BannerAmazonVeronain615x60

Tutto il mondo a portata di click, comodamente dal computer di casa, in tempo reale, a costi minimi. Già, questo è il bello della rete internet, ma non è la globalizzazione.

Nel frattempo a Londra in una nota catena di supermercati si vendono Jeans a solo 5,99 sterline. Come può succedere? Il Guardian lo ha spiegato molto bene in questo articolo tradotto da vocidallestero.it, con una analisi della composizione del prezzo che parte da una paga oraria dei lavoratori di 23 penny  pari a un quinto del salario minimo di sussistenza. Naturalmente la produzione è in  Bangladesh e questa è la globalizzazione.

Non ci sarebbe economia se non ci fosse il commercio, ed il commercio è in sé positivo, ma ciò che caratterizza la globalizzazione dei nostri tempi è la liberalizzazione selvaggia di capitali e merci senza regole e senza controlli, alla completa mercé del mercato.

Ci scandalizziamo se un’azienda italiana paga i lavoratori in nero, non versa i contributi, evade il fisco, non rispetta le norme sulla sicurezza del lavoro, inquina l’ambiente. Restiamo invece indifferenti quando importiamo merci a prezzi stracciati dalla Cina, dal Bangladesh, dal Vietnam o da altri Paesi dove lavoratori sottopagati, e spesso bambini, lavorano in sottoscala senza i minimi standard di sicurezza, senza welfare, fino a quando non succedono tragedie che svelano la reale situazione.

Chi ci guadagna da questa globalizzazione? Non certo i lavoratori del Bangladesh vergognosamente sfruttati e nemmeno quelli italiani che si ritrovano senza lavoro per l’importazione di merci sotto costo, ma le multinazionali che delocalizzano capitali e produzioni in Paesi dove la mancanza di democrazia, del rispetto dell’ambiente e dell’etica del lavoro consentono di massimizzare il profitto.

In questa competizione non potrà mai il Bangladesh raggiungere il benessere economico dell’occidente, mentre sarà l’occidente a perdere le conquiste di welfare in una tragica corsa al dumping salariale. Ciò che si sta globalizzando è solo l’impoverimento sociale, mentre la ricchezza si concentra in poche mani.

Quando il capitale è così mobile, e così facile delocalizzare la produzione, il lavoro perde forza nella contrattazione a svantaggio di stipendi e salari, e diventa anche più complicato per gli Stati tassare i profitti delle aziende multinazionali, come le controversie del fisco con Apple, Google ed Amazon insegnano.

Non solo è lecito, ma doveroso, difendersi dall’iperliberismo ponendo regole severe nei movimenti di capitali e delle merci, allo scopo di contrastare il dumping sociale, cioè lo smantellamento delle tutele del lavoro, che si viene a creare quando la competizione avviene solo sul prezzo finale dei prodotti senza aver prima condiviso regole minime uniformi.  E sono gli Stati nazionali che possono, e devono, alzare barriere quando necessario, attraverso il controllo dei movimenti di capitale e la limitazione selettiva delle importazioni, per tutelare il proprio sistema produttivo agricolo e industriale, il welfare, i diritti sociali e la dignità del lavoro.

Persino nella zona euro, l’effetto combinato della moneta unica e della totale libera circolazione dei capitali e delle merci fra economie troppo diverse, più che crescita e sviluppo ha favorito bolle finanziarie in Grecia, Spagna, Portogallo ed Irlanda esplose nel 2009, mentre l’Italia dopo aver perso quasi il 10% del PIL cerca faticosamente di risalire grazie ad un pregresso consolidato sistema industriale.

Anche nella ricca Europa avere smantellato le monete nazionali ed aperto totalmente i mercati finanziari è stata una pessima idea, si è infatti verificato ciò che sta scritto nella letteratura scientifica economica, il cosiddetto Ciclo di Frenkel, ignorato dagli economisti ebbri di eurismo, ma che si chiuderà inevitabilmente con la frantumazione della moneta unica, purtroppo non prima di aver creato anche disgregazione sociale, povertà ed allontanato l’ideale di unità dei Paesi europei.

La globalizzazione iperliberista non ha nulla di inevitabile ed irreversibile, è solo il frutto della deregulation dei decenni scorsi, una scelta ideologica a favore della finanza contro il lavoro e la democrazia. E’ ora di invertire la rotta perché devono essere gli Stati a regolamentare l’economia e la finanza e non viceversa.

Claudio Toffalini

 
Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

Commenti (1)

commenti (1)

Il tuo indirizzo mail non verrà pubblicato

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

ABBONATI A VERONA IN