiamare più di un turista.
"Non sappiamo se basti per incuriosire l’opinione pubblica e a far affluire i finanziamenti per un restauro - dice il presidente di Legambiente Michele Bertucco -. Speriamo sia così, ma sapendo che non sarà facile e cercando di prevenire obiezioni in senso contrario, proviamo a cercare un approccio più dinamico".
Secondo gli esperti il restauro funziona se è inserito in un contesto che lo valorizza, che crea valore aggiunto, altrimenti produce scarsi effetti, poco visibili o troppo diluiti nel tempo.
"La storia ci dice che il luogo di cui ci stiamo occupando è al centro di un sistema - continua Bertucco -. Per questo vogliamo proporre un itinerario turistico di prima grandezza, con meta la basilica di San Zeno, ma soprattutto legato al nome di Michele Sanmicheli: Porta Nuova, cavaliere di Santo Spirito, Porta Palio, una deviazione su San Bernardino e la cappella Pellegrini, cavaliere di San Giuseppe, porta San Zeno, per arrivare infine alla basilica del Patrono, con l’ipotesi di proseguire fino a Porta Fura e al bastione di Spagna. Non va sottovalutato il fatto che i bastioni sono anche una grande area verde, l’unica del centro urbano di Verona, potenzialmente, un corridoio naturalistico che potrebbe collegare in un sistema altre zone come il parco dell’Adige.Inoltre, con un gioco di parole, che allude alla necessità di rovesciare l’immagine negativa dei bastioni e nello stesso tempo di provare a farne un luogo di "trasgressioni" positive, abbiamo chiamato "Bastion contrario" l’idea di realizzare, in uno degli orecchioni e nel vallo delle mura, uno spazio per lo spettacolo e la musica, da affidare in autogestione ai gruppi giovanili. Il posto più adatto, perché lontano dalle abitazioni e servito da parcheggi, è proprio l’orecchione destro del bastione di Santo Spirito, con la vasta area prativa fuori dalla porta di sortita".
Donne musulmane a Verona. "Perché abbiamo riscoperto il velo"
di Giorgia Cozzolino e Cinzia Inguanta
Velo sì o velo no? Questa domanda è riecheggiata sui principali organi di informazione nazionali a seguito del forte diverbio scaturito tra la deputata di Alleanza Nazionale, Daniela Santanchè e l’Imam di Segrate, Abu Shwaima, a proposito dell’obbligo, per le donne musulmane, di indossare il velo. Un ennesimo punto di scontro tra la cultura occidentale e quella islamica che contribuisce a chiudere la porta del dialogo. Abbiamo in primo luogo cercato di conoscere le origini della cosiddetta Hijab (il velo) e di tutte le sue varianti: dal Chador al Burqa. Abbiamo cercato di conoscere gli obblighi e le conseguenze che derivano dal suo uso in una società come quella veronese. Lo abbiamo fatto con l’aiuto della massima autorità islamica cittadina, l’Imam Guerfi, e con una sua “sorella” musulmana. Italiane convertite all’Islam ci hanno spiegato la visione e i valori che supportano l’utilizzo del velo. Ad alcune donne veronesi abbiamo chiesto un’opinione in merito. Ne è emerso un quadro dalle mille sfaccettature dal quale possiamo trarre profondi motivi di riflessione.
TIPI DI VELO: ORIGINI E DOGMI. Sono sette i tipi di velo che le donne islamiche possono indossare. Non stiamo parlando dei celebri sette veli delle danzatrici del ventre, bensì di un capo di abbigliamento prescritto dalla religione islamica a tutte le donne che abbiano superato la pubertà. Il principale è la Hijab, che copre il capo e si chiude sul davanti, intorno al collo, talvolta anche con un gioiello. Di questo tipo di velo esistono due varianti di “moda”, che sono Al Amira e Shayla, usati indipendentemente dalle donne, a seconda del proprio gusto nell’abbigliarsi. Il primo è composto da una bandana che trattiene i capelli sulla fronte, combinata con un foulard che si sovrappone e che finisce coprendo il collo, mentre il secondo è una sorta di scialle avvolto attorno alla testa e fermato su una spalla. Vi è poi il Chador, in voga in Iran, che copre la testa e tutto il corpo lasciando libero il volto. I veli che l’occidente critica fortemente sono il Niquab, tipico dell’area del Golfo, e il Burqa originario dell’Afganistan. Nel Niquab rimangono scoperti solo gli occhi della donna, mentre con il Burqa anche quelli sono nascosti da una retina che permette a chi la indossa di vedere senza essere visti. Un abbigliamento che viene considerato, dal mondo occidentale, un simbolo di sottomissione e asservimento della donna all’uomo. Un obbligo che lede la dignità e la libertà femminile. Se in taluni paesi e talune culture questo ha corrisposto e corrisponde alla realtà, quando cioè all’obbligo del velo segue tutta una serie di divieti e comportamenti lesivi nei confronti della donna, in altri moltissimi casi il velo è visto come una libera scelta religiosa, da portare con orgoglio e fierezza perché simbolo del proprio credo. Così spiega Omossama, una giovane madre musulmana che lavora come mediatrice culturale a Verona e frequenta la moschea di via Bencivegna Biondani: «Quando sono arrivata qui era difficile per me rispondere a chi mi chiedeva perché porto il velo. Un po’ perché non riuscivo a spiegarmi bene in italiano e un po’ perché per me era normale portarlo, ne andavo fiera perché nel mio paese era naturale averlo e non mi ero mai chiesta perché. Poi ho capito che qui il velo aveva altri significati e così ho approfondito la mia conoscenza religiosa e vi ho trovato semplici e valide spiegazioni da dare a chi me lo chiedeva».
Allora perché una bella donna come Omossama indossa una Hijab? «Perché me lo dice Dio, il Corano, perché una buona musulmana segue gli insegnamenti e mostra solo a suo marito il suo corpo. Per me è un atto di coraggio, oggi come oggi, mostrare agli altri il mio credo, insomma, un atto di fede». Omossama spiega che «il velo è un obbligo che si ritrova nelle tre religioni monoteiste. Una donna ebrea sposata doveva portare un velo che le copriva interamente i capelli. Nel cristianesimo l’uso del velo si vede attraverso le immagini sacre ma se ne parla anche nel Nuovo Testamento». Nelle Lettere ai Corinzi, Paolo (I,11,6) affermava: «Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra».
In una società dove si è sempre più nudi che vestiti, dove più si mostra e più si ha successo e dove il pudore non è più considerato un valore ma un handicap, Omossama rivendica il suo diritto di essere libera di coprirsi. Quasi a dire: una volta arrivati alla fine, bisogna ricominciare da capo.
PARLANO LE DONNE. Patrizia Khadija Dal Monte, veneta convertita all’Islam, responsabile Ucoii per le Pari Opportunità, il velo lo porta da 17 anni «perché fa parte dell’Islam», spiega. «Le musulmane lo vivono come un precetto religioso, non come un’imposizione del maschio. La religione islamica si applica allo spirito e al corpo, non c’è separazione. L’uomo non deve indossare la seta e l’oro, la donna deve indossare il velo. È un obbligo morale».
Faridah Emanuela Peruzzi, veronese convertita all’Islam Responsabile Affari Giuridici Coreis (comunità Religiosa Islamica) invece si copre con il velo «solamente durante i momenti in cui è necessario farlo e cioè durante le preghiere. La copertura del capo, sia nell’uomo che nella donna, manifesta la predisposizione all’ascolto e al raccoglimento, il velo quindi esprime lo stato di consacrazione che la donna assume per comunicare con Dio. Al di fuori di questi momenti, l’uso non è obbligatorio e io cerco di attenermi a ciò che è prescritto come necessario».
Afida, marocchina sposata con un connazionale e madre di due bambine vive in Italia da 15 anni e il velo non lo ha mai indossato, anche se confessa che il marito sarebbe contento se lei lo facesse. «Non porto il velo, non avrebbe senso è una cosa che non sento», dice, «ci sono delle amiche che come me non lo hanno mai portato, ma da qualche tempo hanno iniziato a farlo, è un modo di rivendicare la loro appartenenza culturale, non mi sembra che abbia molto a che fare con i principi religiosi».
Zahya, egiziana, porta il velo perché per lei vuole dire sicurezza, protezione. Una barriera tra lei e il male, «uno strumento morale per discostarsi dagli atti immorali. È il simbolo della differenza tra me e le donne occidentali delle quali non condivido i valori».
Il velo diventa un simbolo di distacco da un sistema di valori in cui i musulmani non si riconoscono. Concetto ribadito anche da Patrizia Khadija Dal Monte «Per me la libertà non è fare quello che mi pare, vestirmi come mi pare. Fare il bene è la libertà, la religione dà la libertà. La libertà è vivere nella verità di Dio, non seguire le mode superficiali. Io velata, sono più libera di una velina».
I movimenti femminili dei paesi musulmani pur combattendo per l’eliminazione delle disuguaglianze dovute al genere, da sempre dichiarano di non riconoscere come valido il modello di donna proposto dalle società occidentali.
Il professor Iqbal al Gharbi, dell’università islamica Zeïtouna, in un suo recente articolo ci ricorda che l’uso del velo è stato contestato in ogni epoca dall’interno stesso del mondo musulmano. «A cominciare dalla nipote di Maometto, Sukaïna Bint El Hussein, che rifiutava di portare il velo e affermava che se Allah le aveva fatto dono della bellezza, sarebbe stato stupido nasconderla sotto un velo».
«Il velo è strumento di segregazione e di esclusione della donna» dice Alma, tunisina studentessa prossima alla laurea, «Mira a proibire il corpo della donna, pensato come perverso e minaccioso per l’ordine sociale islamico, inteso come ordine maschile. Non potendo rinchiudere completamente la donna, usano il velo per coprirla, per rinchiuderla almeno virtualmente. La verità è che non sono pronti», sorride. E continua: «Non possiamo traumatizzare i nostri uomini. La mentalità che ci portiamo dentro è legata agli schemi tribali dei nostri paesi d’origine. La democrazia e la tolleranza del paese, che ora è anche il nostro, sono importanti fattori di cambiamento, ma questo deve maturare nelle coscienze dei singoli non si può imporre».
L’ASSESSORE. Il velo diventa una barriera all’emancipazione solo quando diventa un fattore di coercizione per l’assessore all’Istruzione del comune di Verona, Maria Luisa Albrigi, che dichiara «per me non è un problema l’utilizzo del velo, purché non venga imposto».
L’assessore esprime il timore che a volte l’utilizzo del velo nasconda il bisogno di mantenere vivo un legame con la cultura d’origine dettato dalla difficoltà d’inserimento nella nuova realtà sociale.
Rispondere alla domanda velo sì o velo no risulta difficile perché ci sono molti piani di lettura legati al suo utilizzo, che spesso s’intersecano tra loro. Certo è che, come afferma Faridah Emanuela Peruzzi, «non si può demonizzare il velo a causa dell’uso distorto che i fanatici o gli ignoranti ne fanno. Si cerchi, piuttosto, di fare in modo che questo uso distorto non avvenga, attraverso una maggiore conoscenza della religione, un’informazione più onesta e la repressione dei violenti e dei prevaricatori. Usi e costumi legati a paesi stranieri passano per dettati religiosi e a volte l’Islam non c’entra affatto. Del resto anche nella cultura occidentale ci sono suore cristiane che indossano il velo come segno di devozione a Dio e questo non ha mai suscitato scandalo. Perseguire la libertà ostacolando o negando diritti fondamentali, come quelli religiosi, è un controsenso. Privare qualcuno della libertà di esprimersi attraverso i simboli del suo credo religioso è, a mio avviso, una palese violazione dei diritti costituzionali. E poi di quale emancipazione si sta parlando? Di quella che impone un modello femminile di omologazione consumistica, in cui non c’è spazio per l’interiorità e per la fede? Credo che la religione autentica non ostacoli lo sviluppo armonioso della persona o l’inserimento attivo nella società e nel lavoro, ma costituisca un prezioso punto di riferimento a cui ispirare i propri atti quotidiani. Con o senza velo».
LA GIORNALISTA CHE VIVE NEL QATAR. Barbara Bibbo, giornalista, dopo anni di collaborazioni al Messaggero Veneto, ha deciso di sfruttare i suoi studi arabo islamici nel campo giornalistico e si è trasferita nel Qatar dove da quasi sei anni lavora per Gulf News e corrisponde per Ap e Repubblica. È cattolica e, nonostante le difficoltà e un pandoro che le costerà 20 euro, festeggerà il Natale banchettando con colleghi, amici e il fratello, a base di agnello in umido perché, dice, «è l’unica carne buona in vendita nella zona e una delle poche che so cucinare». Sul velo ha le idee chiare: «Bisogna distinguere da paese a paese. Ci sono islamisti che interpretano un versetto chiave di Maometto, come un invito alle donne a coprirsi per pudicizia. Ma coprirsi cosa: il volto? Le parti intime? O è solo un invito a vestirsi in modo modesto? La questione rimane aperta più che mai, proprio perché il Corano in realtà si può interpretare in molti modi». E prosegue: «Se poi guardiamo al mondo del costume, il velo nel mondo beduino è sempre esistito, anzitutto per coprirsi dal sole cocente! E poi in fondo, non si velano anche gli uomini del Golfo con la bianca “gandura”? Non vedrai mai per strada un qatarino con braccia, ascelle, capo scoperto. Nessuno ci riflette mai. Tra l’altro qui il velo per le donne è un segno di distinzione, inteso come superiorità della popolazione indigena rispetto alla maggioranza immigrata». Barbara allarga poi gli orizzonti geografici e dice: «Nel resto del mondo arabo-islamico, il velo è stato più o meno strumentalizzato per opprimere la donna, senza dubbio. Io credo che siano le donne stesse a poter cambiare questa situazione, però se decidono che il velo fa per loro, bisogna che le rispettiamo. Mia nonna (provincia di Benevento) non usciva mai di casa senza il fazzoletto nero in testa. Indossava solo gonne fino alla caviglia e le calze coprenti, anche durante l’estate. Quindi credo che dobbiamo dare loro tempo, ma anche combattere quel mondo maschilista che usa il velo come una scusa per opprimerle». E conclude: «La domanda da farsi non è velo sì, velo no, ma piuttosto, se le donne sono libere di scegliere di indossarlo o meno. La risposta nella maggior parte dei casi è “no”. Decide per loro il marito, la famiglia, l’Imam o la società che la addita se va in giro a capo scoperto».
L’IMAM DI VERONA. «L’uso del velo è un obbligo religioso, ma non una costrizione. Chi si ritiene un buon musulmano segue i dettami della fede», spiega l’Imam Guerfi. «Il Corano invita le donne e gli uomini a coprirsi. Ma come? Qui sorge il problema che i sapienti hanno risolto indicando per le donne di celare il capo, il petto e il corpo, lasciando scoperte le mani e il viso. L’indicazione è quella di non indossare abiti attillati, sia per uomini che per le donne, e trasparenti. Il colore non è importante», aggiunge, «Il velo è per una salvaguardia della donna, non è fatto per sminuirla ma per proteggerla. In una donna, come in un uomo, ci sono cose che ci attirano, e l’attrazione è sempre la causa di peccato e qualche volta anche di prevaricazione. La donna è considerata come una perla che per conservare la sua bellezza viene nascosta da un guscio brutto».
Un ideale romantico, quasi cavalleresco, quindi, che l’occidente ha perduto o superato con l’emancipazione della donna, che a ben vedere mette sotto una cattiva luce l’uomo, considerato alla stregua di un animale che non sa controllare i propri impulsi di fronte a una bella ragazza: «Per noi il peccato comincia con l’occhio e finisce con cose ben peggiori, come i bambini buttati nel cassonetto», replica Guerfi.
Il Corano (33;59) recita: «O Profeta! Dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli: è per loro il miglior modo per farsi conoscere e per non essere offese. Dio è veramente Perdonatore e Misericordioso», indicando così l’importanza per l’universo femminile di proteggere la propria bellezza dagli sguardi indiscreti. Ma in nessuna sura il Corano impone al credente di coprirsi, o costringe la donna a celarsi; la invita semplicemente a comportarsi nel modo che Dio considera più appropriato. Tanto che al versetto 2;256 si dice: «Non c’è costrizione nella religione», essa è una scelta consapevole e soprattutto libera.
Ed è proprio sul tema della libertà che l’Imam dirige la conversazione spiegando che la violazione della libertà, compresa quella religiosa, in nome della libertà stessa, non è accettabile. «Io sono contrario all’uso del Burqa e della minigonna, ma anche se non condivido ne ho comunque rispetto. Chi invece vuole togliere il velo alle nostre donne in nome della libertà, non ha rispetto per la libertà delle donne musulmane di seguire i dettami della propria religione».
Molti problemi nascono nelle nuove generazioni di musulmani, quelle cresciute in occidente che si trovano nel mezzo di due culture agli antipodi. «Tutto dipende dalla famiglia», spiega Guerfi, «fare il genitore è difficile, ma fino a un certo punto. Se il padre e la madre vivono seguendo i principi islamici i figli cresceranno considerandoli propri. Talvolta i figli possono insegnarci a comprendere quando ci sono attacchi all’Islam, perché sono più aperti e conoscono entrambe le visioni culturali». E racconta: «Il profeta dice di giocare con i tuoi figli per i primi sette anni, di insegnare loro per i secondi sette anni e di diventare loro amico nei successivi sette.
Se io seguo i precetti e li insegno ai miei figli nei secondi sette anni della loro vita, essi potranno alla fine essere diventare musulmani, ma non è detto. L’importante è che dopo i 14 anni io sia vicino a loro da amico, senza imporre più nulla». E aggiunge: «Il problema non è il velo o la minigonna, ma quando non si parla. Da qui nascono le incomprensioni e le mancanze di rispetto».
Nell’assenza di vero dialogo, Guerfi trova la causa delle incomprensioni tra le due culture che sono nate, a dir suo, solo dopo l’11 settembre. «Da 35 anni i musulmani sono in Italia, eppure non c’è mai stato nessuno scontro prima dell’attacco alle Torri Gemelle. E il problema molto spesso risiede nel linguaggio. I fanatici, quelli che non hanno capito niente della propria fede, ci sono in ogni religione, ma c’è anche chi vorrebbe un Islam a proprio uso e consumo chiamandolo “moderato”. L’islam è islam e basta e quando un islamico rispetta tutte le leggi del paese che lo ospita, non si può attaccarlo solo perché pratica il suo credo». L’Imam si affretta però a precisare che Verona, dal punto di vista dell’integrazione religiosa, è una «isola felice». Qui, afferma, «abbiamo trovato sincerità di dialogo e la volontà di seminare insieme il seme della pace e se non coglieremo noi i frutti, saranno sicuramente i nostri figli».
Cucina d’Oriente a Verona. Gli alimentari gestiti dagli immigrati
di Elisabetta Zampini, Irene Lucchese, Fabio Muzzolon
Il cibo è stato forse il primo prodotto di importazione. L’Europa importa cibi stranieri da più di tremila anni, anche se il momento di maggior novità culinaria è rappresentato certamente dalla scoperta dell’America: grazie a Colombo per noi oggi sono assolutamente comuni caffè, cacao, patate, mais, pomodori e così via.
Di più recente introduzione sono il kiwi, il pompelmo, il mandarino: nessuno pensa che quest’ultimo sia arrivato in Europa dalla Cina nella prima metà del 1800, mentre kiwi e pompelmo addirittura nel 1900.
Questi cibi sono pienamente entrati nella cultura italiana e veronese, tant’è che hanno rivoluzionato i paesaggi agrari attorno alla città: basta guardare i numerosi campi di soia o le piantagioni di kiwi che invadono le nostre campagne.
Anche nei supermercati si trovano facilmente alimenti non autoctoni, come il riso basmati, il couscous, la salsa di soia, tutto il necessario per preparare una cena messicana, cinese o indiana.
«Oggi, però, non c’è ancora una diffusa cultura della cucina straniera nelle case», commenta Claudia Robiglio, docente di Geografia economico-politica e presidente del Master in Geografia, Governance ed Economia alla facoltà di Lingue e letterature straniere dell’ateneo veronese. «I contatti con le nuove pietanze avvengono soprattutto nei ristoranti, nei chioschi, nelle gastronomie», aggiunge. Come a dire che i veronesi hanno voglia di assaggiare ma non si fidano sempre delle proprie mani: meglio affidarsi agli esperti.
«La grande novità di questi ultimi anni», prosegue la docente, «sono le serate a tema: tra i giovani (e non solo) si è diffusa l’abitudine di uscire apposta per cenare cinese, giapponese, messicano o mangiare assieme una paella, piatto unico simbolo di convivialità. La cucina cinese, ad esempio, è stata una delle prime a comparire a Verona con grande successo, mentre più recente e da sperimentare è quella giapponese».
Condividere le abitudini alimentari significa anche entrare nella vita e nello stile di altri popoli, è un elemento di conoscenza e integrazione che sicuramente rende più facile la convivenza tra culture diverse. Il cibo ha intrecciato legami di uomini e geografie da sempre.
Le Vie delle Spezie erano i tragitti sui quali si realizzava una sorta di “globalizzazione dell’antichità” che metteva in comunicazione il Mediterraneo con le terre misteriose dell’Asia. Dopo aver attraversato il mare e dopo gli avventurosi viaggi dei carovanieri arabi arrivava nei piatti delle più ricche famiglie romane la più preziosa tra le spezie, il pepe.
Il viaggiatore, di ritorno dalla favolosa Zanzibar, era fiero di portare con sé come ricordo o come dono da offrire un piccolo tesoro di spezie: la cannella, la noce moscata, lo zenzero, il cardamomo, il cumino, la vaniglia e gli straordinari chiodi di garofano.
Davvero è molto semplice trovare questi e altri prodotti “lontani”. E ciò invoglia a provare a “mettere le mani in pasta”. Già una buona fortuna l’ha avuta il cous cous: è veloce, facile da cucinare, può essere un piatto completo. Si adatta anche alla frenetica vita del Nordest. Tanti sono a Verona i negozi di alimentari o le macellerie gestite da stranieri e che propongono prodotti dei paesi d’origine. Molti hanno iniziato l’attività in questi ultimi mesi.
Alle Golosine, in via Prina, c’è una grande macelleria rumena “Alba Julia”. È sabato pomeriggio. Il negozio è pieno. Specialmente stranieri. Ma l’invito a entrare è rivolto a tutti: sulla tenda sopra la vetrina accanto alla bandiera rumena compare quella italiana.
La macelleria “Noyel”, in via Saffi (vicino a Porta Palio) ha aperto da un anno. I gestori sono contenti. Sono dello Sry Lanka: «Da noi vengono a comprare soprattutto rumeni e africani. Ma anche italiani», dicono.
A San Zeno c’è l’“Anatolia Kebab». Oltre al classico panino di verdure e carne speziata, vengono offerte specialità turche. Il nome del locale evoca viaggi in una regione d’obbligo per chi si reca da turista in Turchia, l’Anatolia appunto. Si fa riferimento cioè a un luogo conosciuto ed invitante, quasi a rassicurare. In effetti l’aumento dei viaggi all’estero è ritenuto dagli stessi negozianti uno dei principali moventi dei clienti veronesi: «Gli italiani che entrano nel mio negozio», spiega Presanna, proprietario di un negozio di alimentari in via Carducci, «vogliono ritrovare i sapori che hanno provato in viaggio in India o in altri paesi orientali. Perciò cercano le spezie come il pepe o il peperoncino dal sapore particolarmente forte, ma anche il riso. Il basmati e il riso rosso soprattutto». Il negozio si chiama “Proboda”, il nome della figlia, e ha diversi prodotti. Le sorprese si concentrano nel reparto verdure: «Quelle verdure lì non ci sono in Italia», sorride Presanna, «si cuociono e servono per condire il riso». E mostra una grossa fetta di Jackfruit. Ma è inutile tentare di far paragoni con la patata o la zucca per farsi spiegare a quale altro ortaggio possa essere affine: «Ha il suo sapore», continua a ripetere e viene voglia di sperimentare. Qualcuno ha la strada spianata: «Molte persone del mio paese, lo Sry Lanka, lavorano come domestici in famiglie italiane. In certi giorni preparano per tutti i nostri piatti tipici e così queste verdure e questi prodotti cominciano ad essere conosciuti».
Tra i tanti Kebab di via XX settembre, c’è il “Günes Kebab”. «Günes significa Sole, in lingua turca», spiega Mahmut, nato a Istanbul e qui in Italia da 5 anni. Il giovane gestore racconta le varietà del fenomeno del momento che contende il primato al vecchio hamburger nel campo del piatto veloce: «La carne è solitamente fatta di bistecche di pollo, tacchino e vitello aromatizzate di origano, pepe nero, sale e ammorbidito con lo yogurt, ma c’è la versione greca, si chiama Ghiros e prevede anche l’uso della carne di maiale». Non mancano le specialità turche come il bürek, un involtino leggero a base di formaggio e verdura, o il pollo con peperoni e cipolla. Il riso poi si sposa con tutte le specialità: «capita spesso che gli italiani mi chiedano la ricetta di questi piatti. All’inizio passano davanti alla vetrina, due o tre volte, poi entrano, provano ad assaggiare e infine chiedono la ricetta. Ma i miei clienti sono internazionali. I turchi sono pochi perché qui a Verona non ne abitano molti». Nei dolci, oltre al budino di riso, trionfano il succo di miele, i pistacchi e le noci come nel baklava turco.
Attorno a questi negozi o attività si concentra non solo la curiosità dei nativi ma anche la nostalgia di chi è venuto ad abitare in Italia, lasciando la propria terra, i legami di volti e paesaggi. La memoria, si sa, viaggia non solo attraverso i pensieri e le parola, ma ritorna in un’aria musicale, in un’immagine, in un profumo, in un sapore: la famosa pearà della nonna che «come lei non la faceva nessuno». I cibi, quei cibi, riportano a casa. Rassicurano.
In quest’ottica è stato aperto da due mesi il negozio “Alimentari etnici”, sempre in via XX settembre. Burim, di etnia Rom, è l’iniziatore di questa attività: «Qui si trovano prodotti della Romania, Albania, Turchia, Kossovo, Bosnia, Croazia. Prodotti originali. Importati. Gli stranieri che abitano a Verona li cercano. Cercano le marche che trovavano quando erano a casa, come i biscotti “Moto” o il dado in polvere Vegeta», dice. E i veronesi? «I veronesi comprano i prodotti che hanno conosciuto quando sono stati in vacanza in Croazia o in Turchia: le olive turche piccanti, la paprika, i cetrioli e peperoni in composta e l’ajvar, salsa piccante di pomodori e peperoni». Ma si trovano anche gli ingredienti per cimentarsi nel gulash, anzi ci sono le scatole di gulash già pronto, oppure i kiseli kupus, foglie di cavolo in composta per fare i sarma, involtini di carne e riso. Oppure i cay Mevlâna, o Ceylon, le migliori qualità per fare il tè alla turca da sorseggiare nei bicchieri decorati.
Il prezzo è comunque vantaggioso? «Dipende. Nei supermercati le cose si trovano anche a meno», risponde il figlio di Burim, «ma non sono uguali a queste che vendiamo in questo negozio. Non è facile portare qui i prodotti originali dall’estero. Ci sono molte spese di trasporto, imprevisti, e poi tutta la merce deve superare due controlli medici prima di essere ammessa ad entrare in Italia. È questione di scelte. Se si cercano i prodotti originali c’è da tener conto anche di questo. Comunque sono molti i clienti che si fanno delle vere e proprie scorte di certi prodotti».
La via delle spezie veronese si ferma qui, davanti al negozio di Burim, in una strada affollata e vivace di sabato pomeriggio. Un momento buono per una pausa e assaggiare il bürek ancora caldo regalato da Mahmut. Le cose, le persone, i sapori fluiscono, si mescolano. Al Günes Kebab c’era anche la pizza kebab: un nuovo incontro.
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Delitti e misteri. L’omicidio Strapparava (1949)
di Cinzia Inguanta
L’Arena del 7 maggio 1949 riporta, in seconda pagina, la scoperta di alcuni resti del cadavere di una donna fatta a pezzi. Alcune parti anatomiche (il tronco e gli arti inferiori) sono ritrovate dentro una valigia di cartone marrone, legata con del filo di ferro, e in una cesta da imballaggio nelle acque del canale Camuzzoni, nei pressi della centrale elettrica di Borgo Roma. Non è possibile identificare il cadavere perché mancano la testa e le braccia, si sa solamente che la vittima era bionda. I cronisti si sbizzarriscono in una ridda di ipotesi riguardo alla possibile identità della donna. Gli investigatori si affidano alla perizia necroscopica, eseguita da uno specialista di Padova, il prof. Soprana, per acquisire elementi utili riguardo all’identità della poveretta. Chi ha ucciso o quantomeno chi ha sezionato il cadavere aveva una buona conoscenza dell’anatomia, i tagli sono stati eseguiti con una lama molto tagliente in direzione delle varie giunture. C’è un testimone: il 6 maggio poco prima di mezzogiorno si trovava in Borgo Milano, nei pressi del canal Camuzzoni e vide un individuo che reggeva una grossa cesta sul manubrio della bicicletta. Il ciclista si fermò all’altezza del terzo ponte; tolse la cesta dal manubrio e, deposta la bicicletta, la gettò nelle acque del canale. “Balzò quindi in sella e si allontanò velocemente. Poteva avere 35 o 40 anni e aveva un fare circospetto che attirò l’attenzione del testimone il quale lo rincorse per un buon tratto di strada” (L’Arena 8 maggio 1949). Il 10 maggio, sempre nel canal Camuzzoni vengono ritrovate le braccia di quella che per i veronesi è diventata “la donna tagliata a pezzi”. Erano racchiuse in un tascapane militare che era stato appesantito da un grosso mattone.
Più volte, in questo primo periodo d’indagine, l’autorità giudiziaria fa appello alla cittadinanza per cercare di acquisire indizi utili. Qualche giorno più tardi alcune donne riconoscono il cadavere: si tratta di Guglielmina Strapparava. La vittima, conosciuta come Memi, era una donna di 52 anni, originaria di Udine, abitava in Via Valverde al civico 81, ed era scomparsa da qualche giorno. Per vivere faceva l’affittacamere, sembra che durante la guerra avesse guadagnato il denaro che era poi servito all’acquisto dell’appartamento – pensione svolgendo il mestiere più antico del mondo. Ad ogni modo era una persona gentile e benvoluta nel vicinato. Una telefonata anonima denuncia il suo convivente, Alessandro Marchese come l’autore dell’efferato delitto. Era il 13 maggio quando L’Arena dava notizia di questo, ma il caso era tutt’altro che risolto ed avrebbe tenuto tutta l’Italia con il fiato sospeso ancora per lungo tempo.
Alessandro Marchese, 47 anni, è un ex maresciallo di marina della repubblica di Salò, che ha avuto problemi con la legge per il suo passato politico. Nativo di Cerro sul Tanaro, in provincia di Asti, si trasferisce in giovane età con la famiglia a Genova dove vivono la moglie, dalla quale non si è mai separato, ed i tre figli, uno dei quali allievo della scuola di polizia di Caserta. Nel 1945 il Marchese, in seguito a guai giudiziari trova rifugio e protezione a Verona dove viene assunto nell’officina meccanica San Zeno di Goffredo Cabianca, uno zio della moglie. Per Cabianca svolge lavori di poco conto, piccoli servizi, giusto quello che basta per una stentata sopravvivenza. Conosce la Strapparava, mettendo un annuncio per cuori solitari sul giornale. In seguito a quell’annuncio nel ’47 inizia la loro relazione amorosa. Una relazione tempestosa, come raccontano gli affittuari della Strapparava, Giuseppe Cordioli cameriere all’albergo Trieste ed un maresciallo dei carabinieri con la moglie. A volte l’uomo è violento con la donna, è geloso, l’accusa di avere altre relazioni, di essere una poco di buono. La Memi ha un amico “un buon consigliere”, probabilmente un ex innamorato: Stefano Denaro. I due si vedono spesso e Alessandro Marchese non vede la cosa di buon occhio. Denaro è originario di Canicattì, è un impiegato delle ferrovie dello stato ed è un ex infermiere; la moglie è morta in un ospedale psichiatrico nel 1947, anche lui ha tre figli uno dei quali frequenta un corso per infermieri.
Alessandro Marchese in un primo momento nega tutto, afferma che la Memi è partita per andare a trovare i nipoti a Udine, ma a Udine la donna non è mai arrivata e i parenti non hanno sue notizie da oltre dieci anni. L’accusato ritratta, dà un’altra versione dei fatti, ma anche questa non regge ai riscontri degli investigatori. Alla fine confessa il delitto dicendo di aver ucciso in un eccesso di gelosia, di aver avuto un complice per l’occultamento del cadavere. Entra così in scena Stefano Denaro, che era amico della coppia. Denaro lo avrebbe aiutato, sezionando il cadavere, facendo sparire la testa, fornendo la segatura per pulire il pavimento della cucina di Via Valverde nella quale Guglielmina è stata fatta a pezzi. Dal carcere Denaro si dichiara innocente. Nei giorni che avevano preceduto il delitto i due avevano litigato piuttosto violentemente, per poi riconciliarsi e spesso erano stati visti insieme in alcune osterie della città. Era tutta una macchinazione del Marchese per vendicarsi dell’uomo che riteneva avesse una relazione con la sua Memi?
Da Genova arriva il fratello di Marchese che provvede a finanziare la difesa assumendo l’avvocato Devoto. La famiglia di Denaro è costretta a trasferirsi, i suoi figli non possono più continuare a vivere nell’appartamento di Via S. Maria in Organo, sono oggetto di troppe e malevole attenzioni da parte dei vicini. Stefano Denaro è difeso dall’avvocato De Luca.
Anche i nipoti della Strapparava sono arrivati da Udine per recarsi sulla tomba della zia e per occuparsi dell’eredità della donna che oltre all’appartamento di Via Valverde comprendeva un conto bancario di 49 000 lire.
Gli investigatori ascoltano molti testimoni cercando di ricostruire i fatti, il movente, di farsi un’idea della personalità della vittima e dei due uomini accusati del delitto.
Ai fini dell’indagine è molto importante il ritrovamento della testa e “dopo aver battuto tutte le strade possibili e dato che tanto il Marchese quanto il Denaro non si decidono a confessare il luogo dove la testa è stata nascosta, la Polizia accetta anche l’opera dei radioestesisti” (L’Arena 25 maggio 1949). In quegli anni, accadeva con una certa frequenza che ci si rivolgesse a questi sensitivi nel tentativo di avere indizi sui soldati che non erano tornati dalla guerra.
Finalmente a metà giugno Alessandro Marchese, durante un interrogatorio durato sei ore, rende una piena confessione dei fatti al giudice istruttore, il dott. Dassisti. Ha ucciso accecato dalla gelosia, dalla paura di perdere l’unica cosa che possedeva: Memi. Memi che, oltre ad amarlo e accudirlo, pagava i suoi conti, sopportava le sue botte e taceva perché forse pensava di non poter meritare di meglio. Ha accusato di complicità Stefano Denaro per vendicarsi dell’uomo che riteneva essere la causa del disamoramento della donna. Dopo la follia ha agito con tutta la freddezza e la consapevolezza che sono necessari per sezionare un corpo, sfigurarne il volto per far sì che non si potesse riconoscere la vittima nemmeno in caso di ritrovamento, ed infine occultare il tutto.
Questa confessione, insieme alla testimonianza di un collega, scagionano completamente Stefano Denaro, mentre l’ex marinaio, oltre ai reati di cui si è confessato autore, assassinio, vilipendio di cadavere, dissezione e occultamento dello stesso, dovrà rispondere anche del reato di calunnia.
Gli inquirenti, però, non chiudono l’istruttoria con la confessione del Marchese, non essendo del tutto convinti riguardo al movente. Supponevano infatti, che questo in realtà, potesse essere di carattere economico: l’assassino non navigava in buone acque e non si erano ritrovati due libretti di risparmio ed alcuni oggetti d’oro della defunta. A fine giugno, durante un’approfondita pulizia dell’appartamento, sono rinvenuti, nello stanzino in cui dormiva Giuseppe Cordioli, affittuario della vittima, i due libretti intestati alla Strapparava, uno con un deposito di 50 mila lire e l’altro di 10 mila. Sembra cadere il movente del furto.
Il 7 aprile 1951 prendeva il via il processo più importante e atteso della Corte d’Assise, in cui furono giudicati l’ex maresciallo di marina Alessandro Marchese e il ferroviere Stefano Denaro. Il 10 aprile si concluse la vicenda penale di Alessandro Marchese con una condanna a 30 anni di reclusione, mentre Stefano Denaro fu assolto con formula piena da ogni accusa. Così commenta il fatto L’Arena dell’11 aprile 1951: “Si conclude così una tragica pagina della cronaca veronese; l’autore di uno dei più tremendi e impressionanti delitti del nostro tempo, comincia la sua espiazione. La giustizia, che è amministrata dagli uomini ma si ispira a concetti che attingono alle ragioni supreme dello spirito, lo ha raggiunto e lo ha punito”.
Storia di Bernardina Ferrarese, prostituta del ’500. Così la Serenissima la condannò a morte
di Laura Muraro
Il tema delle “crociate contro le lucciole” ha occupato spesso, durante l’estate scorsa, le pagine dei quotidiani nazionali e locali in seguito ad alcuni provvedimenti presi anche dalla nuova Giunta comunale di Verona.
E così come al giorno d’oggi, pure nel passato il “mestiere più antico del mondo” fu oggetto di interventi da parte delle autorità pubbliche della nostra città, che alternarono periodi di indifferenza a momenti di rigore e repressione.
Dalle cronache dei secoli scorsi emerge in particolare la storia controversa di una famosa meretrice veronese vissuta nel XVI secolo, Bernardina Ferrarese, e delle sue “allieve-schiave” che avevano addirittura dai nove ai quindici anni.
Si sa con sufficiente certezza che a quell’epoca molte prostitute veronesi esercitavano la loro professione nel cuore della città: a San Pietro Incarnario, a San Niccolò, a sant’ Andrea e ancora sotto gli arcovoli dell’Arena, così come è testimoniato da T. Folengo nel Baldus (VIII 522-524).
L’anfiteatro romano infatti era da alcuni secoli la forzata residenza delle prostitute, dove queste erano state relegate in seguito a disposizioni contenute negli statuti albertini (Alberto delle Scala) del 1276 che recitavano “Item ordinamus quod nulla meretrix publica vel ruffiana stare et habitare debeat in civitate Verone vel burgis, excepto quod possint stare in Arena”(cfr.Gli statuti veronesi del 1276...a cura di G. Sandri vol.1. Venezia 1940).
Qui erano rimaste fino alla fine del XV secolo, fin tanto che, a causa della continua asportazione di pietre per la costruzione di edifici, era stato possibile trovarvi riparo.
Ma in qualche arcovolo, ancora abitabile, alcune prostitute vissero fino al 1535 quando furono allontanate d’autorità per dar luogo successivamente al restauro dell’Arena.
Un illustre letterato e politico del ‘500 è testimone e protagonista di ciò: Niccolò Machiavelli in una lettera del 1509 a Luigi Guicciardini racconta dell’avventura occorsagli a Verona con una meretrice «in una casa che è più di mezza sottoterra, né vi si vede lume se non per l’uscio» e che, secondo Luigi Messedaglia in Vita e costume della Rinascenza in Merlin Cocai, non può che essere un arcovolo dell’Arena.
Inoltre la condizione delle prostitute e il loro mestiere erano noti a tal punto alle autorità che queste donne figuravano nell’estimo di Verona con la chiara qualifica di meretrix.
Proprio per questo motivo sconcerta la fine crudele e l’accanimento subito da una di loro, la più famosa e forse la più ricca, Bernardina Ferrerese, la cui vicenda è stata oggetto dell’attenzione delle cronache sia del tempo sia dei secoli successivi e che hanno dato vita a due differenti versioni relativamente alle cause e alle conseguenze dell’intervento delle autorità contro di lei.
La versione che più a lungo ha avuto credito presso gli storici delle cose veronesi è quella di Placido Piccoli, cancelliere del 1735 che, nella prefazione all’inventario dei documenti patrimoniali della S. Casa della Misericordia, individuava in «danno, scandalo ed empietà» i motivi per cui le autorità veneziane nel 1515 emanarono un pubblico decreto con il quale l’«iniqua femina Bernardina Ferrarese... fu... arrestata, punita e tronca il naso, maltrattata così dal popolo che dopo essere stata condotta in ludibrio per la città, et alla fine ricoverata semivivendo nell’ospedale di Pietà ivi disperatamente morì...». Fu in seguito a questi fatti poi che «alcune allieve della sua (di Bernardina) brutale dottrina... furono espulse dalla città, se si eccettuano quelle poche che, guaste del mal francese, furono da alcuni pii uomini accolte, rincorate e soccorse... ».
Tra questi uomini di buon cuore si cita lo spadaio Giacopo Antonio Ferrari, d’origine mantovana che «due di queste mal concie donne ricoverò sotto i portici di Santa Agnese» (dove oggi si trova palazzo Barbieri, un tempo c’erano la chiesetta di santa Agnese e successivamente l’ospedale della Misericordia ndr) così da far fiorire «atti di carità dove inanzi spiravano sordidezze e brutture».
Dopo qualche mese lo spadaio mantovano non era più solo nella sua opera e così grazie anche agli aiuti economici di altri «pietosi compagni» le povere donne furono spostate proprio nelle case difronte alla chiesa, dove prima viveva Bernardina. Fu quello il primo nucleo quindi dell’Ospedale S. Casa della Misericordia fondato il 3 marzo dello stesso anno per «ricovero e asilo delli incurabili».
Come si vede da una vicenda di abbruttimento e degrado sarebbe nata una nobile iniziativa di solidarietà e di dedizione al prossimo in difficoltà.
Se non che Gian Paolo Marchi, docente di Letteratura italiana presso l’Università di Verona, nel suo saggio “La vera storia della Bernardina Ferrarese” dice che «il tradizionale racconto merita di essere guardato con un certo sospetto». Dalla lettura infatti di un’altra fonte storiografica, una breve cronaca inedita di un anonimo veronese del ‘500, emerge infatti una storia diversa.
Innanzitutto le vicende sono ambientate non nel 1515 ma nel 1507, quando Berardina Ferrarese, «la quale era stata una bella vacha et ha regnato molti anni in gran richeza, et tuto de meretricio l’aveva acquistato», tra l’altro comprando giovani ragazze che costringeva alla prostituzione e al furto, venne arrestata su ordine del magnifico Podestà, messa alla corda e processata.
Ma alle autorità ciò non bastava, come sottolinea l’autore («tamen l’era de volontà del magnifico Podestà e parte della corte la morisse...») che ne vollero appunto la morte.
E così, letta in piazza dei Signori pubblicamente la sentenza, la donna fu trasportata su un carro legata ad un palo e condannata, oltre al pubblico ludibrio «a torno la piaza Grande per Corso a la Brà», a sevizie di ogni genere che l’anonimo descrive con macabra precisione: ad essere «molto ben frustà... bolata su la faza et le spale in cinque loghi... et ultimate li fosse cavato un occhio et tajato el naso». La morte sopraggiunse qualche giorno dopo nell’ospedale di Pietà, presso il quale era stata portata ormai in fin di vita.
