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INTERVISTA – Nella settimana della memoria 2018 lo storico Stefano Biguzzi, presidente dell’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, commenta i recenti episodi che in Italia e a Verona hanno riportato alla ribalta fascisti e neonazisti con tutta la loro simbologia: «In quale nazione civile, che ha un passato fatto di leggi razziali e crimini, si può accettare questo?».

Stefano Biguzzi

In occasione della settimana della memoria 2018 abbiamo sentito lo storico Stefano Biguzzi dal 2013 presidente dell’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (IVrR).

Quest’anno ricorre l’80° anniversario dell’approvazione delle leggi razziali in Italia e sempre più spesso si assiste ad episodi che sembrano aver cancellato il ricordo di tali orrori e delle relative responsabilità: il carabiniere che a Firenze ha esposto una bandiera simbolo di gruppi neonazisti antisemiti, l’uso della simbologia fascista e nazista nei gesti e negli slogan allo stadio. Da storico come valuta questi fatti?
«Li ritengo di particolare gravità. E in special modo che siano proprio i carabinieri  a perdere la memoria del loro contributo alla lotta di liberazione, visto che  quest’ arma  del regio esercito  ha avuto il più alto numero di decorati per la Resistenza. È un controsenso e mostra anche un vuoto nell’educazione dei reparti: è come se un ufficiale degli alpini tenesse sul letto il ritratto dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe».

A questi episodi si sono aggiunti recentemente altri gesti aggressivi, come sono stati  l’irruzione del Veneto fronte skineads a Como o il bliz intimidatorio di Forza nuova sotto la sede di Repubblica.
«Il panorama è complesso e inquietante. Dobbiamo capire che la società caratterizzata da diritti, rispetto dell’individuo e delle minoranze, la società uscita dalle due grandi rivoluzioni americana e francese di fine ‘700, quella che definiamo civiltà avanzata, non è la normalità e rapprenta un periodo brevissimo e recente della storia dell’uomo. Pertanto il carico antropologico del passato e degli istinti negativi che lo hanno attraversato incombe: una volta fondata, una democrazia moderna non è per sempre. Un esempio è rappresentato dalle radici bimillenarie del razzismo rivolto contro una minoranza, che è riemerso, incarnato diabolicamente nell’antisemitismo del periodo nazista. A questo si aggiunge il fascino che il male, legato spesso ad un’idea di forza e di potenza, esercita sempre sulle psicologie più fragili e povere di valori».

Come si spiega l’intensificarsi di questi fenomeni negli ultimi anni in Italia e anche nel veronese?
«I nostalgici e i rigurgiti di neofascismo e nazismo ci sono sempre stati ma erano innominabili: in Italia fino agli anni ’90 non era pensabile alcun governo con gli eredi del partito fascista, l’MSI.  A questo si aggiungeva una solida blindatura legislativa, come il divieto ricostituzione del partito fascista o di apologia del fascismo. Ora alcuni di questi reati sono state depenalizzati e non sono più nel codice penale. Paradossalmente in questi ultimi anni, proprio quando forze intinsecamente neofasciste si  affacciano nell’agone politico in Italia e in altri paesi europei (anche l’inglese UK ha una forte componente razzista e di suprematismo bianco), le espressioni, i gesti, i saluti di sapore neonazista e neofascita  vengono accolti come bravate o folklore: un mix pericoloso. Si dimentica che anche lo squadrismo fascista e nazista sono cominciati in forme legali, come manifestazioni di presenza sul territorio per poi degenerare in un’escalation di violenza. L’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e Anppia (Associazione Italiana Perseguitati Politici Italiani Antifascisti) stanno registrando un numero impressionante di episodi di questo tipo: secondo me si sta scherzando con il fuoco. Tale clima rischia di essere ulteriormente alimentato dalla fatica e dal fastidio delle giovani generazioni, fino ad arrivare anche ai trentenni, nel gestire la memoria del passato, al contrario di quanto succedeva nelle società precedenti. Queste, nate dalle rivoluzioni di fine del ‘700, trovavano  su un insieme di memorie condivise e costitutive della nazione stessa il cemento allo stare insieme e un punto di riferimento per tutti i cittadini».

Da cosa deriva oggi questa difficoltà nell’affrontare il passato?
«È ormai un dato epocale e antropologico che la nostra società bruci velocemente ogni avvenimento giudicandolo già vecchio dopo un anno e di conseguenza rifiuti la complessità che è invece un aspetto fondamentale della storia, preferendo ragionare per slogan, affidarsi alle fake news. Inoltre non riconosce più le competenze viste non con ammirazione e rispetto verso chi sa di più ma con fastidio o addirittura con il sospetto di  connivenza con il potere. Pertanto la tua parola vale quanto la mia anche difronte a dati acquisiti come possono essere i vaccini, la Resistenza o la Shoa, la democrazia e i diritti».

Verona, targa Aned imbrattata

Come si possono coinvolgere i giovani perché coltivino la memoria storica?
«Purtroppo spesso molti giovani vivono in contesti che rifiutano il passato e lo trovano ingombrante. Ai convegni che organizziamo come IVrR la platea è costituita prevaletemente da persone anziane. Addirittura ad una due giorni da noi organizzata, in cui importanti studiosi  dialogavano con giovani ricercatori universitari sulla Resistenza, sono arrivati solo uno o due studenti universitari. Fermo restando che c’è ancora qualche giovane molto sensibile alla conoscenza del passato».

