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Patetici i commenti di Pierre Moscovici, Commissario europeo per gli affari economici e monetari, sulla ipotesi di un temporaneo sforamento del 3% di deficit dell’Italia. E deve avere buchi di memoria se non ricorda che, al contrario dell’Italia, dal 2012 al 2016 il deficit francese è sempre stato  ben oltre la soglia del 3%.

Francia: 2012 4,8%; 2013 4,0%; 2014 3,9%; 2015 3,6%; 2016 3,4%

Italia:     2012 2,9%; 2013 2,9%; 2014 3,0%; 2015 2,6%; 2016 2,4%

Eppure Moscovicì questi numeri li dovrebbe conoscere bene dato che dal 2012 al 2014 è stato ministro delle finanze del governo Ayrault durante la presidenza Holland, ma tutte le promesse, le bugie e le giravolte di Moscovici le troviamo ben raccontate su questo articolo dell’Huffingtonpost.

E per quanto riguarda il debito pubblico in rapporto al PIL? Questo il confronto fra Francia e Italia dal 2011 al 2016:

Francia: 2011 85,2% del PIL; 2016 96,5%; in 5 anni + 11,3%

Italia:     2011 116,5% del PIL; 2016 132,0%; in 5 anni +15,5%

Questi numeri ci dicono ancora una volta che le politiche governative di austerità non funzionano: la Francia, che ha mantenuto un deficit annuale ben superiore a quello dell’Italia, ha visto aumentare il debito, in rapporto al PIL, meno dell’Italia. Ancora una volta è confermato che non si esce dalla crisi con l’austerità, ma con gli investimenti, e che “l’austerità espansiva” di Mario Monti era solo una favoletta per gli ingenui.

È evidente la malafede di Moscovici, quando rimprovera all’Italia un presunto futuro sforamento, mentre lo sforamento francese della soglia del 3% è stato reale, ampio e continuato.  Ma ciò che dovrebbe preoccupare di più Moscovici, invece di intromettersi nelle cose italiane, dovrebbe essere la situazione del saldo dei conti con l’estero della Francia che sono ancora in rosso.  L’Italia nel 2012 ne ha invertito il segno cominciando a macinare saldi positivi e migliorando la posizione finanziaria con l’estero.  Come ci confermano i bollettini della Banca d’Italia, nel 2016 l’Italia ha realizzato un saldo positivo con l’estero di 45,6 mld di euro  pari al 2,7% del PIL, e questo nonostante una moneta sopravvalutata che penalizza l’export italiano.

Ed è alla luce di questi dati che va interpretata la battuta di Moscovici «l’Italia è come un gatto, cade sempre in piedi», una battuta dolciastra fra l’ammirazione per una nazione capace di resistere alla lunga crisi e lentamente tornare a crescere, ed il mancato piacere di vedere l’Italia ridotta come la Grecia a chiedere, con il cappello in mano, aiuti alla troika.

Moscovicì non ha potuto non riconoscere che il merito della ripresa italiana sta nelle PMI (piccole e medie imprese) un tessuto di aziende che, nonostante i duri colpi della crisi, ha ripreso ad investire, crescere ed esportare in tutti i settori trainanti del Made in Italy: manifatturiero, macchinari, agroalimentare, moda e turismo.

In effetti sono le PMI la forza trainante dell’economia italiana, come ci conferma questa infografica del Sole24ore tratta da dati Eurostat, che mostra come l’export italiano all’interno della UE sia dovuto per il 54,4% alle PMI, mentre per la Germania le PMI contano per il 26,1 e per la Francia solo per il 21,4%. In Francia e Germania è la grande industria che fa da traino all’export, in Italia sono le PMI.

Prima della crisi del 2011 veniva considerato come un limite dell’Italia il “nanismo” della sua base produttiva, costituita per lo più proprio dalle PMI, e si auspicavano aggregazioni ed aumento delle dimensioni  per poter incrementare la produttività e competere in un mondo globalizzato. La crisi ha di fatto rivalutato l’altra faccia delle PMI: la flessibilità e l’ingegno, l’importanza dei distretti industriali, il lavoro in rete, il legame forte con il territorio, l’orgoglio dell’italianità, qualità che possono fare la differenza contro il gigantismo apolide delle multinazionali.

Una ripresa che però, non dimentichiamo, è pagata tuttora al prezzo carissimo di una disoccupazione all’11% e di un lavoro che quando c’è è precario, al prezzo di stipendi e salari insufficienti, di milioni di italiani impoveriti ed a rischio povertà assoluta, al taglio sistematico del welfare e di riforme come quella sulle pensioni pensate solo per fare cassa a breve.

La classe politica italiana che guiderà l’Italia dopo le elezioni del 4 marzo, dovrà fare i conti con questa realtà e dovrà dare risposte non ambigue in termini di lavoro, redistribuzione del reddito e sicurezza sociale. La crescita italiana è ancora lenta, ma solo una nuova fase di austerità potrebbe far tornare l’Italia in recessione. Moscovici rivolga le sue prediche al connazionale Macron, ed il nuovo governo italiano pensi a tenere la schiena dritta con l’Unione Europea.

Claudio Toffalini

 
Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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