La cronaca racconta poi come anche la sua sepoltura fu tormentata e avvolta nella leggenda: «il suo corpo, rifiutato dalla terra della Rena, nella quale era stato sepolto, una volta fu trovato appeso alla inferriata di una casa di un’altra meretrice veronese, un’altra volta in cima alla Rena e da ultimo presso l’Adige dove infine fu gettato e sparì».
Ma come mai tanto accanimento e tanta crudeltà contro una semplice prostituta? Quali erano le vere ragioni che avevano spinto il Podestà e la corte a volere la morte di Bernardina, che esercitava come tante altre avevano fatto e continuarono a fare?
I motivi, secondo lo scritto del prof. Marchi sono ben altri e non certo di carattere morale ma finanziario: Bernardina Ferrarese, come testimonia peraltro la cronaca del ‘500, era ricchissima e viveva in un lusso sfrenato. L’anonimo autore veronese favoleggia sui suoi beni parlando di «vestimenti de oro e, de arzento... richeze e zoie assai; mobili de casa senza mesura, fornita de coltre de cremesi, de veludo negro et cum balzane a torno a torno, coltrine de sede e raci et altri fornimenti da letto estimati un precio innumerebile... più di tremila ducati... una bella casa de lì presso Sanct’Agnese... tace anelli pironi... Animali in casa d’ogne sorte: can zentili forse 30 de sorte, volpe, cunelli, oseletti... su una carola adornatissima si faceva far vento le sue garzone...».
Era quindi secondo il docente universitario veronese «la più potente e la più ricca delle cortigiane del tempo: forse proprio per questo non figura nell’elenco dei contribuenti cittadini» come invece altre meretrici veronesi. E questa invidiabile fortuna accumulata aveva spinto le autorità veneziane a volerne la morte così da potersene accaparrare parte dei beni per poi venderli a favore del fisco.
Però non solo le cause ma anche le conseguenze di questa triste vicenda sono, secondo Marchi, molto meno nobili e moralmente edificanti di quanto invece aveva detto il Piccoli.
Infatti ad ostacolare i piani dei Rettori veneziani arrivò l’ospedale di Pietà, dove Bernardina era morta senza fare testamento, e al quale per statuto sarebbe dovuta andare l’intera eredità.
Ne nacque perciò un contenzioso legale che venne successivamente concluso (come risulta dall’Archivio del Comune, reg. 16, f.56 v) con l’intervento salomonico del doge che stabilì che la controversia si fermasse sulle posizioni raggiunte: all’ospedale andava tutta l’eredità ad eccezione dei beni già incamerati e venduti (forse) dalle autorità veneziane per pagare le tasse.
I 60 anni dell’Estate Teatrale Veronese. Nel ricordo del maestro Renato Simoni
di Oreste Mario Dall’Argine
Nel 1948 il Teatro alla Scala di Milano, propose a Renato Simoni la regia del Barbiere di Siviglia di Rossini. La notizia rimbalzò a Verona e il sindaco di allora, Aldo Fedeli, pensò con altri amici di proporre al loro concittadino la trasposizione dell’opera in Arena; ma Simoni, pur nel rispetto della proposta, disse che non avrebbe mai accettato l’idea di essere regista di un’opera lirica «di prosa, sì!».
Così la sera del 26 giugno del 1948, alla presenza del capo dello Stato Luigi Einaudi, con il capolavoro shakespeariano Romeo and Juliet, per la sua regia e come protagonisti Giorgio De Lullo e Edda Albertini nacque quell’Estate Teatrale Veronese che doveva affermarsi negli anni seguenti come grande e unico Festival Shakespeariano italiano con il contributo e la partecipazione dei più grandi attori e registi italiani e internazionali.
Simoni nasce a Verona nel 1875 e muore a Milano nel 1952. Teatrante nel senso nobile della parola, e nello stesso senso galantuomo nella vita e nella professione, studioso colto e mai chiuso all’aprirsi di nuovi sipari, fu amico rispettato e rispettoso del lavoro di tutti i teatranti che ascoltò e frequentò dalla sua poltrona di critico e dalla sua scrivania del Corriere della Sera. È stato con Barbarani e Dall’Oca Bianca un protagonista di quel trio che esaltò Verona nella sua bellezza e nella sua storia, insegnando ai veronesi stessi come amare e rispettare la loro città.
“Il teatro per Simoni aveva i colori e gli umori del suo dialetto, la luce dei suoi cieli veneti: la scrittura, il modo di porgere – fatto di grazia e di malizia, liquido e attento, con l’aggettivo sempre aderente in punta di penna – fanno di lui un maestro di stile… La conoscenza, diciamo la parola, la cultura – profonda, minuziosa fino al dettaglio – non pesava mai ma filtrava fra le righe come filo prezioso per un arazzo che aveva sempre una personale nota cromatica. Più che “criticare” Simoni amava rivivere e far rivivere la fatica della creazione…”. (Mario Bonetti - Cara gente di Teatro).
Il mondo teatrale italiano deve tanto a Simoni, così come molti protagonisti dell’universo scenico sono legati al suo nome per l’attenzione e umana passione di maestro nascosto che Simoni donò loro. Valga per tutti, anche per stare in tempi relativamente vicini, la parte, spesso misconosciuta, che ebbe nella nascita e nei successi del Piccolo Teatro di Milano.
Quando nel 1948 due giovani, Paolo Grassi e Giorgio Strehler, decisero, dopo un avventuroso sopralluogo a un edificio semi distrutto in Via Rovello a Milano, che in quel posto sarebbe nato un teatro, prima di recarsi dal sindaco di allora Antonio Greppi, vollero parlare con Simoni. L’ormai anziano critico ascoltò con attenzione l’appassionata perorazione dei due giovanotti senza mai interromperli; alla fine, usando il suo dialetto veronese, disse: «Guardate ragazzi, in teatro ne ho viste tante, ma come questa, di pazzie una sola, la vostra». Grassi e Strehler avevano così compreso di avere dalla loro parte una voce importante e lasciarono Simoni ai suoi pensieri. Pensieri che si tramutarono in aiuti concreti con interventi decisi e determinanti presso l’Amministrazione comunale e le altre istituzioni.
Così quando il 15 maggio 1947 Il Piccolo di Milano debuttò con L’albergo dei Poveri di Gorkj, con un successo imprevedibile, siglato dalla recensione firmata R.S. sul Corriere della sera del giorno dopo, a chi gli chiedeva commenti e pareri su questa avventura teatrale, Simoni diceva «Sti putei qua, stò Grassi, stò Strehler i farà strada, te lo digo mi». Ma Paolo Grassi, che non era certamente uomo da abbandonarsi a cerimoniosi sentimentalismi, quando nel 1953 Brecht venne a Milano alla prima del suo capolavoro L’Opera da Tre Soldi, gli disse: «Questo risultato ha un protagonista lontano, Renato Simoni».
Formatosi alla scuola di quel giornalismo veneto che tante firme diede alla nostra carta stampata, alla nostra letteratura, alla nostra poesia; cronista, egli aveva della cronaca il rispetto e la concezione della base dell’informazione. Tanto che volle sempre che le sue famose critiche teatrali fossero chiamate “cronache”. Come critico ebbe sempre la percezione dei limiti e del rispetto che uno spettatore, pur privilegiato come lui, doveva avere verso il palcoscenico, l’autore e gli attori.
La sua poltrona a teatro era il suo banco di scuola e mai pensò di salire in cattedra; capiva e conosceva la fatica quotidiana dell’attore, dal protagonista all’ultima comparsa e per questo non usò mai nelle sue cronache quegli apprezzamenti o quelle espressioni di volgare dileggio che oggi, pur nelle scarsissime recensioni teatrali, pseudo critici intellettuali usano offensivamente per stroncare autori e attori. Scriveva per il pubblico, così come aveva imparato a scrivere le cronache quando era giovane praticante.
Preciso, dettagliato fino alla conta degli applausi e delle disapprovazioni e delle loro durate, non tralasciava di nominare alcun interprete, porgendo a ognuno un aggettivo appropriato. Ripudiò sempre la sbrigativa formula “Bravi gli altri”, che concludeva, d’uso, le consuete critiche teatrali. Le sue cronache avevano regole e argini precisi soffriva per i così detti fiaschi, anche se questi fanno parte naturale della vita del teatro; ma Simoni, che nella sua esperienza fu anche un serio autore, non avrebbe mai voluto vedere cadere morta una foglia su un palcoscenico. Sapeva seguire l’avvenimento scenico senza dimenticare o trascurare l’atteggiamento, gli uomini e le reazioni del pubblico. Con molti grandi e anche attori minori ebbe profonde amicizie donando loro con generosità consigli e suggerimenti.
Principe della critica con D’Amico, anzi riformatore delle cronache teatrali, il suo amore per il teatro lo riversò anche nelle sue creazioni; nelle sue creature protagoniste delle commedie che molti supponenti studiosi spesso hanno relegato nel repertorio del vernacolo veneto, mentre erano dense di grande dignità, di ricchezza umana e saggezza teatrale.
A proposito di Simoni autore scrive Giuseppe Brugnoli: “Renato Simoni fu a suo modo un innovatore;… svolgendo insieme un’opera accorta di ripulitura del linguaggio da tanti solecismi vernacoli che da Goldoni in poi avevano trasformato prima le maschere in personaggi, poi questi in macchiette. Dopo un secolo, si può dire che Simoni fu l’ultimo commediografo del teatro veneto… La Vedova (1902), Carlo Gozzi (1908), Tramonto (1906), Congedo (1910), Il Matrimonio di Casanova (1910) sono quelle sue creazioni che gli consentono di stare nel Pantheon del teatro italiano del primo ‘900”.
Scrisse tanto altro: Piccola storia di Arlecchino e c. (1946), Uomini e cose di ieri (1952), Trent’anni di cronaca drammatica, a cura di Lucio Ridenti, che iniziata nel 1952 fu completata nel 1960, per citare le realizzazioni più importanti.
Collaborò alla stesura dei testi della Turandot di Puccini e a Madame Saint Genes di Giordano.
Legato al suo nome è anche il giornale La Tradotta, che nella prima guerra mondiale redigeva al fronte con altre preziose firme con le stellette. Fu anche regista di prosa, preciso, attento, mai dissacratore e da questa sua vocazione nacque, quasi per caso, l’idea delle magnifiche notti shakespeariane in riva all’Adige, nello spazio del Teatro Romano.
Simoni muore mentre nella sua città natale si prepara la messa in scena del Sogno di una notte di mezza estate, al Giardino Giusti. All’invito rivoltogli dagli organizzatori perché assistesse alla prima, con un cuore ormai divenuto povero di battiti, si scusò con essi e con Verona con queste ultime parole «Sono tormentato dal respiro difficile. Ogni movimento mi spossa. Scusatemi. Mai l’anima mia si è così protesa verso Verona in questi anni di memoria e di addio». Lo vediamo, ancora seduto sulla sua poltrona di teatro, salutarci così con le ultime battute del congedo: «Bisogna che ve veda tanto, tuti, per portar via più che posso de vualtri…».
Antonio Avena, un grande urbanista del ’900. Fu lui a creare i luoghi di Giulietta e Romeo
di Alice Castellani
Uno dei grandi protagonisti della Verona culturale del primo Novecento (morì il 9 ottobre 1961) fu Antonio Avena, urbanista “esile ma non fragile, tutto spirito, vivacità ed intelligenza” che dedicò tutta la sua lunga vita (era nato a Verona il 23 maggio 1882) allo studio ed alla valorizzazione dei monumenti cittadini e della provincia. Apparteneva ad una famiglia di commercianti che lo battezzarono Antonio Benvenuto Angelo Santo, ma rimase orfano di padre a soli sei anni. Unico maschio della sua numerosa famiglia, gli fu data la possibilità di studiare e, precocissimo, fu iscritto in terza elementare. Si laureò poi in lettere a Padova con approfonditi studi sul Petrarca ed iniziò la sua carriera dapprima insegnando nelle scuole cittadine e quindi come vicebibliotecario della Civica di Verona, divenendo poi bibliotecario, per passare infine, nel 1915, alla direzione dei Musei e delle Gallerie comunali (che mantenne fino al 1955). Inizialmente rivolse i suoi interessi a letteratura e filologia, poi alla museologia veronese e alle raccolte d’arte del Museo Civico, che allora raccoglieva, a Palazzo Pompei, tutte le collezioni archeologiche, artistiche e naturalistiche del Comune, cui dedicò alcuni importanti studi. Fu proprio lui a convincere l’Amministrazione della necessità di trasferire in apposita e degna sede le collezioni d’arte, di pittura e scultura in primis, divenute patrimonio della città, quelle delle chiese soppresse dal demanio e i molti capolavori di diverse raccolte private, come quella del Monga, del Bernasconi e dello stesso Pompei. A lui si deve dunque, tra il 1924 e il 1926, il riscatto di Castelvecchio, destinato da caserma a sede di uno dei più prestigiosi musei civici del Nord Italia, restaurato su progetto d’altri ma da lui stesso arredato “in stile”, con finestre, fontane, portali etc. giunti da palazzi veronesi distrutti. In seguito diede vita al Museo Archeologico al Teatro Romano, di cui proseguì gli scavi, e creò la Galleria d’Arte moderna ed il Museo del Risorgimento, presso il settecentesco Palazzo Emilei donato al Comune. Intorno agli anni Trenta fece restaurare i palazzi scaligeri, ora sede di Amministrazione Provinciale e Prefettura, e l’Arco dei Gavi, i cui resti giacevano dall’epoca napoleonica negli arcovoli dell’Arena. Nel 1930 partecipò anche ad un particolare allestimento, allora ritenuto ardito e rivoluzionario, delle scenografie del Boris, abolendo le limitazioni del palcoscenico e creando “scene plastiche” che potevano spostarsi su piani inclinati. Suoi anche alcuni progetti, solo in parte realizzati, per la sistemazione a parco pubblico dei bastioni di Verona, da abbellire con vecchi dispositivi bellici, e il recupero delle preziose vesti di sete orientali, di gran valore storico e documentale, di Cangrande dalla sua tomba. Ad Avena si devono anche una quantità di pubblicazioni su aspetti e problemi dell’arte veronese: alcune centinaia di titoli fra volumi, saggi, articoli e altro.
Ma forse il progetto che meglio lo rappresenta e che merita di essere scandagliato più a fondo per la sua profonda lungimiranza è quello che dedicò, in tempi ben lontani dall’attuale turismo di massa, alla sistemazione delle cosiddette Tomba di Giulietta e Casa di Giulietta, con annesso “storico” balcone. È grazie ad Antonio Avena che i visitatori da ogni dove possono oggi trovare a Verona dei luoghi da ammirare e dove collocare la tragedia dell’eroina immortalata da Shakespeare, altamente scenografici e suggestivi seppur poco rispettosi della verità storica. Già dalle prime stesure, e poi nella più celebre versione shakespeariana, la tragedia di Giulietta e Romeo e del loro infelice amore ambienta i suoi momenti chiave in due luoghi precisi: Casa Capuleti, teatro della festa che vede il primo incontro tra i due giovani delle nobili famiglie nemiche, lo scoccare del colpo di fulmine e il romantico colloquio al balcone e, non meno rilevante, la tomba di famiglia dei Capuleti, dove tutta Verona accompagna il feretro di Giulietta che si fa credere morta per evitare il matrimonio combinatole dal padre, ignaro delle nozze già avvenute con Romeo. Ovvero il luogo dove il dramma trova il suo compimento: la morte per veleno di Romeo, ignaro della messinscena, e il finale suicidio di Giulietta che si pugnala sul corpo dell’amato.
Se casa Capuleti trovò posto in un edificio duecentesco sito a metà della centralissima Via Cappello, la tomba di Giulietta, così come la conosciamo oggi, risale al 1937, quando Avena decise di dare un nuovo volto al luogo identificato come sede della sepoltura della bella Giulietta, collocandola tra le mura dell’antico ex convento di San Francesco al Corso, appena fuori da quelle mura oltre le quali, per l’esiliato Romeo, “non c’è più nulla all’infuori del purgatorio, della tortura e dell’inferno stesso”. Nell’orto dell’ex convento giaceva, forse da secoli e soggetto alle intemperie, un antico sarcofago di marmo rosso, un avello forse d’età romana, privo di coperchio e completamente vuoto, identificato come tomba di Giulietta già a inizio Ottocento e meta di pellegrinaggio d’illustri visitatori, come Madame de Stael, George Byron, Maria Luisa d’Austria (vedova di Napoleone), Antoine Claude Valéry, Heinrich Heine, Alfred de Musset e altri. Il convento era allora delle Franceschine, che aprivano “un cancello sgangherato” per mostrare a chi ne aveva sentito parlare il sarcofago di Giulietta, che poco impressionò Charles Dickens, che lo raccontò in Pictures from Italy (1846). Già dal 1932 Avena meditava di dar vita ad un museo shakespeariano, per celebrare la leggenda che dava fama a Verona, cosa testimoniata dallo statuto di una mai nata “Società del museo Giulietta e Romeo”, che doveva – recita la bozza dello stesso Avena – “raccogliere, conservare, esporre ed illustrare in uno speciale museo tutto quanto nel campo delle lettere, dei costumi, e delle arti belle ha avuto ed abbia riferimento alla leggendaria vicenda degli amori di Giulietta Capuleti e Romeo Montecchi”. Secondo le intenzioni di Avena, il Comune avrebbe affidato all’associazione sia le case sia la tomba degli innamorati, e la società se ne sarebbe assunta “la piena e diligente manutenzione, coll’apertura al pubblico (gratuita in certi giorni della settimana) e coll’illustrazione gratuita periodica del museo mediante conferenze, lezioni, concorsi storici, letture e simili”, reinvestendo tutti i proventi nel museo. Di quel progetto non se ne fece nulla e qualche anno dopo fu un altro importante evento a dare la spinta definitiva alla trasformazione del luogo che accoglieva la tomba di Giulietta: il soggiorno a Verona della troupe della Metro Goldwin Mayer, il colosso cinematografico statunitense, alla ricerca di ambientazioni ideali per un nuovo colossal su Giulietta e Romeo. Avena divenne subito il consulente dei cineasti americani, che pur prendendo spunto dal soggiorno sulle rive dell’Adige decisero di creare una città di scenografie del tutto fantastica per il film firmato dalla regia di George Cukor, con protagonisti Norma Shearer (Giulietta), Leslie Howard (Romeo) e John Barrymore (Mercuzio). Fu sull’onda dello straordinario successo della pellicola (uscita nel 1936) che Avena, immaginando un imminente e grandioso afflusso di turisti a Verona, tutti alla ricerca dei luoghi così ben descritti nel film, decise di dare al sarcofago una cornice di maggiore suggestione, visto che la scena finale del doppio suicidio nel film non si svolgeva nel chiostro del convento ma in una cripta. E così Avena ottenne dalla Soprintendenza l’autorizzazione per realizzare un nuovo e più degno accesso al chiostro, e trasferì la tomba – come scrisse Alfredo Barbacci, allora Soprintendente – “in due vani sotterranei d’ignota destinazione, probabilmente cantina, camuffati a imitazione di cripta”. E così il mito fu trasformato in una realtà che conta oggi su un numero incalcolabile di visitatori da tutto il mondo, quasi sempre compresa nei classici tour di visita a Verona.
Verona e la musica nel Rinascimento. Tra i numerosi “ridotti”, famoso fu quello dei Bevilacqua
di Nicola Guerini
Il Rinascimento rappresenta la fioritura e il forte miglioramento del livello professionale dell’ambiente musicale di Verona. Il clima culturale infatti richiama nella nostra città musici e maestri provenienti oltre che da diversi centri italiani anche dall’area francese e fiamminga. Al culmine del suo splendore cinquecentesco c’è la Cappella musicale della cattedrale con la presenza di maestri del calibro di Jachet Berchem, fiammingo, e il veronese Vincenzo Ruffo, formatosi nella Scuola degli Accoliti. Egli fu prima insegnante e poi maestro di cappella dal 1550 al 1563, anno in cui fu trasferito a Milano per volere del cardinale Carlo Borromeo che in Ruffo riconosceva lo stile di una polifonia sacra “riformata” secondo i nuovi parametri del Concilio di Trento. Alla scuola di Vincenzo Ruffo si formarono altri musicisti molto importanti come Marc’Antonio Ingegnieri (a sua volta maestro di Claudio Monteverdi a Cremona) e Gio. Matteo Asola, in seguito alla guida della Cappella della nostra cattedrale (1590-91).
L’ambiente veronese non è fecondo solo nell’ambito della musica sacra ma trova prestigio e soddisfazione anche nella produzione profana: Verona infatti diventa un centro culturale d’irradiazione fra i maggiori d’Italia.
L’Accademia Filarmonica, sorta l’1 maggio 1543 dalla fusione della già preesistente Filarmonica con l’Accademia Incatenata (alle due citate si unirà nel 1564 una terza detta “alla Vittoria”), diviene in quel periodo il canale preferenziale per la circolazione del repertorio madrigalistico e centro di confluenza di questa produzione.
Sono numerose le raccolte dedicate alla “Nobile e virtuosa Accademia d’i Signori filarmonici veronesi”: da quella del fiammingo Giovan Nasco (1548) alle produzioni di Jaches de Wert, di Ingegneri, Luca Marenzio e molti altri illustri compositori.
I rapporti fra gli Accademici e la Cappella della cattedrale divennero intensi e sempre più stretti. Ricordiamo infatti che spesso gli Accademici collaborarono con i musici del Duomo nelle solennità maggiori e soprattutto per la cerimonia che si tiene il primo maggio, data della fondazione dell’Accademia. Sono frequenti i musicisti che furono impegnati contemporaneamente alle dipendenze delle due istituzioni: Vincenzo Ruffo fu attivo dal 1551 al 52 presso la Cappella del Duomo oltre a ricoprire l’incarico di “Mastro Musicale dell’Accademia”. Nello stesso periodo la cultura cittadina si sviluppava anche al di fuori delle istituzioni più importanti facendo fiorire ritrovi artistici di stampo intellettuale soprattutto nei salotti dei palazzi nobiliari di Verona.
Nella seconda metà del Cinquecento spicca a Verona la figura del conte Mario Bevilacqua per la fama di mecenate dell’arte, del collezionismo, ottimo intenditore d’arte e grande appassionato di musica. Si ha notizia che già nel 1543 la casa Bevilacqua ospitasse “una accolita “ di cultori della musica. Il nobile veronese infatti, nel palazzo del Sammicheli situato nell’attuale corso Cavour, organizzò un ridotto (sede di un circolo) musicale stipendiando buoni musicisti ed acquistando numerosi strumenti. Vi furono a Verona altri ridotti privati come quello dei Ridolfi, di Giovanni Severino, dei Giusti, di Alessandro Lafranchino, di Alfonso Morando, i quali mostravano una tendenza evolutiva nel gusto musicale ma nessuno superava il Bevilacqua nello splendore, il livello artistico e le finalità culturali. Il conte fu membro e padre dell’Accademia Filarmonica e poi anche “Accademico forastiero aggregato” dell’Olimpico di Vicenza. Il luogo del ridotto, la biblioteca e la galleria, nella quale il conte aveva raccolto straordinari tesori, formavano un’ottimo stimolo offerto al godimento alla Bellezza. Le prime stampe dedicate al conte Bevilacqua segnano il periodo in cui il ridotto crebbe, diventato splendido dopo che il mecenate, avuta l’eredità del fratello Camillo, lo arredò sontuosamente, acquistò strumenti musicali e stipendiò i musicisti. Nel 1582 uscivano nelle stampe di Angelo Gardano i “Madrigali di Paolo Masnelli Veronese, Organista nel Ridotto di Musica dell’Illustri Signori Bevilacqua”.
Queste pagine erano dedicate “ai Virtuosissimi Musici dell’honoratissimo Ridotto”.
Fra questi Virtuosissimi eccelleva Sebastiano Pigna che Gabriele Martinengo, dedicando due anni prima al Bevilacqua i Madrigali a 5 voci lodava con queste parole: “Madrigali uditi nel suo onoratissimo Ridotto di Musica... da quei virtuosissimi che li canteranno e sopra tutti da M. Sebastiano Pigna mio amicissimo”. Apprezzamento confermato poi da Leone Leoni nel Quarto Libro de Madrigali a 5 voci (1598).
Sono pochissimi i dati in archivio che possano fornire un’immagine soddisfacente della fama del Ridotto Bevilacqua nel panorama della musica, certamente il più celebre d’Italia nel ‘500. Di grande importanza è la quantità di opere dedicate al conte Mario “amico e protettore della Musica e de’ Musici” da Orazio Vecchi, Orlando di Lasso a Filippo de Monte e Luca Marenzio. Tra i “virtuosissimi Musici dell’honoratissimo ridotto” troviamo anche il giovane accolico Stefano Bernardi (1575-1637) che porterà al massimo prestigio l’attività della Cappella del Duomo. Con lui infatti la cappella fu tra le prime ad aderire alle nuove sensibilità della polifonia sacra in stile “policorale concertato” di matrice veneziana con i maestri G. M. Asola e I. Baccusi che ricoprirono la carica fra il 1598 e il 1608. Con Bernardi il complesso della Cappella si arricchì, oltre all’organo, di altri strumenti come il cornetto, il violino e il trombone. Il suo profilo biografico e professionale si arricchisce anche con il ruolo di cantore dal 1602 al 1607 e con quello di “Maestro delle Musiche” presso l’Accademia Filarmonica.
Alla morte del conte Mario Bevilacqua (1 agosto 1593) le volontà del testamento non furono tutte rispettate: gli strumenti, circa ottanta, ad eccezione dell’organo, del regale e di alcune viole, furono ceduti con i libri a don Giovanni Battista Peretti, intimo e factotum del conte, a saldo di un suo debito, nonostante fossero destinati alla Filarmonica. Successivamente il nipote del Bevilacqua, il conte Alessandro, fu musicista sensibile e riaprì il ridotto coltivando l’attività culturale lasciata dallo zio. Come già accennato prima l’ambiente culturale era così stimolante che anche in altre case facoltose veronesi era possibile trovare un ridotto dove circolava la cultura del tempo e dove musicisti e letterati di grido si incontravano.
Un doveroso cenno merita Paolo Naldi che nella sua casa in contrada S.Stefano teneva un ridotto musicale. Verso la metà del ’500 la famiglia Serego risulta essere una tra le maggiori casate del patriziato veronere. Nel 1558 il conte Marc’Antonio Serego stipendiava un “maestro Bastian (Bormino) cantor” di anni 40. Il Serego fu “padre” della Filarmonica nel 1577 e insieme a “D. Julio Peregrino” segnò l’unione fra questa con l’Accademia “alla Vittoria”. Anche il figlio, Giordano fu sensibilissimo alla musica e proprio per le nozze il musicista Paolo Bellasio gli dedicò nel 1591 i Madrigali a 3, a 4, a 5, a 6, a 7 e a 8 voci.
Presso il palazzo del conte Agostino Giusti (suocero del conte Mario Bevilacqua) nel 1584 fu inaugurato un “ridotto letterario”. Marc’Antonio Ingegneri, dedicandogli il Quarto libro dei madrigali a cinque voci (1584) ne attestava la grande competenza e stima. Di sicuro interesse è il clima culturale che si respirarava anche in casa di Pellegrino Ridolfi: i documenti riportano infatti che il 23 marzo 1543 si riunirono “parte de li nob. Academici philarmonici et cossì de l’Incatenati” per “far union perfeta de Tutte due dite academie”. Il giovane Leone Leoni nel 1598 gli dedicò il suo Quarto libro dei madrigali a cinque voci, ricordando “il suo nobilissimo ridutto un Museo, anzi Parnaso”, retto dal Mag. Sig. Sebastiano Pigna musico eccellentissimo”.
La ricca produzione di musiche polifoniche, monodiche e in stile concertato fiorita a cavallo tra i secoli XVI e XVII, dimostra la vivacità culturale che confluiva a Verona attraverso le sue istituzioni armoniche conferendole una posizione di assoluto interesse nel panorama musicale del tempo che solo la grave calamità della peste nelle sua violenta decimazione del 1630 ne modificò il profilo. Non mancarono però episodi di rilievo, come il passaggio in città de Maria Maddalena granduchessa di Toscana e arciduchessa d’Austria nell’ottobre del 1631, in cui le autorità cittadine offrirono un sontuoso banchetto con musiche adatte, mentre musiche sacre e solenni furono eseguite la mattina seguente, durante la messa celebrata in S. Anastasia.
Policarpo Scarabello: martire o terrorista? A lui è dedicata una via di Verona
di Massimo Rimpici
Forse il sindaco Tosi e la giunta di Verona non lo sanno, ma con la dedica di una via a Nicola Pasetto (25 voti favorevoli e 10 contrari nella seduta del primo agosto 2007), deputato del Msi e poi di Alleanza nazionale, hanno compiuto una sorta di par condicio. Sì perché nel lontano 5 marzo del 1979, la Giunta del sindaco Renato Gozzi aveva deciso di intitolare una via anche a Policarpo Scarabello: esponente dell’ala massimalista del Partito Socialista Italiano.
Come mai il sindaco Gozzi (insieme alla Giunta di centro-sinistra) hanno preso quella decisione? E chi era, cosa ha fatto il deputato socialista?
La motivazione si è persa, purtroppo, nei depositi polverosi e male organizzati dell’Ufficio Toponomastica del Comune di Verona. L’unica cosa che si riesce a conoscere è la composizione dell’allora Commissione comunale di Toponomastica guidata dal presidente geometra Delio Dalle Pezze, e composta anche dal professor Gino Beltramini, da Corradino Corsini, dal professor Alberto De Mori e da Giorgio Forneron che nelle sedute del 3 novembre e del 19 dicembre 1978 hanno espresso parere favorevole all’attribuzione ad alcune aree di circolazione ben identificate determinati topònimi, fra i quali risulta quello appunto di via Policarpo Scarabello “1883-1920 – recita la descrizione – da via S.Marco 71 a nuova strada del PRG”.
Risaliamo a quel tragico 4 novembre del 1920 (anniversario della vittoria e della fine della prima guerra mondiale) quando in circostanze non ancora del tutto limpide il deputato socialista perde la vita a causa dell’esplosione di una bomba a mano.
I fatti raccontano della battaglia – tutta ideologica – innestata da quella che passerà alla storia come la “guerra delle bandiere” all’indomani della vittoria socialista alle elezioni municipali e provinciali: per i socialisti il tricolore con al centro lo stemma della monarchia rappresentava “l’Italia dei pescecani, quattro anni di guerra e di odio selvaggio tra proletari fratelli per difendere gli interessi del capitalismo”. I fascisti invece, proprio in occasione della ricorrenza del 4 novembre, fecero opera di propaganda affinché quella bandiera venisse esposta su tutti i balconi e le finestre della città.
Per tutta risposta i socialisti – che guidavano, come si è detto, il Consiglio comunale e provinciale della città – fecero issare sugli edifici pubblici le bandiere rosse.
è una delle prime volte che i rappresentanti del neonato movimento fascista veronese (sostenuto e osannato dal quotidiano locale L’Arena, guidato dal direttore – fascista della prima ora – Giovanni Cenzato) prendono l’iniziativa e il giorno della ricorrenza, il 4 novembre 1920 appunto, armi in pugno si dirigono in piazza Brà decisi ad ammainare l’odiato vessillo rosso dal pennone del Municipio.
I socialisti si barricano in Comune. Da fuori i fascisti tentano di forzare l’ingresso posteriore. Non si sa bene quale esponente di quale gruppo spara il primo colpo di rivoltella contro l’avversario, sta di fatto che nel giro di pochissimi minuti si consuma la tragedia: esplode una bomba a mano e muore dilaniato dalla stessa il parlamentare veronese Policarpo Scarabello.
Inizialmente i socialisti gridano all’assassinio, successivamente – anche a seguito della testimonianza di un vigile urbano presente sulla scena della disgrazia – la versione ufficiale sostiene che la bomba si trovasse nelle tasche dell’esponente socialista e che nell’atto di gettarla contro i fascisti che si trovavano nel cortile sbatte contro lo stipite della finestra ed esplode.
Questa versione dei fatti però verrà contestata sessant’anni più tardi dalla famiglia di Scarabello e soprattutto dalla figlia più giovane dell’onorevole, Factma. La quale riporta la versione di Giuseppe Mondini, amico fraterno di Scarabello, che il giorno della tragedia era proprio accanto al parlamentare socialista. Mondini – per la cronaca – raccoglierà ed esaudirà le ultime volontà espresse dal suo amico Policarpo «ti raccomando la mia famiglia»: sposerà infatti la vedova di Scarabello, Myriam Dal Palù ed accudirà ai suoi tre figli.
Per tornare a quel maledetto 4 novembre, Mondini sosterrà per bocca della figliastra Factma che la bomba in Municipio l’aveva portata un giovane al quale Scarabello decide di requisirla per timore che questi non fosse in grado di maneggiarla. Nel riporla nella propria tasca l’ordigno esplode. A sostegno di questa tesi Factma Scarabello consegna al giornalista de L’Arena che raccoglie l’intervista una foto della sala del Municipio con la chiazza di sangue di suo padre causata dall’esplosione.
A differenza di quanto riportato dai testimoni precedentemente, il sangue si trova al centro della sala e non vicino allo stipite della finestra dalla quale – secondo l’ex squadrista Bruno Zeni – Scarabello tentò, senza riuscirci, di lanciare la bomba a mano contro gli avversari politici.
Ancora oggi gli storici non hanno fatto piena luce sulla dinamica degli eventi e pertanto permangono entrambe le diverse versione dei fatti.
Ad onor del vero bisognerebbe però aggiungere un ultimo particolare relativo all’ordigno: si tratterebbe infatti di una bomba a mano di marca “Sipe” che all’epoca – per esplodere – era stata dotata di sistema di accensione a frizione su capocchia infiammabile. In buona sostanza – accidentalmente o meno – per esplodere la bomba avrebbe avuto bisogno di essere accesa dalla miccia presente nella parte superiore della granata.
Resta fondamentale il ruolo politico (non solo veronese) svolto dal socialista Policarpo Scarabello nell’arco delle sua breve esistenza. Fu uno degli esponenti di spicco del partito e da sempre sorvegliato speciale della polizia “regia”. La sua carriera politica parte molto presto: in un primo momento come redattore del settimanale La Semente, quindi come collaboratore di Umanità Nuova. In seguito si distinguerà come presidente della Cooperativa tipografica della Casa del Popolo di Verona e dell’Azienda elettrica comunale. Ferroviere, durante la sua permanenza a Lucca fonda la Camera del Lavoro di quella città e diventa presidente della locale Cooperativa ferroviaria.
L’“episodio Scarabello”, almeno per Verona, lascerà comunque un segno indelebile ed inequivocabile nella storia della città. Ad esso si fa risalire l’avvio e il decollo del ventennio fascista veronese.
Scrive Maurizio Zangarini, presidente dell’Istituto veronese per la storia della Resistenza, nel suo libro Verona Fascista: “...forse i fascisti avevano bisogno proprio di questo, di quel colpo di fortuna che, mostrandoli per una volta innocenti del sangue sparso, ne sottolineasse, esaltandoli, i tanto conclamati fondamenti democratici... Sta di fatto che si può far data da quel momento per seguire lo sviluppo del fascio e della nascita a Verona delle sezioni locali...”.
Il Centro Emigrazione di Verona. Da Porta Nuova con destinazione la Germania
di Elisabetta Zampini
Al di là delle Alpi c’era la possibilità di un lavoro. Da poco terminata la seconda guerra mondiale, l’Italia liberata si trovava economicamente in ginocchio. Così la gente si rimise in cammino, portò avanti la tradizione migrante del popolo italiano. Belgio, Francia, Svizzera le mete più frequentate, più tardi la Germania. Terre delle miniere, delle materie prime, delle industrie, della ricostruzione dalle macerie della guerra. La manodopera serviva in abbondanza. L’Italia, come sempre, ne aveva. Alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento si erano realizzate le migrazioni transoceaniche verso gli Stati Uniti e specialmente l’Argentina, la migrazione che la memoria collettiva più ricorda. Ma c’è poi stata un’altra ondata migratoria, minore non tanto per il numero delle persone che coinvolse quanto per la distanza più contenuta degli spostamenti. Alle navi si sostituirono i viaggi in treno, le attese alle stazioni, gli abbracci e gli ultimi saluti al fischio del capotreno. La stazione di Verona divenne ben presto un gremito luogo di partenze verso il Brennero, la Germania federale. Non solo perché nodo ferroviario importante. Nei pressi della stazione infatti era stato istituito in accordo italo-tedesco il Centro Emigrazione.
Non molti a Verona lo ricordano. Eppure vi passavano ogni giorno centinaia di persone provenienti da tutta Italia, in alcuni giorni si arrivava quasi al migliaio. Qui venivano sottoposte a una selezione per verificare l’idoneità fisica ma anche le abilità specifiche per lavorare nelle varie fabbriche tedesche.
Doveva esserci davvero un via vai attorno alla stazione di Porta Nuova. Per avere un’idea della portata del fenomeno basta osservare le dimensioni dell’edificio che ospitava il Centro Emigrazione. Si trova in via delle Coste e oggi è la succursale dell’Istituto Montanari e sede dell’Istituto Nani. «La struttura è grande – spiega il dottor Elia Morandi, studioso del fenomeno migratorio italiano in Germania, con un’attenzione particolare ai lavoratori emigrati ad Amburgo – perché doveva anche dare ospitalità, un alloggio a chi veniva a Verona per passare la selezione».
Dalla fine della seconda guerra mondiale agli inizi degli anni Sessanta ad oltrepassare il confine alpino non erano solo uomini e donne del centro o sud Italia. La situazione economica del Paese era disomogenea. Zone di povertà e di sviluppo erano distribuite a macchia di leopardo. Perciò emigravano tanto dalla Sicilia quanto dal Veneto o dal Friuli Venezia Giulia. Lo scrittore Giorgio Falco in un estate di qualche anno fa si fermò alcuni giorni a Segni, un paese del Lazio, sui monti Lepini per raccogliere le storie e le memorie della gente e poi riproporle fedelmente ma con una veste letteraria. Ne è nato un racconto, Ruderi del tempo a testimone, dove il protagonista decide di emigrare in Germania e passa per Verona: “All’ufficio collocamento di Roma ci sono opuscoli, libretti che spacciano la propaganda tedesca... Allora Segni e Roma e poi Verona per le visite, tutti ci arriviamo già pronti per partire, per l’estero che chiama, le valigie tirate giù dai treni volano attraverso i finestrini...”. Viene quindi assegnata la destinazione: “Col viaggio pagato e tutto quanto, mi mandano a una fabbrica dalle parti di Berlino, facciamo tegole e pavimenti in legno, parquet... Il direttore di stabilimento si chiama Frankestein, io manco ci credo quando me lo dicono, il dottor Frankestein parla pure un poco l’italiano, solo noi là dentro siamo cinquemila dell’Italia, il Lazio, la Campania, la Sicilia e tanto Veneto che adesso uno non direbbe”. Più tardi, dopo un nuovo passaggio al Centro Emigrazione di Verona, inizia l’attività lavorativa a Wolfsburg, la città della Wolkwagen: “Siamo 4000 italiani, turni dalle 5.30 alle 14 o dalle 14 alle 22.30, straordinari quasi obbligatori, facciamo il Maggiolino e la berlina tipo Passat. Mai visti tanti Maggiolini, da averci gli incubi notturni, Maggiolini a pezzi sconsolati, poi assemblati e verniciati e collaudati e infine nei piazzali, pronti per i treni, per i camion, per le strade del mondo ancora da vedere”.
Questa testimonianza fa emergere l’alto numero di italiani che lavoravano all’estero: «Si calcola – spiega ancora Morandi – che tra il 1946 e il 1976 ci furono circa 7 milioni di espatri e contemporaneamente 4 milioni di rimpatri. Perché bisogna tener presente che le emigrazioni del secondo dopoguerra erano state concepite e vissute come transitorie. Si partiva per un certo periodo di tempo e poi si tornava. Non c’era il distacco definitivo dei viaggi di un tempo, quando con il carretto, poca roba e tutta una vita, ci si andava ad imbarcare al porto di Genova. Il lavoratore che emigrava prendeva il treno raggiungeva i paesi del Nord Europa, ci stava per un periodo a seconda del contratto di lavoro e poi tornava a casa, magari per ripartire ancora in seguito. Il tutto favorito e regolamentato dal governo italiano che cercava degli sbocchi alla manodopera in eccesso.
Nel dicembre del 1955 viene stipulato un accordo bilaterale sull’emigrazione tra Italia e Germania. La Germania manda in Italia una commissione tedesca con il compito di effettuare una selezione medica e professionale di chi voleva partire. Inizialmente è a Milano, già città ponte verso altri paesi, la Francia soprattutto, poi viene trasferita a Verona e qui rimane ufficialmente fino alla fine degli anni ’80 anche se ormai la sua funzione si era esaurita molto prima».
Il Centro Emigrazione di Verona era dunque un canale statale di reclutamento di manodopera, anche se non l’unico: «Diciamo che chi non aveva nessun aggancio di parenti o amici in Germania aveva tutto l’interesse a passare per il canale statale perché comportava diverse agevolazioni pratiche. Poi piano piano la situazione cambia in favore di altre possibilità alternative. Specialmente tra il 1961 e il 1968, quando una direttiva prevede la libera circolazione della manodopera all’interno della Comunità Europea, tanto più tra Italia e Germania considerati tra i padri fondatori della Comunità stessa».
E dunque si può dire che questa massiccia mobilità di persone contribuì a creare il sentire e la rinascita della nuova Europa anche tra condizioni di lavoro spesso precarie, lotte sindacali e accoglienza non sempre calorosa dei paesi ospitanti per quanto bisognosi di quella manodopera. Rimane poi aperta tutta la controversa questione della scelta politica italiana di risolvere (allora al governo c’era De Gasperi), con tutto quel capitale umano dirottato all’estero piuttosto che utilizzato per un piano di sviluppo economico mirato in loco.
Scrive sempre Giorgio Falco: “L’Italia fa un accordo con la Germania Occidentale per fornire braccia e un po’ di testa all’ industria rinascente dal nazismo. Tutti quei tedeschi in guerra vanno rimpiazzati, così come l’Italia non può tenere senza fare niente milioni di ragazzi, magari scatta nella testa un accidente, il meccanismo di averci più diritti, il lavoro, la casa, un avvenire...”.
L’emigrato in Germania diventava il “Gastarbeiter” (lavoratore ospite): era il lavoratore temporaneo, stagionale, quindi non membro del nuovo paese, ed il legame con la nuova terra e i suoi abitanti era transitorio, provvisorio. Quando gli emigrati arrivavano a destinazione trovavano alloggio in apposite strutture di prima accoglienza come baracche o villaggi, fuori dai centri urbani e vicino alle fabbriche: “Dormiamo dentro le baracche del villaggio italiano, il Berliner Brucke, detto così pare un teatro, cinquanta baracche in legno a due piani, riscaldate, divise da un corridoio centrale che termina nei bagni senza fretta, nella stanza dell’hauswart, il capocasa, bè, capocasa: capobaracca. Tutto intorno recintato... i guardiani all’entrata e in mezzo due case in muratura, distaccamento dell’ufficio del personale, di uno spaccio, di una sala da ritrovo, di una sala per la messa di domenica (Ruderi del tempo a testimone)”.