La scuola cosa può fare difronte a queste carenze. Come si può  nel 2018 parlare efficacemente ai giovani di Resistenza e antifascismo?
«Secondo me si potrebbe intervenire sia a livello di programmi ministeriali sia sfruttando i margini di autonomia che ha un insegnante riorganizzando lo studio della storia: dopo aver tracciato una panoramica che presenti gli aspetti chiave del passato fino al ‘500, affrontare poi in modo serio e veramente approfondito quelle che vengono definite le radici della modernità. La storia, se adeguatamente proposta e raccontata, è affascinante ed ha tutti gli elementi per attrarre l’interesse dei giovani».

E i ruolo dei mass media?
«Nulla da dire riguardo alla qualità e quantità di speciali, approfondimenti, supplementi, trasmissioni proposti su giornali, tv, radio, ma l’offerta sembra purtroppo indirettamente proporzionale alla scarsa attenzione riscontrata dall’opinione pubblica».

Condivide perciò l’affermazione di Veltroni in una recente intervista secondo il quale  “Un’onda nera  sta squassando l’occidente” e  sta minacciando la democrazia.
«Ma un’onda nera intesa nel senso di fascista, nazionalista, razzista e populista insieme, la definei un’onda nera dell’anima, perchè  i fenomeni non si riproducono esattamente come nel passato: è  talmente enorme quanto è successo 80 anni fa che è evidente che non si ripeterà negli stessi modi. C’è tanta gente in giacca e cravatta, ed evito di fare nomi, che non parlerà mai male degli ebrei, che non citerà mai il fascismo, ma sta evidentemente mettendo in atto prassi intellettuali e politiche di approccio alla società che sono spiccatamente  protofascite, sono la riproposizione di un modo di ragionare che è quello del fascismo».

Il quadro è piuttosto negativo.
«Sì. Quello che però ora al momento ci salva è  un benessere diffuso che sta sopravvivendo, ma in questa situazione di odio latente e di aggressività sfogata in rete, in quest’epoca di livore tenuto sopito sotto una patina di politically correct  l’equilibrio precario attuale può, da un momento all’altro, venir meno».

Opera di Pino Castagna, Verona, Piazza Isolo (Foto Arch.)
Opera di Pino Castagna, Verona, Piazza Isolo (Foto Arch.)

Bisognerebbe intervenire allora da un punto di vista legislativo? Ma alcuni invocano la libertà d’opinione: cosa ne pensa?
«Sono favorevole ad una legge contro il negazionismo, anche se alcuni sono contrari perchè esiste anche il rischio di creare dei martiri della libertà di pensiero, ma, secondo me, una società  si deve dare dei canoni di pensiero libero: nessuno penserebbe di fare una conferenza sulla pedofilia e così anche dovrebbe essere per  il negazionismo o il neonazismo. La libertà di pensiero, accampata su determinati argomenti, può rappresentare un insulto o un’offesa per una parte della società e può portare all’anarchia e alla perdita di identità della società stessa».

E la legge Fiano?
«Ha suscitato un dibattito analogo. Ma questa legge interviene in particolare sui simboli del fascismo e nasce soprattutto come reazione allo sdoganamento avvenuto negli ultimi anni di immagini del ventennio su bottiglie di vino, calendari e altro: in quale nazione civile, che ha un passato fatto di leggi razziali e crimini in Etiopia, in Yugoslavia si può accettare questo? È’ una questione di decenza e serietà: nessuno troverebbe un calendario di Hitler in un’edicola di Monaco! Proprio quando  il clima generale sta diventando pericoloso si derubricano a pagliacciate e si lasciano scorrere fiumi di immagini, stemmi, stauette, gadget di questo tipo!».

Piazza Bra, Verona (Foto Arch.)
Piazza Bra, Verona (Foto Arch.)

Per concludere dando un’occhiata alla nostra città: secondo lei il ruolo di Verona durante il fascismo e in particolare durante la Repubblica di Salò ha lasciato tracce oggi nell’opinione pubblica veronese, nel modo di sentire e giudicare il presente ed affrontare le sfide che il XXI secolo ci propone?
«Verona è una città politicamente di destra, conservatrice, ma non credo che questo abbia un legame con le vicende nazifasciste locali, quali la fondazione della RSI e la presenza del più alto comando delle SS, semplicemente  per mancanza di memoria storica dei cittadini. D’altra parte se è pur vero che la città è stata medaglia d’oro della Resistenza, si è sempre mostrata molto cauta e prudente nell’affrontare le diverse fasi storiche che l’hanno interessata».

Laura Muraro

 
Laura Muraro

L'autore: Laura Muraro

Laura Muraro è nata a Verona il 1 marzo 1963, consegue la maturità classica e nel 1987 si laurea in Lettere all’Università di Padova. Inizia quasi subito a insegnare nelle scuole medie e superiori di Verona e provincia. Dopo aver frequentato un corso di giornalismo al Centro Mazziano (Verona), dal 1989 collabora con periodici e uffici stampa locali. È iscritta all’Ordine dei giornalisti come pubblicista dal 1992. Insegna lettere come docente di ruolo presso un istituto tecnico. lauramuraro@alice.it

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