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Niccolò Tommaseo

Niccolò Tommaseo (1802-1874), linguista, scrittore e patriota. Durante i moti del ’48 ricoprì un ruolo di primo piano nella Repubblica Veneta; nominato in seguito senatore rifiutò l’incarico in polemica con la politica italiana del tempo. Questo stralcio tratto dalla lettera Il Parlamento e l’Italia è prezioso spunto di riflessione.

Badino gli uomini d’opinione qualsiasi, badino a questo: che il deputato da eleggersi agli eleggenti sia noto; che non venga ai più di costoro posta in mano una cedola da buttare nell’urna senza coscienza, come se macchine fossero. Gli è un abusare dell’altrui docilità, un fare la libertà cosa stupida e ai nemici risibile; un soprabbondare nelle così dette finzioni costituzionali, sicché la finzione diventa menzogna e scherno. Schernito deve tenersi uomo degno, che si vegga eletto a quel modo da uomini che mai non l’hanno veduto, forse mai sino allora sentitolo nominare; e se dovessero, non dico esporre i meriti e le ragioni perché lo eleggono, ma taluni di loro se scrivere e per l’appunto pronunziare il nome di lui, non saprebbero. Bene sta che il deputato al Parlamento rappresenti non solo il paese degli elettori, sì l’intera nazione italiana; ma della nazione fa parte il paese degli elettori, i quali, oltre ai diritti comuni, n’hanno degli speciali da mantenere e rivendicare, e che bisogna conoscere non per bisbigli o per querele d’interessati o di partigiani, ma per propria scienza ed esperienza: or, se il deputato non conosce in questa forma il paese, e’ non conosce l’Italia intera, non è deputato veramente italiano. (…) E gioverebbe che, non per adunanze straordinarie di pochi, ma per regolari o prestabilite di tutti o gran numero degli elettori, gli atti del deputato, la sessione durante, chiamassersi a disamina non astiosa ma amica, e gli si dessero via via lodi e consigli, e, meglio che querele, preghiere. Ma perch’egli faccia il dover suo, e il suo gli elettori, e il Parlamento non sia una rappresentazione scenica di attori imbellettati, e che mal sanno la parte, e hanno per suggeritore chi non sa suggerire o suggerisce a rovescio; conviene ch’esso deputato sia preso dallo stesso paese degli eleggenti; se meno famoso e con meno parlantina, non fa, purché onesto e intelligente e operoso. E guai se dovessero provarlo tale i così detti programmi, che son tutti belli a chi non sa leggerli, a chi sa, quanto promettono più, più minacciano: per non parlare di quelli che, promettendo disdicono la promessa. (…) Già l’esperienza ci prova che gli uomini traenti al rosso talvolta congiungono i loro suffragi co’ bigi e co’ traenti al nero; che i neri in certe cose son più rossi de’ rossi; che certi già rossi dagli amici loro hanno il titolo di codini. E tutti, in questa grande tintoria ch’è la vita politica, furono o sono o saranno, o parvero o paiono o parranno a taluno, rossi o neri o bigi; purché non siano le tre cose a un’ora, o un misto dubbio de’ tre.

Mario Allegri

 
Mario Allegri

L'autore: Mario Allegri

Mario Allegri ha insegnato letteratura italiana contemporanea alla Facoltà di Lettere di Verona. Ha pubblicato vari saggi letterari in riviste, giornali e presso editori nazionali (Utet, Einaudi, La nuova Italia, Il Mulino). Ha partecipato come indipendente alle primarie 2011 per l'elezione del sindaco a Verona. marioallegri9@gmail.com

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