L’andirivieni continuo di lavoratori tra Italia e Germania fu un dato di fatto, tuttavia molti decisero di fermarsi definitivamente nel nuovo Paese con la famiglia, per quanto la politica tedesca non favorisse questa decisione. In ogni caso era fortemente presente quella “pendolarità” emotiva per cui un poco di radici in Germania le si metteva e ci si sentiva un poco tedeschi e un poco italiani oppure alla fine nessuno dei due. La vita lavorativa, ma anche emotiva, del Gastarbeiter è conservata nel libro Arrivederci, Deutschland! del veronese Gianni Bertagnoli, pubblicato solamente in versione tedesca nel 1964 presso l’editrice Franckh di Stoccarda. Bertagnoli era emigrato nella RFT nel 1959 e la sua opera è un romanzo singolare, autobiografico con un indole al reportage sulla realtà sociale e lavorativa dell’operaio emigrato. Racconta le vicende di Rino Sorresini che, dopo la selezione attraverso la Commissione Tedesca del Centro Emigrazione, parte da Verona con un numeroso gruppo di operai, contadini e artigiani meridionali alla volta di Poldorf, un paesino a sud della Germania. Lì viene assunto come operaio in una impresa edile, immerso da lavoratore e osservatore curioso nelle “particelle dell’economia tedesca”. Il pregio dell’opera, secondo i critici, non sta tanto nell’aspetto estetico quanto nel fatto che inaugura il filone della letteratura degli scrittori italiani in Germania, la cosiddetta “Gastarbeiterliteratur”, oggi rappresentata da nomi interessanti in produzioni letterarie bilingui o solo in italiano o in tedesco. In diverse parti d’Italia, sulla spinta di un crescente interesse verso il recupero della memoria, del patrimonio storico caratterizzante l’identità di determinate aree geografiche, sono nati o stanno nascendo, musei dedicati all’emigrazione. Raccolgono documenti, diari, foto, oggetti. Un esempio per tutti è il Museo dell’Emigrazione di Gualdo Tadino in Umbria. Forse anche Verona avrebbe bisogno di un piccolo museo della emigrazione del secondo dopoguerra verso la Germania, magari proprio nel grande edificio di via delle Coste oppure nella stazione di Porta Nuova, luogo simbolico di partenze e ritorni.
(Le citazioni sono tratte da: AA.VV, I racconti del capanno a cura di Lanfranco Caminiti, Roma, Derive Approdi, 2006).
Delitti e misteri. Tra Quinzano e Montecchio la strage del «Maso»
di Cinzia Inguanta
Giugno 1946, un momento importante nella storia recente, il popolo italiano è chiamato al voto per la prima volta dopo la guerra. Il referendum popolare dice no alla monarchia: l’Italia diventa una repubblica. La tensione morale e civile è al culmine e ovunque il desiderio più grande è quello di costruire un nuovo futuro, lasciando alle spalle il periodo del fascismo, della guerra, della violenza.
Sicuramente era stato così anche per l’ex colonnello Clemente Dalmazzo, che nel 1943 lascia l’esercito e la nativa Dronero, in provincia di Cuneo, per trasferirsi tra le dolci colline della provincia veronese. Così l’ex militare si stabilisce insieme alla moglie, Emma Borro, e ai loro tre figli nella tenuta del commendator Luigi Rittatore, assumendo la direzione dell’azienda agricola situata in località Maso, poco distante dal centro di Negrar.
28 giugno 1946, in una notte estiva senza luna, con il cielo trapuntato di stelle, si compie il destino di quella famiglia. «Verso le 24 un contadino, che viveva in una casa accanto alla villa in cui abitava la famiglia Dalmazzo, udiva fragori di scoppi attribuiti a bombe a mano seguiti a breve distanza da gemiti e da invocazioni d’aiuto. Sceso con i familiari il contadino poco dopo trovava disteso a terra sotto un portico il colonnello Dalmazzo gravemente ferito e sanguinante al capo e col volto tumefatto da ripetuti colpi ricevuti. Senza entrare in villa, uno dei contadini correva a chiedere soccorso. Sul posto accorrevano immediatamente il medico condotto dott. Villani, il maresciallo dei carabinieri e il parroco, i quali entrati nella villa si trovavano di fronte ad una vera e propria strage» (L’Arena, 30 giugno 1946).
Nell’ufficio del colonnello giaceva a terra morta la moglie con la fronte spaccata da un colpo di scure. In cucina, pure con la testa fracassata, ma ancora vivi giacevano i due figli maggiori del colonnello; infine nella stanza da letto, rantolante si trovava il figlio minore. Mario dodici anni, Giancarlo otto anni, Guido sei anni, moriranno poco dopo il ricovero in ospedale; il padre morirà lunedì 1 luglio. Il delitto scuote profondamente l’opinione pubblica cittadina «è difficile trovare riscontro, nelle cronache della nostra provincia, di una strage così freddamente meditata e attuata con metodi tanto atroci» scrive L’Arena del primo luglio 1946.
Le indagini fin dall’inizio seguono la pista della vendetta. I carabinieri trattengono per accertamenti una decina di persone tra i dipendenti dell’azienda agricola. Emergono divergenze d’interessi e disparità di vedute tra il colonnello e i propri dipendenti.
Anna Salgarolo, moglie di Augusto Tommasi, autore del delitto insieme al fratello Guerrino, non può sopportare il peso di quanto sa, non riesce a cancellare dalla mente le scene della tragedia alla quale ha assisto non vista dagli assassini. Così racconta quello che non può più tacere, confessa quanto ha visto.
In un primo momento i due fratelli Tommasi si trincerano dietro risposte evasive negando recisamente ogni partecipazione nella preparazione e nell’esecuzione del delitto. I due, messi davanti alle prove schiaccianti della loro colpevolezza, sono infine costretti a confessare il loro crimine. Come già avevano rilevato le prime indagini, tra il colonnello Dalmazzo ed i suoi dipendenti non correvano buoni rapporti per motivi economici e perché, in varie e troppo frequenti occasioni, erano stati asportati dai fondi, amministrati dal defunto ufficiale, prodotti e legna dai vasti boschi della tenuta. I due assassini, qualche tempo prima di compiere il delitto, ebbero violenti alterchi con il colonnello che voleva porre fine alle ruberie ed aveva deciso di tenere le chiavi del granaio comune finché i mezzadri non avessero saldato la loro parte di perdita per il furto di due buoi avvenuto due mesi prima.
Il 25 giugno i due fratelli si misero d’accordo per togliere di mezzo il colonnello la sera del 28. In quella sera introdussero nella serratura del cancello un pezzetto di ferro per aver motivo di chiamare l’amministratore. Il colonnello si presentò accompagnato dalla moglie ed allora i due non osarono agire. Poco dopo l’ufficiale ritornava, questa volta da solo, con una catena ed un lucchetto e mentre tentava di far funzionare la serratura, Guerrino Tommasi gli vibrava un colpo sul capo che lo faceva immediatamente stramazzare a terra. Poiché la vittima sembrava ancora viva, il fratello Augusto lo tenne fermo per permettere a Guerrino di colpire ripetutamente con un grosso chiavistello di ferro. Poi i due sollevarono il corpo dell’ufficiale e lo trasportarono nel sottoportico del fienile. Dopo questo si diressero dalla signora Dalmazzo e mentre salivano le scale della villa le chiesero le chiavi. Appena la donna fu di fronte a loro, Guerrino le sparò un colpo di rivoltella. I ragazzi si svegliano per il trambusto: invocano il nome della madre, corrono verso la stanza da cui provengono i rumori, ed incontrano il loro destino. Non c’è stata pietà nemmeno per loro. Sangue chiama sangue. È il momento in cui bisogna pensare qualcosa che giustifichi quanto è accaduto. I due nel tentativo di simulare una rapina mettono a soqquadro l’abitazione, portano via sei bombe a mano ed una lampadina tascabile. Mentre stanno creando la messa in scena che dovrebbe giustificarli, sopraggiunge la loro madre che chiama ad alta voce la nuora, Anna Salgarolo. Guerrino per intimorirla e poter uscire senza essere visto insieme al fratello, accende spegne più volte la lampadina elettrica. La donna si allontana ed i due escono dal retro dello stabile, lanciando dietro la casa le bombe a mano per simulare un assalto di malfattori armati alla villa. Augusto tornò a casa, si cambiò, gettò la tuta macchiata di sangue nel letamaio dopodiché suo padre lo mandò a suonare la campana dell’allarme. Guerrino, invece, si diresse attraverso i campi alle case coloniche vicine per invocare l’aiuto di alcune famiglie di mezzadri, si spogliò della camicia e dei pantaloni insanguinati, li nascose sotto quattro cespugli, si lavò ad una fonte e sotto un’altra siepe occultò la lampadina elettrica e la rivoltella. Poi in mutande chiamò i contadini, fingendo di essersi alzato precipitosamente dal letto al suono della campana d’allarme. Tornò con loro alla villa e subito dopo rientrò nella sua abitazione, si vestì e corse ad avvertire il medico condotto e i carabinieri di Negrar.
La crudeltà e la freddezza con la quale il crimine fu eseguito lasciarono sconcertati per primi gli stessi carabinieri. Guerrino Tommasi, mentre era trattenuto dalle forze dell’ordine nella stazione del Teatro Romano per gli interrogatori, ebbe a dire: «La pena di morte non c’è più. Mi daranno trentanni. Dieci vengono amnistiati e negli altri venti chissà quante amnistie verranno ancora».
Al processo, il loro difensore, l’avvocato Devoto, tenta la carta della perizia psichiatrica. Guerrino aveva militato nella Guardia Nazionale Repubblicana e dopo la liberazione era stato rinchiuso alcuni mesi in un campo per detenuti politici. Ma la corte non accetta la sua richiesta, mentre si mostra più sensibile alle richieste degli accusatori. L’avvocato Cavalla, che rappresenta i parenti delle vittime, li invita a comportarsi come un chirurgo «che affonda la lama e ridona la vita». I giudici sono del suo parere, e la lama l’affondano: dopo quaranta minuti di camera di consiglio, condannano i due all’ergastolo «con isolamento diurno per quattro anni». Il pubblico applaude la sentenza. «Con lo sguardo fermo – annoterà il cronista de “L’Arena” – le due belve lasciano poco dopo l’aula».
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Intervista con Maurizio Zangarini, direttore dell’Istituto veronese per la storia della resistenza
di Elisabetta Zampini e Irene Lucchese
La Resistenza italiana nasce dall’impegno comune di individui, partiti e movimenti che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conseguente invasione dell’Italia da parte della Germania nazista, si oppongono agli occupanti e alla Repubblica di Salò fondata da Benito Mussolini.
Tali motivi rendono questo movimento uno tra i fondamentali strumenti che hanno accompagnato il Paese nel passaggio dal regime fascista alla Repubblica. È sulla base di questa importanza che, nel 1949, Ferruccio Parri fonda a Milano l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, di cui oggi si contano quasi 70 sezioni locali diffuse in tutta la penisola.
Dal 1987 Verona è sede dell’Istituto veronese per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea, fondato dall’attuale direttore Maurizio Zangarini, docente di storia contemporanea all’ateneo scaligero.
L’Istituto nasce con lo scopo di raccogliere, conservare e mettere a disposizione del pubblico il patrimonio documentario inerente la storia dell’Italia postunitaria, con particolare attenzione al periodo fascista e alla Resistenza. Naturalmente è stretto il legame con la realtà locale e, quindi, Verona è al centro dei documenti conservati in sede.
Come la stessa denominazione suggerisce, l’Istituto non vuole limitare il proprio campo di indagine unicamente al periodo della Resistenza: il fine è quello di avere uno sguardo generale sulla storia italiana e fungere da luogo di raccolta per tutti quei documenti che creano tutt’ora tale storia: «Indagare solo sui 18 mesi effettivi della Resistenza non avrebbe alcun senso storiografico», commenta Zangarini, «Ogni evento storico ha delle premesse in ciò che è avvenuto prima e delle conseguenze, perciò i campi temporali di indagine si dilatano».
Dallo scorso dicembre la nuova sede di via Cantarane n° 26, condivisa con Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) e Anppia (Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti), ospita l’intero archivio dell’Istituto, ancora in fase di catalogazione.
A gestire il tutto sono dei volontari, soprattutto insegnanti che, doveri accademici permettendo, si impegnano a garantire, nel periodo scolastico, l’apertura al pubblico una mattina e tre pomeriggi la settimana.
La dotazione libraria dell’Istituto ammonta a quasi 3500 volumi, il 90% dei quali rappresenta una biblioteca unica nel territorio veronese. L’acquisizione di tutto il materiale avviene tramite prestiti o donazioni da parte sia di enti pubblici che di cittadini privati: «Per noi è importante – prosegue Zangarini – raccogliere il maggior numero di documenti. Non cerchiamo necessariamente un originale. Ci basta la copia del documento. Un nostro desiderio sarebbe ampliare il repertorio di immagini, di foto. Purtroppo non ne abbiamo molte. Perciò invitiamo chiunque avesse materiale a mettersi in contatto con noi».
Nell’incontro con l’età contemporanea emerge chiara la difficoltà di analisi e lettura delle fonti: «Il primo problema che si affronta», spiega il presidente, « è quello della critica: quanto c’è di vero e quanto è frutto del momento, di chi scrive, quale la valenza dei termini usati, quale la generale interpretazione delle fonti. Questa difficoltà può essere aggirata attraverso l’incrocio delle fonti, verificando cioè se più documenti descrivono in maniera simile un determinato fatto, garantendo così una certa attendibilità. Ogni parte, ad esempio, tende a sottolineare l’adesione di tutto il popolo alle proprie idee. Quando si legge ciò è un campanello d’allarme di una falsificazione. È palese che nessuna parte in causa potesse avere l’assoluto appoggio di tutto le persone. È chiaramente strumento di propaganda». A ciò si aggiunge il problema della memoria personale: «L’Istituto, raccoglie numerose testimonianze di ex partigiani o altri testimoni del periodo, tutti documenti di grandissima importanza, ma a volte viziati dal punto di vista personale, dal coinvolgimento emotivo che porta a rendere assoluta la propria esperienza». Si tende cioè a generalizzare un fatto personale: «Oppure si dimentica o ci si rende protagonisti di vicende di cui si è stati solo spettatori. La memoria è un campo interessante ma difficoltoso».
Eppure la memoria, nella sua umana contraddizione, rende spesso giustizia a una storia che procede troppo spesso per stereotipi. Mario Rigoni Stern ha scritto uno dei libri più significativi del dopoguerra: Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia dove memoria e storia si saldano diventando un tutt’uno. Stile d’animo e di scrittura che arriva fino all’ultimo meraviglioso libro Stagioni: uomo, memoria e andare del tempo si saldano e si mescolano diventando davvero testimonianza e sapienza di una vita.
Rigoni Stern ha donato all’Istituto di Verona la relazione della Commissione di minoranza sul caso Leopoli. Si tratta di un fatto che ebbe una grande eco in Italia alla fine degli anni Ottanta e che si aprì in seguito a dichiarazioni delle autorità sovietiche che annunciavano di avere scoperto a Leopoli, ora Ucraina occidentale ma un tempo Polonia, alcune fosse comuni in cui sarebbero stati ritrovati i resti di duemila militari italiani (compresi generali, colonnelli e ufficiali inferiori) trucidati nel ‘43. «Venne istituita una apposita Commissione», racconta Zangarini, «con il compito di verificare di chi fosse la responsabilità di quei morti, se i tedeschi o i russi e anche Rigoni Stern venne chiamato a farne parte, in quanto superstite e testimone della campagna di Russia». Poi il caso si chiuse scagionando i tedeschi. Ma la stessa commissione si spaccò in due; una, era appunto di minoranza, nutriva ancora dubbi su una definitiva soluzione della faccenda.
L’archivio dell’Istituto è davvero una galleria di sorprese, almeno per chi non si dedica al lavoro storico come prassi quotidiana. Verbali, comunicazioni, relazioni che nella nostra quotidianità appaiono dettagli di un apparato formale e burocratizzato, diventano fonti di recupero di un periodo, di un appassionante dibattito politico o sociale, di scorci di vita quotidiana. Ci sono le relazioni delle Brigate Partigiane che hanno operato nel veronese, con mappe e descrizioni di ciò che avveniva di giorno in giorno. Interessanti poi i Mattinali, resoconti giornalieri che venivano compilati e inviati ogni mattina dal Questore per tenere informate le dirigenze fasciste della situazione della città, il transito dei treni e l’arrivo di civili o militari in primis, data l’importanza, allora come oggi dello snodo ferroviario di Verona. Poi l’ordine pubblico, l’andamento economico, la disponibilità dei beni di prima necessità, con un’attenzione al prezzo dei prodotti venduti al mercato di Piazza Isolo: nel settembre del ’44 il prezzo di un uovo aveva raggiunto 10,50 lire. Per finire con il resoconto degli spettacoli della sera prima. E c’erano cinema che, allora, si chiamavano «Dux» o «Vittoria» e che ora hanno cambiato nome o hanno chiuso. Davvero ogni sfumatura diventa invito alla curiosità o alla ricerca per ritrovare ciò che si è dimenticato. E la città acquista una nuova fisionomia, più ramificata, con radici profonde. «L’impegno che stiamo portando avanti in questo momento», prosegue Zangarini, «è la sistemazione e la catalogazione degli archivi dei partiti. Abbiamo già ricevuto quelli del Pci e del Pds, siamo in attesa di acquisire quello del Partito Repubblicano ma, piano piano, vogliamo raccogliere gli archivi di tutti i gruppi politici che hanno operato a Verona. Poi speriamo negli archivi dei sindacati. Ma che contributo storico possono dare questo tipo di documenti? «Ci sono i verbali delle sedute e delle discussioni che sono avvenute nelle riunioni nel corso degli anni. Fanno emergere, ad esempio, questioni sociali importanti e dibattute come tutte le azioni di sciopero nella zona della Bassa veronese. In generale contribuiscono a ricostruire, dai diversi punti di vista, l’evolversi delle dinamiche di una società locale».
Non mancano poi gli scritti di personaggi certamente di spicco: I Quaderni di Berardo Taddei, abruzzese di nascita, barbiere e autodidatta. Ha lasciato testimonianza degli interventi del Soccorso Rosso, organizzazione internazionale legata all’Internazionale Comunista fondata nel 1922 con il compito di fornire supporto ai prigionieri comunisti e alle loro famiglie. Oppure il diario di Giovanni Domaschi, anarchico veronese, che fu condannato a 17 anni di prigione e confino. Periodo certo irrequieto dato che la sua opera si intitola significativamente: Le mie prigioni e le mie evasioni, memorie di un anarchico veronese dal carcere e dal confino fascista. Venne infine arrestato dai tedeschi e deportato nel campo di concentramento di Dachau dove morì.
L’Istituto veronese per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea ha dunque lo scopo di fare ricerca e di produrre opere storiografiche che riguardano la realtà locale, dando voce a una molteplicità di fonti, nella convinzione che l’esperienza di una comunità, di un contesto sociale circoscritto, dia un contributo fondamentale alla scrittura di una Storia quanto più completa e significativa per il presente.
Verona e lo smemorato di Collegno. Bruneri o Cannella?
di Cinzia Inguanta
La vicenda dello «smemorato di Collegno» divise per alcuni anni l’opinione pubblica italiana. Tutto ebbe inizio il 26 marzo 1926, quando a Torino fu arrestato un uomo che tentava di rubare un vaso nel cimitero israelitico. Portato in questura non aveva saputo dare le proprie generalità. Non solo, salendo le scale aveva sbattuto più volte la testa contro il muro, tentando il suicidio, come avrebbe detto in seguito. Sottoposto a una sommaria perizia medica, fu inviato al manicomio di Collegno. Dopo circa un anno, il ricoverato aveva riacquistato la salute fisica e mostrava un’indole tranquilla, ma continuava a non ricordare nulla di sé e del suo passato, perciò il direttore dell’istituto decise di far divulgare una sua foto dalla stampa. Fu così che il 6 febbraio 1927 la popolarissima «Domenica del Corriere» pubblicava la foto di uno sconosciuto, ritratto di profilo con questa descrizione: «Nulla egli è in condizione di dire sul proprio nome, sul paese d’origine, sulla professione. Parla correntemente l’italiano. Si rileva persona colta e distinta dell’età apparente di anni 45». Qualche giorno dopo, il 13 febbraio, un’altra fotografia dello sconosciuto era apparsa sull’ «Illustrazione del Popolo» con la sola scritta «Un ignoto». Tra le molte lettere inviate al direttore del manicomio una si era rivelata decisiva. Un certo Renzo Cannella, di Verona, aveva creduto di riconoscere nello smemorato il fratello Giulio, professore emerito di Filosofia, molto conosciuto negli ambienti cattolici, basti pensare che insieme ad Agostino Gemelli aveva fondato, nel 1909, la «Rivista di Filosofia Neoscolastica».
Il «prof.» Giulio era scomparso nel corso della Grande Guerra durante un combattimento in Macedonia, nel novembre del 1916. In seguito al commovente riconoscimento della moglie Giulia, il professore fu affidato alla famiglia. Lo sconosciuto diventa così un «resuscitato» di guerra. La sua figura, oltre ad apparire consolante e lenitiva di un dolore che aveva colpito le migliaia di famiglie dei morti e dei dispersi in battaglia, rientrava perfettamente anche in quel mito della Grande Guerra che il fascismo aveva contribuito a costruire facendone uno dei pilastri del suo «universo simbolico».
La sera del 2 marzo, il colpo di scena. Arrivarono due lettere anonime, la prima alla Questura di Torino e la seconda alla Questura di Verona. Il testo delle missive era il seguente: «State attenti: la persona che si fa passare per il prof. Cannella potrebbe essere il pregiudicato Mario Bruneri». Tre giorni dopo, una lettera analoga giunse anche al vicario generale di Verona, monsignor Manzini, un tempo amico di Cannella.
Le autorità giudiziarie disposero subito le indagini per individuare chi potesse essere l’autore delle lettere e quale fosse il suo scopo.
Anche la famiglia Bruneri, il fratello Felice, la sorella Maria, il figlio Giuseppe, la moglie Rosa Negro e persino l’amante Camilla Ghidini, riconobbero nello smemorato il proprio congiunto: il tipografo torinese Mario Bruneri, un uomo dalla vita alquanto disordinata con una fedina penale non proprio immacolata e con qualche conto ancora in sospeso con la giustizia.
Si aprì un caso giudiziario lungo e complesso che malgrado cinque processi (5 anni d’indagini, 142 deposizioni, 14 perizie) lascia ancor oggi molti interrogativi irrisolti. Non serve sostenere che ai nostri giorni un simile equivoco sarebbe impossibile, perché anche allora la scienza era in grado di accertare l’identità fisica di una persona, ma questo non fu sufficiente.
Per capire quanto furono sofferte le sentenze, si pensi che in Cassazione, il 24 dicembre 1931, la Corte, che giudicava a sezioni unite (15 giudici) si spaccò in due: sette giudici individuarono lo sconosciuto in Mario Bruneri, altri sette lo identificarono come Giulio Cannella. Il presidente D’Amelio si trovò con il compito di sciogliere il nodo. E lo fece dopo aver chiesto all’allora ministro della Giustizia, Alfredo Rocco (il padre del Codice Penale), ancora tre giorni «per rivedere le carte». «Non le concedo nemmeno un’ora», gli avrebbe gridato al telefono il Guardasigilli. «Chiudiamo subito questa buffonata». D’Amelio allora entrò in Sala di Consiglio e disse «Bruneri». Così la giustizia identificò «la persona civica già ricoverata al manicomio di Collegno con il numero 44 170» in Mario Bruneri.
Lo smemorato, dopo il riconoscimento in manicomio della signora Cannella, sostenne sempre fermamente di essere il prof. Giulio Cannella. Il legame stabilitosi tra Giulia Cannella e lo sconosciuto, la nascita di tre figli dalla loro relazione mentre la causa per l’identificazione era ancora in corso, oltre a nutrire l’interesse morboso dell’opinione pubblica, provocarono una violenta campagna condotta in nome della moralità da alcuni quotidiani cattolici. Sembra però che dietro ciò si nascondessero forti interessi economici. Nella relazione fiduciaria dell’informatore di polizia «35», datata 24 gennaio 1928, si riferiva «che a favore del prof. Cannella sarebbe esistito un grosso lascito di cui egli avrebbe dovuto entrare in possesso tornando dalla guerra. In caso di morte sul campo, il lascito sarebbe passato alla Chiesa. Per questo la compagnia di Gesù alimenterebbe ora la campagna dei Bruneriani e ciò spiegherebbe l’atteggiamento contrario alla famiglia Cannella dell’Osservatore Romano e la presa di posizione per la famiglia Bruneri del Momento di Torino e di altri giornali cattolici».
Scontato il suo debito con la giustizia, lo sconosciuto torna a Verona da Giulia che gli è sempre restata vicina. La famiglia Cannella visse una vita difficile, povera e molto ritirata. La realtà della miseria aveva allontanato molta gente. Restarono solo i più fedeli amici, quelli che non avevano mai dubitato. Giulia e lo smemorato decisero di trasferirsi in Brasile e così il 19 ottobre 1933 s’imbarcano sul piroscafo Conte Biancamano. Arriveranno a Rio de Janeiro il 30 ottobre. Lo smemorato anche se in Brasile non rinunciò mai alla sua battaglia, continuò a chiedere di essere pubblicamente riconosciuto per poter esistere.
Il 12 dicembre 1941, a 55 anni muore a Petropolis l’uomo riconosciuto dalla giustizia italiana come Mario Bruneri.
La sua battaglia però non era finita, perché altri dopo di lui continuarono a lottare per la sua causa. Nel 1964 Beppino Cannella, figlio di Giulio, sostenne pubblicamente in una conferenza stampa che lo smemorato di Collegno identificato per Mario Bruneri, era in realtà Giulio, suo padre. Nel 1970 per la serie «Processi a porte aperte», furono mandate in onda due trasmissioni che i figli di Felice Bruneri, fratello di Mario, cercarono invano di bloccare come lesive della sua memoria. In contemporanea arrivò alla Rai la protesta firmata da trecento veronesi capeggiati da don Germano Alberti. Il 10 luglio di quell’anno il cardinale Segretario di Stato, Giovanni Benelli, in una lettera ufficiale, precisò che la Chiesa riconosceva nello sconosciuto di Collegno, non Bruneri, bensì Giulio Cannella e che pertanto i figli nati dalla coppia erano da considerarsi legittimi.
Questa storia fu subito definita «pirandelliana», con essa infatti, l’identità «unica» della persona si era rivelata improvvisamente illusoria, l’«io» risultava sdoppiato nel divario tra il desiderio e il possibile, tra ciò che si vorrebbe essere e come gli altri ci vedono. L’enigma di chi fosse veramente lo smemorato, non ha mai potuto essere sciolto se non, forse, da una battuta dello stesso Pirandello: «Io sono colui che mi si crede».
Dal manicomio di San Giacomo le lettere mai spedite dei sepolti vivi
di Elisabetta Zampini
Se è vero che la ricerca storica si è sempre dedicata allo studio sistematico delle fonti, alla lettura e interpretazione dei documenti, è vero anche che si registra negli ultimi tempi un incremento di progetti significativi tesi al recupero e riordino di materiali risalenti al secolo da poco concluso. Documenti solo in apparenza «minori», fondamentali per dare una maggior completezza di angolature e di punti di vista nella restituzione di un’epoca, di un momento di storia vissuta.
In tal senso emblematico è il caso dell’Archivio storico del manicomio di San Giacomo. Questo materiale cartaceo, prima disperso in varie sedi e malamente conservato, ora è ospitato in una delle poche tracce edilizie rimaste a testimoniare la presenza del manicomio nell’area dove poi è sorto il Policlinico di Verona. Si tratta di un basso edificio giallo, sede del Centro di Psichiatria e Psicologia Clinica. Qui lavorano il dottor Renato Fianco e la dottoressa Fedele Ferrari, incaricati della gestione della biblioteca del centro e del recupero e riordino di tutto il materiale recuperato.
«Si tratta dell’archivio delle degenze», spiega Fianco, «che si affianca a quello amministrativo che si trova ad Occhiobello, fonte utile per ricostruire la storia, il costituirsi e l’evoluzione della realtà del manicomio». Fianco ha dedicato uno studio accurato all’archivio amministrativo pubblicato per la Cierre edizioni con il titolo «L’asilo della maggior sventura» dove si segnano le tappe della nascita e dello sviluppo dell’istituzione manicomiale di Verona, i rapporti non sempre sereni con le istituzioni, le questioni di gestione quotidiana di questa città nella città.
«Abbiamo recuperato un numero davvero consistente di cartelle cliniche, di registri di entrata dei ricoverati dall’anno di apertura fino alla chiusura, quindi dal 1880 al 1981», spiega lo studioso. «Le cartelle cliniche contengono poi i materiali più svariati: diagnosi, lettere, fotografie, disegni...».
Sta in questa ricchezza e varietà di materiali l’interesse storico dell’archivio. Perciò il progetto di recupero è stato subito accolto e sostenuto da un gruppo importante di partners, l’Università (nello specifico il dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica e il dipartimento di Discipline storico, artistiche, archeologiche e geografiche), la Provincia, il Comune, l’Ulss. «Infatti – continua Fianco – è stato costituito un comitato culturale che ha il pregio di unire competenze e realtà diverse che agiscono sul territorio, sia dal punto di vista culturale e sociale. Questo a testimoniare l’impegno verso la costruzione di una memoria storica per la città. Del resto nelle altre città italiane che avevano ospitato manicomi già da tempo sono iniziati lavori di valorizzazione e di riappropriazione storica dei luoghi; penso ad esempio alla struttura delle isole di San Servolo e San Clemente a Venezia».
La disponibilità di un ordinato materiale diventa poi un terreno fertile per studi, ricerche, approfondimenti, riflessioni. L’archivio permette cioè di ricostruire la vita, le giornate, il sentire dei ricoverati e anche di ripercorrere la storia della psichiatria nella sua sempre più legittima evoluzione, dall’utilizzo estremo come strumento di contenimento sociale nei confronti di individui scomodi, alla promozione del benessere del singolo all’interno del proprio contesto sociale ed umano. Le fonti manicomiali portano inoltre nuovi contributi e arricchiscono quella che siamo soliti considerare «Storia», quella cioè dei grandi eventi.
Maria Vittoria Adami ha aperto una finestra in questa direzione con la sua tesi di laurea in Storia, ora pubblicata dalla casa editrice Il Poligrafo di Padova con il titolo «L’esercito di San Giacomo. Soldati e ufficiali ricoverati nel manicomio veronese (1915-1920)». Maria Teresa ha spulciato con passione, una ad una, le cartelle cliniche quando si trovavano ancora semi dimenticate in un buio scantinato dell’ospedale di Marzana. E ha trovato un tesoro di testimonianze umane. Molti furono i ricoverati a seguito della guerra.
La Grande Guerra fu un dramma, non solo dal punto di vista del numero delle vittime ma anche perché condotta in modo diverso e devastante: «C’era la convivenza forzata in trincea con i vivi e con i morti», spiega la Adami, «interrotta da assalti frontali alla baionetta, l’uso degli aerei... I soldati ricoverati si trovavano per lo più in stati confusionali o depressivi, altri invece erano aggressivi o in preda a continue allucinazioni sempre di stampo bellico. La cosa interessante è che i medici, nonostante questa stretta relazione, non individuavano nella guerra la causa dello stato di questi pazienti, ma facevano risalire il tutto a una predisposizione, a un difetto originario. La causa cioè era nel singolo e non in ciò che gli accadeva intorno. Quasi a volere scagionare la guerra dalle sue responsabilità».
Giovanni scrive: «Mia adorata sorella, uscito dall’ospedale il giorno 26 luglio mi mandarono al Manicomio. Figurati, questo era il colpo di grazia, dopo tutto quello che ho passato finora. Chissà che tengono in testa, date le informazione avute dal Reggimento e dall’Ospedale. Dove i pochi mesi di soldato li ho passati in continue ribellioni come sai. E qui dato tutto questo mi ritengono, forse, un pazzo furioso».
E dunque nelle lettere il tema della guerra ritorna come riflessione su ciò che si è visto, provato: «C’era la paura di tornare al fronte», prosegue la Adami, «la paura di essere accusati di diserzione, ma nello stesso tempo anche una sorta di vergogna per non essere riusciti a resistere alla guerra, per non essere stati bravi soldati, così come la propaganda chiedeva. Dall’altra parte c’erano anche quelli che davvero si fingevano matti per evitarla, la guerra; erano i simulatori. I medici avevano il compito di stanarli. Qualcuno si tradì proprio con delle lettere ai familiari in cui si rivelava l’inganno».
Comunque sia, simulazione, diserzione o fuga nella follia, emerge un sentimento «dal basso» di rifiuto della guerra, senza i toni eroici o «interventisti» di un certo patriottismo. L’altra faccia della guerra, nella sua cruda quotidianità, nel suo esserci dentro e patirla. E anche il volto dei soldati diventa meno stereotipato e si carica di sentimenti, emozioni, vita. A quei soldati «senza medaglia» viene restituita una dignità umana: «L’orribile guerra – scrive Angelo nel 1917 – continua più che mai la distruzione di cose innocenti... e dove mai si vuol arrivare con questo continuo spargimento di sangue? Auguriamoci che la fratellanza trionfi sull’egoismo spietato, che è quanto dire: Che l’umanità trionfi sulla barbaria e che ritorni presto la, purtroppo già tardiva, tanto desiderata pace».
Nel manicomio di San Giacomo in tanti attendevano la fine del conflitto, molti fornivano personali soluzioni. Come il soldato di 29 anni che progettò una macchina da guerra a suo dire risolutiva. Nella cartella clinica, ripiegato, è stato trovato il progetto del terraereo o currus aereo, un aereo capace di volare e di viaggiare anche a terra che avrebbe deciso in breve tempo le sorti della guerra, ovviamente a favore dell’Italia. Se la guerra terminava, tutti se ne potevano tornare finalmente a casa, questo era il desiderio più grande.
Non era sufficiente la terapia che prevedeva il lavoro manuale, specialmente nei campi che circondavano gli edifici di San Giacomo, a far passare la noia della giornate. E le lettere sono indirizzate ai familiari, agli amici e, quando non c’erano altri appigli, al Re, o a altre personalità con ruoli importanti: «Io mi trovo ancora nel manicomio di Verona», scrive di nuovo Angelo con straordinaria lucidità al Primario del Manicomio di Lucca, «e non so né come né quando ne uscirò. Temo di essere vittima d’una misteriosa fatalità... Ad ogni modo conosco bene di essere un misero in pugno ai potenti e sono rassegnato alla volontà e ai capricci dei medesimi... Avvenisse presto il giorno da me tanto desiderato nel cui potessi allontanarmi da questo continente che mi ha fatto tanto soffrire e ritornare nel mio paese il Brasile fra i miei cari lontani...».
Tutte le lettere sono cariche di una umanità commovente in questo desiderio di non perdere i legami con l’esterno, nel rassicurare anche che non si era pazzi davvero, «non mattirò» dichiara Giovannino alla moglie Carmelina, nel sottolineare che presto ci si potrà rivedere, nell’invito a fare qualcosa per farlo uscire, nella preoccupazione per le mogli o i figli, nel timore di essere abbandonati. Sentimenti e stati d’animo amplificati d’intensità, di dramma, o di pietà, dal fatto che quelle lettere, proprio perché sono state ritrovate nelle cartelle cliniche, non arrivarono mai a destinazione. Testimonianze preziose per il nostro sguardo presente, comunque voci senza i loro sperati interlocutori. Dall’altra parte i familiari non sempre avevano piacere che si sapesse in giro dove fosse finito il proprio caro; il manicomio era una vergogna e la cosa veniva il più possibile nascosta: «Una famiglia pregò di non usare “le buste stampate” con l’intestazione di San Giacomo», racconta la Adami, «una ragazza spiegava che aveva spedito al suo fidanzato una lettera non dal suo paese ma da Padova in modo che nessuno potesse scoprire la situazione».
Ora invece si registra una tendenza opposta. Un bisogno di riconciliarsi con un parente che era stato ricoverato a San Giacomo, un bisogno di riabilitarlo, di riprendere in mano queste linee di affetti interrotte, volutamente: «Da quando si è sparsa la notizia della sistemazione dell’archivio, spiega la Ferrari, «molte persone sono venute a chiederci la possibilità di accedere alle cartelle cliniche dei familiari, dei nonni o delle nonne. Sentono il desiderio di riappacificarsi con queste figure su cui era calato per lunghissimo tempo il silenzio». Sono ancora in vita alcuni ex pazienti di San Giacomo, alcuni infermieri, delle suore che prestavano servizio nel manicomio, le famiglie dei ricoverati. La prossima tappa di questo recupero di memoria è dedicata proprio a loro, alle fonti orali, alle testimonianze dirette. L’invito è rivolto soprattutto al mondo dell’Università, a future tesi di laurea o di dottorato. Nella direzione di una storia fatta del rigore di un metodo insieme alla vita vissuta e scritta magari in un italiano semianalfabeta o nella lingua di casa, del paese. Una storia, forse, meno lineare e scontata ma più completa, più complessa, più partecipata.
Il Concilio di Verona e la condanna degli eretici. Fu indetto nel 1184 da papa Lucio III
di Elisabetta Zampini
«Il Medioevo inventa tutte le cose con cui ancora stiamo facendo i conti: le banche e la cambiale, l’organizzazione del latifondo, la struttura dell’amministrazione e della politica comunale, le lotte di
classe e il pauperismo, la diatriba tra Stato e Chiesa, l’università, il terrorismo mistico, il processo indiziario, l’ospedale e il vescovado, persino l’organizzazione turistica, e sostituite le Maldive a Gerusalemme o a Santiago de Compostela e avete tutto, compresa la guida Michelin». Così si esprimeva Umberto Eco in Dieci modi di sognare il medioevo. Molto dunque accadde. Novità e contrasti. Il rapporto con “l’altro” messo continuamente alla prova. In quel periodo più volte la storia di Verona si intrecciò ad accadimenti che ebbero un risvolto europeo e conseguenze molto più ampie nel tempo e nello spazio. Fra il 1181 e il 1185 il papa Lucio III, al secolo Ubaldo degli Allucingoli, pose qui la sua sede, dopo la fuga dalla turbolenta Roma e nel 1184 vi aprì un Concilio.
Il 1184 è una data importante. Segue la Pace di Costanza che portò a una tregua nelle lotte tra l’Impero e le autonomie locali. Federico Barbarossa riconobbe ai comuni i loro diritti in ambito amministrativo e, in parte, anche politico. Si creava anche una tregua nei rapporti tra il papa e l’imperatore. Erano queste, infatti, le due autorità su cui si imperniava l’organizzazione del mondo europeo così come si presentava dopo la caduta dell’impero romano. Entrambe unite dal comune vincolo della cristianità. Entrambe ritenute legittime e fatte risalire a Dio. Il problema stava nel trovare i limiti tra potere spirituale e temporale.
A Verona, nell’autunno del 1184, il Barbarossa sedeva accanto al papa nella basilica di San Zeno all’apertura del Concilio, sotto lo sguardo soddisfatto dell’allora vescovo di Verona Ognibene. La vicinanza tra papa e imperatore era segno, almeno in quell’occasione, di una ritrovata (e studiata) concordia. Basta però cambiare il punto di vista per ritrovarvi l’inizio della lunghissima discordia tra la Chiesa e i movimenti religiosi pauperistici, quelli almeno che furono giudicati eretici. Si noti che il termine eretico non è storico ma è il modo in cui gli oppositori hanno definito, con valenza negativa, gli altri. Catari, Patarini, Valdesi e altri movimenti vennero condannati. Nel decretale “Ad abolendam diversarum haeresium pravitatem”, si stabilirono le premesse dell’inquisizione: si decretò la condanna di eresia e quindi la scomunica per chi nei gesti e nelle parole manifestasse un costume religioso non conforme alla dottrina cattolica. I vescovi ricevevano inoltre l’ordine di ricercare gli eretici. L’eretico pentito e confesso sarebbe stato lasciato in pace. In realtà si trattava di movimenti popolari che non volevano tanto soffermarsi, almeno agli inizi, su questioni teologiche; avevano piuttosto una valenza spirituale, di rinnovamento dello spirito religioso cristiano e di rivendicazioni sociali, rifiutavano l’ostentazione del potere, del lusso, la dimensione temporale di cui si era rivestita la Chiesa. Indagini storiografiche più raffinate hanno poi sottolineato come dietro questo movimento religioso di riforma ci fossero anche moventi economici, politici e sociali che facevano leva sul malcontento di una diffusa povertà. Nel XII secolo la società si apriva. Smessi gli abiti difensivi del castello asserragliato per controllare i continui arrivi dei popoli del Nord, le città cominciavano a brulicare di attività artigianali. La produzione aumenta e di conseguenza anche il commercio e Verona non è da meno. In questo secolo si consolida una tradizione manifatturiera che farà diventare la città, nei due secoli successivi, il centro produttivo laniero più importante del Veneto. Ciò favorito dalla sua posizione geografica, vicina a due vie d’acqua allora fondamentali: l’Adige e il Po. Riprendono dunque con più frequenza i viaggi delle merci e, insieme, delle persone.
Le idee mutano man mano che nella quotidianità si aprono spiragli nuovi. Si creano visioni indipendenti. Si cerca credito. Riconoscimento. Autonomie. Si è contro i privilegi che favoriscono solo alcuni uomini, alcune famiglie. In effetti questi movimenti nascono un po’ dovunque, ma fioriscono soprattutto dove si è manifestato un più rapido sviluppo economico e perciò diventa più evidente e «stridente il divario tra le condizioni degli sfruttati e quelle dei privilegiati».
Sia Pietro Valdo, a Lione, che Francesco ad Assisi appartengono a due ricche famiglie mercantili e decidono di rinunciare a tutto per un rinnovamento interiore e religioso. Si votano alla povertà, usano come lingua il volgare per incontrare la gente. A Verona si attesta soprattutto la presenza di Catari e Patarini ma è probabile che fossero presenti anche dei Valdesi. Per gli inquisitori gli eretici erano «rustici et illetterati, idiotae e sine litteris» e ciò non diceva solo un dato di fatto, e cioè la diffusione di questi movimenti religiosi specialmente (ma non solo) tra il popolo, che «non sapeva di latino», quanto un timore per l’affiorare di una cultura diversa da quella ufficiale.
La paura ha il suo antidoto nella conoscenza e nell’incontro. L’altro diventa scoperta, ricchezza, opportunità. Nell’ambito della Chiesa cattolica ciò prende il nome di movimento ecumenico che ha avuto un significativo impulso dopo il Concilio Vaticano II, chiuso da Paolo VI, l’8 dicembre 1965 (l’anno scorso ricorreva il quarantesimo anniversario della chiusura dei lavori conciliari). Iniziarono o ebbero maggior riconoscimento anche movimenti laicali che avevano come finalità proprio quella di favorire il dialogo religioso per superare le divisioni e aspirare al recupero dei valori comuni. Ne è un esempio il Sae, Segretariato attività ecumeniche, attivo anche a Verona.
Storia dei Boy scout a Verona. Un profilo a 100 anni dalla fondazione
di Giovanni Drogo
Verona, anno 2004. Un sabato pomeriggio di aprile, lungadige San Giorgio, di fronte ai bastioni austriaci. Due giovani di poco più di vent’anni, in camicia azzurra, calzoni corti, foulard giallo al collo, hanno schierati di fronte, a quadrato e divisi in gruppetti, una trentina di ragazzini, vestiti come loro. Consegnano ai più grandicelli una cartina topografica e dettano istruzioni: classificare piante, animali e oggetti trovati lungo un percorso da compiere in collina; tracciare uno schema della strada compiuta. Poi via a piedi, con i gruppetti delle Aquile, delle Tigri e dei Falchi in direzioni diverse.
Verona, anno 1915. Un sabato pomeriggio di aprile, lungadige San Giorgio, di fronte ai bastioni austriaci. Due giovani di poco più di vent’anni… Sembra impossibile, ma eppure è così. La scena è la stessa. I “boy scout”, i ragazzi esploratori, c’erano allora come oggi. Ed erano già “pronti a partire” per le loro esplorazioni e avventure all’aria aperta. Quei ragazzi erano tra i primi seguaci, in Italia, della grande idea del generale Robert Baden - Powell (1857-1941) un generale dell’esercito inglese che fonda, nel 1907, i boy scout.
“B.- P.”, come gli scout hanno sempre chiamato il fondatore, è stato ufficiale in India e in Sud Africa. Come graduato e addestratore di soldati, aveva redatto manuali di esplorazione e di orientamento, spesso attingendo dalle usanze e dalle tecniche manuali e di sopravvivenza che aveva “rubato” alle tribù indigene delle colonie britanniche. Tornato in patria ai primi del Novecento dopo varie esperienze di guerra, constatando la difficoltà che incontravano i bambini, i ragazzi e i giovani della sua città, Londra – povertà, igiene trascurata, carenze educative, alcolismo e devianza a livelli preoccupanti – pensa di dedicarsi a loro, per formare il loro carattere e fare sì che possano diventare buoni cittadini, utili e se stessi e alla patria.
Baden-Powell è concreto. Sa che i ragazzi hanno bisogno d’avventura, di sana competizione, vogliono sognare e realizzare i sogni e magari essere un po’ alternativi. E chi propone loro l’avventura, il capo, deve dare per primo l’esempio, come un fratello maggiore. Ecco l’idea, allora: proporre ai ragazzi le tecniche che aveva insegnato ai giovani soldati esploratori, con qualche aggiunta, trasformandole in occasioni per i ragazzi di imparare divertendosi, di stare insieme nella natura. Con un obiettivo: formare il carattere, facendo leva sul 95 per cento di buono, il senso civico e la fratellanza.
Un libro, diventato un best seller, Scouting for boys, cioè “Scautismo per ragazzi”, scritto e illustrato da B.-P., è la bibbia di questi insegnamenti: orientamento e topografia, vita nei boschi, marciare con qualsiasi tempo, dormire all’aperto, cucinare alla trapper sul fuoco, costruire ponti in corda e palafitte, osservare e conoscere le piante, gli animali e le stelle, canto e tecniche espressive, esercizi ginnici.
Baden Powell mette in pratica questo metodo empirico per la prima volta in un campo estivo all’isola di Bronwsea. Vi partecipano ragazzi di tutte le estrazioni sociali. Sono loro i primi boy scout. Vengono divisi in pattuglie, con un capo, all’interno delle quali ognuno ha un incarico preciso. Una Promessa e una legge di 10 articoli invitano lo scout a essere leale, laborioso ed economo, altruista, a sorridere e cantare anche nelle difficoltà, a meritare fiducia, a servire Dio e la patria. B.-P piano piano trova dei collaboratori adulti: sono loro i primi capi.
L’idea di B.- P. ha un successo strepitoso e comincia a diffondersi in tanti Paesi del mondo tra cui l’Italia, in maniera organizzata. Dopo varie esperienze embrionali, tra cui i Rei, Ragazzi esploratori italiani, a partire dal 1910, la prima associazione scautistica a costituirsi, nel 1912, è il CnGei, il Corpo nazionale giovani esploratori italiani, di impronta aconfessionale, seguita nel 1916 dall’Asci, l’Associazione scout cattolici italiani. Si tratta sin qui di esperienze riservate soltanto ai maschi, di età 11-16 anni. Più tardi, però, si svilupperanno anche l’Ungei, nel 1927, l’Unione nazionale giovani esploratrici italiane, il parallelo in femminile del CnGei.
A Verona la sezione del CnGei si costituisce il 28 aprile 1915 e nei giorni successivi cominciano le prime esercitazioni di segnalazione e topografia e i campeggi estivi, sulle colline di Avesa e i servizi civici. I ragazzi impegnati sono in prevalenza adolescenti. Il 18 luglio 1915 i Gei veronesi prestano il loro giuramento all’interno dell’Arena, in una cerimonia a cui assistono quasi 15mila persone. Il 14 novembre 1915 Verona viene bombardata da aerei austriaci: muoiono 35 persone. Gli scout del CnGei accorrono subito per prestare soccorso in piazza Erbe, lungadige Sammicheli e in piazza Cavour dove coadiuvano i soccorsi. Per quest’opera, nel 1916, dinanzi all’altare della Patria, a Roma, il principe ereditario Umberto II di Savoia (anch’egli iscritto negli scout) decora la bandiera della sezione di Verona con la medaglia d’oro della Fondazione Carnegie, per atti di eroismo.
Ma in città e poi in provincia comincia a organizzarsi anche l’attività scautistica dei cattolici. Il metodo scout, questo è il senso del loro impegno, può essere una strada per diventare buoni cittadini ma anche buoni cristiani. Domenica 11 marzo 1923, nella chiesa di Sant’Anastasia, vengono inaugurati i primi cinque riparti di scout cattolici dell’Asci scaligera. Il primo campo scout viene organizzato dal riparto San Marco Verona XV, con sede alla parrocchia di San Tomaso, a Ferrara di Monte Baldo, in settembre. I riparti Asci hanno sede a San Tomaso, al patronato delle Stimate, nelle parrocchie di Sant’Anastasia, San Fermo, San Giuseppe Fuori le Mura Verona e Sant’Eufemia.
Le organizzazioni scautistiche italiane e veronesi, parallelamente allo sviluppo del movimento scout internazionale sempre guidato da Baden - Powell, strutturano la loro proposta educativa per diverse fasce di età. Oltre a quella classica degli adolescenti, 11-16 anni, ci sono i Lupetti, bambini dai sette ai 10 anni che giocano dentro la storia del Libro della Giungla, di Kipling, e poi i Rover, 17-20 anni, orientati maggiormente al servizio civico. Dopo quella età, le associazioni danno la possibilità a chi vuole, di diventare capo, responsabile quindi di un gruppo di ragazzi, dopo un percorso di formazione.
Ma lo scautismo italiano ha un prima e un dopo. Il regime fascista nel 1928 fa sopprimere l’Asci, il CnGei e l’Ungei: per i giovani deve esserci soltanto l’Organizzazione nazionale Balilla, dice Mussolini. Ma, se le associazioni vengono sciolte, in realtà lo spirito scout non muore e le stesse attività sopravvivono in forma clandestina. A Roma, intanto, nel 1943, nella catacombe di Priscilla, prestano la loro promessa alcune ragazze, che danno vita all’Agi, l’Associazione guide italiane, di matrice cattolica.
È tale l’entusiasmo e le voglia di ripartire, dopo la tragedia della seconda Guerra mondiale, che pochi giorni dopo il 25 Aprile, giorno della Liberazione, lo scautismo risorge, anche a Verona. Ai primi di maggio si riuniscono in via Oberdan 10 vecchi capi dell’Asci e dirigenti dell’Azione cattolica e ridanno vita al movimento scautistico costituendo le prime unità e il commissariato di zona (commissario è Mario Tommasi) che coordina l’attività a livello provinciale.
La sezione di Verona del CnGei rinasce invece attorno a un gruppo di “vecchi lupi” come Amistà, Besuschio, Gasdia, Gronich, Perpruner, Rimini, con il sostegno di Howard R. Patton, direttore nazionale del Wwf e del maggiore Prinsloo, al seguito delle truppe americane di occupazione in stanza a Verona e addetti al collegamento scout. Prende piede anche l’Agi, che si organizza in città e provincia con nuove dirigenti e assistenti ecclesiastici.
Dal secondo dopoguerra in qua lo scautismo ha un boom, in Italia come a Verona, espandendosi con unità e gruppi in maniera capillare, anche in attività come la protezione civile e nella solidarietà. Nel 1974 Asci e Agi si fondono, dando vita all’Agesci, l’Associazione guide e scout cattolici italiani (maschile e femminile), che ha raggiunto i 200mila iscritti, di cui circa cinquemila a Verona. Anche Cngei e Ungei si fondono, e Cngei ora sta per Corpo nazionale giovani esploratori eploratrici italiani, presente nel Veronese con tre sezioni, Verona 1, Verona 3 e San Martino Buon Albergo, in tutto quasi 400 iscritti. Non è presente a Verona una terza associazione scautistica, gli Scouts d’Europa, che pure hanno raggiunto in Italia i 18mila iscritti.
Fra tre anni, nel 2007, cadrà il centenario della fondazione del movimento. In un secolo, decine di milioni di ragazzi e ragazze hanno giocato il grande gioco dello scautismo, provando, umilmente, a migliorare se stessi per essere utili a sé e al proprio Paese. Baden - Powell, «Lupo che non dorme mai», come lo chiamavano gli indigeni del Sud Africa, può andare fiero della sua idea.
Delitti e misteri. Isolina, trovata a pezzi in Adige
di Cinzia Inguanta
Il 16 gennaio 1900 verso le 7 nelle acque gelide dell’Adige vengono ritrovate diverse parti del corpo di Isolina Canuti, 19 anni. Mancano la testa, le gambe e le braccia. Varie tracce sembrano portare al tenente degli alpini Carlo Trivulzio, 25 anni, amante della vittima e alla levatrice Friedman. Arrestati, vengono poi prosciolti. L’unica condanna che verrà emessa sarà quella a 23 mesi di reclusione per il direttore del giornale Verona del Popolo, Mario Todeschini, colpevole di aver chiesto giustizia per il fatto.
Verona 16 gennaio 1900. Due lavandaie, Maria Menapace e Luigia Marconcini, mentre sono chine ad insaponare le lenzuola nelle acque dell’Adige sotto il ponte Garibaldi, scorgono un sacco impigliato tra sterpi e siepi. «Sarà carne inferior, per frodar el dazio», questo è il primo pensiero delle donne, come risulta dalla loro testimonianza. Quel sacco nasconde invece, come scoprono qualche istante più tardi, i resti straziati di una giovane donna uccisa, fatta a pezzi ed infine buttata a fiume come uno scarto qualsiasi.
La vittima, una popolana di diciannove anni, è Isolina Canuti, figlia di felice Canuti, impiegato da 25 anni nell’amministrazione di una grossa azienda, la Tressa. Al momento della morte la ragazza era incinta di quattro mesi. Chi e perché ha compiuto un simile delitto? La città è in allarme, la popolazione si sente coinvolta da questo delitto. Comincia la caccia all’assassino. In molti scandagliano il fiume per ritrovare la testa della donna che sarà recuperata solamente il 24 dicembre nei pressi di Ronco all’Adige. Le prime indagini su questo delitto, che tiene con il fiato sospeso tutta l’Italia sono condotte dal questore, cavalier Cacciatori. Carlo Trivulzio, il sospetato, è un tenente del Sesto Alpini, che aveva preso in affitto una stanza in casa Canuti, al 25 di via Cavour, e intrattenuto una relazione amorosa con Isolina. Trivulzio apparteneva a una famiglia nobile di Udine, era ricco e stimato sia dai commilitoni che dai superiori. Il giovane ufficiale ammette di essere stato l’amante della ragazza e di essere al corrente del suo stato di gravidanza, ma respinge ogni accusa e nega anche di averla esortata ad abortire.
Dopo ulteriori indagini, che portano alla scarcerazione di Trivulzio, il questore di Verona si dimette, c’è chi vorrebbe mettere tutto a tacere. Perché?
Nel 1900 Verona era una città di guarnigione in cui i militari, che erano quasi più numerosi dei civili, si sentivano i veri figli della città. Erano anni politicamente difficili. L’Italia era divisa tra ricchi e poveri, nobili e plebei, militaristi e pacifisti, socialisti e conservatori. Era terminata da poco, con una costosa sconfitta, la Guerra d’Etiopia. Scioperi e agitazioni erano repressi violentemente, soprattutto a Milano dov’era avvenuta una vera carneficina durante le quattro giornate dal 6 al 9 maggio 1898 quando il generale Bava Beccaris, per ordine del re Umberto I, aveva soffocato nel sangue i tumulti. Le Università erano state chiuse, come le camere del Lavoro, e in un clima di tensione e repressione il generale Pelloux, chiamato al governo da un re impaurito e tentennante, pensava di dirigere il paese con i poteri speciali e decreti regi.
In questa atmosfera di tensione e paura, tutti sembrano voler dimenticare, tutto viene bruciato velocemente. La gente vuole divertirsi e a Verona la situazione non è da meno. La città offre molte possibilità di svago, ci sono ben sei teatri: il Filarmonico, il Ristori, il Manzoni, il Drammatico, l’Arena ed il Gambrinus.
Isolina, sarebbe stata presto dimenticata, la sua vicenda sarebbe diventata uno dei tanti casi insoluti, se non fosse per Mario Todeschini, deputato socialista e direttore del giornale Verona del Popolo. Prima con una interrogazione al Parlamento e poi con una serie di articoli provocatori, Todeschini mette alle strette Carlo Trivulzio costringendolo a uscire dal silenzio nel quale si era rifugiato. Le provocazioni del giornalista insieme alle nuove scoperte sul caso costringono l’ufficiale a querelare Todeschini: non farlo sarebbe stato come ammettere la propria colpevolezza. In questo modo si arriva finalmente a un processo, ma non contro il presunto assassino, bensì per diffamazione contro il deputato socialista.
L’opinione pubblica si divide, i giornali si schierano: Il Gazzettino e Verona del Popolo dalla parte di Isolina e del Todeschini, L’Arena, Verona Fedele, L’Adige, Il Resto del Carlino e La Stampa dalla parte di Trivulzio e dell’esercito. Il Corriere della Sera si tiene in una posizione di mezzo, a volte interessato alla scoperta della verità, a volte trascinato dall’onda portante del perbenismo.
É una piccola storia quella di Isolina, quasi scontata, quella di una ragazza che rimasta incinta dell’amante, spera di riuscire a sposarsi. Durante una cena alla Trattoria del Chiodo, al 9 di vicolo Chiodo, la giovane donna in stato di evidente ubriachezza, viene fatta abortire con violenza, ma nel corso dell’operazione muore e qualcuno la fa a pezzi. Tutti gli indizi portano a un gruppo di ufficiali, amici di Trivulzio. Lo stesso questore della città è convinto della colpevolezza dei militari. Per far assolvere il Trivulzio, in mancanza di meglio, gli avvocati dell’accusa mirano a far apparire Isolina «leggera», una che la morte se l’è peggio che cercata, «se l’è voluta». A questo bastano una vicina di casa animata da qualche risentimento, i pettegoli, i bigotti, la retorica, i finti moralismi. L’intera vicenda viene così politicizzata, lo stesso Capo di Stato Pelloux lascia intendere di tenere molto all’esercito, e di preferire, lui pure, che tutto venga sepolto.
Il processo termina con la condanna per diffamazione nei confronti di Todeschini. Lo stabilisce la sentenza del 31 dicembre 1901: «In seguito a tutte queste osservazioni il Collegio dichiara colpevole l’onorevole Mario Filippo Todeschini del delitto di diffamazione continuata per mezzo della stampa in danno di Trivulzio Carlo, coll’aggravante della recidiva generica e col beneficio delle attenuanti generiche, lo condanna alla reclusione per la durata di 23 mesi e 10 giorni e alla multa di L. 1458. Lo condanna inoltre al pagamento delle spese processuali, della pubblicazione della sentenza, al risarcimento danni».
Delitto senza castigo, per il colpevole mai condannato; castigo invece per chi ha mosso le acque. Del resto Isolina è figlia di un impiegato, un poveruomo che s’arrangia dando in affitto qualche camera agli ufficiali di passaggio; Trivulzio proviene invece da una famiglia nobile e ricca, e poi cosa conta la vita di una ragazzina semplice e povera di fronte all’onore dell’esercito? Ed è quello che alla fine viene salvato, contro tutte le evidenze. Isolina vittima in una storia in cui i veri protagonisti sono la ferocia e il conformismo.
Quando nei libri liturgici della Biblioteca Capitolare fece capolino la musica
di Nicola Guerini
La Biblioteca Capitolare di Verona nasce dalla Schola Sacerdotum Sanctae Veronensis Ecclesiae (il Capitolo della Cattedrale), che aveva il compito di preparare i nuovi sacerdoti oltre a prestare servizio liturgico in Duomo. Per soddisfare questo impegno era necessaria un’officina di produzione libraria per la liturgia e per la cultura varia. Si creò quindi lo “Scriptorium”, risalente al secolo V d.C. come dimostra la testimonianza rappresentata da un “Lettore” della Cattedrale, Ursicino, del primo agosto dell’anno 517, durante la dominazione degli Ostrogoti.
La produzione libraria fu particolarmente ricca già nel VIII, IX e X secolo grazie all’opera dell’Arcidiacono Pacifico che scrisse 218 codici e del vescovo di Verona Raterio, che definì la città “L’Atene d’Italia”. Successivamente, tra i secoli IX e XIV, la produzione si arricchì di libri liturgici con notazione musicale documentato dal suo principale autore, Stefano, cantore della Cappella musicale. Sono infatti conservati antichi codici liturgici contenenti i testi con nessun elemento di notazione o con indicazioni musicali già evolute, come quelli di San Isidoro risalente al V secolo. Altri esempi sono dati da una raccolta di preghiere, che venivano intonate, dal “Messale cum notis musicis”, e da un Antifonario con chiara notazione diastematica, e cioè la capacità di indicare con le note l’ampiezza degli intervalli melodici. Di grande interesse sono gli “Hiymni et Capitula cum notis musicis” che presentano il vero sistema musicale inventato da Guido d’Arezzo, monaco e musico dell’abbazia di Pomposa del secolo XI: sul manoscritto infatti è tracciato il rigo rosso per il suono “fa” e in giallo per il suono “do”. Infine sono presenti un gruppo di 17 Corali miniati nella scuola di Turone de Maxio da Cammago, che nel 1356 abitava a Verona in contrada San Michele alla Porta. La musica dei vari Vesperali, Graduali e Mattutinali è l’espressione del canto gregoriano che viene adottato ormai ufficialmente per tutto il XIV secolo. Tra i numerosi manoscritti è importante ricordare il Codice “S.Agostino – De civilitate Dei” (sec. V), il “Sacramentarium Wolkfangi”(sec. X) proveniente da Ratisbona, e il “Mozarabico”. Quest’ultimo fu scritto in Ispana e arrivò a Verona nel secolo VIII, dopo essersi fermato a Cagliari e a Pavia. A Verona poi fu aggiunto alla pergamena, come prova di penna, il famoso indovinello: “Separeba boues alba pratalia araba et albo uersorio teneba et negro semen seminaba”. Nel XIV secolo la Biblioteca Capitolare ospitò il Petrarca, il quale vi trovò le Lettere di Cicerone e Dante Alighieri; nel suo soggiorno veronese, ebbe contatti con l’ambiente della Cattedrale, dove tenne nella loro chiesa di Sant’Elena la lezione: “Quaestio de aqua et terra”.
Nei successivi secoli XV, XVII la Biblioteca Capitolare divenne centro di cultura e visita di personaggi illustri che impreziosirono il già ricco patrimonio librario con donazioni di “incunaboli” e cioè libri stampati nei primi cinquant’anni dall’introduzione della stampa (1450-1500). Nel 1630, in occasione della guerra per la successione di Mantova, le milizie assoldate da Venezia e accampate intorno a Verona saccheggiavano le campagne e le città, provocando anche lo smarrimento di Codici antichi e preziosi. Solo 99 manoscritti furono messi in salvo dal Canonico Bibliotecario Agostino Renani che li nascose senza farne parola con nessuno. Quando nel 1630 a Verona scoppiò la peste bubbonica, morirono molti ecclesiastici, tra i quali anche il Canonico Bibliotecario Renani, che si portò nel sepolcro il segreto del nascondiglio dei Codici. Solo il marchese Scipione Maffei, importante umanista veronese, nel 1712 stimolò un’accurata ricerca. Nel 1713 l’archivista Carinelli riuscì trovare, nascosti nel cavo profondo della cimasa di un armadio molto alto, 99 Codici, ricoperti di tavole e stracci. Il fortunato ritrovamento ebbe una risonanza in tutta Europa e la Biblioteca Capitolare ritornò a essere, grazie al Maffei, un centro vivace di cultura. Alla sua morte il marchese donò al Capitolo la propria ricchissima biblioteca. L’aumento del patrimonio librario portò alla costruzione della nuova sede nel chiostro canonicale sul progetto dell’architetto veronese Ludovico Perini: utilizzata già nel 1728, fu completata definitivamente nel 1780. Durante il periodo dell’occupazione napoleonica la Biblioteca fu depredata di preziosi Codici e solo una parte di essi fu in seguito restituita. Nel secolo XIX la scoperta più importante per la risonanza mondiale, fu quella delle “Istituzioni di Diritto Romano” del Gaio, fatta nel 1816 dallo studioso prussiano GB Niebuhr. Questo volume è l’unico esemplare di quell’epoca esistente al mondo. In seguito furono scoperti la “Moralia in Job” di Gregorio Magno del CodiceXL che conserva frammenti di Virgilio, di Livio, di Euclide (del secoloVII). Nel Codice LXII, che reca in prima lettura: “Cresconius-Concordia Canonum” furono scoperti frammenti del Codice di Giustiniano del sec. VI. Nel 1898 nel Codice LV, che contiene l’opera di Isidoro “De Summo Bono” trascritta nel secolo VIII.
Molti di queste scoperte sono state possibili attraverso i codici palinsesto la cui pergamena, scritta e poi raschiata, veniva riscritta con nuovo testo. Un contributo importante lo diedero tutti i bibliotecari che si succedettero nell’ultimo secolo: monsignor GB Giuliani (diresse la Capitolare dal 1856 al 1892 quando l’alluvione dell’Adige del 1882 distrusse l’Archivio), don Antonio Spagnolo dal 1894 al 1916, monsignor Giuseppe Zamboni dal 1916 al 1922. Dal 1922 al 1972 fu monsignor Giuseppe Turrini che catalogò le 11mila pergamene colpite dall’alluvione del 1882 oltre a creare un catalogo alfabetico dei manoscritti e delle opere musicali. Ma egli fu soprattutto legato alle vicende legate alla guerra 1941-45 quando, per timore di incursioni aeree, trasferì in rifugi adatti il materiale più prezioso. Il bombardamento americano del 4 gennaio 1945 ridusse però anche l’edificio centrale della biblioteca ad un cumulo di macerie, seppellendo con gli scaffali, i libri che non si erano potuti trasferire e che però furono quasi tutti recuperati sotto le pietre dell’edificio. Il 28 settembre 1948 fu inaugurato il nuovo edificio con un salone più ampio e con l’arredamento più adatto per la custodia e la conservazione dei manoscritti e delle pergamene.
140 anni fa iniziava il servizio della Polizia Municipale
di Giorgia Cozzolino
Il protettore della polizia municipale è San Sebastiano. Un santo che i vigili urbani considerano molto vicino e, ironicamente, ritengono corrispondere pienamente al loro destino in quanto fu martirizzato non una, ma ben due volte. Comandante dei pretoriani nel 300 dopo Cristo, venne prima trafitto da frecce su ordine dell’imperatore Diocleziano e poi, avendo scampato la morte quasi miracolosamente, fu ucciso a bastonate come l’ultimo degli schiavi. Una dedizione tale al martirio che fa emergere l’aspetto masochistico dell’essere vigile urbano, chiuso tra due fuochi: il governo della città e la cittadinanza stessa, due padroni con esigenze talvolta diverse.
Ironia a parte, la polizia municipale di Verona ha una lunga e gloriosa storia alle spalle che trae le proprie origini dal Corpo delle Guardie Municipali istituito nel 1866. Proprio il prossimo 6 ottobre, quindi, i vigili urbani compiranno 140 anni, quasi un secolo e mezzo passato al servizio e a protezione della gente… Ztl compresa!
Ma come nacque l’esigenza di creare un corpo di polizia comunale? Nella seconda metà dell’Ottocento la città di Verona faceva parte del Regno Asburgico ed era sede di una consistente guarnigione militare. Poteva contare su accampamenti, fortificazioni e su una importante linea ferroviaria nelle cui realizzazioni i cittadini trovarono opportunità di lavoro e fonti di guadagno. Ma gli archivi di via del Pontiere raccontano anche che i fermenti nazionalistici, che allora attraversavano la penisola, si fecero talmente pressanti anche in città, che dal 23 maggio 1863 non vi furono più notabili disposti a collaborare con il governo austriaco. Fecero così cessare la loro la rappresentanza municipale e all’ufficio venne destinato un commissario governativo. Due anni più tardi le tensioni sociali resero chiaro alle autorità scaligere che era giunta l’ora di riprendere le redini del governo cittadino per gestire al meglio l’auspicata unione al Regno sabaudo. Così il 1965 segnò l’ascesa alla carica di Podestà del cavalier Edoardo De Betta, scienziato e spirito illuminato, che l’anno seguente istituì un corpo di polizia indipendente dalla Imperial Regia Gendarmeria austriaca, chiamandolo appunto delle Guardie Municipali.
La nuova polizia cittadina era concepita con finalità moderne per l’epoca, non come strumento per opprimere i cittadini, ma, al contrario una polizia più vicina ai cittadini, prendendo quale esempio la Metropolitan Police istituita a Londra nel 1829 da Sir Robert Peel, i cui agenti furono soprannominati “Bobbies” o “Peelers” in onore del fondatore. Le uniformi e l’equipaggiamento dei “vigili” veronesi rispecchiarono quello dei colleghi di Londra, componendosi di: «una tunica di panno bleu oscuro, pantaloni bleu oscuri, cappello tondo di feltro nero, mantello impermeabile, soprabito lungo, guanti di pelle, cravatta nera, revolver a 6 colpi e canna di sambuco con pomo in metallo bianco ed inciso sopra l’impugnatura lo stemma municipale». E proprio a causa di questa canna di sambuco i vigili furono soprannominati “cana”.
Fin da subito, il Corpo fu intensamente impegnato nel soccorso dei cittadini durante le disastrose inondazioni che colpirono la città, fino alla costruzione dei “muraglioni” (1887 -1894) e l’apporto degli agenti fu determinante anche nelle fasi della prima e seconda guerra mondiale e nelle rispettive ricostruzioni. Nel 1929 persino il poeta Gabriele D’Annunzio ebbe occasione di lodare l’efficienza dei vigili veronesi ai quali riservò una curiosa dedica: «Agli occhiutissimi vigili veronesi, l’orbo vigile del quartiere San Zeno». Gli “occhiutissimi” di oggi devono confrontarsi con problematiche diverse e talvolta anche con richieste buffe. È il caso di una telefonata giunta al comando che suonava così: «Siamo 550 turisti olandesi e quest’estate passeremo per Verona, dove staremo un giorno. La sera ceneremo lì. Poiché vorremmo rendere il nostro breve soggiorno più suggestivo, nell’andare dal ristorante ai pullman, possiamo accendere delle candele per fare una fiaccolata? Contiamo di accenderne una ogni 10 componenti del gruppo: dobbiamo chiedere l’autorizzazione?». (Ha collaborato Irene Lucchese)
Come è nato a Verona il teatro dell’opera
di Nicola Guerini
Il grande impulso dato da Venezia alla diffusione del teatro dell’opera, con la nascita nel 1637 del Teatro San Cassiano, primo teatro pubblico a pagamento, favorì il fiorire di iniziative analoghe in tutta l’area veneta. Questo fenomeno coinvolse anche Verona contribuendo così a risollevare in parte il nostro ambiente musicale dalla stasi che lo aveva colpito in seguito alla pestilenza scoppiata nel 1630. I motivi della crisi non sono da cercare solo nel grave episodio della peste, con tutte le ripercussioni economico-sociali, ma soprattutto nella difficoltà delle istituzioni musicali della città di adeguarsi ai mutati indirizzi stilistici e di gusto che il Seicento portava con sé.
La Cappella della Cattedrale è la prima ad allinearsi alle nuove tendenze nonostante i numerosi problemi organizzativi. Per l’Accademia Filarmonica, al contrario, il processo di adattamento fu molto più lento e faticoso. Nata e cresciuto nel clima culturale del Rinascimento, l’Accademia denunciava una decadenza dello spirito originario fin dall’inizi del secolo XVII. Il culto delle lettere e delle discipline filosofiche e scientifiche tolse progressivamente spazio alla “pratica” musicale, come confermato da un documento dell’Accademia datato il 14 giugno 1613 in cui si scriveva: «...il solo esercizio musicale non è sufficiente ad aggrandire et illustrare il prestigio dell’istituzione se bene è tratenimento virtuoso». Così, mentre la Filarmonica maturava una lenta trasformazione, iniziava a Verona un’attività operistica, dapprima in sordina, poi sempre più regolare e stabile.
Nel 1651 si costituì la prima società impresariale veronese formata da due musicisti, un ballerino e un falegname. I due musicisti erano il cantore del Duomo e della Filarmonica, don Gerolamo Zaninelli, e il romano Paolo Cornetti, già maestro di cappella a Ferrara. Anastasio Anastasi era il ballerino, mentre “marangon da pezzo” (falegname specializzato nella lavorazione del legno d’abete) era Francesco Nobili, “ingegnere” del teatro e curatore delle strutture sceniche.
La novella società trasformò in teatro un locale affittato nella contrada dell’Isolo di Sopra che da esso prese il nome di “teatro dell’Isolo”. L’opera d’esordio, l’Endimione, fu anche l’ultima per il teatro che dovette dichiarare fallimento per la fuga di uno dei soci (lo Zaninelli) con tutto l’incasso delle recite. Sorte ben più felice ebbe il teatro fondato dagli Accademici Temperati e attivo fino al 1656, stando a quanto si deduce dalla data del primo libretto conosciuto di un’opera rappresentata in questa sede. Dal 1665 il Teatro dei Temperati, certamente ospitato in più sale nel corso della sua esistenza, registrava una serie di rappresentazioni che portarono a Verona opere di autori importanti come Francesco Cavalli, Antonio Cesti, Antonio Lotti. L’attività del teatro cessò nel 1715 quando l’Accademia Filarmonica, stimolata dai risultati ottenuti dall’intraprendente Accademia dei Temperati, decise di avviare i lavori di un proprio grande teatro e restituire alla musica il ruolo di primo piano, in origine ad essa riservato all’interno dell’Accademia. Il più grande sostenitore dell’iniziativa fu il celebre letterato Scipione Maffei, membro della Filarmonica dal 1701, e suo Governatore fino al 1712.
L’azione del nobile veronese incominciò con le pressioni esercitate sul Capitano di Verona, Marc’Antonio Quercini, affinché inducesse le autorità veneziane alla soppressione del Teatro dei Temperati «…per il sito pericoloso in cui si trova e per le opere poco modeste cantate da persone non molto oneste». Queste pressioni hanno tutta l’aria di pretesti per eliminare fin dal primo momento una pericolosa concorrenza. In ogni caso, nel 1715 arrivò l’ordine di chiusura per il vecchio teatro, del quale Maffei e soci avevano chiesto la demolizione. L’anno successivo si diede principio al teatro accanto all’accademia de’ Filarmonici sopra un disegno di Francesco Bibiena, celebre architetto bolognese, già costruttore del teatro imperiale di Vienna per Leopoldo I, nel 1704. Tra vari rallentamenti e sospensione dei lavori il progetto fu portato a termine soltanto nel 1730. Per l’inaugurazione, Maffei riprese un suo libretto giovanile, “La fida ninfa”, per farlo musicare a proprie spese dal compositore bolognese Giuseppe Maria Orlandini. Sembrava tutto pronto quando, un nuovo imprevisto (difficoltà non chiarite di ordine politico, con conseguente divieto ufficiale dello spettacolo da parte di Venezia), impose una proroga all’inizio dell’attività nel Teatro Filarmonico. Trascorsero, infatti, altri due anni prima che il tormentato progetto potesse andare in porto. Finalmente, il 6 gennaio 1732, il Filarmonico aprì i battenti: nel frattempo Maffei, insoddisfatto del lavoro di Orlandini, affidò il proprio libretto ad Antonio Vivaldi, noto anche per la rapidità con la quale era solito portare a termine le opere commissionategli. Le scenografie furono curate dallo stesso Bibiena e l’accoppiata Vivaldi-Bibiena risultò vincente all’inaugurazione. Si rivelò infatti un trionfo come riportato sulla “Gazzetta” di Mantova che scrisse:«L’opera riesce a maraviglia, si per la Composizione, ed isquisitezza della Musica, e sceltezza dei cantanti, come per la nobiltà, e bellezza delle Scene, e altre decorazioni corrispondenti alla perfezione di quel nuovo Teatro, che è uno dei più vaghi, e ben intesi di tutta italia». Iniziò così per il maggior teatro della città un’intensa attività: Antonio Vivaldi tornò al Filarmonico nel 1735 con “Tarlano” e “L’Adelaide”, e nel 1737 con “Catone in Utica”(seguita nell’occasione dal celebre intermezzo comico di Pergolesi “La serva padrona”). Altri illustri compositori, come Baldassarre Galuppi e Adolf Hasse, insieme a celebri cantanti passarono al Filarmonico fino al 1749, quando un incendio lo distrusse riportandolo allo splendore solo dopo quattro anni. Dal 1754 le rappresentazioni si susseguirono ininterrottamente mentre altri nomi prestigiosi si affacciavano alla ribalta del teatro veronese: da Paisiello e Cimarosa (dell’area napoletana) ai nostri Salieri e Gazzaniga, fino all’avvento di Rossini, che dal 1813 al 1830 impose anche a Verona la sua egemonia in campo teatrale.
Si giunse così nell’Ottocento, altro secolo di musica operistica per eccellenza, almeno in Italia. Nella nostra città nuovi teatri, accanto al Filarmonico, si preparavano ad accogliere i grandi e meno grandi protagonisti del melodramma. A tal proposito, un altro teatro sorse nel luogo della chiesa di San Tommaso apostolo, detta S. Tomio, soppressa come parrocchia nel 1805, ridotta ad oratorio nel 1808 e chiusa definitivamente nel 1810. L’ex chiesa fu poi acquistata dal conte Francesco Morando che sul disegno di Luigi Trezza la fece trasformare in teatro, molto elegante, con trentadue palchetti, inaugurato nel 1814. Al Teatro Morando furono rappresentate numerose opere di Rossini, Donizetti, Guglielmi, e ospitò cantanti illustri come il celebre soprano Teresina Brambilla e il castrato Luigi Bassi. Al nome di Gioacchino Rossini è collegato un importante momento della storia politica della nostra città: nel 1822 Verona fu scelta quale sede del Congresso della Santa Alleanza dal principe di Metternich, potente cancelliere dell’impero austriaco. Per celebrare l’evento furono commissionate a Rossini quattro cantate: Il vero omaggio, L’augurio felice, Il bardo, La Santa Alleanza, da eseguirsi in Arena il 24 novembre, mentre le prime tre al Filarmonico, il mese successivo, sotto la direzione dello stesso autore e alla presenza degli imperatori e regnanti di tutta Europa come lo zar Alessandro di Russia, Francesco I d’Austria, Federico Guglielmo di Prussica, il re di Sardegna Carlo Felice, il duca di Wellington, il principe di Metternich, e il visconte di Chateaubriand. Il “bel canto” continuò a dominare fino alle soglie del XX secolo la vita musicale a Verona, per la quasi totalità concentrata nei teatri d’opera. Al Teatro Filarmonico si affiancarono i più recenti palcoscenici del Teatro Ristori (in origine Teatro Sardi, poi Valle) e del Teatro Nuovo (inaugurato nel 1846 con l’Attila di Giuseppe Verdi). Accanto ai capolavori di Bellini, Donizetti, Rossini e Verdi trovarono successo anche opere di Mercadante, Auber e Meyerbeer. Per avere un’idea, vediamo che cosa accadde, in un anno, per esempio nel 1853, in tema di melodramma a Verona. Al Filarmonico: “Ernani” di Verdi, “I Puritani” di Bellini, “Medea” di Pacini, “Mosè” di Rossini” e “Lucia di Lammermoor” di Donizetti. Al Teatro Valle (Ristori): “I lombardi” di Verdi, “I due foscari” di Verdi, “Rigoletto” di Verdi, “Lucrezia Borgia” di Donizetti, “Il barbiere di Siviglia” di Rossini e “Il feudatario” di Vincenzo Mela (compositore di Isola della Scala, nato nel 1820, che inaugurò la sua carriera proprio con questa “prima”. Al Teatro Nuovo, “Il mantello” di Romani, “I due Figaro” di Speranza e il “Don Pasquale” di Donizetti. Riassumendo, cinque opere al Filarmonico, sei al Valle, tre al Nuovo: in totale quattordici opere in un anno. Negli anni cruciali delle lotte per l’indipendenza italiana, i nostri teatri rimasero chiusi o rallentarono di molto l’attività. Infatti, dal 1858, il Filarmonico si fermò fino al 1866 mentre il Nuovo, dopo la chiusura fino al 1862, riaprì le recite nel 1865. Il Ristori rimase chiuso solo nel 1857 e nel 1860 mantenendo poi la sua tradizione lirica. Nel 1872 al Teatro nuovo si ascoltò per la prima volta Wagner: non un’intera opera ma una selezione ridotta per complesso bandistico di Lohengrin. Alla diffusione del repertorio wagneriano in Italia contribuirono notevolmente i veronesi Carlo Pedrotti e Franco Faccio, dirigendo in vari teatri numerose prime di Wagner, il quale nel 1876 venne a Verona per concordare con Pedrotti l’imminente allestimento di Lohengrin al Regio di Torino. Occorse attendere ben otto anni prima che questo dramma andasse in scena a Verona: il 26 dicembre 1884.
Da ricordare il grande successo del 1887 che ottenne al Filarmonico una Carmen di Bizet, sotto la guida dell’allora ventenne Arturo Toscanini, prossimo a divenire un direttore di fama internazionale. Anche la generazione post-verdiana fu presente nei teatri veronesi: nel 1890 al Ristori arrivò la Cavalleria rusticana di Mascagni e la Manon Lescaut di Puccini, nel 1895 i Pagliacci di Leoncavallo e nel 1898 Andrea Chénier di Umberto Giordano.
Ma eccoci allo “storico”1913: mentre nei teatri di Verona proseguiva la consueta attività operistica, un gruppo di amici ( il tenore Giovanni Zenatello, il direttore di coro Ferruccio Cusinati, il critico Gino Bertolaso e l’impresario Ottone Rovato) decisero di dar vita a un’iniziativa ambiziosa: allestire una rappresentazione operistica in Arena. L’Anfiteatro romano aveva già ospitato nei secoli precedenti manifestazioni musicali e teatrali (come il famoso evento già citato del 1822), ma l’allestimento di un’opera all’aperto presentava incognite per i cantanti, direttori d’orchestra e scenografi. I quattro amici, sostenuti anche dal direttore d’orchestra Tullio Serafin, superarono ogni perplessità e scelsero l’Arena quale cornice delle celebrazioni veronesi per il centenario della nascita di Giuseppe Verdi. Il 10 agosto 1913, l’Aida inaugurò la prima stagione lirica all’aperto in Arena. Diresse il maestro Serafin, il coro fu affidato a Cusinati, cantarono nei ruoli principali il tenore Zenatello, il soprano Ester Mazzoleni, il mezzosoprano Maria Gay e le scene furono curate dall’architetto Fagiuoli. In quella sera memorabile furono presenti tutte le personalità più autorevoli del momento: Giacomo Puccini, Arrigo Boito, Pietro Mascagni, Luigi Illica, Ildebrando Pizzetti, Riccardo Zandonai, Italo Montemezzi, gli editori Ricordi e Sonzogno, Massimo Gorki, Roberto Bracco e Franz Kafka. La grande avventura areniana era iniziata e l’anno dopo fu rappresentata Carmen (dieci repliche dal 1 agosto 1914), poi il lungo silenzio nel periodo della Grande Guerra fino al luglio 1919 e dal 1940 al 1945. Negli anni della seconda guerra mondiale i teatri cittadini continuarono la loro attività, ma in tono minore e discontinuo. Per il Teatro Ristori e il Nuovo si trattava di uno spegnersi naturale mentre il Filarmonico, dopo la chiusura nel 1938 con il Tristano e Isotta di Wagner, diretto da Sergio Failoni, fu bombardato e raso al suolo nel febbraio del 1945. Soltanto nel 1969 il maggior teatro della città riaprì i battenti interamente ricostruito ma dovette attendere il 1975, con il “Falstaff” di Antonio Salieri, per poter riavere l’originaria destinazione operistica.
Per gli ebrei di Verona sono 600 anni di storia. Dal primo insediamento alle leggi razziali
di Elisabetta Zampini, Irene Lucchese e Francesca Paradiso
Il 2006 è l’anniversario dei 600 anni della presenza degli ebrei a Verona; secondo un documento ufficiale della Serenissima, infatti, risale al 31 dicembre 1406 l’autorizzazione che permise alla popolazione ebraica di risiedere nella città veronese, a patto che si occupasse solo di prestito. In tale occasione venne destinato agli ebrei un quartiere in contrada San Sebastiano, vicino a piazza Erbe. In realtà, la presenza ebraica nella città veneta è riscontrabile ben prima di questa data ufficiale. Se ne hanno tracce già nel 965, quando il vescovo Raterio fece scacciare gli ebrei dalla città; altre notizie riguardano gli anni tra il 1169 e il 1215, durante i quali sembra certo il soggiorno del poeta Abrahàm Ibn Ezra e del rabbino Eliezer Ben Shemuel. Con molta probabilità un altro poeta, Immanuel Ben Shelomoh Romano (detto Manoello Giudeo), trascorse un periodo alla corte di Cangrande della Scala e alcuni documenti citano la presenza in città di judaei, ma non è certo che si tratti effettivamente di ebrei.
La consistenza della presenza ebraica a Verona non è ben definibile, sia a causa delle continue espulsioni, sia per il fatto che nessun censimento venne effettuato sino al 1539. La comunità stessa prese vita solo nella seconda metà del XVI secolo. Nel 1539, comunque, una conta dei cittadini effettuata per il calcolo delle tasse, stimava la presenza ebraica in circa 400 persone.
Nel 1505 papa Paolo IV, con la bolla Cum nimis absurdum, stabilì la segregazione degli ebrei nei ghetti, ma per vederne uno nella città scaligera bisogna attendere fino al 1599, quando iniziarono i lavori, dopo le forti pressioni del vescovo Valier. Il ghetto fu realizzato in via Crocioni, tra le odierne via Mazzini e via Pellicciai e inaugurato nel 1600; a differenza di quanto avvenne in altre località della penisola, questa sembrò agli stessi ebrei la soluzione al problema della convivenza con i cristiani. Solo nel 1797, quando i francesi di Napoleone occuparono Verona e aprirono il ghetto, si stabilì la parificazione degli ebrei agli altri cittadini. L’Editto napoleonico permise loro di abitare in qualunque parte della città e così le famiglie benestanti abbandonarono le malsane abitazioni del ghetto, il quale diventò quartiere dei poveri. La completa emancipazione avvenne, però, nel 1866 con l’annessione di Verona al neonato Regno d’Italia: iniziò un periodo d’oro per gli ebrei veronesi, che raggiunsero in quegli anni il numero di 1.400. Subito dopo, però, la comunità iniziò a ridursi e nel 1931 contava poco più di 400 persone. La situazione peggiorò con la seconda guerra mondiale e l’avvento del fascismo: la condizione degli ebrei veronesi non fu dissimile da quella vissuta nel resto d’Italia; anche Verona pagò il dazio al regime nazifascista e alle deportazioni che allontanarono per sempre dalla città 31 persone.
Attualmente ci sono circa 100 ebrei iscritti alla Comunità ebraica di Verona; nonostante l’esiguo numero, la comunità è abbastanza attiva e presente nella realtà culturale veronese. Infatti il presidente, il dottor Carlo Rimini, definisce positivo il rapporto degli ebrei con la città: le autorità cittadine invitano spesso la comunità a partecipare a eventi ufficiali, in particolar modo nelle ricorrenze del 25 aprile e del 27 gennaio. Inoltre, il presidente sottolinea i buoni rapporti che intercorrono tra i cittadini ebrei e quelli veronesi: gli unici casi di scontro nascono in relazione a fatti politici nazionali o internazionali, quando scatta la risposta dei gruppi politici giovanili più estremi, ma senza gravi conseguenze.
LE LEGGI RAZZIALI
«Il silenzio dei vivi» e «L’eco del silenzio. La Shoa raccontata ai giovani» sono due libri memoria che, solo a molta distanza di tempo dai fatti raccontati, l’autrice è riuscita a scrivere. Elisa Springer, nata a Vienna più di ottanta anni fa, è una delle voci dei salvati che si è sentita in dovere di dire e di tramandare il proprio vissuto. Il suo destino si incrocia con Verona perché da qui partì il treno che la portò ad Auschwitz. Verona, ieri come oggi, si trovava in una posizione geografica e di collegamenti ferroviari importanti. Dopo che il primo treno della morte partì dalla stazione Triburtina di Roma il 18 ottobre 1943, molti altri ne partirono da Firenze, Bologna, Milano e, appunto, Verona. Quasi tutti diretti ad Auschwitz-Birkenau. É del 17 novembre 1943 il manifesto di Verona, in pratica la carta costituzionale della Repubblica di Salò, che per quanto riguarda gli ebrei prevede la più estrema emarginazione. Privati della cittadinanza italiana, diventano stranieri e nemici senza tutela giuridica e con il destino consegnato nelle mani dei tedeschi. Questo l’epilogo storico estremo delle scelte politiche e ideologiche del fascismo che si instaura in seguito all’8 settembre del 1943, in un’Italia davvero divisa in due: la parte meridionale controllata dagli alleati e quella settentrionale nelle mani dei tedeschi con Mussolini al capo del governo.
Ma la persecuzione degli ebrei italiani trova il suo inizio nel 1938 quando i loro diritti civili furono abbondantemente limitati: si tratta delle leggi razziali, tema ancora oggi controverso. Sempre più accantonata l’idea di uno sbaglio di percorso o di un semplice gesto di imitazione dei deliri sulla razza della Germania nazista, molti storici fanno rientrare le leggi razziali in un preciso progetto politico e sociale più ampio che mirava, ad esempio, a legittimare l’espansionismo italiano in Africa in nome di una superiorità della civiltà e della razza italiana con relativa psicosi collettiva contro “l’altro”, identificato come “il nemico”.
Ma l’opinione pubblica italiana non era un terreno fertile per l’antisemitismo o per qualsivoglia teoria razziale, per quanto abbondantemente veicolata dalla carta stampata a partire dall’estate del ’38. Non c’era in Italia il problema dell’integrazione delle comunità ebraiche, perché mancava il presupposto: gli ebrei non erano sentiti diversi dagli altri italiani. Le comunità ebraiche erano infatti parte naturale della società italiana e l’antisemitismo era limitato a frange minoritarie. Esponenti delle comunità ebraiche avevano ricoperto e ricoprivano cariche importanti nell’esercito e nella politica. Lo stesso avvento del fascismo ricevette sia plausi che opposizioni all’interno delle comunità ebraiche. Perciò le leggi razziali piovvero dall’alto provocando reazioni diverse: dall’incredulità al disorientamento alla disperazione. Quelli che avevano la possibilità emigrarono verso le Americhe, la Palestina o fuggirono in Svizzera, altri si adattarono a vivere nella nuova limitante situazione.
Ma c’è anche un dato inquietante: l’uno per mille dei perseguitati si suicidò. A riguardo, Gian Paolo Marchi pubblica nel 1989 “La scala” dove ripercorre la tragica sorte di un ebreo maestro di violino che muore a Verona il 4 marzo 1939 precipitando dalla scala interna del Palazzo Maffei. La causa della morte rimane in bilico tra disgrazia o suicidio, ma il fatto viene inserito nel momento in cui a Verona si respirava l’atmosfera delle leggi razziali, con il loro risvolto di martellamento mediatico attraverso la stampa locale. Come il titolo che compare su L’Arena il 3 settembre del ’38 e che immortala il provvedimento d’avvio di tutta la legislazione razziale: «Altri provvedimenti in difesa della razza. Gli israeliti esclusi dall’insegnamento nelle scuole. I docenti sono sospesi a far data dal 18 ottobre. Agli alunni di razza ebraica sono precluse le scuole di qualsiasi grado».
Il regime attribuiva un ruolo determinante alla scuola, luogo dove mettere in atto la trasformazione politico-culturale in favore degli ideali fascisti e perciò dovevano essere isolati gli elementi scomodi, fossero semplici studenti o illustri rappresentanti della comunità scientifica, che in molti settori rimase orfana di menti brillanti.
Il veronese Umberto Basevi, all’epoca, era studente al Lornia. Poco più che un ragazzino. Ma arrivò una lettera a casa e non andò più a scuola. Anzi, dovette andare a lavorare, come le sorelle. Lui spazzino e le sorelle operaie in una fabbrica di matite e di scatole di cartone. La città stava a guardare con atteggiamenti fortunatamente contradditori, tra chi metteva in pratica la segregazione suggerita dalle leggi e chi cercava degli escamotage per aggirarle. «Non ho mai avuto problemi particolari con i miei compagni», ricorda Basevi. «Qualche volta mi prendevano in giro stringendo un angolo della giacca per dargli la forma di un orecchio di maiale, questo perché noi ebrei non mangiamo carne di maiale. Non è una gran cosa, ma mi faceva star male. Dopo le leggi razziali la gente che ci conosceva da sempre ci tolse il saluto. Non tutti però. La mia famiglia non li ha mai biasimati perché si respirava un clima di paura e perciò i più obbedivano». Le testimonianze controcorrente non mancano e suggeriscono che una omogeneità di pensiero era ben lontana da essere realizzata: «Un giorno, mentre lavoravo, dei bambini hanno cominciato a gridare “Ebreo! Ebreo! Ebreo!”. Si è avvicinato un adulto e ha mollato a uno di loro uno schiaffo». Un ufficiale vedendolo pulire in piazza Cittadella lo esonera dal lavoro. È questo un episodio di umanità che più di altri provoca commozione: «Non ho mai saputo come si chiamasse quell’ufficiale. Del resto era meglio non conoscere o dimenticare i nomi per una questione di sicurezza».
La secolare presenza della comunità ebraica nella vita della città ha impedito gesti di antisemitismo eclatanti e la sorpresa delle leggi razziali portò talvolta a una loro sottovalutazione. «Mio zio Tullio», ricorda Basevi, «era un musicista, non si occupava di politica perciò ci diceva che si sentiva sicuro, che non gli sarebbe capitato nulla di male. Venne preso e deportato. Non tornò più. Piano piano la consapevolezza aumentava. Di nascosto si ascoltava Radio Londra dove si parlava di campi di concentramento e di camere a gas». Non erano più i diritti civili in pericolo ma la stessa vita ed era importante farsi notare il meno possibile». Contemporaneamente continuano le azioni sotterranee di sentire opposto: «Mi ammalai di tifo e non potevo andare in ospedale perché altrimenti sarei comparso sul registro. Un primario dell’ospedale di Borgo Trento, il dottor Cevolotto, veniva a casa mia per curarmi. E protesse tutta la mia famiglia perché fece mettere sul nostro cancello una targa dell’Istituto Ospedaliero con scritto “Tifus”. I tedeschi avevano infatti l’ordine di non portare via persone con malattie infettive».
Quando la città divenne troppo pericolosa, si cominciò a cercare rifugio sui monti Lessini: «Mio papà intuì il pericolo e così fuggimmo in montagna. Andammo da don Bepo Pasquotto, parroco di Valdiporro. Era sempre di buonumore. Il primo rifugio fu la sua canonica ma poi la voce si diffuse in paese e perciò ci spostammo in una frazione presso la famiglia Gaspari. E lì rimanemmo fino alla fine della guerra. Così ci salvammo». Una salvezza dal risvolto amaro: «Per molto tempo», conclude Basevi, «ho avuto il complesso del salvato. Quando ho saputo, a guerra finita, che i miei amici e i miei parenti erano morti, ho avuto una crisi profonda. Non mi sono sentito fortunato. Non ero contento. Quei morti mi sono sempre pesati: che meriti avevo io?» È la stessa dolorosa contraddizione tra «i sommersi e i salvati» su cui tanto ha detto, scritto e patito Primo Levi e che da molti è stata ed è condivisa.
IL GHETTO RISALE AL 1599
Il ghetto di Verona fu realizzato nel 1599 e successivamente demolito per la mancanza di condizioni igieniche. Una prima modifica avvenne dall’Editto napoleonico, che permetteva agli ebrei di abitare in ogni parte della città; gli ebrei si spostarono lasciando il quartiere sempre più povero e malfamato. Proprio perché privo di decoro, fu in seguito chiuso con l’annessione al Regno d’Italia che voleva risanare le città italiane. Dopo l’Unità gli amministratori si concentrarono sulla sua posizione prestigiosa, zona però insalubre, già definita tale da alcuni rapporti sanitari del 1887. Il ghetto venne abbattuto nel 1924, si salvarono alcune case-torri sul lato di Piazza Erbe, grazie all’intervento del pittore veronese (non ebreo) Angelo Dall’Oca Bianca e da altri uomini di cultura come il poeta Berto Barbarani. Dall’Oca Bianca si batté strenuamente perché luoghi tipici, come questo, fossero preservati da ristrutturazioni che avvenivano a volte senza criterio, radendo al suolo angoli storici della città. A schierarsi invece a favore i futuristi Boccioni e Carrà portatori dell’avanguardia, che esaltavano la modernità, il culto del tempo veloce con idee innovative da attualizzare anche a Verona.
Fu Giovanni Giachi di Milano che concretizzò l’abbattimento, progettando una nuova costruzione. L’intervento riecheggiò a livello internazionale dalla Germania alla Russia, dall’Inghilterra alla Francia. I giornali riportavano gli scontri tra conservatori e interventisti, su L’Arena del 1924 si leggeva «…ha obbligato Verona a sopportare più oltre quella piaga indecorosa e vergognosa contro cui l’igiene e la civiltà e lo stesso buon senso gridano la loro ribellione…». Il 5 giugno 1913 la Cassa di Risparmio di Verona bandì un concorso internazionale per l’erezione della propria sede sull’area del ghetto. La gara, a cui aderirono architetti e ingegneri, si concluse però con un nulla di fatto dato che il progetto del vincitore, Giovan Battista Milani, fu bloccato dalla Commissione Superiore di Belle Arti. Il concorso fu comunque significativo per modernizzare il linguaggio tradizionale dell’architettura veronese. Nel 1924 l’Amministrazione comunale ripresentò il progetto di sventramento del ghetto e predispose un piano generale approvato dal Consiglio stesso. Nel ripristino fu mantenuto lo schema planimetrico preesistente pur con l’aggiunta di moderni elementi; fra tutti il Supercinema dell’architetto Francesco Banterle. La comunità israelitica per completare il tempio nominò l’architetto Ettore Fagiuoli, dopo che nel 1926, il conservatore Gerola e l’architetto modernista Aldo Goldschmiedt non trovarono accordi. Fagiuoli lasciò integre le preesistenti composte dal porticato trecentesco di via Portici e il fronte dell’architetto Franco sulla via Sella. Nel nuovo tempio, di gusto eclettico, si fusero elementi barocchi e romanici grazie ad un monumentale fronte, mentre sotto i portici vennero ricavate tre botteghe. In accordo con la Soprintendenza, Fagiuoli non alterò il porticato, anzi ne ordinò il restauro.
Cento anni fa a Verona fu inaugurato primo tram elettrico
di Maria Grazia Marcazzani
Ricorre quest’anno l’anniversario dei cento anni dalla nascita dei trasporti pubblici elettrici cittadini. Risale infatti all’11 luglio 1906 il contratto stipulato tra l’Amministrazione comunale e la compagnia italo-belga Des tramways électriques di Verona (Ville) - Société Anonime, per la costruzione e gestione di una rete tranviaria elettrica cittadina. Questa società, nata l’anno precedente l’accordo, prelevò quasi tutte le azioni della vecchia Società Anonima del Tram di Verona.
Un centenario di grande attualità, che ci riporta al presente, alle infinite discussioni consiliari sul futuro del trasporto pubblico a Verona e sulla tranvia, un mezzo di trasporto che a molti ricorda i tram di inizio Novecento.
L’Arena del 10 luglio 1906 scriveva: «L’Assemblea della Società dei Tram Elettrici di Bruxelles approvò il contratto con il Municipio per la trasformazione del tram a cavalli in tram elettrico e domani arriveranno da Bruxelles due consiglieri per la firma di detto contratto, il quale verrà poi sottoposto all’approvazione del Consiglio. A quanto ci consta i patti che si debbono stipulare sono favorevolissimi per il Comune il quale, oltre aver imposto la costruzione di due linee nuove avrà una cointeressenza negli utili e la facoltà del riscatto dopo il decennio a condizioni stabilite assai vantaggiose. Delle due nuove linee, una partendo da Piazza Erbe attraverserebbe il ponte Umberto, costeggiando i muraglioni a sinistra proseguirebbe per le vie S. Stefano e S. Alessio fino a Borgo Trento, l’altra da Castelvecchio arriverebbe fino a S. Zeno. I lavori cominceranno entro il più breve termine sotto la direzione del Presidente della Società Ing. Cav. Paolo Milani».
Giuseppe Franco Viviani, nel suo libro 1884/1984 Il trasporto pubblico urbano a Verona, scrive che i termini dell’accordo prevedevano «anche il numero minimo delle vetture in servizio ordinario: venti. Ciascuna doveva esser dotata di freni a mano ed elettrico e disporre di due motori da 30 cavalli elettrici ciascuno. Si stabilì pure l’orario minimo di servizio, la frequenza delle vetture (una ogni 5 minuti sulla linea principale) e il servizio del rimorchi».
All’epoca la città stava crescendo oltre la cinta muraria e si sentiva il bisogno di un servizio di trasporto adeguato che sostituisse gli omnibus. L’unica miglioria fino ad allora apportata (sempre nel 1906) era stato l’inserimento di tariffe economiche per impiegati e operai che prendevano il tram la mattina per recarsi al lavoro. Per questo motivo il sindaco di allora, Antonio Guglielmi, il 24 luglio dello stesso anno, durante un’affollata riunione consiliare, spiegò il progetto alla cittadinanza. Con il vecchio trasporto potenziare il servizio non era servito a renderlo più rapido ed efficiente, i sobborghi dovevano essere uniti alla città. Tutto ciò sarebbe stato risolto dall’elettrificazione e ampliando la rete tranviaria costruendo due linee, una per Borgo Trento, un’altra verso S. Zeno e in direzione del quartiere periferico che si stava sviluppando fuori le mura lungo la strada per Milano. Se il servizio fosse risultato secondo le aspettative, il Comune l’avrebbe riscattato dopo 10 anni, in considerazione del fatto che i primi anni avevano maggiori rischi e minori lucri.
Fautori dell’impresa furono l’ingegner Milani (presidente della cessata società dei tram a cavalli) e l’ingegner Donatelli, capo dell’ufficio tecnico comunale, come riporta L’Arena del 3 aprile 1908. L’orario era di 15 ore e mezza d’inverno e 17 d’estate, il costo del biglietto prima delle 9 era di 5 centesimi, poi di 10 centesimi.
Sempre nel 1906, da aprile ad ottobre si svolse a Milano l’Esposizione Internazionale, e tra i sistemi di trasporto esposti vi erano i primi esemplari di autobus, chiamati omnibus-automobili, azionati da diversi sistemi di motorizzazione.
«Il tram elettrico quando arrivò a Verona non era una novità per il Veneto poiché aveva fatto la sua comparsa a Mestre un anno prima e dopo Verona fu seguito da Padova e Venezia Lido», si legge così nella raccolta Tram filovie ed autobus: la storia del trasporto pubblico urbano a Verona dell’Azienda municipale dei Trasporti.
Ogni città aveva un tipo di vettura diversa per il tram. Quelle veronesi erano gialle paglierino con filamenti rossi. All’interno c’erano dieci posti a sedere e i sedili erano foderati di velluto (dopo cinque anni erano già a brandelli e si provvide a sostituirli con panche di legno). Si riutilizzarono le vecchie vetture del tram a cavalli come rimorchi da agganciare alle motrici del tram elettrico, per aumentare la capacità di carico nelle ore di punta.
I lavori per la rete tranviaria durarono due anni e furono affidati all’azienda tedesca Siemens-Shukhert che aveva realizzato lavori simili in altre città europee. Tutte le operazioni erano sotto la supervisione dell’ingegnere Fernando Biffis il quale all’inaugurazione guidò anche la prima vettura, smentendo chi asseriva che le vetture non sarebbero riuscite a passare per porta Borsari a causa delle loro dimensioni. Un momento che fu immortalato in una splendida istantanea del fotografo Giuseppe Zannoni, presentata agli illustri commensali presenti al pranzo di quel giorno all’Hotel de Londres - Due Torri.
Il 21 febbraio 1908, venne inaugurata la tratta Porta Vescovo-Porta Nuova alla presenza di tantissime autorità e gente comune. Il giorno dopo un articolo su L’Arena decantava il nuovo impianto costruito a Porta Vescovo per la produzione dell’energia elettrica necessaria di cui oggi rimane solo la ciminiera alta 42 metri. L’arredo urbano subì una modifica profonda per la presenza dei fili della rete aerea di alimentazione, come una ragnatela sospesa sulla testa dei veronesi, dei rispettivi pali di sostegno e delle fermate tranviarie. Si decise di non far passare il tram da Piazza Bra perché ne avrebbe deturpato il paesaggio con i fili, suscitando le proteste dei cittadini che non accettarono di buon grado la decisione e mandarono lettere di protesta a L’Arena.
Il servizio era in funzione dalle 9 alle 23 con la linea a doppio binario (esclusa via Cappello). Si notò però che le 20 vetture in funzione, in certe ore, per l’enorme afflusso di persone erano perfino insufficienti. Dagli articoli del quotidiano si può notare che i veronesi erano entusiasti del nuovo servizio di trasporto considerato come un treno che circolava per le vie della città. Il tram divenne quindi il tema delle chiacchiere quotidiane con i suoi ritardi, i suoi incidenti e anche i timori poiché da alcuni era considerato un mezzo molto pericoloso.
I vecchi cocchieri dovettero imparare a manovrare queste nuove macchine e furono mandati a Milano a imparare; lavoravano per 10 ore al giorno avendo diritto a un giorno di riposo ogni due settimane.
Come scrive Giuseppe Anti sul libro Tram, filovie e autobus: cent’anni di storia dei trasporti pubblici nella città di Verona: «Le carrozze erano senza riscaldamento e i conduttori erano praticamente all’aperto protetti solo da un parabrezza e dovevano essere sempre impeccabili nel vestito e nell’igiene personale con le loro due divise (una estiva e l’altra invernale). Se uno trasgrediva la prima volta veniva sgridato dall’ispettore mentre la seconda era licenziato. Perfino i passeggeri dovevano essere vestiti con lo stesso rigore (un operaio che osò trasgredire e salì in tuta da lavoro volò fuori dal finestrino sul selciato della Bra)».
Il 7 marzo 1908 venne allungata la linea verso Borgo Trento, con un itinerario che rispecchiava le passeggiate dei veronesi. Intanto la sera prima si registrò il primo incidente di tram. L’Arena riporta che un carretto si era messo sulla linea del tram e nonostante gli avvisi del tranviere, questi non si era spostato perché ubriaco finendo per essere investito. Il 16 febbraio 1910 fu creata anche la figura del controllore che aveva il compito di vigilare sulla regolarità del servizio: il primo fu Vittorio Pontirolli.
In 50 anni il tram elettrico subì un’unica modifica, ovvero la sostituzione dei cancelletti d’ingresso con porte ad anta scorrevole.
Durante la prima guerra mondiale il servizio tranviario fu essenziale poiché Verona era diventata un centro importante delle retrovie e in città affluivano le truppe dirette al fronte. Fra i soldati che utilizzarono il tram a Verona si annovera anche il presidente della repubblica Sandro Pertini.
La gestione della Società italo-belga, che nel frattempo aveva ampliato la linea tranviaria alle frazioni, durò fino alla fine della prima guerra mondiale, poi, il 14 aprile 1919, il Comune assunse la gestione dei tram cittadini. Gli ultimi tram furono realizzati nel 1924 (purtroppo nessuno fu conservato e vennero tutti smantellati) quando ormai si stavano affermando i filobus che erano preferiti ai tram perché meno rumorosi e le vetture avevano bisogno di meno manutenzione e poi l’acciaio delle rotaie serviva per l’industria bellica.
Le origini della Fiera di Verona in Piazza San Zeno
di Giorgia Cozzolino
C’è stato un tempo in cui i veronesi dicevano “Andiamo in fiera” e non si dirigevano in zona industriale, a Verona Sud, area tanto discussa e sulla quale gli amministratori di oggi hanno grandi progetti, ma s’incamminavano, con al seguito mercanzie e animali, verso piazza San Zeno. Infatti, prima del dicembre del 1897, quando la Giunta comunale, deliberando la nascita della fiera cavalli, diede il via alla fondazione della fiera così come oggi la conosciamo, già un’anima fieristica pulsava nel cuore della città.
Nell’807 d.C. la piazza prospiciente la grande basilica intitolata al patrono di Verona fu la prima vera e propria sede della fiera. In quell’anno lo scambio di mercanzie e animali avvenne in occasione delle celebrazioni per la traslazione delle spoglie di San Zeno e, successivamente, si portò avanti l’iniziativa fino a trasformare l’incontro di compratori e produttori in una manifestazione con periodicità regolare. Dalle fonti storiche si può poi desumere che l’attività si evolse a tal punto che, solo duecento anni più tardi, l’area di San Zeno e delle vie circostanti cominciava ad essere insufficiente; così, quando nel 1049 le attrezzature fieristiche come poste, stazioni e casotti in legno furono distrutte da un furioso incendio, si provvide a ricostruire tutto a tempo di record e si spostò la fiera a San Michele Extra Moenia. La manifestazione cambiò nome diventando la “Fiera di San Michele in Campagna” e passando inoltre sotto la giurisdizione del convento delle monache Benedettine le quali esercitavano tutti i diritti dei “dazi” e dei “tolonei”.
Una sorta di evento speciale venne però organizzato nel 1187 nel piazzale antistante il Duomo, il Mercà Novo, una fiera che si svolgeva solo in occasione di importanti avvenimenti religiosi come ad esempio la morte di Papa Lucio II e la successiva elezione al pontificato di Urbano III. Ma si trattava per lo più di un mercato occasionale di merci varie che non ebbe lunga storia.
Nel 1216 c’è traccia di un nuovo trasloco nell’area di Campo Marzo dove la fiera rimase stabile fino alla metà del quattordicesimo secolo. Nel tragico 1630, dopo la grave pestilenza che colpì il Veneto e soprattutto Verona, il Senato della Repubblica Veneta istituì due fiere annuali di merci, una in primavera e l’altra in autunno. Si trattava di un apposito editto che puntava a dare un nuovo slancio all’economia indicando in Piazza Bra, nella Cittadella e al Pallone le postazioni per “casotti” e “poste” in legno per le manifestazioni fieristiche. Tutte costruzioni distrutte da un nuovo incendio nel 1712.
Fu solo nel 1722 che si pensò a realizzare un ambiente complesso e organizzato. Nell’area del Campo Marzo, tradizionalmente usata per la fiera di San Michele in Campagna, sorse un originale quartiere fieristico in solida muratura dove svolgere semestralmente le manifestazioni commerciali. Il progettista era lo stesso che nei medesimi anni disegnò il teatro Filarmonico per l’Accademia: Francesco Bibiena. Si trattava di un quartiere espositivo che ospitava circa 270 botteghe e che fu inaugurato dal rettore della chiesa di San Paolo il 28 ottobre del 1722. Era una struttura ispirata ai più avanzati concetti di funzionalità e proprio per questa sua peculiarità logistica, nel 1796, per l’invasione delle truppe francesi, fu adibito a caserma e scuderia.
Sempre nello stesso periodo la Repubblica Veneta decise di istituire, in antagonismo con quella di Genova, la fiera Internazionale dei cambi nell’intento di conquistare i principali mercati finanziari italiani ed esteri. Questo atto di espansionismo commerciale vide, ancora una volta, Verona come fulcro centrale. Le rassegne si svolgevano infatti ben quattro volte l’anno, nel palazzo che fu dei Conti di Sambonifacio, trasformato in una sorta di moderna borsa dove contrattare le valute delle principali piazze monetarie europee.
Un ruolo così importante e strategico non poteva certamente perdersi durante la dominazione austriaca ottocentesca e così la vocazione mercantile di Verona proseguì rafforzandosi con manifestazioni regolari fino al 1822. In quell’anno ogni attività fieristica si concluse per volere della reggenza austriaca che volle trasformare la città in una munitissima fortezza militare con massicce fortificazioni. Non c’era più tempo quindi per il commercio.
Dopo 44 anni, con l’adesione del Veneto al Regno d’Italia, Verona recuperò la propria vocazione mercantile e nel giro di pochi anni la città visse un rifiorire di attività. Tra queste, l’Accademia di Agricoltura, Commercio e Arti di Verona che nel 1868, festeggiando il centenario della fondazione, organizzò un’animatissima Esposizione Industriale Veronese.
Per tutto l’Ottocento però non si può effettivamente parlare di fiera perché le attività non avevano cadenza periodica. Fu solo sul finire del secolo, precisamente il 23 dicembre del 1897 che la Giunta comunale deliberò la costruzione del quartiere fieristico incaricando Gianni Grigolatti ed Eribrando Mantovani di seguire l’opera che fu portata a termine in soli tre mesi. Si trattava dell’area detta “Ortaglia del Biadego” zona che, come spiega Giuseppe Brugnoli nel volume 90 anni di Fiere a Verona - Storia e prospettive dell’agricoltura «si estende tra via Cappuccini Vecchi, la riva destra dell’Adigetto, la riva destra dell’Adige, lungo il lato nord dell’ortaglia, parallelamente alla riva dell’Adigetto». Contemporaneamente l’amministrazione comunale istituì la fiera semestrale di cavalli, l’antesignano di Fieracavalli, e, a corollario di tute le sezioni che compongono tale esposizione, venne realizzato anche il vasto Campo Sperimentale, nel quartiere di San Pancrazio, con annessa la mostra per l’Edilizia rurale, le case rurali e sezioni sperimentali di meccanica agraria.
Un altro salto di qualità avvenne nel 1930 quando fu costituito l’Ente autonomo per le fiere e la tradizionale manifestazione primaverile diventò ufficialmente l’Internazionale dell’agricoltura e dei cavalli entrando a far parte dell’Union des Foires Internationales (Ufi).
Così cominciò l’evoluzione della fiera di Verona che di anno in anno andò specializzandosi sempre più e ampliandosi a diversi settori collegati all’agricoltura e a tutto ciò che essa produce.
L’anno del cinquantenario, il 1948, rappresenta un’altra importante svolta: la cosiddetta Fieragricola viene trasferita a Borgo Roma, in un’area attrezza di tremila metri quadrati. Da qui in poi la storia è tutta in crescendo, un incremento tanto veloce quanto rilevante che ha portato Verona nell’olimpo delle manifestazioni fieristiche europee. Passando dalla nascita del Samoter, ovvero il salone internazionale delle macchine per il movimento terra, al celebre Vinitaly, inaugurato per la prima volta nel 1967, fino alle più recenti manifestazioni come Abitare il tempo (1986), Transpotec e logitec (1988), il Siab, salone internazionale dell’arte bianca (1990) e la Mostra internazionale dei Marmi (1992), si giunge al 1995 anno in cui viene costituita l’odierna Veronafiere International. L’azienda speciale per il servizi internazionali e la promozione fieristica aderisce inoltre, nello stesso anno, all’associazione mondiale dei World Trade Center conferendo così alla città un’aurea cosmopolita. Una natura fiorita in un secolo esatto di vita il cui germe però lo si ritrova fin dagli albori dell’identità veronese.
La prima edizione di Fieracavalli si tenne nel marzo del 1898
di Francesca Paradiso
Ernst Heindl ha passato la vita nell’alta Val di Mazia, in un maso sulle montagne che circondano la Val Venosta. Quasi centenario, conserva due sole immagini dell’Italia: il mare immenso e piatto visto per la prima e l’ultima volta durante il servizio di leva in Calabria e la Fiera dei Cavalli di Verona «che visitai all’inizio del ’900 con mio padre». Ernst non è più sceso dalle sue montagne, ma quel viaggio, a distanza di 80 anni, gli è rimasto ben impresso nella memoria. Racconta che andare a Verona in occasione della Fiera, visti i disagi del tempo, era per i malgari di lassù un’avventura che almeno una volta nella vita valeva la pena di vivere per poterla poi raccontare. Ma cosa vide questo malgaro quasi cento anni fa e come si è poi trasformata questa manifestazione divenuta oggi punto di riferimento mondiale per il settore?
La storia inizia con una delibera datata 28 dicembre 1897 con cui la Civica Amministrazione di Verona istituisce le Fiere Semestrali di Cavalli, dando così inizio all’attività fieristica della città scaligera. Il mondo rurale è al centro della Fiera: si espongono merci, si possono vedere e acquistare cavalli, bovini e animali da cortile. La rassegna occupa Piazza Bra, la Cittadella, i Palazzi della Gran Guardia e del Pallone. In quegli anni il cavallo era un vero e proprio mezzo di trasporto, veniva impiegato nelle campagne per la sua forza e per la sua docilità. Da esso dipendeva buona parte degli introiti di una famiglia e la sua possibilità di spostarsi da un luogo a un altro.
Durante la prima fiera, che prese il nome di Fiera di Marzo, perché si svolse nei giorni 14, 15 e 16 marzo del 1898, gli 800 box predisposti risultarono insufficienti a contenere i cavalli provenienti da ogni parte d’Italia e da molti paesi europei. Il successo della Fiera dei Cavalli si rafforza negli anni, tanto che nel 1906 il re Vittorio Emanuele III, e nel 1924 il principe Umberto di Savoia, la visitano. La manifestazione non pone limiti ai suoi interessi e nel 1899 accoglie il primo congresso automobilistico indetto dall’Automobile Club Italia: tra i partecipanti il Cavaliere Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat, con un quadriciclo a due posti. Nel 1921, dopo aver vinto la Coppa Verona, anche il pilota Tazio Nuvolari prende parte alla rassegna veronese.
Tecnologia e innovazione con il fascismo subiscono un’accelerazione, così il 1922 risulta l’anno del boom della meccanizzazione agricola. Contemporaneamente la Fiera allarga lo spazio dedicato ai cavalli che continua a crescere nel corso degli anni Trenta.
Nel 1930 si costituisce l’Ente Autonomo per le Fiere di Verona e la Fiera di Marzo si trasforma in Fiera Internazionale dell’Agricoltura e dei Cavalli: un vero contenitore di eventi, informazioni, novità; al suo interno si svolge il commercio dei cavalli e si trova tutto ciò che riguarda l’agricoltura e le varie specializzazioni di settore, con l’obiettivo di migliorare la manifestazione che entra così a far parte delle grandi manifestazioni internazionali con l’ammissione all’Union des Foires Internationales (UFI). Verona diventa il punto di riferimento per la crescita mercantile e tecnica del settore primario in Italia.
Nemmeno le guerre sembrano distrarre l’attenzione dalla Fiera scaligera, tanto che nel 1940 si registrò un successo tale che si dovette chiudere con un giorno d’anticipo poichè furono venduti tutti i 6000 cavalli presenti con un giro d’affari di 22 milioni di lire dell’epoca.
Nel 1948, a cinquanta anni dalla nascita, la manifestazione prende il nome di Fieragricola, Fiera Internazionale dell’Agricoltura e della Zootecnica, e si trasferisce in Borgo Roma, dove si organizza in un moderno spazio di 300 mila metri quadrati. In questa occasione viene anche allestito il primo Salone della Macchina Agricola, che rende sempre più prestigiosa la Fiera di primavera e che diventa lo specchio del rinnovamento agricolo italiano e d’Europa.
L’agricoltura assorbe le innovazioni degli anni Cinquanta specializzandosi velocemente e con il tempo Fieragricola produce i suoi “frutti”, nuovi saloni che trovano posto in questo straordinario contenitore. Nel 1964 Samoter, prima biennale e dal 1993 triennale, arricchisce i padiglioni della Fiera con il Salone Internazionale delle Macchine Movimento Terra, da Cantiere e per l’edilizia. Successivamente nel 1967 nascono le Giornate del Vino Italiano, poi nel 1969 Vinitaly, Salone delle Attività Vitinicole, una rassegna che dedica tutto il suo interesse al vino, con numerosi dibattiti di natura tecnica ed economica, convegni per la Legge istitutiva della Denominazione dell’Origine Controllata (DOC) arrivando fino al Salone del Brandy e dei distillati.
Dal cilindro magico di Fieragricola escono nuove sorprese. Nel 1969 nasce Eurocarne, salone delle Tecnologie per la Lavorazione, Conservazione e Distribuzione delle Carni, che è l’ampliamento del Salone delle Attrezzature Zootecniche.
Gli anni Settanta, con le immagini di Battisti e Mogol a cavallo, sono di rilancio per la manifestazione. Cresce l’interesse per il prezioso quadrupede mentre si fa spazio a temi nuovi legati alla natura, all’ecologia, al mondo rurale, al trekking: il cavallo diventa per molti una grande passione, magari da vivere nei fine settimana, a passeggio lungo le ippovie, percorsi utilizzati nel passato e oggi riportati alla memoria.
«In quegli anni la Fiera si trova nuovamente ad anticipare le esigenze del pubblico, propone e valorizza il turismo equestre, diventando un volano per gli scambi internazionali», ricorda Lucia Galli, consulente di Fieracavalli. «I ragazzi trascorrevano notti intere in macchina pur di partecipare all’evento. Nei giorni dell’attività fieristica si potevano incontrare amici, scambiare opinioni e riflessioni su tutto il mondo equestre» aggiunge l’esperta. E sottolinea che all’epoca vi erano solo 10 mila iscritti alla Federazione Italiana Sport Equestri, mentre oggi si contano circa 80 mila iscrizioni. Oggi c’è piena coscienza che il cavallo è un compagno, un animale d’affezione, una sorta di mediatore tra l’uomo e la natura, che ci immerge in ambienti incontaminati: lo attesta il numero di persone che mediamente montano a cavallo, che in Italia è di circa un milione.
Nel 1976 Fiera Cavalli si reinventa nel mese di novembre con Fiera dei Cavalli e Salone delle Attrezzature e Attività Ippiche. Il cavallo, pur restando al vertice della manifestazione, cede spazio a tutto ciò che ad esso si collega: dall’abbigliamento per l’equitazione al mangime per l’animale, dai mezzi necessari al trasporto ai consigli dei veterinari, dal trekking all’ippoterapia.
Fieracavalli ha anche il merito di aver tenuto in vita alcune tradizioni destinate altrimenti a scomparire nelle pieghe della storia, soprattutto negli anni del boom economico, quando l’interesse tendeva a diminuire. Un esempio è il Concorso Internazionale di mascalcia che si svolge ogni anno e che premia i migliori maestri nell’arte di ferrare il cavallo. Una Fiera unica perché coinvolge non solo persone specializzate, ma anche migliaia di visitatori affascinati dall’atmosfera che l’evento crea, dove si possono scoprire altri territori, i loro usi e costumi attraverso percorsi turistici, ambientali e enogastronomici promossi dal Villaggio delle Tradizioni. Una Fiera, quella di Verona, che dal 2001 ospita l’unica tappa italiana FEI World Cup (Coppa del Mondo di Salto ad Ostacoli), ma che attrae anche i bambini nel padiglione “Bambini e Cavalli” dove possono partecipare al Battesimo del Pony.
Il viaggio di Mozart a Verona. Nacque a Salisburgo 250 anni fa
di Nicola Guerini
Il 27 gennaio 2006 ricorre il 250° anniversario della nascita di Wolfang Amadeus Mozart. Il musicista è fortemente legato a Verona dove, ancora adolescente, si guadagnò i primi applausi e le prime lodi.
Infatti, durante i tre viaggi in Italia, il compositore salisburghese e il padre Leopold fecero sosta nella nostra città, dove furono accolti con i migliori onori ed estremo interesse per le virtù del giovanissimo Wolfang. Verona era, per i viaggiatori del Settecento, una città importante per la sosta nell’Italia settentrionale nel periodo in cui Leopold Mozart e il figlio Wolfang intrapresero il primo viaggio italiano nel 1769-1770. Nella consuetudine del tempo era, infatti, una prassi quella che portava gli artisti dall’Europa centrale verso l’Italia, un paese nel quale gli studi dell’arte (e non solo la musica) dovevano essere completati, approfonditi, riportando l’artista ai luoghi d’origine con una sorta di diploma, una laurea, un’attestazione che poteva favorire una maggior considerazione e fama.
Partiti da Salisburgo il 13 dicembre 1769, passando per Innsbruck, Bolzano e Rovereto, essi giunsero, a Verona il 27 dicembre, dove presero alloggio alla taverna «Due Torri» in Piazza Sant’Anastasia. In seguito si spostarono nella spaziosa abitazione del signor Pietro Lugiati che si trovava di fronte all’orto botanico, vicino Santa Maria Antica, in quella che ora è la piazza delle Viviani. Fu proprio in quella casa che Leopold Mozart e il figlio Wolfang conobbero i personaggi illustri della città per censo e cultura come i nobili Carlotti, Emilei, Giusti e Michelangelo Locatelli, che fece da guida a Wolfang nella visita della città, compreso il grande anfiteatro romano, l’Arena.
Al teatro dell’Accademia Filarmonica si stava rappresentando, come opera della stagione di carnevale, «Il Ruggiero» con musica attribuita a Pietro Guglielmi su libretto di Caterino Mazzolà. Durante il soggiorno veronese, il giovane Mozart seguì con attenzione critica gli spettacoli e in una lettera alla sorella, scrisse:
«…Fra un atto e l’altro c’è un balletto: c’è un bravo ballerino che si chiama Monsieur Ruesler. É un tedesco, e danza molto bene; quando fummo l’utima volta (ma non proprio all’ultima cena) all’opera, abbiamo fatto salire M.r Ruesler nel nostro palco (poiché abbiamo a disposizione il palco del Marquis Carlotti, avendone la chiave) e parlato con lui: apropos: tutti ora con la Mascara, e ciò che è comote, quando si ha la larva sul cappello, e si ha il privilegio di non levarsi il cappello se uno mi saluta, e mai chiamarsi per nome, ma sempre servitore umilissimo, siora Mascara. Cospeto di Baco, che allegria…».
La sosta veronese, con un freddissimo clima invernale, fu intensa e durò due settimane. Durante questo soggiorno i Mozart instaurarono un solido rapporto con la famiglia Lugiati, della quale furono sempre ospiti, che si rinnovò nel corso dei tre viaggi in Italia ogni volta che essi passarono da Verona.
Il 5 gennaio 1770 fu sicuramente il giorno più importante del soggiorno veronese di Wolfang. Il giovane talento, infatti, fu invitato dall’Accademia Filarmonica ad esibirsi nella Sala della Conversazione, oggi Sala Maffeiana, dove si faceva anche musica e lettura di drammi. Furono presenti le personalità più illustri della città come il conte Giuseppe Carlo di Serego, il conte Gianfranco Murari Brà, il conte Lodovico Moscardo, il marchese Alessandro Carlotti (che offrì ai Mozart la chiave del proprio palco al Teatro Filarmonico), il conte Pietro Emilei e il conte Giacomo Verità. Quel 5 gennaio è rimasto testimoniato da un resoconto giornalistico, pubblicato sulla Gazzetta di Mantova qualche giorno più tardi. In esso si leggeva: “Questa città non può non annunziare il valore portentoso, che in età di non ancora 13 anni, ha nella musica il giovanetto Tedesco Sig. Amadeo Wolfango Motzzart, nativo di Salisburgo e figlio dell’attuale Maestro di Cappella di Sua Altezza Rma Monsig. Arcivescovo Principe di Salisburgo suddetto. Esso giovane nello scorso Venerdi 5, dell’andante, in una sala della Nobile Accademia Filarmonica, in faccia alla pubblica Rappresentanza ed a copiosissimo concorso di Nobiltà dell’uno, e dell’altro sesso, ha date tali prove di sua perizia nell’arte predetta, che ha fatto stordire. Egli, fra una scelta adunanza di valenti Professori ha saputo, prima d’ogni altra cosa, esporre una bellissima sinfonia d’introduzione di composizion sua, che ha meritato tutto l’applauso. Indi ha egregiamente sonato a prima vista un concerto di cembalo, e successivamente altre sonate a lui novissime. Poi sopra quattro versi esibitigli, ha composta sul fatto un’aria d’ottimo gusto nell’atto stesso di cantarla. Un Soggetto ed un Finale progettatogli, egli mirabilmente concertò sulle migliori leggi dell’arte. Suonò all’improvviso assai bene un Trio del Boccherini. Compose benissimo in partitura un Sentimento datogli sul violino da un Professore. Insomma si in questa, che in altre occasioni, esposto a’ più ardui cimenti, gli ha tutti superati con indicibil valore, e quindi con universale ammirazione, specialmente de’ Dilettanti; tra’ quali i Signori Lugiati, che dopo aver goduti, e fatti ad altri godere più saggi meravigliosi dell’abilità di tal giovane, hanno voluto infine ritrarre in tela al naturale, per serbarne eterna memoria”.
Del successo di Wolfang, il padre Leopold scrisse alla moglie: «...In fede mia non avevo mai visto nulla di così bello…Non è un teatro, ma una sala con delle logge come all’opera. Al posto della scena si trova una pedana per la musica e dietro la musica, ancora una galleria costruita come le logge. La gente, gli applausi, le grida, il rumore, i bravo incessante, in breve tutta questa ammirazione dimostrata dagli ascoltatori non saprei come descriverla».
È importante ricordare che dopo esattamente un anno dal successo del giovane talento, il 5 gennaio 1771, l’Accademia Filarmonica si riunì a ricordo del grande evento, nominando a titolo d’onore, Wolfang Amadeus Mozart, suo Maestro di Cappella.
Nella lettera inviata, durante il soggiorno a Verona da Leopold Mozart alla moglie, viene documentato anche un concerto eseguito il 7 gennaio nella chiesa di San Tommaso Canturiense, sull’organo costruito nel 1716 da Giuseppe Bonatti da Desenzano. E’ molto probabile che i Mozart avessero scelto la chiesa dei frati carmelitani per la chiara fama dell’organaro Bonatti anche se Leopold parla di un secondo strumento del quale non rimane però nessuna testimonianza, tranne che in un verbale napoleonico del 1806. Ecco la testimonianza di quel pomeriggio in una lettera di Leopold alla moglie: «…Dopo il pranzo andammo alla chiesa di San Tommaso per suonare su due organi di questa chiesa, si era già raccolta una tale folla di popolo che noi avevamo appena posto per scendere dalla carrozza. La calca era così grande che fummo costretti a passare attraverso il chiostro, dove poi in un momento ci si aggiunse tanta gente che non avremmo trovato posto se i Padri, che ci aspettavano alle porte del convento, non ci avessero preso in mezzo. Quando tutto fu finito, la confusione fu ancora più grande, chè ognuno voleva vedere il piccolo organista».
Non conosciamo il programma del concerto, ma probabilmente Wolfang avrà improvvisato come era sua abitudine; esistono delle supposizioni, non ancora chiare, sulla possibile esecuzione di un frammento immortalato sul dipinto, che ritrae il giovane prodigio, eseguito in casa Lugiati da Saverio Dalla Rosa (allievo di Gian Bettino Cignaroli). A proposito del dipinto, va ricordato che fu proprio Pietro Lugiati ad insistere per la realizzazione del ritratto combinando gli appuntamenti e le sedute di posa tra il 6 e l’8 gennaio. In seguito venne scritto che la tela passò da casa Lugiati all’Accademia Filarmonica, ma non è stato provato da nessun documento di sodalizio o d’inventario. Il quadro ebbe invece diverse vicissitudini e dalla casa Lugiati passò per varie mani: viaggiò per Vienna e nel 1940 andò ad arricchire a Losanna la collezione di ritratti di musicisti del grande pianista francese Alfred Cortot.
Il primo soggiorno dei Mozart a Verona terminò il 10 gennaio 1770, anche se ritornarono il 4 febbraio e nuovamente dal 16 al 20 marzo dello stesso anno. Nei viaggi successivi in Italia, Verona rimase una tappa obbligatoria; il 18 e 19 agosto, il 7 dicembre 1771, l’1e il 2 novembre 1772 ed infine il 6 marzo 1773, furono ospitati sempre da Pietro Lugiati che aveva ormai instaurato con i Mozart un ottimo rapporto d’affetto e stima.
Verona 600 anni fa passava ai veneziani. L’anniversario il 23 giugno 2005
di Maria Pia Cottini
In piazza delle Erbe un gruppo di turisti sta osservando la fontana di Madonna Verona, alle sue spalle il leone alato e poco più in là Palazzo Maffei. Sono questi alcuni tra i numerosi segni presenti in città di una storia antica che ha conosciuto periodi splendidi di espansione, ricchezza e stabilità alternati a guerre, carestie e pestilenze: il governo della Serenissima Repubblica. Quel leone è infatti il simbolo del dominio veneziano che qui ha avuto inizio il 23 giugno 1405, giusto 600 anni fa.
È il 1387 quando Gian Galeazzo Visconti corona il sogno della sua famiglia conquistando Verona. La signoria milanese, nonostante i vari tentativi di insurrezione sostenuti dai Carraresi di Padova per riportare gli Scaligeri al potere, si concluderà soltanto dopo la morte improvvisa di Gian Galeazzo, nel 1402. Vista la debolezza dei Visconti, i da Carrara approfittano per prendere la città: il 22 maggio 1404 Francesco da Carrara si fa proclamare Signore di Verona. Scoppiano poi ostilità tra Venezia e i signori di Padova. Quindi i veronesi, stremati dalla fame e minacciati dalle epidemie, acclamano Capitano del Popolo Pietro da Sacco, che tratta con i da Carrara. Le truppe veneziane, appostate nei pressi di Montorio e pronte ad occupare la città, pongono fine al dominio dei da Carrara e a Verona non resta che accettare di passare alla Serenissima. Una delegazione si reca da Gabriele Emo, provveditore dell’esercito veneziano, per fissare le condizioni della resa, le stesse che saranno suggellate a Venezia.
È il 22 giugno 1405. Il giorno successivo ha come sfondo della scena Piazza delle Erbe. Qui, al Capitello del Foro, con le campane di tutte le chiese che suonano, Gabriele Emo riceve i simboli del comando della città. Più fastosa e solenne è la cerimonia che si svolge a Venezia, il 12 luglio, in cui la Serenissima festeggia la nuova conquista. La delegazione veronese consegna le chiavi della città e riceve in cambio le bolle d’oro contenenti i trattati e i privilegi, dove si assicura il possesso dei beni, si garantisce che non saranno imposte tasse eccedenti, se non per motivi eccezionali, con l’impegno a mantenere in vigore gli statuti della città e della casa dei mercanti. Inoltre si attesta che tutte le cariche saranno affidate a cittadini veronesi, tranne quella di podestà, di capitano e degli uffici della sicurezza e della difesa militare. Quanto agli incarichi ecclesiastici, che Verona vorrebbe come appannaggio dei suoi cittadini, saranno per lo più affidati a esponenti delle famiglie veneziane. È chiaro che per quanto Venezia garantisca un potere stabile e duraturo, Verona perde per sempre la sua indipendenza.
Ma vediamo per quali ragioni la città lagunare entra in lizza con i carraresi, mirando a conquistare la più occidentale delle città venete e che cosa concretamente comporta per Verona e la sua popolazione il dominio veneziano. Torniamo perciò al leone alato: le zampe sono due in acqua e due in terra a significare la natura anfibia delle sue componenti: città sul mare, isole e porti, ma anche la terraferma da cui la Serenissima si approvvigiona di cereali e legname. Inoltre Venezia ha bisogno di estendersi sul continente per prevenire il formarsi di un forte stato regionale alle sue spalle, ma anche per controllare le vie commerciali e garantirsi così degli empori oltralpe.
Nei primi tempi dopo la resa i proventi di Verona sono importanti per la ripresa economica di una Venezia reduce e ancora impegnata in numerosi conflitti, ma le guerre successive e i disastri naturali accrescono le difficoltà di gestione. Tutto ciò, unito alla disonestà degli stessi amministratori veronesi che speculano sui proventi delle esazioni fiscali, esaurisce le entrate provenienti dalle tasse che vengono rese sempre più pesanti e impossibili da sostenere. “Nemo civis dare potest quod non habet” è la negativa risposta che, nel 1411, il Consiglio cittadino invia a Venezia, di fronte a una richiesta di tremila ducati. Mai Verona aveva subito una pressione fiscale tanto superiore alle sue forze, in anni durissimi di carestia segnati anche da ondate di recrudescenza della peste che, appena nel secolo precedente, aveva decimato la popolazione di mezza Europa.
Nonostante il sommarsi di tante difficoltà, nel corso del Quattrocento la popolazione veronese cresce, passando dai 14 mila abitanti del 1420 (valore molto ridimensionato rispetto ai primi del Trecento, a causa della peste) ai 42 mila del 1502.
Parallelamente alla crescita demografica si registra anche un aumento di ricchezza per le classi più agiate, che si può senz’altro accreditare a una maggiore stabilità politica, ma anche a una aumentata libertà di mercato con Venezia e con altre zone della Serenissima. Per la gente comune la vita invece non è facile: fra il 1400 e il 1509 si registrano altre riprese di pestilenza, terremoti, nuovi episodi di guerra, due inondazioni dell’Adige, inverni freddissimi che provocano la morte di olivi e viti e, come se non bastasse, nel 1477, le locuste divorano le coltivazioni.
Quanto alla vita politica, Verona sotto il dominio della Serenissima viene sottoposta al controllo di due patrizi veneziani: il Podestà e il Capitano. Inoltre vengono introdotti dei cambiamenti costituzionali, i quali però sembrano una scelta autonoma veronese indipendente dell’influenza veneziana. Non si tratta nemmeno di un vero e proprio cambiamento; semplicemente viene riconosciuta in forma legale una situazione già di fatto esistente: il 31 luglio, subito dopo la resa, il comune di Verona decide di sostituire il Consiglio Maggiore, composto da 500 persone, con un Consiglio di cinquanta membri, eletti semestralmente da un Consiglio dei XII, conferendo in questo modo al governo della città una chiara impronta aristocratica.
Nel corso del Quattrocento i nobili veronesi, come l’aristocrazia veneziana, cominciano a investire il proprio denaro acquistando terre creando così un rapporto molto stretto tra città e territorio. Il signorotto, invogliato a rendere più produttiva la propria azienda, bonifica, disbosca, introduce nuove colture, rinnova i sistemi per lavorare la terra. Nell’arco di un periodo non troppo lungo il paesaggio agrario si trasforma, non senza conseguenze sull’economia. L’attività laniera, tanto fiorente a Verona fino alla prima metà del XVI secolo, comincia a entrare in crisi anche a causa della diminuzione dei pascoli ovini che saranno piano piano sostituiti dalla lavorazione della seta che richiede la coltivazione del gelso.
In un documento del 1612 Girolamo Corner scrive che in quegli anni sono circa 25 mila le persone che a Verona si sedicano alla bachicoltura, soprattutto donne di ogni ceto sociale.
Si assiste a un miglioramento della resa della terra e degli interessi del suo proprietario. L’élite cittadina sfrutta in questo periodo l’opportunità di acquistare le fattorie appartenute agli Scaligeri, ai Visconti e ai da Carrara che Venezia ha messo in vendita e vengono fissate nuove norme che regolano l’amministrazione delle campagne.
Tali regole, però, sono spesso svantaggiose per i contadini che versano ancora in condizioni molto grame di sfruttamento, affamati, penalizzati da questo fenomeno di “rifeudalizzazione”: lavorano in condizioni molto precarie, spesso trattati come schiavi da quei nobili per i quali la campagna è solo un investimento da cui trarre profitti e il luogo in cui ritirarsi per trascorrere piacevolmente il tempo.
Per consentire una certa libertà di mercato ai produttori, la Dominante ad un certo punto evita di imporre il prezzo dei cereali, a scapito dei ceti più umili che si nutrono quasi esclusivamente di cereali poveri, i “menudi” (segala e miglio) con cui impastano il pane.
Per fronteggiare la fame Venezia emana alcune norme protezionistiche sulle derrate alimentari di prima necessità. Ma pure nel Quattrocento valeva la regola “fatta la legge, trovato l’inganno”: oltre a lamentare la sterilità delle terre, i proprietari ricorrono al contrabbando lungo l’Adige, sul lago di Garda e attraverso i sentieri montani verso il Tirolo. I cereali eccedenti, che si dovrebbero consegnare in città, prendono così altre strade e i funzionari addetti al controllo molto spesso si lasciano corrompere. Il quadro che riguarda la gran parte della popolazione continua quindi a non essere roseo, e non è destinato a migliorare nemmeno nel secolo successivo, quando Verona tenterà di limitare o di bloccare le richieste di cereali da parte di Venezia. La fame resterà una costante per la povera gente, unita alla malattia che, quella sì, non guarda in faccia nessuno.
Angelo Vinco, 150 anni fa fu il primo Comboniano sulle rive del Nilo
di Maria Pia Cottini
Dall’altopiano della Lessinia all’immensa estensione del Nilo il passo è breve. Basta capire che l’uomo è tale, con le sue attese e speranze, nonostante abbia pelle, lingua e costumi diversi. A scoprirlo, quasi due secoli fa, gettando ponti tra mondi e culture distanti anni luce, è stato un veronese. Parliamo di don Angelo Vinco, nativo di Cerro, pioniere dell’Africa quand’era poco più che un ragazzo. Era nato nel 1819, quando il Veneto da poco si trovava sotto il dominio austriaco. Erano tempi di miseria in cui tanta gente pativa la fame e soltanto pochi potevano studiare: fu proprio in quegli anni che don Nicola Mazza consentì ai ragazzi poveri con "talenti distinti" di studiare. Tra questi anche il giovane Angelo che era cresciuto a Cerro, in una famiglia contadina semplice.
Il ragazzo poté proseguire il suo iter scolastico a Verona, nella scuola di don Mazza, dove si aprivano i giovani studenti a una cultura improntata sugli studi classici, ma tesa anche a conoscere il mondo: dalla geografia agli usi e costumi delle varie genti, alle lingue. Era un’epoca di povertà e oppressione ancora per molti popoli, che avrebbe generato numerose rivolte in Europa; ma anche un tempo in cui si guardava a mondi nuovi con un grandissimo interesse sia culturale che economico.
Studente brillante, Angelo Vinco scelse di fare il prete e di diventare missionario. Nel 1845, all’età di 26 anni si recò a Roma alla congregazione di Propaganda Fide per prepararsi a questo compito con lo studio delle lingue ma anche dei costumi e delle tradizioni delle terre cui era destinato. Nonostante questo alone di terrore e di mistero che circondava il cuore dell’Africa, o forse proprio per questo, il bacino del Nilo, e in particolare le sorgenti del fiume, furono al centro di attenzione grandissima per geografi, esploratori, mercanti, romanzieri e naturalmente anche per le potenze europee. L’idea della Santa Sede era quella di convertire le popolazioni africane al cristianesimo prima che l’Islam le raggiungesse. Fu per questo che in tempi molto brevi la Congregazione di Propaganda Fide decise di stabilire un vicariato lungo il corso del Nilo, nei pressi di Khartoum, dove già in passato era sorta una piccola missione, presto abbandonata.
Vinco fu scelto per la prima spedizione africana con altri tre preti, anch’essi ben preparati e, aspetto importante per l’ambiente africano, di fisico robusto. Il viaggio fu lungo, faticoso per il clima e per il fatto di trovarsi in un mondo del tutto sconosciuto, abissalmente diverso da quello europeo. Infatti l’Africa sub Sahariana, che sulle carte era designata con la definizione hic sunt leones (qui ci sono i leoni), ad indicare che era inesplorata, rimaneva ancora un mistero, avvolta nella leggenda dei racconti riportati dai carovanieri. Anche la sua morfologia era tratteggiata in maniera vaga, sulla base di quegli stessi resoconti.
L’arrivo a Khartoum avvenne dopo quattro mesi e mezzo, ma il viaggio lasciò il segno: padre Ryllo, che era a capo della spedizione, fu piegato dalle febbri e morì poco dopo l’avvio della missione. Anche Vinco dovette rientrare in Italia per rimettersi in salute e fu in questa circostanza che incontrò per l’ultima volta la sua famiglia e conobbe il giovane Daniele Comboni.
Di ritorno a Khartoum, il 13 novembre del 1849, Vinco, il superiore Knoblecher e Pedemonte, un nuovo missionario ligure, decisero di proseguire il viaggio lungo il Nilo Bianco, perché abitato da popolazioni non ancora convertite all’Islam e perché era l’unica via fluviale veramente percorribile. I finanziamenti per l’impresa i preti se li erano dovuti cercare da sé: ormai Roma, scossa dai movimenti rivoluzionari che percorrevano l’Europa, non pensava più ai bisogni della missione. Knoblecher aveva ricevuto alcuni aiuti dall’Austria, ma in qualche circostanza di emergenza, pur di avere a disposizione barche e vettovaglie per le spedizioni, fu costretto a trattare l’avorio con i mercanti. Nella stessa situazione versò anche Angelo Vinco quando, essendo Knoblecher in Europa, e trovandosi lui nella necessità di risalire il fiume per raggiungere le popolazioni Bari, dovette trattare l’avorio. Questo episodio fu in seguito motivo di accuse e incomprensioni tra il missionario e i suoi superiori.
Dopo il primo contatto con i Bari i missionari rientrarono a Khartoum nella primavera del 1850. In estate Vinco riprese il fiume per tornare presso questa tribù: Angelo Vinco fu il primo bianco a vivere per circa due anni completamente solo tra popolazioni di colore, con usi e costumi del tutto diversi dai suoi. Dovette imparare a comunicare con i Bari, apprenderne la lingua e i modi di vivere. Lontano oltre un mese di viaggio dai compagni di missione, in una terra sconosciuta ed estremamente difficile, egli anticipò un’esperienza che soltanto più tardi, con altri mezzi e altra preparazione, fecero scienziati antropologi.
Vinco era partito per la sua missione spinto dal grande desiderio di portare il battesimo a popoli che credeva altrimenti perduti, senza salvezza e il suo intento era quello di far conoscere il Vangelo. Ma egli dimostrò anche una grande passione per le scoperte geografiche e scientifiche: si "innamorò" degli uomini incontrati, della loro cultura che condivise, della loro lingua che imparò a parlare, delle loro tradizioni. Il missionario diventò quindi antropologo e scienziato. Vivendo tra i Bari la loro stessa quotidianità egli si fece da questi molto amare e stimare, come hanno testimoniato i missionari giunti dopo di lui e come ci fanno comprendere le canzoni che i Bari stessi gli dedicarono sia in vita, sia dopo la morte. Egli si avvicinò anche ad altri popoli nilotici sempre in modo pacifico, con l’interesse dell’uomo che desidera incontrare altri uomini e diventarne amico: essi divennero sue guide e importantissimi compagni di viaggio nell’esplorazione del territorio intorno alle sorgenti del Nilo, dove un insaziabile desiderio di conoscenza continuamente lo portava. Gli fu consentito di segnalare rilievi mai prima individuati e di spingersi dove mai nessuno era giunto, intorno al quarto parallelo nord, fornendo riferimenti esatti dei luoghi esplorati. I missionari, infatti, conoscevano gli strumenti della geografia e li sapevano usare benissimo. In particolare le note lasciate da Vinco furono una documentazione fondamentale per gli esploratori che in seguito scesero lungo il Nilo e il suo nome è citato in quasi tutti i loro diari. Anche Jules Verne lo ricorda nell’introduzione del suo primo romanzo "Cinque settimane in pallone" del 1863, inserendolo nell’elenco dei viaggiatori che si erano coperti di gloria in Africa. La sua impresa venne troncata da una febbre violenta e terribile che il suo fisico forte non riuscì a superare. Era il 1853. Don Vinco aveva appena 33 anni.
"Il Piccolo Missionario" dei Comboniani ha raggiunto il traguardo degli 80 anni
di Pablo Sartori
Tutto ebbe inizio una sera d’ottobre del 1926. A Verona, un gruppo di giovani studenti missionari, sull’onda degli entusiasmi suscitati dalla prima Giornata Missionaria Mondiale voluta da papa Pio XI, si chiedeva se fosse possibile lanciare anche in Italia l’esperienza editoriale della rivista inglese per ragazzi “My Little Missionary”.
Il gruppo, guidato dal comboniano padre Agostino Capovilla, inizia a lavorare sodo alla produzione di una rivista da affiancare alla già matura Nigrizia, per sensibilizzare i più piccoli al mondo delle missioni.
Gli obiettivi di questo ambizioso progetto apparvero nel primo editoriale della rivista intitolata “Il Piccolo Missionario”, del 1° gennaio 1927, quando il direttore rivolgeva ai giovani lettori queste parole: «Non avete udito la parola accorata di Gesù, che ricorda le numerose pecorelle erranti lungi dall’ovile? (…) Nessuno che porti il nome di cristiano, deve rifiutarsi di cooperare all’appagamento dei desideri di Gesù per la conversione delle innumerevoli anime infedeli. E in questa santa battaglia missionaria non dovete, non potete mancare voi, giovani e fanciulli, pei quali Gesù ebbe sempre le sue predilezioni.
Per alimentare nei vostri cuori la fiamma dello spirito missionario, incomincia oggi la sua vita questo periodico, desiderato e chiesto da molti di voi. Esso vi porterà relazioni, racconti che vi divertiranno e vi commuoveranno: vi istruirà sul problema missionario, recherà le vostre lettere, e risponderà alle vostre domande…».
Il periodico, quindi, viene alla luce con un’impronta dichiaratamente missionaria e vocazionale, sotto la protezione del “Cuore Santissimo di Gesù e della cara sorellina dei missionari Santa Teresa del Bambino Gesù”. Si propone di alimentare nei giovani cuori “la fiamma dello spirito missionario” mediante le modalità editoriali proprie di un “Mensile Illustrato della Gioventù”, come recita il sottotitolo di allora. In realtà, di illustrazioni non se ne vedono molte: la rivista apre con sole 16 pagine, con molto testo, alcune foto e pochi disegni al tratto. Ma ciò è sufficiente a far sì che il Piccolo Missionario, nel corso dei suoi primi 20 anni di pubblicazione, riesca a suscitare vocazioni nei cuori dei ragazzi e a diffondere nelle case degli italiani i primi elementi di conoscenza di popoli, culture e tradizioni del continente africano. E gli Italiani dell’epoca rispondono all’invito della rivista con altrettanto ardore missionario e interesse “imperiale” per l’Africa, nera e coloniale.
Nel 1948 appaiono le prime tavole a fumetti e aumenta il numero delle illustrazioni. L’annuncio della fede e la vita, spesso avventurosa, dei missionari, sono i temi trattati nei primi fumetti del giornalino, come appare ne “Il mistero del Fiume Bianco”, “cinestoria” a puntate del 1949 dedicata all’opera del missionario veronese don Angelo Vinco, con testi di padre Cirillo Tescaroli e disegni di Borellini.
Nel 1951 inizia la collaborazione del famoso disegnatore B. Jacovitti (allora 27enne) con il suo personaggio il moretto Chicchirì, al quale fa seguito una schiera di giovani e promettenti disegnatori e sceneggiatori quali Pescador, Arletti, Tosi, Peroni (Perogatt), Frascoli (Taner), Brasioli. Negli anni ’60 la rivista comincia a colorarsi. Aumenta progressivamente il numero delle pagine, cambia di tanto in tanto il formato (piccolo, grande, di nuovo piccolo ecc.) e la periodicità della pubblicazione, con brevi parentesi come quindicinale nei primi anni ’70. Si consolida la formula delle storie di fumetti-verità in cui si racconta l’epopea eroica dei missionari impegnati nell’annuncio del Vangelo ad gentes (gli “infedeli” di una volta sono adesso diventati “pagani”…) ma anche la forza e le lotte dei testimoni “laici” che trasmettono ai giovani valori importanti quali la mondialità, la giustizia, la pace, la solidarietà internazionale, il rispetto dell’ambiente, delle culture indigene e dei diritti umani.
Gli azzeccati cambi editoriali e grafici, accompagnati ad una instancabile opera di diffusione promossa nelle scuole e nelle colonie estive di tutta la penisola da giovani ed entusiasti missionari, fanno schizzare verso l’alto il numero di abbonati. Dalle 45mila copie su abbonamento del 1962 si arriva al picco massimo delle 140mila nel 1978: un aumento sbalorditivo che conferma la bontà delle scelte operate dall’editore – i Missionari Comboniani – e motiva l’adesione al progetto Piemme (il nuovo nome della testata in quegli anni) di tantissimi sceneggiatori, scrittori, giornalisti, disegnatori e illustratori come Simioni, Busato, i fratelli Oneta, Aldegheri, Capitanio, G.B. Carpi, Prosdocimi, Ziche, Bighignoli, Lo Monaco, Fiorin, Ongaro, Ottaviani, Grossi, Gentile, Francescato, Bacilieri, Zampollo e molti altri ancora che condividono il modo in cui la rivista cerca di comunicare con i ragazzi e le ragazze di quegli anni. Una strategia vincente a tal punto da essere esportata e “copiata” dai fratellini minori del PM (il logo ufficiale attuale) che si chiamano Aguiluchos (riviste missionarie per ragazzi di Spagna, Messico, Perù e Cile, Ecuador e Colombia), Audacia (Portogallo) e Zikomo (Malawi).
«Una rivista come la nostra, con una “rotazione” altissima di lettori e lettrici per ovvie ragioni demografiche, ha bisogno di stendere e alimentare di continuo una rete di collegamento con i gruppi, le scuole (cattoliche e non), gli amici, i simpatizzanti». Con queste parole, giusto 10 anni fa, fratel Gianni Albanese, primo direttore della rivista in versione moderna “tutto colore”, formato 17 x 24, del 1993, indicava le linee strategiche elaborate dalla redazione di allora per il rilancio della pubblicazione.
Nascono così le attività extra redazionali della rivista, a carattere missionario e culturale, attività che costituiscono il variegato “Mondo PM”, fatto di mostre itineranti su tematiche proprie dei Paesi del Sud del mondo; corsi di educazione alla mondialità e all’intercultura in scuole (molte) e parrocchie (poche), dove bambini e ragazzi comunicano tra loro attraverso giochi di ruolo e dinamiche di gruppo; laboratori a carattere artistico e musicale, per cogliere le ricchezze di culture e popoli del Sud del mondo spesso sconosciuti e ignorati.
E si delinea la peculiarità del PM nel panorama dei media italiani: comunicare in modo semplice e diretto con bambini/e e ragazze/i dagli 8 ai 15 anni, attraverso uno strumento di formazione e informazione che da 80 anni continua a scommettere sulle capacità delle nuove generazioni di capire il mondo (in senso ampio: culture, popoli, differenze, tradizioni, attualità). Una volta capito e apprezzato il mondo – compreso il Sud – in quegli aspetti positivi che i mezzi di informazione nostrani sistematicamente ignorano, questa rivista, che si definisce “piccola ma con grandi ideali”, cerca di mettere le basi per un impegno dei bambini e delle bambine nella costruzione di un’umanità “diversa” e senz’altro migliore. Accetta quindi la sfida di voler valorizzare il contributo dei piccoli nella costruzione di rapporti fra persone e popoli che siano all’insegna del mutuo riconoscimento e del dialogo tra uguali. Lo fa prendendo posizione e dichiarandosi apertamente “di parte”: dalla parte dei bambini e dei ragazzi che, spesso, sanno riconoscere i veri amici, quelli che li aiutano a crescere con la testa e con il cuore.
Il rintocco del Rengo preannunciava la riunione del Consiglio Comunale
di Matteo Padovani
La recente proposta del Difensore civico, Antonio Sambugaro, di tornare a suonare il Rengo quando si riunisce il Consiglio comunale riporta l’attenzione su questa significativa campana che è parte integrante della storia e dell’arte di Verona.
Il Rengo raggiungerà nel 2007 il prestigioso traguardo dei 450 anni di età. In tutto questo tempo ha suonato ininterrottamente dall’alto della Torre dei Lamberti, simbolo storico del potere comunale della città, segnalando i principali avvenimenti della vita pubblica e le ricorrenze di interesse cittadino e nazionale. Se questa campana, con un po’ di fantasia, avesse il dono della parola, potrebbe raccontarci moltissime cose. Ci direbbe di avere suonato per quasi due secoli e mezzo sotto la dominazione veneziana, poi sotto quella austriaca, di avere rintoccato per le Pasque Veronesi, per l’Unità d’Italia, per la conclusione delle due guerre mondiali e chissà in quanti altri eventi storici. Con tristezza ci ricorderebbe che, in epoca veneziana, gli spettava anche il grave compito di annunciare le esecuzioni capitali. Forse nemmeno lui potrebbe ricordare quante volte, in questi secoli, ha suonato per convocare il Consiglio comunale, compito che ha svolto regolarmente fino a qualche decennio fa.
Le campane nacquero per scopi religiosi e ancora svolgono l’importante funzione di richiamo liturgico. Ma alcune di esse, quelle cosiddette “civiche”, fin dall’epoca medievale risuonano dall’alto delle torri comunali. La Torre dei Lamberti, la più alta di Verona, raggiunge l’altezza di 79,10 metri alla sommità delle falde di copertura e di 83 metri alla banderuola che sormonta la sfera. Le campane attualmente esistenti sulla torre sono quattro, frutto di rifusioni ed aggiunte avvenute nel corso dei secoli: il Rengo si trova nella cella campanaria ottagonale superiore, mentre un’altra, detta Marangona, assieme a due bronzi più piccoli è posizionata in quella inferiore. Le quattro campane costituiscono un accordo musicale armonico (prima, terza, quinta, ottava). Questo tipo di accordo, un tempo abbastanza diffuso sui campanili cittadini, venne progressivamente sostituito dalla scala musicale diatonica maggiore.
L’origine di queste campane viene fatta risalire agli Statuti Albertini (1272-1276), i quali stabilivano che sulla Turris Palatijs Comunis Verone dovevano esserci due campane di diversa grandezza. La maggiore aveva il compito principale di convocare il parlamento cittadino, detto Arengo, da cui deriva il nome di Rengo assegnato alla campana. La minore, la Marangona, aveva il compito di segnalare l’inizio e la fine delle attività lavorative.
Le due campane furono rifatte nel 1311 per gli Scaligeri Alboino e Cangrande, e una successiva rifusione del Rengo avvenne nel 1394 per opera del fonditore Zanfrancesco da Legnago. Nel 1452 entrambe furono rifatte dal Maestro Gasparino da Vicenza, a cui il Consiglio di Verona diede il titolo di Archicampanista. Nel 1471 si rifece nuovamente la Marangona, e nel 1521 fu ancora la volta del Rengo ad opera di don Bonaventura, capostipite della dinastia dei fonditori Bonaventurini: la campana riuscì del peso di dieci mila 884 libbre, corrispondenti a tremila 611 chili (Il peso veronese corrisponde a 8,33050 chili e si divide in 25 libbre).
Nel 1557 si dovette procedere ad una nuova rifusione per la quale fu incaricato Alessandro Bonaventurini, nipote di don Bonaventura. La campana, che è quella tuttora funzionante sulla torre, pesava dodici mila 658 libbre, ovvero 4215 chili. La Marangona fu rifatta nel 1597 per opera di Servo De Levis, e infine da Giovanni Cavadini nel 1833.
Il Rengo è per dimensioni la seconda campana nel Veneto. Al primo posto vi è la campana maggiore del concerto della Cattedrale di Verona, rinnovata nel 2003 e pesante 4566 chili, mentre al terzo posto vi è la maggiore delle cinque campane di San Marco, a Venezia, di 3625 chili.
Il Rengo è considerato un capolavoro dell’arte fusoria rinascimentale, non solo per la qualità del suono, ma anche per l’eleganza degli ornamenti che arricchiscono la superficie esterna del vaso bronzeo. È una delle campane più antiche tra quelle oggi esistenti nella provincia di Verona, poiché l’attuale patrimonio campanario della città risale, nella grande maggioranza dei casi, ai secoli XIX e XX. Le campane precedenti (fino al secolo XVIII) furono in gran parte sostituite con nuove fusioni a causa di rotture dovute all’usura, o per esigenze superiori rispetto a quelle passate. Alcune campane antiche, tuttora esistenti e non più utilizzate, sono oggetto di adeguate sistemazioni museali, come ad esempio nel Museo di Castelvecchio. Ma ce ne sono altre che continuano a svolgere con puntualità il loro servizio
Una di queste è appunto il Rengo, montato su un’incastellatura metallica realizzata intorno al 1970 dalla ditta Cavadini di Verona, costituita da una robusta struttura intelaiata, da un ceppo che sostiene e controbilancia la campana e da una grande ruota di azionamento. La struttura consente l’utilizzo della campana in condizioni di massima sicurezza per la staticità della torre.
Il suono avviene con moto oscillatorio per mezzo di un motore elettrico, il quale, tramite una catena di trasmissione, agisce sulla ruota di azionamento. In questo modo si ha la percussione del battaglio in ferro appeso internamente alla campana. Il Rengo rintocca quotidianamente per segnare le ore dell’orologio, tale suono avviene però a campana ferma, per mezzo di un martello elettrico che colpisce il bordo esterno di battuta.
La campana, pur presentando i segni dell’usura, è assolutamente sana. Lo testimoniano non solo un attento esame esterno, ma soprattutto la resa acustica che è davvero notevole. Il suono è grave, cupo, armonicamente imperfetto se paragonato a quello delle campane realizzate negli ultimi due secoli, ma è comunque possente, solenne, ed in grado di esercitare un fascino davvero unico.
Il Rengo potrebbe tornare a suonare con una certa regolarità, ma il suo utilizzo dovrebbe necessariamente avvenire con le dovute cautele, poiché si tratta di una campana antica e di un bene storico per il quale è fondamentale innanzitutto la conservazione. L’Amministrazione comunale si fa carico infatti di assicurare una manutenzione costante e qualificata alle varie parti meccaniche. La durata del suono deve sempre essere limitata a pochi minuti, per non sottoporre la vetusta campana a vibrazioni troppo prolungate. In questo modo il Rengo potrà continuare per lunghi secoli ancora a far sentire la sua autorevole voce.
IL SISTEMA VERONESE DI SUONARE LE CAMPANE
Esiste un sistema tutto veronese di suonare le campane. È stato studiato e messo a punto verso la fine del secolo XVIII, precisamente nel campanile di San Giorgio in Bràida e agli inizi del Ventesimo secolo conobbe la sua completa affermazione. È un sistema di suono “a campane giranti”, ossia in grado di compiere la rotazione completa di 360°.
La montatura prevede un ceppo in ghisa di sostegno e bilanciamento, corrispondente al quaranta percento del peso del bronzo. A lato del ceppo vi è la ruota di azionamento, di diametro circa doppio di quello della campana. A questa è fissata la corda che scende fino alla base del campanile. Il battaglio è di tipo cadente, con peso ideale pari al due per cento del peso del bronzo. I suonatori eseguono di solito le concertazioni dal piano terreno, a volte invece operano da un livello intermedio, ma in ogni caso possono solamente udire le campane, non vederle.
Una volta disposta la squadra di suonatori, uno per campana, o più di uno se le campane superano un certo peso, inizia l’esecuzione concertistica. La prima operazione consiste nella messa “in piedi” delle campane, agendo a strappi successivi sulla fune di manovra finché il bronzo raggiunge la posizione di equilibrio con la bocca verso l’alto, posizione che viene poi mantenuta grazie all’abilità del suonatore. Il maestro ha il compito di indicare la successione delle campane prevista dallo spartito il quale è costituito da una serie di numeri che sostituiscono le note musicali e ad ogni numero corrisponde una campana. Il compito di ogni suonatore, ogni qualvolta venga chiamato il numero corrispondente, è di riportare la campana dalla posizione di riposo, farle compiere una rotazione completa con l’emissione di un unico squillo e fermarla dalla parte opposta a quella di partenza. I suonatori provengono da apposite scuole campanarie, istruiti da maestri ed esperti. Nel veronese ci sono un centinaio di gruppi di suonatori, per un totale di oltre mille praticanti, molti dei quali di giovane età. (m.p.)
Le origini dei Salgari. Una pergamena riconduce la casata al Castello padovano di Salgaro
di Michele Gragnato
È stato trovato un documento, una pergamena araldica, che riportando uno stemma con tanto di chiavi fa derivare la casata dei Salgari dal castello di Salgaro, nel padovano, ne attesta l’appartenenza alle arti di Padova fin dall’età comunale e nomina i servizi resi in favore di Firenze, del Papato e di Venezia Serenissima.
È questo il frutto delle ricerche di Francesco Quintarelli, che è stato sindaco e preside a Negrar, dove Emilio Salgari passava le vacanze da bambino. Quintarelli è anche membro acquisito della famiglia Salgari: la moglie Emilia, infatti, portava il cognome dell’illustre scrittore nato a Verona nel 1862. Il professore ha consultato gli archivi pubblici, ha cercato in vecchie cassapanche e granai privati, ricorrendo anche alla memoria storica di tutto il parentado, ed è uscita questa novità che ci aiuta ad inquadrare meglio le origini del padre di Sandokan e dei Tigrotti della Malesia, del Corsaro Nero, della Scotennatrice e di un’infinità di personaggi che furono cari a parecchie generazioni di giovani.
Nel 1825, sotto l’imperial regio governo, la famiglia Salgari era benestante. Possedeva terre in Valpolicella, a Tomenighe di Sotto, fra San Vito e San Peretto e aveva un appezzamento d’una settantina di campi. Qui si coltivava la buona terra da vigna, si produceva il vino, si allevavano e lavoravano i bachi da seta. In città i Salgari gestivano un paio di lucrose attività: un servizio di vetturale, con cavalli e vetture, e l’Osteria all’Ortolan, celebrata da gastronomi e viaggiatori.
Il bisnonno di Salgari ebbe 10 figli fra cui vennero divise queste proprietà. Al nonno del romanziere, Paolo, toccarono metà degli edifici della vecchia casa di Tomenighe, con una ventina di campi di terra, e il servizio cittadino di vetturale. Suo fratello minore, Luigi, rimanendo sul posto, conservò invece lo stemma (probabilmente derivato da una frequentazione degli antenati a piccole cariche di dignità locale), tenne i campi in località Colonel di San Vito, lungo il Progno di Negrar, dove si rifece la casa che i suoi discendenti conservano ancora, insieme alle antiche attività vitivinicole.
Un altro interessante documento ottocentesco venuto alla luce è la pianta della grande corte di Tomenighe che ci mostra un luogo sicuramente frequentato dal giovane Emilio nei suoi frequenti soggiorni in Valpolicella presso il parentado dove visse estrosi sogni infantili. Arrampicato sul culmine della torretta di casa sicuramente Emilio resistette ad assedi infernali di turpi colonialisti inglesi e di arrembanti ciurme saracene. In questi luoghi si misurò col reale la sovrabbondante capacità del giovinetto di lasciar libero sfogo alla fantasia, probabilmente di trascinarvi dentro i compagni, portandoseli a spasso nel mito, come poi farà con generazioni di entusiasti.
La storia dell’Accademia Filarmonica di Verona fondata nel maggio del 1543
di Nicola Guerini
La storia dell’Accademia Filarmonica di Verona ha origini antiche. Fu fondata nel maggio del 1543 con la fusione delle due preesistenti, l’Incatenata e la Filarmonica, nate non molti anni prima. Nel 1564 un’altra Accademia, detta “alla Vittoria”, si unì alla Filarmonica accrescendone l’importanza.
Prima di scorrere tra le pieghe della storia tutte le vicende legate alla vita di questa grande istituzione, è importante gettare uno sguardo sul presente. Oggi l’Accademia Filarmonica rappresenta un punto di riferimento nel panorama musicale classico. La sua vocazione in tale ambito, che non si è mai interrotta nemmeno nei momenti più difficili, trova ampio riscontro nei due impegnativi appuntamenti concertistici del Settembre dell’Accademia, rassegna di grandi orchestre e interpreti internazionali, e de Le Nuove Musiche, in Sala Maffeiana, dedicate al repertorio rinascimentale e barocco.
Nato nel 1989 da un’idea del presidente Luigi Tuppini, il Settembre dell’Accademia rappresenta un momento culturale d’estrema importanza per Verona, una rassegna che si rinnova ogni anno con l’invito di grandi orchestre, direttori e solisti di fama internazionale. Scorrere l’elenco degli Accademici e degli ospiti illustri che nel corso dei secoli hanno varcato la porta dell’istituzione è un lavoro assai arduo. Solamente fare riferimento al Cinquecento, significa immergersi nella vitalità della cultura di Verona: dall’umanista Matteo Dal Bue, al conte Mario Bevilacqua, dal medico Pietro Sonzom ai pittori Domenico e Felice Brusasorci.
Già allora, infatti, l’Accademia coltivava specialmente la musica e il canto, ma chiamava nelle sue sale persone dotte nelle materie scientifiche e matematiche, nella logica e nella morale, tanto che ben presto il suo prestigio varcò i confini cittadini e si diffuse nella Repubblica Veneta e in tutta Italia stipendiando i migliori maestri di musica.
Si davano inoltre concerti e feste, talvolta sontuose, invitando le autorità cittadine e le dame dell’aristocrazia. Di tanto in tanto si eseguivano spettacoli teatrali, commedie, favole piscatorie, marittime, pastorali, tra cui un’eccezionale edizione dell’Aminta di Torquato Tasso allestita nel Giardino Giusti nel maggio 1581. Particolare impegno veniva profuso nella solennità annuale del primo maggio, data stabilita come anniversario della fondazione, quando in una chiesa cittadina si cantava una messa, con musiche e apparati scenografici, cui seguiva il banchetto anch’esso allietato da liriche e canti.
Fin dalle origini, ebbe una scelta biblioteca di libri letterari, scientifici e di opere musicali, nonché una preziosa raccolta di strumenti musicali, celebre anche fuori Verona già nel corso del Cinquecento. Tale patrimonio fu subito oggetto di attente cure e dall’inizio del Seicento venne eletto ogni anno un bibliotecario tra gli stessi Accademici. L’archivio storico dell’Accademia, nonostante le lacune dovute alle vicissitudini storiche, comprende numerosi documenti amministrativi, verbali, lettere e disegni dalla seconda metà del XVI secolo alla prima metà del XX. Preziosissimo è il fondo musicale antico, costituito da 230 opere a stampa (per la maggior parte madrigali del Cinquecento) e da 21 manoscritti dal XVI al XVIII secolo, mentre il fondo musicale moderno è formato in prevalenza da partiture e parti manoscritte della prima metà dell’Ottocento e da spartiti a stampa dell’Otto e Novecento. Assai pregiato è poi il fondo morale-letterario antico, costituito da 279 opere a stampa, tra cui 15 incunaboli e 232 cinquecentine. Oltre a ciò gli strumenti dell’Accademia Filarmonica sono quasi tutti dei decenni centrali del Cinquecento e costituiscono parte importante del patrimonio dell’istituzione.
L’Accademia non aveva in origine una propria sede. Nei primi anni del Seicento, ottenuto dalla città il terreno contiguo ai Portoni di piazza Bra, costruì finalmente la nuova e definitiva sede, su disegno dell’architetto Domenico Curtoni. I lavori, assai onerosi, si trascinarono per diverso tempo e costrinsero gli Accademici a rinunciare al proposito di edificare anche un teatro che, dalle testimonianze rimaste, doveva essere simile all’Olimpico di Vicenza. Una descrizione dell’edificio, della metà del Seicento, parla del grande salone (ancora oggi esistente col nome di Sala Maffeiana) ornato dagli stemmi dell’Accademia, da oltre trecento “imprese”, da numerosi ritratti e da un grande organo, le cui portelle dipinte dal celebre pittore e Filarmonico Alessandro Turchi, detto l’Orbetto, saranno poi vendute nel Settecento al console inglese Giuseppe Smith per finire nelle collezioni reali del castello di Windsor.
All’inizio del Settecento, quando una lenta e inesorabile crisi stava ormai minando l’istituzione, arrivò la spinta decisiva del grande erudito Scipione Maffei, energico suscitatore di nuove energie intellettuali e morali. Il Maffei convinse l’Accademia a costruire il Teatro e il Museo Lapidario, restituendole così il ruolo di fulcro della vita culturale cittadina. Il Teatro Filarmonico fu progettato dal famoso architetto e scenografo bolognese Francesco Bibiena e inaugurato il 6 gennaio 1732 con La Fida Ninfa di Maffei musicata da Antonio Vivaldi. Distrutto da un incendio la notte tra il 20 e il 21 gennaio 1749, fu riedificato con alcune varianti dall’architetto emiliano Giannantonio Paglia (già collaboratore di Bibiena) e inaugurato nella stagione di carnevale 1754 con Lucio Vero di Metastasio musicato da Davide Perez.
Il Museo Lapidario Maffeiano fu il primo sorto in Italia con precisi intenti conservativi e didattici. Nato dal nucleo originario di lapidi antiche acquisite dall’Accademia a partire dal 1612, venne costruito tra il 1744 e il 1749 su disegno dell’architetto Alessandro Pompei anch’egli Filarmonico.
Se l’attività culturale dell’Accademia in questo secolo fu preminentemente letteraria e scientifica, ebbe però una vigorosa ripresa l’interesse verso la musica, nel cui largo circolo italiano ed europeo la città era entrata attraverso gli spettacoli del Filarmonico. Le giornate veronesi del giovane Mozart tra il 1770 e il 1772 ne diventano il simbolo, che si concretizza proprio in quel decennio con la creazione di un’orchestra stabile col nome di “Orchestra dell’Accademia”.
Dopo la fine della Repubblica Veneta, la Filarmonica sopravvisse, grazie al suo Teatro, ai radicali mutamenti causati dalle riforme napoleoniche fino al 1810, quando furono soppresse tutte le istituzioni accademiche per riunirle in un unico “Ateneo” articolato in più sezioni. Nel progettato Ateneo veronese, che tuttavia non sarà mai realizzato, all’antichissimo sodalizio era stato riservato un posto nella sezione letterario-scientifica. Nel 1811 i Filarmonici si trasformarono di fatto in società di palchettisti (la denominazione diventa infatti “Società Filarmonica”) e in seguito la gestione del Teatro continuerà ad essere la loro attività predominante, assieme alla cura dell’orchestra stabile e alla guida di gran parte della vita musicale veronese.
La nuova, dolorosissima perdita del Teatro dopo il bombardamento del 23 febbraio 1945, troverà come duecento anni prima energie e menti capaci di volere e impostare la ricostruzione, nonostante evidenti difficoltà e numerosi ostacoli tecnici, finanziari, amministrativi ed organizzativi. Dopo il Concorso nazionale per il progetto del nuovo Filarmonico bandito il 20 maggio 1947 (vinto dagli architetti Scalpelli, Sciascia e Ferrante), nel 1956 si optò per la soluzione proposta dal veronese Vittorio Filippini, che, pur tenendo conto delle moderne esigenze funzionali, più si avvicinava allo spirito bibienesco (dal nome del progettista) del vecchio Teatro. I lavori, iniziati nel 1961, durarono circa un decennio. Il Filarmonico da circa venticinque anni è stato dato dall’Accademia in uso gratuito al Comune di Verona, che a sua volta lo ha destinato all’attività istituzionale dell’Ente Lirico Arena di Verona, l’attuale Fondazione Arena.
Compositori veronesi tra ’600 e ’700. Dall’Abaco, Gazzaniga, Salieri…
di Nicola Guerini
«Ed ecco perciò Verona, pochi mesi avanti bel teatro di gusti cavallereschi, fatta spettacolo in felicissimo à gli stranieri di miseria compassionevole, per le pubbliche, e le private ghiatture: travagliata dalle esterne invasioni, meza consumata dalle proprie militie, guasta dalle inondazioni, abbattuta dalla pestilenza, et in uno de’ più degni, e pregiati membri, tocca non solo, mà sfigurata dal foco. O memorie, ò tempi! Era, ridotte le cose à segno, che meglio si potevano lacrimare, che ristorare, e meglio piangere, che descrivere. La naturale elazione allora de gli animi veronesi, si vidde se non distrutta, almen depressa, e costernata».
Così il medico Francesco Pona, scrive davanti al tragico spettacolo della città decimata dalla peste del 1630. Secondo le statistiche del tempo: «erano 53.533, sono morti 32.895, sono vivi 20.630, cioè 7.681 homeni, 9.443 donne, 3.506 putti».
Il 60 per cento della città finisce nelle fosse comuni, gettato nelle acque dell’Adige, bruciato sui roghi, coperto dalla calce viva. In Duomo la peste passa come una ventata gelida di morte: uccide canonici, cappellani e chierici privati. Gravemente decimati sono anche tutti i sodalizi e organismi musicali, dalla Cattedrale del Duomo alle Scuole Accolitali, alle Accademie, che escono assai provati dalla grave calamità.
Non manca però la ferma volontà di ripresa che già si manifesta nel 1631 con la solenne processione di ringraziamento per il cessato contagio: si svolse dal Duomo a S.Anastasia e a S. Fermo «ove fu cantata una messa la più solenne che portassero i tempi». Dall’espressione di un antico cronista dell’epoca, traspare così l’impegno a non voler perdere la tradizione musicale, passata e recente, nonostante le difficoltà che la peste aveva portato.
La cappella del Duomo è la prima a dare qualche segno di ritrovata vitalità per quanto i generosi sforzi delle autorità capitolari (l’insieme delle autorità ecclesiastiche che affiancano il vescovo nel governo della diocesi) raramente trovarono adeguata rispondenza nei risultati. Il continuo avvicendarsi alla guida della Cappella di maestri non sempre all’altezza del compito nei decenni centrali del Seicento, le severe restrizioni alle spese per i salari dei musici imposte dalla scarsità delle rendite, lo stato di decadenza delle Scuole Accolitali – per i permanenti vuoti nel corpo docente – sono gli aspetti più evidenti di una generale precarietà che certo non favorisce il ritorno al prestigio dei tempi migliori.
Soltanto nel 1670 le istituzioni cattedrali sembrano trovare nuovo vigore grazie al veronese Dionisio Bellante, già violinista in Duomo nell’immediato dopo peste e, dal 1658, maestro di cappella (incarico simile egli lo ricopre presso la chiesa di San Luca).
Di Bellante va ricordato l’oratorio “Il figliol prodigo” e una scuola per ragazzi, i “Pueri cantores” che, affiancandosi ai clerici e musicisti salariati, rinforzavano con successo le attività della Cappella. Gli eccellenti risultati conseguiti dal Bellante sul piano didattico e artistico nel periodo del suo incarico sono compromessi da una nuova serie di calamità naturali (inondazione, tempeste di grandine e siccità) che colpiscono il territorio veronese nel 1668, facendo cadere le rendite terriere di cui la Messa Accoliti godeva. Il Capitolo è costretto ad altri drastici provvedimenti restrittivi verso Scuole e Cappella, i cui organici sono pressoché dimezzati (rimangono in servizio il solo maestro, che muore nell’ottobre del 1685, e qualche cantore).
Alla vigilia dell’ultimo duro colpo inflitto alla vita musicale della città, nel luglio del 1684, lascia il suo posto di violinista in Duomo Giuseppe Torelli (1658-1709), entrato fra i “musici salariati” della Cappella nell’agosto del 1683. Nato nella nostra città nell’aprile del 1658, in una casa di S.Maria in Chiavica, da Stefano Torelli che per parecchi anni fu sovrintendente alla Dogana. Il giovane Giuseppe apprende le prime lezioni a Verona con il maestro Giuliano Massarotti ed in seguito perfezionerà i suoi studi presso l’Accademia Filarmonica nei cui registri si parla nel 1684 di questo “suonatore di violino”. Il nome di Torelli si aggiunge alla lunga lista dei musicisti veronesi che, formatisi nella loro città natale, troveranno poi altrove stabile sistemazione e gloria. Si ripete così una storia antica, iniziata con i frottolisti Tromboncino e Cara, quindi proseguita con Vincenzo Ruffo, Stefano Bernardi e molti altri meno noti ma altrettanto rappresentativi “ambasciatori all’estero della Verona musicale”.
Nel 1684 Torelli parte per Bologna, centro importante del violinismo seicentesco, dove viene accolto quale membro della locale Accademia Filarmonica e della rinomata Cappella musicale di San Petronio. Il successo sempre crescente lo porterà alla pubblicazione di varie opere; di particolare importanza è la raccolta di dodici concerti grossi con una Pastorale per il Santissimo Natale Op. 8, edita dopo la morte dell’autore, costituita da sei concerti per violino. La scuola barocca bolognese ha in lui un esponente di grande valore, al quale si deve il merito delle prime e decisive affermazioni del concerto con il violino solista. Torelli si trasferirà a Vienna nel 1695, nel 1698-99 sarà attivo nella Corte di Brandeburgo-Ansbach per tornare poi nel 1701 a San Petronio, ormai consacrato fra i “grandi” della generazione musicale di Corelli e Vivaldi.
Anche Felice Evaristo Dall’Abaco (1675-1742) dalla nativa Verona (in una casa nell’attuale vicolo S.Giovanni in Foro presso la chiesa di Santa Eufenia) si trasferisce a Modena per completare la sua formazione violinistica con il celebre Tommaso Antonio Vitali. Di qui, agli inizi del Settecento, Dall’Abaco passa come violoncellista al servizio di Massimiliano II di Baviera, presso la Corte di Monaco, seguendo il suo principe nei numerosi spostamenti attraverso Francia e Belgio. Egli percorre tutte le tappe della carriera all’interno della Cappella bavarese divenendone direttore “konzermeister”(maestro dei concerti) e, dal 1717, addirittura consigliere di Massimiliano II.
Ad Amsterdam e Parigi, capitali settecentesche dell’editoria musicale, Dall’Abaco pubblica varie raccolte di sonate violinistiche, triosonate e concerti che lo impongono quale autorevole e raffinato esponente dello stile strumentale italiano all’apice della sua stagione. Verona ha voluto mantenere viva la memoria dell’illustre compositore intitolando al suo nome il Conservatorio musicale cittadino.
Estintasi con la metà del secolo XVII la grande tradizione strumentale italiana e trasferitisi all’estero i suoi maggiori protagonisti, dilaga la musica vocale con un particolare interesse verso il melodramma. É a questa nuova sensibilità che dobbiamo rivolgerci per trovare altre presenze veronesi significative nel panorama della musica del secondo Settecento.
Tra queste, Giuseppe Gazzaniga (1743-1818), autore di oltre sessanta opere, serie, buffe e intermezzi, oratori, messe, cantate, nonché sinfonie, ouvertures e concerti per pianoforte e orchetra. La sua carriera inizia a Napoli studiando con Porpora e Piccinni, come ogni operista del tempo, e prosegue con continui spostamenti di città in città dove vengono rappresentati i suoi lavori; dal 1791 fino alla morte si stabilisce a Crema come maestro di Cappella del Duomo. Tra le sue opere va citato “Il convitato di pietra” (1787), dal quale Mozart e il librettista Lorenzo Da Ponte trassero lo spunto per il capolavoro teatrale “Don Giovanni”, andato in scena a Praga il 29 ottobre dello stesso anno. Da citare il grande successo al Filarmonico del 1775 con “L’isola di Calipso” e il grande trionfo dell’opera “La vendemmia” composta su libretto di Carlo Goldoni, data a Verona nel 1778, e il dramma giocoso “L’isola d’Alcina” su libretto di Bertati. Gazzaniga torna al Filarmonico nel 1797 con “La moglie capricciosa”, nel 1797 con la prima de “Il divorzio senza matrimonio” e nel 1799 con “Fedeltà ed amore alla prova”.
Nel 1780 al Filarmonico c’è il debutto del legnaghese Antonio Salieri (1750-1825) con “La scuola dei gelosi”. Salieri è già famoso. Dopo gli studi a Venezia con Pescetti e con Pacini ottiene notevole successo nel campo operistico europeo. Bene apprezzato dal maestro di cappella alla Corte di Vienna, Gassmann, viene da questi convinto a trasferirsi nella capitale imperiale dove riceve lezioni e protezione.
Dopo aver esordito a Vienna nel 1770 con “Le donne letterate”, nel 1774, alla morte di Gassmann, prende il suo posto. Incontra subito il favore del pubblico ricevendo numerosi inviti: a Milano per l’inaugurazione della Scala con “L’Europa riconosciuta” e a Parigi su richiesta di C.W.Gluck con “Le Manaidi” del 1784. Nel 1778 prende la direzione della Cappella Imperiale succedendo a G. Bonno, ma dodici anni più tardi decide di mantenere solamente la carica di compositore di Corte, dedicandosi con passione all’insegnamento: tra i suoi allievi Beethoven (che gli dedicò le tre Sonate Op 12), Schubert, Liszt, Meyerbeer, Hummel, Sussmayr. Organizzatore infaticabile (annoverato tra i fondatori del Conservatorio di Vienna), dopo il 1821 soffre di una grave malattia mentale. Nell’anno mozartiano è doveroso ricordare che è assolutamente infondata la diceria che imputava Salieri come responsabile dell’avvelenamento di Mozart per invidia del suo genio. Questa infatti è la leggenda immortalata da Puskin, che ne fece un piccolo testo teatrale (1830), poi musicato da Rimskij-Korsakov. Oltre a “Le Manaidi”, fra le quarantina di opere di Salieri figurano, in primo piano, “Tarare”, “La grotta di Trofonio”, “Prima la musica poi le parole” e il “Falstaff” del 1799, dal quale Beethoven utilizza un’aria per dieci variazioni per pianoforte. È di notevole spessore anche la sua produzione orchestrale (sinfonie, serenate, concerti per pianoforte, per organo, per flauto e oboe, per violino, violoncello e oboe), sacra (6 messe, un requiem, una settantina di inni offertori) e cameristica.
La ricostruzione del Filarmonico dopo il ’45. I meriti di Alberto Tantini
di Nicola Guerini
Alberto Tantini nacque a Verona nel 1894 da una famiglia borghese amante dell’arte. La madre, Anna Gallizioli, buona pianista dilettante, gli trasmise la conoscenza della musica e soprattutto la passione per il melodramma. Alberto Tantini ebbe un grande impatto emotivo prendendo parte, a Milano, ai funerali di Giuseppe Verdi, cui la madre lo condusse. Dopo il liceo classico, s’iscrisse alla facoltà di Ingegneria al Politecnico di Torino, ma gli studi furono interrotti dalla Grande Guerra, alla quale partecipò come ufficiale di artiglieria sul Carso, rimanendo in trincea a Nova-Vas dal 1915 al 1918.
Tornò a Verona nel 1919 dopo un anno trascorso a Napoli per direttive imposte, ottenendo poi l’onorificenza di «Cavaliere di Vittorio Veneto». Si laureò a guerra terminata ed esercitò la professione anche in collaborazione con lo Studio dell’architetto Ettore Fagioli, con il quale collaborò per le scenografie areniane. Nel 1931 si sposò con Ada Cesari ed ebbe due figlie.
Il sentimento forte che lo legava alla passione del teatro lo portò a occuparsi dell’attività del Filarmonico, a fianco del presidente, al tempo Luigi Amistà, nella carica di direttore e, successivamente, in quella di presidente dell’Accademia Filarmonica tra il 1940 e il 1973, anno della morte. Durante la seconda guerra mondiale Tantini fu richiamato alle armi ma provvide a mettere in salvo l’archivio e il prezioso patrimonio musicale dell’istituto e a dargli più tardi la giusta sistemazione nella sede ricostruita.
É interessante sapere che sono stati pubblicati i Diari di Monsignor Turrini, bibliotecario della Capitolare e dell’Accademia, nei quali viene descritto l’impegno, l’angoscia e la preoccupazione, divisa con Tantini, per salvare dai bombardamenti le centinaia di libri della Biblioteca. Ne riportiamo qualche episodio tratto proprio da quelle testimonianze preziose. Alberto Tantini, su richiesta di Turrini, fece costruire, infatti, un ripostiglio nel sotterraneo del palcoscenico del Teatro per poi trasportarvi, nell’autunno 1943, gran parte del materiale della biblioteca dell’Accademia. Ma dopo l’inverno del 1944 l’apprensione per il pericolo dell’umidità fu superata da quella per le incursioni aeree. La stazione non lontana di Porta Nuova era ripetutamente bersaglio di aerei nemici, poi la vicinanza della sede del Comando delle SS (di fronte alla chiesa di San Luca) e la presenza del deposito di benzina, con vasca sotterranea, dietro la canonica di San Luca costituivano un pericolo grandissimo per il materiale custodito sotto il palcoscenico del Filarmonico. Monsignor Turrini pensò che non fosse prudente lasciare il patrimonio della Biblioteca ancora in quel luogo e, in accordo con Alberto Tantini, si volle trasportare tutto alla Capitolare. Per mancanza di spazio nella sede della biblioteca, fu lasciata nel ripostiglio del Filarmonico tutta la musica del XIX secolo insieme a una raccolta di quadri che ritraevano Accademici illustri del passato. Purtroppo l’incendio del 23 febbraio, del 1945, provocato da una bomba, distrusse completamente l’intero Teatro e il materiale conservato, mentre il bombardamento che ridusse in macerie la Capitolare, per un miracolo, non danneggiò i volumi e tutto il materiale messo al riparo.
L’impegno di Alberto Tantini fu davvero lodevole insieme alla dedizione che lo legò a tutti gli episodi della ricostruzione della città. Appena terminata la guerra fu attivo nel partito repubblicano e divenne sindaco di Roncà, oltre a ricoprire la carica di Censore della Banca d’Italia. Gli incarichi politici però, non impedirono mai di coltivare la grande passione per la cultura e la musica. Conobbe e fu amico di molti artisti e musicisti tra i quali Berto Barbarani, Lionello Fiumi, Renato Simoni, Arnaldo Fraccaroli, Guido Trentini, Giuseppe Zancolli, Italo Montemezzi e Sergio Failoni (vedi pagina a fianco), noto direttore d’orchestra veronese, sostituto di Toscanini, al quale fu molto legato. Nel 1948 venne a mancare il tenore Giovanni Zenatello, che la storia ricorda come il primo Radames nell’Aida del 1913 e per due anni come Sovrintendente del costituito Ente Lirico dell’Arena. Alberto Tantini fu designato, su fiducia del sindaco Aldo Fedeli ad assumerne l’eredità. Quattro furono le stagioni che egli guidò, dal 1949 al 1952, nel corso delle quali il livello artistico degli spettatori e la gestione amministrativa dell’Ente segnarono notevoli progressi anche attraverso allestimenti insoliti e coraggiosi: Lohengrin di R. Wagner (1949), Mefistofele di A.Boito (1950), La Walkiria di R.Wagner (1950), I Pescatori di perle di G.Bizet (1950), Manon di J.Massenet (1951), Boris Godunov di M.P.Musorgskij (1952) e La Gioconda di A. Ponchielli (1952) in cui cantava, sotto la direzione di Antonino Votto, una delle voci destinate poi a diventare tra le più famose della lirica: Maria Callas. Con il bombardamento del 1945 non rimaneva solo la grande amarezza per aver perso il teatro, ma soprattutto veniva a mancare uno dei simboli più importanti della cultura cittadina. Tantini nel febbraio 1947 fece accelerare la decisione di bandire un concorso nazionale per la ricostruzione del Teatro, che fu aperto a tutti i professionisti italiani. «Non è pensabile una ricostruzione dell’antico ma si darà vita a un bel teatro moderno... Il Filarmonico risorgerà», si legge su L’Arena del primo maggio 1947, mentre nel testo si precisa che «per la soluzione sarà lasciata ai progettisti massima libertà». Il lavoro della commissione per lo studio del bando, guidata dall’ingegnere Tantini, si concluse il 21 maggio. Datato 20 maggio 1947, il testo recitava: «Bando di concorso per il progetto architettonico del Nuovo Teatro Filarmonico della città di Verona». La scelta fu decisamente lunga ed ardue furono le difficoltà per raggiungere il progetto definitivo. Nell’assemblea generale del 14 febbraio 1955 venne infatti annunciato da Tantini che «si sta concretizzando lo studio del progetto esecutivo», il cui autore ebbe un nome solo nella riunione del 12 ottobre.
Infatti, il 15 ottobre 1955 L’Arena presentò con un lungo articolo, il progetto di Vittorio Filippini con le foto del plastico e i disegni. I lavori per la ricostruzione furono lenti e travagliati e solo con la seduta di presidenza del 2 ottobre 1968 venne stabilita finalmente la data di inaugurazione, anche se non era ancora possibile rappresentare un’opera o ascoltare un concerto dal momento che non era ancora agibile il palcoscenico. Ma ecco l’idea: da un verbale del 24 giugno 1968 Tantini riporta di «...aver ricevuto una telefonata di una persona amica del regista Zeffirelli, che avrebbe l’intenzione di dare a Verona il film in anteprima assoluta “Giulietta e Romeo”. Per tale film nessun altro ambiente si presterebbe meglio che il nostro Teatro Filarmonico. Sono convinto – continua il presidente – che ciò costituirebbe per tutta la città di Verona un avvenimento di eccezionale portata». L’idea fu accolta con entusiasmo dall’assemblea degli accademici e il 19 ottobre dello stesso anno fu organizzata la grande serata di Gala per l’inaugurazione del Teatro con l’anteprima mondiale del film di Zeffirelli, che ottenne un calorosissimo successo.
Alberto Tantini si spense il 17 novembre del 1973 senza avere la legittima e meritata soddisfazione di vedere inaugurato ufficialmente con un’opera quel Teatro Filarmonico, alla cui ricostruzione egli si era interamente e amorosamente dedicato. La lapide marmorea che si trova ora nel foyer del Filarmonico lo ricorda come una figura fondamentale per la rinascita del nostro teatro, ma soprattutto per aver preservato la fedeltà allo statuto dell’Accademia tuttora impegnata solo sul piano culturale, così come l’avevano concepita nel 1543 i soci fondatori. È significativo ricordare le parole con cui il presidente Tantini chiuse l’assemblea generale dei Filarmonici, il 31 maggio 1957, alla vigilia dell’inizio dei lavori del teatro: «...gli uomini passano e non contano: quello che conta è che Verona riabbia il suo magnifico Teatro e che, nel tempio risorto, l’Accademia possa riprendere e continuare la sua splendida tradizione d’arte».
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Ricordo di Luciano Pavarotti. Il “Tenorissimo” in Arena
di Nicola Guerini
Il debutto areniano di Luciano Pavarotti risale al 22 luglio 1972 con il “Ballo in maschera” di Verdi. Si presentò anche nella stagione successiva con “La Bohème” di Puccini, diretta da Peter Maag e nella “Lucia di Lamermoor”di Donizetti accanto al soprano Cristina Deutekom. Nel 1978 tornò ne “Il Trovatore” di Verdi con Katia Ricciarelli, Pietro Cappuccilli e Fiorenza Cossotto diretta da Gianandrea Gavazzeni. In questa occasione Muti stava facendo la stessa opera a Firenze e decise di venire a sentire il tenore a Verona. Al termine della “Pira”, Pavarotti “sparò” l’acuto finale, che Muti aveva eliminato perché non indicato sulla partitura da Verdi.
Il pubblico dell’Arena esplose in uno scroscante e lunghissimo applauso e dopo lo spettacolo, a cena, Muti e Gavazzeni continuarono a stuzzicarsi su quell’acuto del tenore.
Nel 1980 ultima opera in Arena fu “La Gioconda” diretta da Anton Guadagno dove tutti ricordano che l’ultima recita fu sospesa per un nubifragio. Luciano Pavarotti volle regalare al pubblico un assolo accompagnato dal pianoforte. Fu un trionfo, che lo ripagò con una bronchite, costringendolo ad annullare diversi impegni artistici. Il 25 agosto 1985 ci fu un gran Gala in suo onore diretto da Emerson Buckley con la partecipazione del soprano Rosalind Plowright. La stagione areniana del 1990 fu l’ultima occasione in cui Luciano Pavarotti cantò in Arena. La sovrintendenza di Francesco Ernani e la direzione artistica di Carlo Peducci avevano organizzato la realizazione di una “colossale” “Messa da Requiem” di G.Verdi alla quale partecipò il World Festival Choir, composto da circa 2500 coristi provenienti da tutto il mondo, prepatati dal M°J.Jensen. Con il sostegno dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur), il coro fu insignito del titolo onorario di Ambasciatore speciale e le esecuzioni del 4 e 5 agosto furono dedicate ai quindici milioni di uomini perseguitati o cacciati dalla propria patria a causa della guerra. Alla serata del 5 agosto fu presente anche Lady D con la quale il tenore instaurò una profondissima amicizia. Il successo dello spettacolo era firmato da altri nomi di caratura internazionale: il direttore americano Lorin Maazel diresse coro e orchestra e oltre a Pavarotti cantarono il soprano americano Sharon Sweet, il mezzosoprano slavo Dolora Zajick (spesso accanto a Pavarotti in esibizioni americane) e il basso Paul Plinshka.
Luciano Pavarotti nasce a Modena nel 1935. Il padre, di professione fornaio nell’esercito, ma cantante dilettante nella “Corale Gioachino Rossini” di Modena, proietta la propria passione sul figlio, che già dall’infanzia si mostra coinvolto, utilizzando il patrimonio discografico del padre.
In principio i suoi studi non sono esclusivamente musicali. Per diverso tempo, infatti, il canto rimane una passione coltivata privatamente, mentre Pavarotti è iscritto alle magistrali con lo scopo di diventare insegnante: egli, infatti, insegnerà alle elementari per due anni. Nel frattempo, però, prosegue gli studi di canto con il Maestro Arrigo Pola e, quando dopo tre anni più tardi Pola andrà a lavorare in Giappone, seguirà gli studi con il Maestro Ettore Campogalliani, con il quale perfezionerà il fraseggio e la concentrazione.
Nel 1961 Luciano Pavarotti vince il Concorso internazionale “Achille Peri” che segna il suo vero esordio. Lo stesso anno Pavarotti debutta al Teatro Municipale di Reggio Emilia, con la direzione di Francesco Molinari Pradelli, con “Bohéme” di G.Puccini, opera divenuta significativa, più volte ripresa anche in tarda età, sempre nei panni di Rodolfo. Sempre nel 1961, dopo otto anni di fidanzamento Pavarotti sposa Adua Veroni.
“La Boheme” gira diverse città italiane, ottenendo, per il successo, qualche scrittura all’estero. Intanto il giovane promettente tenore si cimenta nel ruolo del duca di Mantova in un’altra opera particolarmente adatta alla sua voce e che con il tempo gli permetterà di mostrare una notevole sicurezza e una tecnica solidissima. Va in scena a Carpi e a Brescia ma è sotto la direzione del Maestro Tulio Serafin, al Teatro Massimo di Palermo, che ottiene un successo grandissimo e imprime una nuova significativa svolta alla sua carriera. Si aprono infatti le porte dei grandi teatri italiani, anche se all’estero, nonostante qualche scrittura prestigiosa, non viene quasi mai nominato dai critici. È sempre con “La Bohéme”, al Coven Garden Theatre di Londra, a dare risonanza al nome di Pavarotti, incrociando il suo nome con un mito di quegli anni, Giuseppe Di Stefano.
Pavarotti viene chiamato infatti per alcune repliche dell’opera prima dell’acclamato tenore, ma poi Di Stefano si ammalò e Pavarotti lo sostituì. Lo sostituisce anche in teatro e anche per “Sunday Night at the Palladium”, uno spettacolo seguito da 15 milioni di inglesi. Da questo momento nasce il fenomeno Pavarotti facendolo apparire sull’intera scena mondiale.
Le prime incisioni sono targate Decca Records, mentre il giovane direttore d’orchestra Richard Bonynge gli chiederà di cantare al fianco della moglie, la straordinaria Joan Sutherland. Con lei, nel 1965, Pavarotti sbarca per la prima volta negli Stati Uniti, a Miami, dove interpreta Edgardo nella “Lucia di Lammermor” di Gaetano Donizzetti diretta da Bonynge. Anche “La Sonnambula” di Vincenzo Bellini, che debutta con successo al Coven Garden di Londra, lo vede al fianco di Sutherland. Pavarotti affronterà presto anche il ruolo di Nemorino nell’“Elisir d’amore”di G. Donizetti, in Australia, mentre la Sutherland lo affiancherà in “Traviata” di Giuseppe Verdi.
Nel 1965 Luciano Pavarotti, ormai conosciuto per la sua voce straordinaria, debutta alla Scala di Milano con “La Bohéme”. É espressamente Herbert von Karajan a volerlo per quel ruolo e a richiederlo l’anno successivo per la Messa da Requiem di Verdi in Memoria di Arturo Toscanini. Del 1065-68 sono memorabili le intepretazioni dei “Capuleti e Montecchi” di Bellini con la direzione di Claudio Abbado e di uno storico “Rigoletto” diretto da Gianandrea Gavazzeni.
Nel 1966 Pavarotti e Sutherland tornano al Coven Garden per il debutto de “La figlia del Reggimento” di Donizetti,un’opera divenuta leggendaria sei anni dopo, quando, al Metropolitan Opera di New York, Pavarotti esegue a piena voce i nove “do di petto”, originariamente scritti per falsetto (“Pour mon ame, quel destin!), ricevendo una standing ovation che lo chiamo per 17 volte al sipario, un record storico.
Intanto nel 1962 nasce la prima figlia, Lorenza, seguita nel 1964 da Cristina e infine nel 1967 da Giuliana. Nonostante il merito del suo successo vada interamente ricondotto al palcoscenico e alla musica “colta”, la continuazione della sua splendida carriera verrà segnata nelle sale d’incisione dove registrerà circa 100 album. Pavarotti è al vertice della sua scalata professionale e diviene anche un personaggio molto seguito anche dagli telespettatori, che gli assicurano, con la diretta dell’“Elisir d’amore” del 1977, l’indice d’ascolto più alto della storia delle opere trasmesse in televisione. Nel 1980, il recital al Central Park di New York, un “Rigoletto”in forma di concerto si svolge alla presenza di oltre 200.000 persone. Dopo tutti questi successi il “tenorissimo”, nel 1981, organizzerà il triennale a Philaderphia. Continuando la sua frenetica carriera tra opera e recitals, nel 1990, insieme a Placido Domingo e Josè Carreras, Pavarotti crea il progetto “I tre Tenori”che si rivelerà vincente, sotto il profilo artistico ma indubbiamente anche economico. Vincitori di diversi Grammys e dischi d’oro e platino. L’anno seguente Pavarotti canta in un grandioso concerto nel verde del Hyde Park, a Londra, di fronte a oltre 250 mila persone: lo spettacolo viene trasmesso dal vivo in televisione in tutta Europa e negli Stati Uniti. La stessa iniziativa si ripeterà nel 1993 al Central Park, dove il pubblico supera le 500 mila persone. Il concerto seguito in televisione in tre continenti con milioni di ascoltatori, è sicuramente un momento artistici della carriera del tenore, che lo porterà ad esibirsi, nel settembre dello stesso anno, all’ombra della Torre Eiffel a Parigi.
Pavarotti va ricordato anche per la sperimentazione del “Pavarotti & Friends”(1992-2003) dove la contaminazione di generi musicali diversi e la partecipazione di artisti pop e rock di fama internazionale ne hanno garantito il successo, tutto a scopo benefico verso azioni umanitarie.
Nel 1993 e 1994 Pavarotti torna a cantare al Metropolitan di New York con “I Lombardi alla prima crociata”, debutta in “Pagliacci” di Leoncavallo e organizzerà un Gala per festeggiare i primi 25 anni di carriera. Nell’agosto 1994 conosce la sua futura compagna e moglie Nicoletta Mantovani. Il 1995 vede Pavarotti impegnato in una lunga tournée in Cile, Perù, Uruguay e Messico, mentre nel 1996 debutta con “Andrea Chénier” sempre al Metropolital di New York e canta in coppia con Mirella Freni alle celebrazioni torinesi per il centenario dell’opera “La Bohéme”. Nel 1997 riprende “Turandot” al Metropolitan, nel 2000 canta all’Opera di Roma per il centenario di “Tosca” e nel 2001, ancora al Metropolitan, riporta in scena “Aida”. Viene invitato a cantare in occasione del funerale di una sua carissima amica: la principessa Diana, morta nell’incidente del 31 agosto 1997.
Egli però commosso declina l’invito. Nel 2004 organizzerà un addio ufficiale alle scene e, solo eccezionalmente canterà per la cerimonia di apertura dei giochi olimpici invernali 2006. Nel luglio 2006 viene operato urgentemente in un ospedale di New York per l’asportazione di un tumore maligno al pancreas. Per la convalescenza si trasferisce presso la sua villa di Modena lottando con tenacia contro il cancro che lo spene all’età di 71 anni, il 6 settembre 2007. Nel settembre 2007 Pavarotti riceve il Premio per L’Eccellenza nella Cultura, assegnato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.
“Una voce tra le più grandi, simbolo di una cultura artistica alla quale guarda tutto il mondo”, così lo ricorda Francesco Ernani, oggi sovrintendente dell’Opera di Roma ed ex sovrintendente dell’Ente Lirico veronese.
Nel 2008 la ricorrenza. Nasceva 150 anni fa Angelo Dall’Oca Bianca
di Marzia Sgarbi
“Nomino ed istituisco mio erede universale il Comune di Verona. Ciò faccio per attestare alla mia città l’infinito amore che ho sempre nutrito per essa e quale riconoscente omaggio alla dolce ispirazione che la sua incomparabile bellezza e la bontà del suo popolo hanno dato alla mia Arte...”. Sono parole di Angelo Dall’Oca Bianca, un testamento dal valore sia giuridico che spirituale che racchiude l’intero senso di una vita umana e artistica vissuta a Verona e per Verona.
Indiscusso personaggio del panorama culturale della città tra i secoli XIX e XX, il Dall’Oca Bianca nasce nel 1858; dopo una prima giovinezza piuttosto turbolenta si dedica interamente all’arte, seguendo i corsi dell’Accademia Cignaroli e ottenendo apprezzamenti e riconoscimenti sin dalle prime esposizioni; espone con successo nelle più grandi città italiane e all’estero, trattato dai critici come il più brillante rappresentante della cultura artistica veronese dai tempi di Paolo Caliari; miete trent’anni di consensi destinati ad interrompersi nel 1912, anno di una contestata mostra personale a Venezia che vede la sua arte accusata di aver ormai segnato il tempo. Il pittore, che con i suoi quadri ha portato fama e immagini di Verona fuori dai confini italiani ed europei, si ritira ora in una sorta di sdegnoso isolamento, rifiutando di partecipare ad altre mostre pur continuando a dipingere nell’intimità impenetrabile del suo studio, battagliando per difendere la “vecchia Verona minacciata dal progresso civile”.
I contemporanei, che mai smisero di amarlo, lo ricordano passeggiare per l’amata Verona, cappello bianco d’estate e mantella scura d’inverno, figura legata anche esteriormente a quell’Ottocento in cui ne risulta fondamentalmente radicata l’anima artistica, pittore che sembra fondersi con il proprio quadro, divenendo potenzialmente anch’egli parte di quella città che è il centro di tutte le sue opere; il Dall’Oca Bianca ama il mondo che rappresenta nei suoi dipinti, lo conosce, lo vive: è il pittore di Verona e della sua gente, delle sue strade, dei suoi mercati, degli amici illustri quali Simeoni e Barbarani e degli umili, delle lavandaie, della spensierata giovinezza e dell’amara solitudine della vecchiaia, dei colori e degli umori di un secolo al tramonto. È il pittore di Piazza delle Erbe, soggetto di tanti suoi quadri e in un certo senso simbolo del suo legame con la città: per la sua salvaguardia intraprende una vittoriosa battaglia iniziata nel 1902 e durata ben diciassette anni contro la pubblica amministrazione cittadina, accusata di volerne un rinnovamento architettonico che ne avrebbe compromesso per sempre la monumentale storicità; l’isolamento artistico del pittore non assume mai, quindi, la connotazione di isolamento culturale, il Dall’Oca rimane ben calato nella realtà della sua Verona, sia questa da intendersi come la città dei monumenti o come la città della gente.
Il Villaggio che porta il suo nome lo testimonia: Angelo Dall’Oca Bianca, che da sempre culla il sogno di poter dare una casa anche ai più poveri, nel 1937 dona il ricavato della vendita di un dipinto intitolato Ave Maria agli abitanti di quelle Casematte che nell’arco di due anni saranno sostituite proprio dal Villaggio, costruito dal Comune di Verona grazie ai suoi fondi e ampliato in seguito al suo lascito testamentario, dimostrazione che, anche negli anni successivi alle grandi esposizioni, egli non dipinge mai veramente “per sé solo”, come afferma in un moto d’orgoglio, ma dipinge ancora per Verona. Si spegne nel 1942 nella sua abitazione, dopo aver richiesto all’erede Comune di Verona di raccogliere le sue più importanti opere in una luminosa galleria cittadina e di essere tumulato nel centro di quel Villaggio che egli ama al punto da chiamare “mio”.
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Sessant’anni fa la scomparsa di Sergio Failoni. Il ricordo di un grande musicista veronese
di Nicola Guerini
Sergio Failoni nacque a Verona il 18 dicembre 1890 in vicolo Fontanelle Duomo. La determinazione a intraprendere la carriera musicale si manifestò nell’autunno 1901, quando decise di inscriversi alla Scuola d’Istrumenti ad Arco di Verona (oggi Conservatorio di musica Dall’Abaco) dove iniziò lo studio del violoncello. Quando nel 1908 si diplomò, egli cominciò a subire il fascino della direzione d’orchestra e il polo d’attrazione divenne Milano e quel Teatro alla Scala sul quale regnava Arturo Toscanini, l’idolo dell’Italia musicale di quegli anni. Ad affascinarlo era soprattutto il repertorio wagneriano e in particolare una recita del 1907 del Tristano und Isolde di Wagner, diretto appunto dal maestro parmense. Con il trasferimento della famiglia a Milano il giovane Sergio si iscrisse al Conservatorio Giuseppe Verdi dove frequentò i corsi di composizione e di direzione d’orchestra e dove conobbe, proprio in Conservatorio, Victor De Sabata, di cui divenne un grande amico. Dopo le prime esperienze, in America Latina, come direttore, nel 1921 entrò al Teatro alla Scala come maestro sostituto del temutissimo Toscanini e ricevette poi l’ingaggio al teatro Carlo Felice di Genova dal 1924 al 1928. Questo episodio fu decisivo per la formazione professionale di Failoni che si dimostrò preziosa quando, nel 1928, accettò dall’Opera Reale di Budapest l’incarico di primo direttore di quel teatro.
Il rapporto invece con la stagione estiva dell’Arena di Verona fu di grande collaborazione e durò per diversi anni. Nel 1925 proprio all’Arena diresse il Mosè di Rossini e la Gioconda di Ponchielli. «...questo figlio nostro di cui dobbiamo andar orgogliosi», scrive il cronista del giornale locale L’Arena, «la cui memoria ha del prodigioso in quanto non ha bisogno di spartito per regolare i movimenti della sua magica bacchetta, e che concerta e dirige come ben pochi – anche tra i migliori – sanno». La tensione politica italiana e il suo sentimento antifascista, nonostante l’appoggio di un influente sostenitore come Gabriele D’Annunzio, gli crearono non poche incomprensioni e difficoltà. Appena dopo gli esordi e fino all’apice della carriera rimase infatti confinato all’Opera di Budapest tornando in Italia solo per fulminee esibizioni concertistiche a Roma e alla Scala di Milano. In Ungheria divenne amico di Kodaly e molto di Bartok, che accompagnò il 13 dicembre del 1934 nel Concerto n°1 in do maggiore per pianoforte e orchestra di Beethoven. La sua attività musicale ungherese fu molto rilevante e riguardò soprattutto Verdi e Wagner, senza mai trascurare la musica contemporanea e il vastissimo repertorio sinfonico in cui primeggiava Beethoven. Quando i tedeschi entrarono a Budapest il 19 marzo del 1944, Failoni non salì più sul podio in Ungheria poiché gli fu revocato ogni incarico all’Opera. Solo dopo la parentesi della seconda guerra mondiale egli tornò a dedicarsi alla ricostruzione della vita musicale budapestina senza però trascurare i numerosi inviti di altri teatri italiani, tra cui il Filarmonico e l’Arena di Verona.
Con il bombardamento del 1945 il teatro veronese fu ridotto in macerie e Failoni le visitò nel 1946, quando tornò a dirigere in Arena e poi inaugurò la prima stagione lirica, nel 1975, del nuovo teatro Filarmonico con la direzione del Falstaff di Salieri. Arrivò ben presto un incarico triennale (1947-49) dal Metropolitan di New York dove incontrò Toscanini e dove rimase per qualche tempo.
Quando si trasferì nella Grande Mela con la seconda moglie Nelly, gli organizzatori fornirono tutto il necessario per il soggiorno, compresa una baby-sitter per la figlia Donatella. È curioso soffermarsi su quest’ultimo particolare in quanto di quella domestica greco americana, restata in casa loro per alcune settimane, Failoni non si occupò fino a che, una sera, a sorpresa, rivelatasi una cantante, questa non gli domandò un’audizione in quel contesto famigliare. Si trattava di Maria Kalogeropoulos e Failoni, sorpreso dalla voce della cantante, provvide a raccomandarla al tenore Zenatello che stava organizzando la stagione 1947 dell’Arena di Verona. La quasi esordiente fu accettata e, con il nome di Maria Callas, fu protagonista di Gioconda di Ponchielli diretta da Tullio Serafin. Prima di iniziare la stagione a New York Failoni tornò in Europa per i numerosi appuntamenti artistici e il 7 giugno 1947, durante la prova della Nona Sinfonia di Beethoven, fu colpito da un ictus che lo rese inabile a qualsiasi attività. Dopo un breve miglioramento e numerose speranze, si spense il 28 luglio 1948 a Sopron. I funerali a Budapest furono solenni e la salma fu sepolta nel cimitero centrale della città. In Ungheria divenne subito una leggenda, mentre nell’Italia tumultuosa del dopo guerra il suo nome fu presto dimenticato. Sul Corriere dell’Informazione (6 agosto 1948), in un articolo, Franco Abbiati accusò i farisei nostrani di aver perseguitato lo scomparso: «...a New York avrebbero perdonato, come giù a Budapest. Ma a Roma, a Milano, a Peretola i farisei della musica sono inflessibili». A Verona gli verrà intitolata una via e nel 1990 a distanza di oltre quarant’anni dalla sua morte, un’orchestra formata dai giovani strumentisti dell’Opera di Stato di Budapest ha chiesto di assumerne il nome.
Maria Callas. Il desiderio di essere madre
di Nicola Guerini
Maria Callas si è sempre descritta come una vittima, vilmente sfruttata e tradita da tutti quelli che le stavano intorno. Pare che questo sentimento le derivasse dall’infelice rapporto con la madre Evangelia, con la quale rifiutò di parlare per gli ultimi ventisei anni della sua vita. Maria, che aveva un aspetto non raffinato e un difetto grave di miopia, era la figlia minore di una fredda arrampicatrice sociale che attraverso il suo precoce talento vocale avrebbe voluto conquistare la ricchezza, una posizione sociale e l’indipendenza da un marito che disprezzava. Per tutta la vita la Callas è stata convinta che nessuno la stimasse per ciò che era, ma che tutti si preoccupassero solamente della diva, della sua voce eccezionale e del profitto che avrebbero potuto ricavare.
La sua carriera di cantante aveva avuto un difficile inizio in Grecia, a soli quindici anni. Due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, senza un soldo, si era fatta prestare del denaro ed era partita alla volta dell’Italia per cantare all’Arena di Verona con un ingaggio che le avrebbe fruttato solo 240 dollari per quattro recite. Qui incontrò un uomo d’affari veronese appassionato di lirica che aveva il doppio dei suoi anni e si chiamava Giovanni Battista Meneghini. Le fu prima amico, poi la sposò, l’aiutò a raffinare l’immagine e ne guidò la carriera finché Maria diventò la grande diva della Scala di Milano. Il giorno in cui Meneghini conobbe Maria, il 29 giugno 1947, aveva cinquantatré anni, trenta più della cantante alle prime armi, ed era noto a Verona come patrono e mecenate di aspiranti cantanti lirici.
Sebbene l’anziana madre e i fratelli non approvassero la sua relazione con una “donna dello spettacolo”, Battista si interessò alla carriera di Maria fin dal loro primo incontro. Dedicò tantissimo tempo e denaro per procurarle audizioni, convincendola a rimanere in Italia anche dopo che fu respinta all’audizione della Scala. Meneghini racconta, nelle sue memorie (Maria Callas mia moglie), che la prima volta che gli presentarono la Callas, lei era seduta al tavolo del ristorante sopra il quale lui abitava e quando la ragazza si alzò «…mi fece pena. Dalla vita in giù era sformata. Le caviglie erano gonfie, grosse come i polpacci. Si muoveva goffamente, a fatica». Meneghini insistette per invitarla in qualche gita; ma solo in seguito, in una visita a Venezia, lei confessò di aver sempre rifiutato gli inviti per il fatto di non possedere altri abiti oltre quello che indossava al momento del loro primo incontro. Successivamente, come riportato nelle memorie, l’amicizia sbocciò e nel timore che le sue intenzioni fossero equivocate, il futuro sposo della Callas le fece una proposta: «Mancano sei mesi alla fine dell’anno. Per questo periodo provvederò io a tutto quello che le occorre, albergo, ristorante, sarta, tutto. Lei deve preoccuparsi solo di cantare e studiare con maestri che le sceglierò. Alla fine dell’anno valuteremo i risultati; se saremo entrambi soddisfatti stipuleremo un accordo che regolerà i nostri futuri rapporti di lavoro». Anche se con qualche incertezza iniziale la Callas ottenne in seguito il suo grande successo e Meneghini si dedicò a tempo pieno alla sua carriera. Perfezionò tecnicamente la voce e il suo timbro inconfondibile le permise di resuscitare opere che erano state trascurate per decenni a causa della mancanza di interpreti adeguati. Poi, nel 1953, perse quasi trenta chili trasformando il suo pesante portamento in un’esotica e carismatica bellezza che presto attirò l’attenzione non solo degli amanti del bel canto, ma anche del mondo della moda e dell’alta società. Maria era sempre stata timida, si sentiva a disagio in pubblico, e il marito che parlava solo italiano con un pesante accento veronese, le era di scarso aiuto in quelle occasioni. Tuttavia, incoraggiata dalla nuova snellezza e dai primi grandi successi, la Callas cercò di entrare nelle simpatie di Elsa Maxwell, che allora dettava legge sull’alta società internazionale. Ogni autunno il ballo di Elsa Maxwell segnava il culmine del festival cinematografico di Venezia, e fu a una di queste feste, il 3 settembre 1957 all’Hotel Danieli, in onore di Maria, che la settantaquattrenne Maxwell, presentò la già acclamata diva della lirica all’armatore greco Aristotele Onassis. «I due greci più famosi del mondo»: Aritotele Onassis, che aveva allora cinquantatre anni, e Maria Callas, che ne aveva trentatre.
A quel tempo nessuno pensava che fosse stato gettato il seme di una storia d’amore che avrebbe sconvolto la vita dei due amanti. Fin dalla prima volta che si parlarono, i due celebri greci scoprirono di avere in comune molto di più che la lingua: entrambi erano partiti da zero ed erano arrivati al successo solo grazie alla volontà e al talento. Non brillavano di luce riflessa ma la emanavano. Nei giorni seguenti di quella che Elsa Maxwell chiamò “la settimana della Callas”, Maria e il marito furono visti ovunque in compagnia di Onassis e della moglie: all’Harry’s Bar, a pranzo al Caffè Florian, a passeggio al Lido, con Henry Fonda e consorte, e sul magnifico yacht dell’armatore greco Christina.
Il momento più importante, riportato spesso con molta imprecisione, della storia tra Onassis e la Callas è la crociera sullo yacht, iniziata il 22 luglio1959, quando Aristotele e la moglie Tina Onassis invitarono Maria e il marito Giovanni Battista Meneghini per una vacanza di tre settimane con ospiti celebri come Sir Winston Churchill e la moglie, lady Clementine. Nel corso di quest’odissea Maria e Aritotele si innamorarono e i matrimoni di Meneghini e Onassis si dissolsero sotto gli occhi allarmati degli altri passeggeri e dell’equipaggio. Nella lettera inviata alla Callas prima di salpare per la crociera, Elsa Maxwell scrisse: «…Da questo momento godi ogni istante della tua vita. Prendi (e questa è un’arte delicata) tutto. Dai (non è arte delicata ma importante) tutto ciò che puoi permetterti di dare: questa è la via verso la vera felicità che devi scoprire nel deserto del dubbio. Tu sei già grande, e lo diventerai anche di più».
La crociera terminò il 13 agosto a Monte Carlo, e nelle sue memorie Meneghini scrisse: «Alle 14 arrivammo a Monte Carlo. Due ore dopo eravamo all’aeroporto di Nizza. Alle 17 giungemmo a Milano. Fra noi, per tutto il viaggio, ci fu un silenzio glaciale». Onassis aveva iniziato l’avventura con la Callas convinto che sarebbe diventata la sua nuova amante ma che il resto della sua vita, vale a dire il rapporto con la moglie e con i figli, sarebbe rimasto immutato. Maria, dal canto suo, una volta legatasi ad Aristotele voleva porre fine tanto al legame con Battista quanto alla carriera di cantante, per dedicarsi totalmente al nuovo compagno. Gli avvenimenti correvano velocissimi sulle testate dei giornali che avevano reso pubblico il legame tra la cantante e l’armatore, e nonostante le suppliche di Meneghini a Maria, il loro matrimonio terminò presto con il divorzio. Poco dopo anche Onassis cedette al divorzio chiesto dalla moglie Tina.
Anche se i riflettori del successo continuavano a celebrare il talento di Maria, si notava un progressivo deterioramento della voce. Molti ritengono che la causa sia da ricercare nella drastica perdita di peso; altri sono convinti che il responsabile fu Onassis, perché il rapporto con lui distrasse Maria dalle lunghe ore di esercizio alle quali si era dedicata ogni giorno. Ma è certo che Maria aveva già cominciato a perdere il controllo del registro acuto prima di incontrare Onassis, e lei lo sapeva. Anche la stampa si raffreddò nei suoi confronti pubblicando dichiarazioni fortemente critiche sul suo comportamento di artista e di donna.
Nonostante la relazione sia stata senza dubbio tempestosa, fu per entrambi il sentimento più profondo e duraturo della loro vita. E la dedizione non fu solo dalla parte di Maria, come comunemente si crede. Per confermare il vittimismo che la caratterizzava, la Callas parlò agli amici più intimi di un aborto cui fu indotta nel 1966 da Onassis, dopo il ripetuto e crudele rifiuto di sposarla. Ma questo è falso perché ciò che la diva non raccontò e che nessun biografo aveva scoperto è che alle 8 del 30 marzo 1960 a Milano, otto mesi dopo aver fatto l’amore per la prima volta con Aristotele, durante la crociera sul Christina, Maria diede alla luce con un parto cesareo un bambino vivo. Il neonato, prematuro, era in pericolo di vita, e lo si dovette trasferire d’urgenza in una clinica più attrezzata. Durante il trasporto sull’ambulanza un’infermiera lo battezzò con il nome di uno degli zii preferiti di Onassis. Il piccolo morì il giorno stesso della nascita, ma prima di essere sepolto nel cimitero di Milano fu fotografato. Dopo la sua morte, per mesi Maria fece visita alla tomba e negli anni successivi, quando viveva a Parigi, volò a Milano con la fedele domestica Bruna Luppoli per pregare davanti alla tomba.
Il figlio dell’amore di Maria e Aristotele, nato e morto il 30 marzo 1960, è l’unico aspetto della storia della loro drammatica relazione che non sia stato mai raccontato. Maria ne parlò solo a tre persone: i fedeli domestici Bruna Luppoli e Ferruccio Mezzadri, e la pianista greca Vasso Devetzi, che negli ultimi anni di vita a Parigi diventò la sua più cara amica. Da questo momento la sua vita si svuotò del desiderio di diventare madre e, nonostante la sua grande forza, le rimase un dolore incolmabile.
É difficile riassumere in breve quello che, a partire dal 1968, accadde nella vita dei due amanti greci, ma sicuramente gli eventi distrussero piano piano quell’idillio che li aveva stregati.
Onassis che era conosciuto per essere un grande seduttore di donne altolocate tra cui Evita Peron, Veronica Lake e Greta Garbo, invitò sul Christina l’appena vedova Jackie Kennedy che corteggiò per interesse sotto gli occhi di Maria. Ormai consapevole della nuova relazione di Onassis, la Callas, che aveva sempre sofferto di insonnia, diventò dipendente dai farmaci per poter affrontare la notte e, solo dai giornali, fu informata del matrimonio lampo fra Onassis e la Kennedy.
Il colpo di grazia però fu la morte dello stesso Onassis che già dal 1973 lottava contro i sintomi sempre più allarmanti della miastenia che gli distrusse i muscoli facciali. Dopo la morte dell’uomo che aveva tanto amato, il 7 marzo 1975, Maria andò inesorabilmente alla deriva: la Divina era scomparsa e Maria era rimasta molto sola nella sua casa a Parigi. Nel libro di Nicholas Gage, Fuoco greco, viene riportato un importante informazione di una telefonata che la Callas fece ad un amico, il 16 settembre 1977 a tarda notte, poche ore prima di morire: «….non crederesti quanto sono dimagrita! Un miracolo!». Forse la terapia per un dimagrimento veloce prima di voler ritornare in pubblico aveva interferito con il Mandrax dal quale era dipendente, con conseguenze fatali per il suo cuore già indebolito. Infatti alzandosi dal letto debolissima fece pochi passi e cadde a terra urtando un mobiletto. Quando il medico arrivò Maria Callas era già morta. In un articolo pubblicato dopo la sua scomparsa sul Time C. Schonberg scrisse: «La sua carriera fu breve, e verso la fine mostrava solo i brandelli della sua voce… ma per circa quindici anni, dopo il 1947, fece impazzire il suo pubblico». Maria Callas fu cremata e le sue ceneri furono disperse nel Mare Egeo.
Francesco Bianchini, scienziato veronese. Fu astronomo, storico, archeologo e teologo
di Marzia Sgarbi
Astronomo, ma anche storico e archeologo: la poliedrica personalità del veronese Francesco Bianchini è stata il centro del convegno internazionale "Unità del sapere, molteplicità dei saperi. L’opera di Francesco Bianchini tra natura, storia e religione" che si è svolto a Verona alla fine del mese di ottobre. Sotto il patrocinio dell’Accademia di agricoltura scienze e lettere di Verona e del Dipartimento di discipline storiche, artistiche e geografiche dell’ateneo scaligero, docenti e studiosi italiani e stranieri hanno riscoperto e valorizzato la figura di un erudito universale, di spicco nel panorama della cultura europea del XVIII secolo, che Bianchini incarnò con merito in vita ma con pochi onori dopo la morte.
Nato nel 1662, Bianchini, che sin da piccolo ricevette un’attenta educazione, ebbe modo di avvicinarsi alla cultura anche grazie al lascito di uno zio, consistente in una somma di denaro da spendere entro i trent’anni "per l’acquisto di libri o altre cose occorrenti". Studiò quindi al collegio dei gesuiti di Bologna e successivamente frequentò con profitto l’Università patavina, dove conseguì la laurea in Teologia. Per volontà del padre si recò poi a Roma dove si laureò anche in diritto canonico e civile e si integrò agevolmente nel vivace ambiente intellettuale capitolino. Si fermò così definitivamente nella capitale nel 1688 quando divenne bibliotecario della Biblioteca Ottoboniana, senza però mai riuscire a realizzare il sogno di entrare a far parte della Biblioteca Vaticana. Nel 1699 prese gli ordini minori e, sotto il pontificato di papa Clemente XI, ebbe modo di viaggiare in Europa, di entrare in contatto con la ricca realtà culturale e le celebri menti di quel del tempo, tra cui Newton e Leibniz. In virtù delle sue osservazioni astronomiche divenne nel 1706 uno degli otto soci stranieri della parigina Académie des Sciences. Nell’Europa d’inizio Settecento Bianchini era un personaggio celebre. Morì a Roma nel marzo del 1729.
Molteplici furono gli ambiti d’interesse dell’erudito veronese: l’astronomia, la storiografia e l’archeologia. Bianchini, per natura incline alla matematica, trovò nello studio dei moti degli astri e dei pianeti il miglior modo per esprimere la propria attitudine al calcolo. Su nomina di Clemente XI, nel 1701 fu segretario della Congregazione per la Riforma del Calendario e apportò un valido contributo scientifico alla questione con le dissertazioni De Kalendario et Cyclo Caesaris e Solutio problematis paschalis. Realizzò a Roma parecchie meridiane tra cui quella in bronzo e in marmo multicolore che è tuttora visibile nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, e studiò il pianeta Venere, fino ad allora poco osservato, riunendo quindi le proprie considerazioni astronomiche nell’opera Hesperi et Phosphori nova phaenomena. La precisione dimostrata dal Bianchini in ambito scientifico non manca di manifestarsi anche nei suoi lavori di natura umanistica: la precisa cronologia della Istoria universale, monumentale opera rimasta incompiuta, l’esatto indice dei manoscritti dell’Ottoboniana e le Vitae romanorum pontificum perductae cura Atanasii Bibliothecarii ne sono testimonianza. La convinzione che la storiografia si potesse fondare anche su testimonianze concrete del passato e non solo sulle fonti letterarie portò il Bianchini a divenire un appassionato archeologo: condusse, ad esempio, i primi scavi sul colle Palatino che portarono alla luce la Domus Flavia, studiò l’edificio sepolcrale dei liberti di Augusto sull’Appia antica e le sue iscrizioni funerarie. Egli propose al Papa la costituzione di un museo ecclesiastico all’interno dei Palazzi Vaticani, ma l’idea fu approvata per essere subito abbandonata perché troppo dispendiosa. Bianchini quindi continuò la raccolta di preziosi reperti solo per gusto personale, giungendo a ottenere una ricca collezione privata: una parte di questa, dopo la sua morte e per sua stessa volontà, andò ad arricchire la Biblioteca Capitolare della sua città natale, Verona
L’abate Cesari. Fu uno dei promotori del movimento purista
di Elisabetta Zampini
A Milano nel 1760 nasce la società dei “Pugni”, sodalizio di intellettuali quali i fratelli Verri e Cesare Beccaria con un programma, già indicato nel nome, di rottura, di rifiuto radicale della tradizione in favore di riforme e di aperture a idee di più ampio respiro europeo. É il vento dell’illuminismo accolto con fervore e passione.
Nello stesso anno a Verona nasce Antonio Cesari, intellettuale e letterato. Cercò nella sua opera e nell’impegno di studioso di controbilanciare le tensioni rinnovatrici che dall’illuminismo fino all’epoca napoleonica attraversarono la penisola. Almeno per quanto riguarda l’aspetto linguistico, cioè il problema della lingua italiana: di quale dovesse essere, se una lingua fosse data una volta per tutte, o fosse in continua evoluzione.
La questione si poneva allora a causa del diffondersi di parole nuove straniere – inglesi ma specialmente francesi – non tanto nell’uso parlato quanto scritto. Del resto proprio l’illuminismo aveva evidenziato l’importanza di una lingua comunicativa, adatta alle proposte politiche-culturali da diffondere e rendere efficaci. In secondo piano si ritrova dunque la lingua classica, letteraria in senso tradizionale del termine, talvolta anche in netta antitesi con il parlato.
La stessa data avvicina dunque due posizioni opposte, contrastanti, una nel segno del rinnovamento e una del contenimento. Il tema è attuale. La questione della lingua non è un fatto erudito, di chi ama fare avventure mentali sulle parole (che pure possono essere viaggi affascinanti). La lingua è specchio di un mondo e nello stesso tempo può offrirne le chiavi di lettura, espanderne i significati. É un indicatore di come vanno la storia, le idee, gli uomini. Basta consultare gli attuali dizionari che si presentano continuamente rinnovati. Lo sottolinea, ad esempio, l’ultima edizione del Devoto Oli: «Molto è cambiato nella società, nelle conoscenze condivise, negli interessi culturali: un rinnovamento radicale che non può non avere i suoi riflessi nella lingua. Ma la lingua – e l’italiano in special modo – accanto al nuovo e al globale mantiene il vecchio e il particolare. Accanto all’attachment allegato ai messaggi di posta elettronica, c’è spazio per un arcaismo come lungi. Accanto alle cellule staminali e alla cartolarizzazione, c’è spazio per parole casalinghe come carabattola, posapiano o pennichella».
Antonio Cesari, entrato nel frattempo nell’ordine di San Filippo Neri, scrive tra il 1806 e il 1811 la “Nuova edizione del vocabolario della Crusca”. Per questa e altre opere come la “Dissertazione sullo stato presente della lingua italiana” e “Le Grazie”, si pone come uno dei maggiori promotori del movimento purista. Lo scopo è salvaguardare l’italiano dall’invadenza di forestierismi e neologismi attingendo alla fonte degli autori del trecento, primo fra tutti Dante, la purezza della lingua.
Sarebbe semplice porre il Cesari come un oppositore al nuovo, in ritardo sui tempi, antagonista perdente ed ingenuo. I ritardi costringono a pause talvolta significative. In realtà la sua figura si pone all’interno di una discussione, quella della lingua, con molteplici e opposte voci (Manzoni e Monti per citare solo alcuni nomi) che testimonia e fa da specchio a un momento culturale, artistico, sociale e politico di contraddizioni, di possibilità e di mutazioni: dai fermenti autonomisti nati sulla scorta della rivoluzione francese, al dominio napoleonico, alla restaurazione fino al movimento risorgimentale.
Dal punto di vista culturale emerge la necessità di gestire il rapporto tra le tensioni create dalla Rivoluzione e il patrimonio della tradizione. É un rapporto di equilibri tra contrasti, dove però tutte le parti in causa hanno un valore e offrono un contributo per non perdere niente di ciò che di buono c’è nel vecchio e nel nuovo. In ballo c’è il concetto di italianità da salvaguardare, ma forse ancor prima, da formulare, da interpretare in chiave attuale.
Verona respirava il clima del classicismo inaugurato nella prima metà del Settecento dal Maffei e contemporaneamente ospitava quello che possiamo definire un cenacolo di studiosi di Dante. Il purismo del Cesari si inserisce dunque in questo contesto. Ma si tratta di un classicismo vivace, non accademico e stagnante. L’impegno letterario e linguistico del Cesari non è dunque, come spesso si è detto, né ingenuo né un retaggio erudito di una città un po’ spenta o conservatrice. La realtà delle cose spinge inevitabilmente verso giudizi più sfumati per una complessità di motivazioni. Dante Alighieri era stato infatti messo da parte dalle avanguardie in quanto simbolo di una tradizione che doveva essere finalmente superata. Nel mirino non era solo il suo linguaggio, ma anche il mondo medioevale di cui era stato speciale interprete. Per la corrente più legata all’illuminismo, il medioevo rappresentava infatti l’oscurantismo, per i puristi era invece un momento in cui si era manifestata una identità culturale compatta basata sulla cristianità e sulla romanità.
Difficile non trovare torti e ragioni, equilibri ed estremismi da entrambe le parti. Di certo Antonio Cesari amava la letteratura e la lingua del Trecento, toscana ovviamente. Ne aveva un vero e proprio culto. Per lui il toscano del Trecento era superiore a ogni altro dialetto e in quanto punta massima di espressione linguistica, non poteva mutare, cambiare, modificarsi. A quella lingua ci si doveva riferire. Certo una posizione rigorosa. Ma leggendo le pagine del Cesari emerge anche il trasporto e la passione intellettuale per questi studi. La Toscana del Trecento acquista quasi un’aurea mitica, l’età dell’oro della lingua e dell’etica. Gli altri dialetti sono infatti «rugginosi, goffi, sregolati, smozzicati, deformi; il toscano nacque, per così dire, bello e formato, soave, regolato, gentile» e proseguendo nella «Dissertazione» il Cesari afferma che in Toscana «tutti in quel benedetto tempo del 1300 parlavano e scrivevano bene», senza distinzione quindi tra la lingua dei nobili e la lingua del popolo.
Ecco allora la raccolta di queste parole preziose in un vocabolario, dato una volta per tutte, cristallizzato, immutabile. In modo ironico e accalorato Giacomo Leopardi criticò direttamente il Vocabolario della Crusca in un’annotazione al canto “Ad Angelo Mai”: «chiunque stima che nel punto medesimo che si pubblica il vocabolario d’una lingua si debbano intendere annullate senz’altro tutte le facoltà che tutti gli scrittori fino a quel punto avevano avute verso la medesima; e che quella pubblicazione, per sola e propria sua virtù, chiuda e stoppi a dirittura in perpetuo le fonti della favella; costui non sa che diamine si sia né vocabolario né lingua né altra cosa al mondo».
Antonio Cesari è dunque figura di rilievo nel contesto letterario italiano e molte sono le tracce della sua presenza lasciate nella città natale. Fu precettore privato del piccolo Nicola Mazza che, a causa della cagionevole salute, non poteva frequentare regolarmente la scuola. A Castel D’Azzano si trova ancora l’omonima villa campestre dove il Cesari amava soggiornare. Nel duomo c’è la statua che lo ritrae, realizzata da Grazioso Spazzi e in quartiere Filippini si conserva un’iscrizione in sua memoria quale difensore della lingua del Sommo Poeta.
Cesari, insieme ad altri dantisti veronesi come Bartolomeo Perazzini, Pier Iacopo Dionisi e Scipione Maffei, contribuì a creare a Verona un centro di ripresa degli studi danteschi. Tra il 1824 e il 1826 Cesari diede alle stampe “Sulle bellezze della Divina Commedia”, una serie di dialoghi tra quattro importanti dantisti veronesi “storici”: Filippo Rosa Morando, Giuseppe Torelli, Agostino Zeviani e Girolamo Pompei. Si tratta di un’opera che per la particolare analisi linguistica e stilistica della Divina Commedia rappresenta una momento significativo della moderna critica dantesca. L’abate Antonio Cesari morì a Ravenna nel 1828.
Iacomin da Verona. Il veronese che ispirò a Dante la Divina Commedia
di Elisabetta Zampini
Nel marzo del 1304 Dante Alighieri probabilmente lasciava Verona. La città fu tra i primi luoghi di rifugio e di sosta del poeta dopo la condanna all’esilio avvenuta alcuni anni prima e che gli impediva di tornare a Firenze dove pendeva una condanna a morte. Il dubbio sulle date è d’obbligo, perché gli anni del vagabondare forzato in Italia sono difficili da ricostruire con esattezza.
Certo è che Dante aveva un legame importante con Verona, con Bartolomeo della Scala e poi con Cangrande della Scala nel suo secondo soggiorno nella città. L’esilio però divenne anche il segno di una nuova vocazione letteraria di Dante e il terreno in cui fiorì la Commedia.
Proprio a Verona, non molto tempo prima il passaggio di Dante, visse Iacomin da Verona de l’Orden dei Minori. Questa firma aveva lasciato il frate francescano, nella seconda metà del Duecento, su uno dei due poemetti per cui ancora oggi è ricordato. I lunghi titoli tradotti dal latino sono La Gerusalemme celeste la sua bellezza e le gioie dei santi e La città infernale di Babilonia e la sua turpitudine e da quante pene siano incessantemente puniti i peccatori.
Gerusalemme e Babilonia sono, lo si capisce, rispettivamente Paradiso e Inferno. Due visioni quindi dell’oltretomba. Impossibile allora non pensare a Dante. Non a caso studiosi come Cesare Segre considerano le opere di Giacomino da Verona come anticipatorie di Dante. Giacomino da Verona scrive deliberatamente in volgare. Nella lingua veronese del Duecento. Perché le sue intenzioni, in linea con lo stile francescano, sono divulgative. Vuole essere ascoltato. Vuole essere efficace. Vuole convincere l’uditorio. Impressionarlo, catturalo. Per favorire una conversione morale, di costumi, di comportamento. Attraverso la visione della beatitudine celeste o delle terribili torture infernali invitava a un agire sulla terra che favorisse una gioia eterna nell’aldilà, accanto a “lo Creator del cel” e a “li angeli e li santi”. Certo Giacomino da Verona non è un caso isolato. Accanto a lui bisogna ricordare altri autori che trattarono temi simili nella loro lingua locale: Uguccione da Lodi e Gherado Patecchio di Cremona, Bonvesin da la Riva e Pietro da Barsegapè di Milano e il cosiddetto Anonimo Genovese. Si tratta di un’area geografica di provenienza ben delimitata e nella quale, nel corso del Duecento, si concentra un vivo interesse per una letteratura ispirata a intenti di proselitismo. I loro scritti testimoniano gli sforzi per mettere in iscritto le parlate dialettali, nobilitandole secondo l’esempio delle lingue letterarie, nel caso specifico il latino. A livello sociale generale queste scelte linguistiche e di contenuto corrispondono a un fermento culturale e politico che trova forma nella nascita dei Comuni e nella sempre maggiore affermazione di una ricca borghesia urbana, di artigiani e mercanti. Costoro sono desiderosi di sapere ma per lo più ignoranti di latino, lingua legata alla cultura della tradizione, aristocratica e clericale. E questa nuova borghesia costituisce il principale pubblico degli scritti morali e didattici in volgare. A questo si aggiunga tutto il movimento di rinnovamento spirituale, sia quello ortodosso che quello definito eretico, che attraversò tutto il secolo diffondendo l’esigenza di un rinnovamento morale attraverso il ritorno alla povertà evangelica. Lo stesso Giacomino, nel De Babilonia, chiede indulgenza ai rappresentanti della cultura ufficiale, quasi delle scuse per la scelta del volgare e per il livello divulgativo della sua opera, ma non manca di accennare polemicamente alle sottigliezze dei teologi.
È dunque un tempo di incontro-scontro e convivenza dinamica tra il nuovo e il vecchio. E nascono nuovi tentativi, nuove letterature per dire nuove parole e nuovi pensieri. Sentimenti veri e idealità pure.
La potente personalità poetica, però, che seppe in maniera determinante far incontrare visioni del mondo, tensioni etiche e bellezza artistica in un opera letteraria venne dopo e fu Dante Alighieri. Tuttavia Giacomino da Verona, tra gli esponenti della poesia religiosa e didattica dell’Italia settentrionale, fu certo una figura significativa. Di lui, della sua vita si sa poco, anzi nulla. Perciò lui è la sua opera e la sua rappresentazione dell’oltretomba. Si ispira all’ Apocalisse, alla letteratura francescana e al vastissimo repertorio dei frati predicatori. È un linguaggio fortemente descrittivo, preso dalla semplice esperienza quotidiana: ci sono città, case, strade, acqua, alberi, fiori. Tante le immagini grottesche, triviali, anche comiche o oggetti preziosi, di splendida bellezza, amplificati nella loro rarità; frequenti i paragoni con situazioni abituali. Il mondo ultraterreno è della stessa materia del mondo terreno, percepibile con i sensi, per niente astratto. Valga questo particolare della descrizione della città celeste: “ D’oro e d’arïento è le foie e li fusti/de li albori ke porta quisti sì dulçi fruiti,/floriscando en l’ano doxo vexende tuti, né mai no perdo foia né no diventa suçi.” (Alberi d’oro e d’argento con frutti dolcissimi e che fioriscono dodici mesi all’anno). E così come tutto ciò che di più bello, prezioso, soave, raffinato, meraviglioso c’è sulla terra è trasferito nel paradiso, così tutto ciò che su questa terra è brutto, fastidioso, ripugnante, puzzolente trova posto nell’inferno. Molto colorita è la descrizione delle pene infernali, inflitte con soddisfazione da diavoli orribili. Il dannato, dopo vari tormenti, viene cucinato da Belzebù: “sovra ge ven un cogo/ ke lo meto a rostir,/ com’un bel porco, al fogo…”. Una salsa fatta di acqua, sale, fuliggine, vino, fiele, aceto forte e veleno rende più appetitoso il piatto. E come al ristorante si rimanda indietro la bistecca poco cotta, così Lucifero, infuriato, rispedisce al cuoco il dannato non ben cucinato.
Non è certo che Dante abbia letto tutte le opere letterarie sulle visioni e sui viaggi d’oltretomba che circolavano al suo tempo. Certo è che non poteva evitare il confronto con questo materiale nel momento in cui progettò un’opera del tutto nuova che li superava. E si può immaginare che forse in uno dei suoi passaggi a Verona ebbe la possibilità di leggere di persona i poemetti di Giacomino.
Hans Mardersteig maestro nella stampa. Da Verona filo diretto con il mondo
di Oreste Mario Dall’Argine
Nel corso di una visita alla casa di d’Annunzio a Gardone Riviera ci è capitato di leggere un biglietto autografo di d’Annunzio, con il quale il poeta concedeva ad Hans Mardersteig il permesso illimitato di entrare «in qualunque giorno e in qualunque ora per ragionare meco intorno ai segreti della bella stampa». Questo in data 29 ottobre 1927.
Sono passati quasi ottant’anni dalla data di questo singolare scritto che ci rivela in parte il carattere dell’Immaginifico, ma che ci riporta a riflettere su quella che è stata la figura di Hans (Giovanni) Mardesteig nel campo della cultura e della stampa d’arte italiana e, in particolare, di Verona. Qui infatti concentrò la sua vita professionale fondando una propria attività tipografica nota come “Stamperia Valdonega”.
Cresciuto nei fermenti culturali di Weimar nel primo dopo guerra (1915-1918), creatore della rivista Genius, momento di riscatto intellettuale della Germania sconfitta, Mardersteig segue il suo istinto più profondo e compiuti gli studi universitari di giurisprudenza, comincia a gettare i semi della sua arte tipografica. Dopo una breve esperienza a Montagnola di Lugano, si trasferisce a Verona attorno agli anni Trenta, essendosi aggiudicata la stampa dell’opera di d’Annunzio: nasce così l’“Officina Bodoni”, nome che voleva rendere omaggio al suo maestro.
Interessante quello che scrive Giovanni Mardersteig raccontando i suoi incontri con lo scrittore: «...le visite al Vittoriale erano sempre molto proficue, soprattutto quando potevo discutere da solo con lui... egli possedeva una facoltà d’intuizione di mirabile prontezza... Quando discutevamo di frontespizi... decideva sempre per quelli che piacevano di più anche a me». Il rapporto con il poeta delineò la svolta decisiva della sua maestria, tanto da essere riconosciuto quale “tipografo principe”.
È quasi vana esibizione parlare di tutto quello creato da Giovanni Mardersteig; diciamo soltanto che alcuni grandi pittori come De Pisis, De Chirico, Manzù gli devono tanto per le pubblicazioni a loro destinate. La fatica e la ricerca per la ricostruzione di molte tavole del Dürer e la preziosissima Edizione dell’Opera di Terenzio “Andria” nella traduzione del Machiavelli rimangono a testimonianza della sua interpretazione dell’arte tipografica. Mardersteig, come Bodoni, è stato un incisore espertissimo, quasi un giocoliere dei caratteri.
Ad un certo punto dell’attività, l’Officina Bodoni si rivela troppo piccola e non in grado di correre coi tempi. Si arricchisce di nuove macchine da stampa e si trasferisce, ingrandendosi, in un’altra zona di Verona, cambiando anche il nome della ditta in “Stamperia Valdonega”.
Hans Mardersteig muore nel 1972 e gli succede il figlio Martino. Egli continua e accresce l’eredità, aggiornandosi nello stesso tempo con le nuove tecniche di stampa. Valorizza il nome di Stamperia, usato per definire l’attività dell’azienda che conserva una sezione di stampa a mano accanto alle macchine più moderne. L’attrazione per i libri rari, per i libri d’arte, per la continuazione dell’arte tipografica sono per Martino come le grandi passioni che prendono l’anima e la vita degli uomini nei tempi più significativi della loro vita. Dice Martino Mardersteig parlando dell’editoria odierna: «Noi, anche per i libri stampati con le nuove tecniche, salviamo e riportiamo ciò che mio padre, allievo quasi filiale di Bodoni, mi ha insegnato». Ma egli pensa che un futuro per il libro d’arte e per un’officina tipografica ci sia e possa sopravvivere difendendo e imponendo la conoscenza del libro “bello”. L’erede del grande Hans dice: «Quando penso di pubblicare un libro o suggerisco ad un committente la ristampa o la stampa di un libro prezioso, ricordo sempre le parole di mio padre: “il libro al quale tu decidi di dedicare la tua opera ed il tuo ingegno deve essere prima amato, poi riamato fino alla consumazione, come per una bella donna. Solo allora potrai cominciare, sicuro di finire un’opera d’arte”».
La statua di Dante? Opera del veronese Ugo Zannoni
di Alice Castellani
Recentemente ingegneri e antropologi dell’università di Bologna, Pisa e Forlì, supportati dal laboratorio di realtà virtuale e dalla tecnica di facial reconstruction, hanno ricostruito al computer quello che si presume il vero volto di Dante. Questo studio, prosecuzione di quello iniziato negli anni ’20 con la ricostruzione del cranio dantesco, definisce i tratti somatici cui eravamo abituati, come «più psicologici che reali», volti a tramandare lo spirito del poeta. L’iconografia era dunque fedele alla celebre descrizione del Boccaccio, che tratteggiava «il volto lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccoli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato (...) e sempre nella faccia malinconico e pensoso». La ricostruzione tridimensionale ha dunque voluto restituire a Dante la sua umanità, suscitando notevole interesse non solo in Italia, essendo l’Alighieri uno dei padri della patria, il primo grande poeta della lingua italiana, nume tutelare della nostra letteratura spesso definito «il vate», il profeta.
Verona, città ricca di monumenti, storia e cultura, vanta i natali, il passaggio e la permanenza tra le sue mura di molte illustri personalità del mondo del sapere, capaci di lasciare il segno con le loro opere e la loro fama, facendone una delle città italiane più conosciute nel mondo. Tra queste spicca quella del sommo Dante, che vi visse sei anni, dal 1312 al 1318, scrivendovi buona parte della cantica del Paradiso, di cui Cangrande della Scala è dedicatario.
Sul piedistallo del monumento che celebra l’autore della Divina Commedia, in quella piazza dei Signori a molti nota come piazza Dante, possiamo leggere “A Dante lo primo suo rifugio”. Ai suoi piedi sostano ogni giorno turisti e veronesi, affascinati da una delle più belle piazze cittadine. Però nessuno sa, o quasi, chi ne fu l’autore, non ricordato da alcuna targa sebbene si tratti di un veronese, il pittore e scultore Ugo Zannoni, nato nel 1836 e creatore di molti altri monumenti cittadini come l’Aleardi nella Chiesa dei SS. Apostoli, il Cardinale Canossa in Duomo, i sontuosi monumenti a Erbisti e Zorzi in cimitero, i busti e le statue in chiese di città e provincia.
La statua fu eretta nel 1865 e rappresenta il poeta avvolto nel lucco, magro e austero, reggente la sua opera con una mano, a sostegno dell’altro braccio con un dito al mento, mentre volge la testa assorto in un pensiero profondo: una statua che si caratterizza per compostezza della figura e pensosa severità dell’aspetto, proprio secondo quella linea “drammatica” celebrata da Raffaello nella Stanza della Segnatura in Vaticano. Fu nel 1863, per celebrare il 6° centenario della nascita dell’Alighieri, che l’Accademia di Agricoltura Commercio ed Arti con la Società di Belle Arti decise di erigere una statua in onore «di quel sommo che delle glorie d’Italia è la più fulgida, onore e vanto dell’umanità intera». Fu indetto un concorso – per una spesa preventivata in seimila fiorini – e vincitore risultò l’allora ventinovenne Zannoni, scelto perché il suo modellino «rendeva il vero concetto della grandezza e temibilità di quel sommo e lo ritraeva quale Egli dovea essere in Verona, meditabondo sul passato, nobilmente mesto dei suoi destini e vieppiù di quelli della sua Patria». Zannoni frequentò l’Accademia a Venezia e a Brera, offrendo Milano – più aperta alle espressioni dell’arte della nativa Verona ancora sotto l’occupazione austriaca – più possibilità artistiche. Alla sua morte nel 1919, fu aggiunto al grande Angelo, da lui scolpito nel 1885 per la tomba di famiglia, il suo medaglione con la breve e significativa epigrafe «Ugo Zannoni, anima retta, cittadino munifico, cristiano convinto. Col Dante di nostra piazza iniziò affermando il suo genio, l’ascesa della sua fama d’artista». Gli storici lo definirono «artefice della forma al sommo grado, un vero campione veronese dell’arte tradizionale», e forse quest’uomo, dalle cui mani uscì la rappresentazione del Sommo poeta, merita anche oggi il nostro ricordo.
Franco Donatoni, maestro dell’invenzione. Un veronese genio della musica
di Nicola Guerini
L’attività del comporre è concepita dal maestro veronese Franco Donatoni come puro lavoro artigianale, come “vizio solitario” fine a se stesso. La musica non comunica niente e non è riconducibile a nessuna spinta emotiva, non ha “potere” di guarire o abbandonare l’animo a uno slancio trascendente di passionalità. La musica, per Donatoni, non provoca alcun sentimento e il compositore non è altro che un instancabile lavoratore che frantuma, analizza, elabora, costruisce materiale nuovo partendo da materiale di base.
Per il compositore scaligero l’opera scritta «... non è che il deposito acustico risultante dall’atto esistenziale del comporre», ciò che resta non è che il residuo, “la traccia di una vitalità che si è consumata in quell’atto e che non è più rintracciabile nella vuota inerzia del prodotto”.
Franco Donatoni, nato a Verona il 9 giugno del 1927 e morto a Milano il 17 agosto del 2000, lascia un vuoto profetico intorno al panorama musicale contemporaneo e sul significato attuale che ha il suo linguaggio. Ha studiato composizione a Milano e Bologna e in seguito si è perfezionato a Roma con Ildebrando Pizzetti. Conosciuto Bruno Maderna, notissimo compositore e direttore d’orchestra, si reca a Darmstadt in Germania, rinomato centro sperimentale dell’avanguardia musicale, dove si specializza. Insegna in diversi Conservatori, come Torino, Milano, Bologna, Roma e tra gli altri alla Chigiana di Siena, dove forma una delle più floride scuole compositive, in seno alla quale si sono specializzati intere generazioni di compositori.
Donatoni inizia la sua carriera negli anni Cinquanta, con progressivi accostamenti, prima a Bartòk (fino al 1954) poi a Webern e infine ai giovani maestri di Darmstadt. «Sono quasi certo di poter condividere l’opinione secondo la quale non si può insegnare a comporre» scriveva con lucidità il maestro, creando un paradosso fra l’affermazione e il fatto che egli fu uno dei più grandi didatti che la musica abbia avuto. Donadoni sosteneva inoltre che «All’invenzione non si accede mediante una disciplina ricevuta dall’esterno, ma attraverso vincoli imposti a se stesso, allo scopo di orientare la scelta a un numero limitato di possibilità: in questo modo l’autodisciplina è un bisogno per la definizione di ogni comportamento e non assume alcun significato costrittivo».
Nascono in quel periodo la Sinfonia per Archi (1953) il Quartetto II (1958), For Grilly per sette strumenti (1960) e Puppenspiel I per orchestra (1961). In seguito, assorbito dall’estetica di John Cage, il suo intento primario è quello di scardinare il tradizionale concetto di compositore-creatore: l’atto del comporre è un’esperienza “negativa”, una sorta di autonegazione nell’abbandono al materiale musicale. Nella seconda parte degli anni Sessanta il suo procedere compositivo si affida a un automatismo, mentre poi prosegue come un fatto germinale, portando alla luce brani significativi e originalissimi quali Puppenspiel II (1966), Double II (1970) e Voci (1972-73).
In tarda età la riflessione estetica e compositiva del maestro si rivolge verso un ritorno a schemi strutturali formali e ad accese varianti ritmiche che segnano il linguaggio donatoniano vero e proprio. Ne sono un esempio Duo Pour Bruno (1974-75), Spiri (1977), Arie (1978), The Heart’s Eye (1979-80) e In Cauta (1982).
L’ultima produzione di Donatoni, da Refrain II (1991) a Rusch (1995) dimostrano come il maestro sia approdato a un felice esercizio ludico dell’invenzione conquistando una scrittura sicurissima e difendendo la libera spontaneità del linguaggio musicale, oltre che a una forte espressività che da sempre caratterizzano la fusione fra l’uomo e il musicista.
«Chi può oggi – si chiede Pierre Boulez – unire le qualità dell’artigiano con l’originalità di un raffinato mondo immaginario?». Franco Donatoni è la risposta. «Egli unisce finezza sonora a un’invenzione forte» afferma un altro illustre ammiratore, Iannis Xenakis.
Franco Faccio, un grande con Verdi e Boito. Il celebre direttore nacque a Verona nel 1840
di Nicola Guerini
"È il 1879. L’orchestra della Scala suona il preludio all’atto terzo de LaTraviata sotto i balconi dell’Hotel De Milan, in via Manzoni, la residenza milanese di Verdi; a dirigerla c’è il giovane compositore e direttore d’orchestra Franco Faccio. Verdi è scosso. Si affaccia al balcone della suite, per ascoltare la propria musica, che ormai appartiene a tutti. Tra il pubblico in strada Arrigo Boito, musicista e librettista di Verdi, e Giuseppe Giacosa, poeta e librettista di Puccini. Il maestro è commosso ma, come sempre, molto riservato". Così riportano le cronache dell’epoca quella magica sera a Milano
Ed è così che in qualche modo inizia l’incontro artistico tra il maestro Giuseppe Verdi, il suo fido librettista Arrigo Boito e lo scaligero direttore d