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In tema di vaccini Verona ha una storia. Un passato ancora recente in cui vicende gravi, talvolta misconosciute, hanno lasciato un segno indelebile in primis nei protagonisti. Una storia che inizia negli anni Cinquanta del secolo scorso con la nascita a Malcesine del primo centro nazionale per il trattamento della poliomielite. Poi, negli anni Settanta, la vicenda di Giorgio Tremante: padre di quattro bambini, di cui due deceduti e un terzo con un grave handicap presumibilmente a seguito di vaccinazione antipolio. Da una parte migliaia di persone che avrebbero voluto essere vaccinate, ma che non hanno potuto farlo perché il vaccino ancora non c’era, dall’altro chi è stato riconosciuto dallo Stato come danneggiato dalla somministrazione dello stesso. Queste realtà riappaiono dopo la reintroduzione dell’obbligo vaccinale nella nostra regione – dal 2008 il Veneto era esentato dall’obbligo – a seguito del preoccupante aumento di casi di morbillo a livello nazionale.

I dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) per il periodo maggio-ottobre 2017 classificano l’Italia al quinto posto nel mondo per casi di contagio da morbillo, dopo India, Nigeria, Pakistan e Cina.

Organizzazione mondiale della Sanità – Dati contagio morbillo maggio-ottobre 2017

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) dall’inizio del 2017 ha registrato 4885 casi di morbillo nel nostro Paese e quattro decessi, tutti di bambini, la più piccola di 16 mesi e il più grande di nove anni, già immunocompromessi a causa di altre gravi malattie.

«Vaccinare serve proprio a proteggere i bambini, che hanno un sistema immunitario ancora immaturo, dal contagio di gravi malattie infettive. Sono i bambini che manifestano la malattia nella forma più grave, talvolta anche mortale, perché non sono in grado di rispondervi immunologicamente» evidenzia Roberto Mora, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Verona (OMCeO). «Ci sono anche persone che non possono essere vaccinate a causa di malattie, allergie o situazioni particolari. Sono una minoranza estremamente esigua e tale che non è giustificata una sorveglianza attiva per ricercare questi singoli casi su milioni» prosegue Mora. «Quello che si fa è interrogare i genitori per capire se il bambino nella sua storia clinica presenta delle caratteristiche che potrebbero sconsigliare la vaccinazione. Solo in questi casi non si vaccina, ma si procede a una serie di esami di accertamento». Una ricerca a tappeto sulla popolazione avrebbe un costo di molto superiore alle campagne vaccinali «il cui scopo principale è, tra gli altri, proprio quello di difendere dalle malattie infettive le persone che non possono essere vaccinate. Per questo motivo è bene che le vaccinazioni siano il più diffuse possibile» conclude Mora.

Roberto Mora- Presidente Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Verona

I dati dell’ISS confermano: l’incidenza maggiore del morbillo, ovvero il numero di nuovi casi, si è registrata nei bambini con meno di un anno di età, con 59 casi su 100.000 abitanti. l’88% delle persone che si sono ammalate non era vaccinata e il 6% aveva ricevuto solo la prima dose di vaccino. Il Veneto è al sesto posto per numero di segnalazioni, dopo Lazio, Lombardia, Piemonte, Sicilia, Toscana. La notizia positiva è che da alcune settimane non si registrano più nuovi casi.

Mappa segnalazioni casi di morbillo in Italia 2017

Il morbillo è una malattia per la quale esiste un vaccino tuttavia, dalla sua introduzione nel 1976, l’adesione è stata piuttosto modesta, con un deciso incremento verso la fine degli anni Novanta. Questo ha portato a un progressivo aumento dell’età media degli ammalati che, nel 2017, è di 27 anni.

La scarsa adesione all’offerta vaccinale viene definita “esitanza vaccinale” e si tratta di un fenomeno da tempo studiato dagli epidemiologi: «Il rifiuto vaccinale è un fenomeno eterogeneo che riflette un vasto e complesso ventaglio di attitudini e convinzioni» afferma sul New England Journal of Medicine James Colgrove studioso di Scienze della Salute Pubblica alla Columbia University e autore del libro Stato di immunità. Le politiche vaccinali nel Ventesimo secolo in America (State of Immunity. The Politics of Vaccination in Twentieth-Century America, 2009, University of California Press). Tra le cause di questo fenomeno il ricercatore americano include: scarsa fiducia verso la classe medica e scientifica, considerata elitaria, la resistenza verso le autorità governative, l’adesione a terapie “naturali” o la fede verso sistemi di salute alternativi. «Nonostante ai nostri giorni Internet sia, allo stesso tempo, la principale fonte di informazione e disinformazione, i problemi che devono affrontare oggi medici e funzionari di salute pubblica sono gli stessi delle loro controparti nei secoli scorsi» afferma sempre Colgrove. In State of Immunity Colgrove cita una fonte dei primi del Novecento in cui un medico descrive alcuni immigrati italiani residenti a Brooklyn che cercavano in tutti i modi di evitare la vaccinazione dei propri figli contro il vaiolo:

Gli italiani hanno un’enorme paura della vaccinazione, ricorrono ad ogni mezzo per mettere al riparo sé stessi e i loro figli. Se il bambino è abbastanza piccolo, lo mettono in un cassetto. Ho trovato dozzine di bambini in questo modo e l’esperienza mi ha insegnato a non lasciarmi sfuggire alcun angolo o anfratto nei palazzi da me ispezionati. Una donna che abbiamo vaccinato ha ammesso di essere riuscita a fuggire dal vaccino quattro volte nascondendosi sotto il letto.

L’episodio è aneddotico di come l’obbligo vaccinale possa innescare la paura più verso il vaccino che verso le conseguenze della malattia che il vaccino eviterebbe.

Massimo Valsecchi

Il Veneto, con la sospensione dell’obbligo vaccinale introdotto nel 2008 fino all’attuale Legge 119 del 2017, vi è stata un’opportunità particolare per capire che cosa influisce sulle scelte dei genitori nel vaccinare o meno i propri figli. In questo arco temporale la Regione Veneto ha promosso un’indagine, condotta da Massimo Valsecchi, all’epoca direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’ULSS 20 di Verona, dal giugno 2009 al maggio 2011, che ha analizzato l’orientamento dei genitori nei confronti delle vaccinazioni per l’infanzia dopo la sospensione dell’obbligo. I risultati scaturiti da questo studio hanno ridimensionato la tradizionale polarizzazione tra genitori pro o contro i vaccini, evidenziando come anche tra i genitori favorevoli alle vaccinazioni (il 95% del campione) circolino molte domande o dubbi che si ritrovano anche tra i genitori dubbiosi (il 3%) o contrari (un 1,5-2% del totale preso in esame). È emerso anche il profilo socio-demografico dei non vaccinatori – “cittadini italiani, con scolarità più elevata (in particolare la madre), maggiore età media, parità più alta, con una maggior presenza di madri impiegate in ambito sanitario” – e rilevato anche che le coperture vaccinali non erano al di sotto della soglia raccomandata, che è del 95%.

Grafico Polio Valsecchi – Adesione percentuale, per coorti di nascita semestrali, all’offerta della prima dose di vaccino antipoliomielitico all’età di tre e nove mesi, nelle 19 ASL

«Il grafico mostra in modo significativo come la sospensione dell’obbligo vaccinale introdotto dalla Regione Veneto, a partire dall’inizio del 2008, non abbia influito sull’adesione degli utenti all’offerta vaccinale attiva e gratuita promossa dal servizio sanitario regionale. I dati relativi alle coperture vaccinali delle altre vaccinazioni obbligatorie (tetano, difterite ed epatite B) sono peraltro sovrapponibili a quelli relativi alla polio» affermava Valsecchi nel report Perché ancora solo noi a vaccinare senza obbligo di legge?

Dati inediti e aggiornati sul rifiuto vaccinale nella nostra Regione si trovano nella Seconda indagine sui determinanti della scelta vaccinale, presentata da Valsecchi nel novembre scorso alla Commissione Sanità del Senato, ed esamina il periodo dicembre 2016 – aprile 2017. Nel corso del primo studio, l’epidemiologo veronese aveva rilevato il contributo nefasto di alcune sentenze della magistratura nella scelta dei genitori di non vaccinare i propri figli, anche tra chi fino a quel momento aveva vaccinato: «Nel questionario, molti genitori vaccinatori dichiaravano che non avrebbero proseguito il percorso vaccinale seppure già avviato» racconta Valsecchi. «A conferma dell’effetto negativo delle prime sentenze della Magistratura, va notato che in questa seconda indagine, alla domanda È a conoscenza della sentenza della magistratura di risarcimento per danni da vaccinazione? ha risposto “Sì” il 28% dei genitori che hanno vaccinato completamente i loro figli; il 61 % dei genitori che hanno vaccinato solo parzialmente i loro figli; il 74% dei genitori che non hanno vaccinato i loro figli». Inoltre, «il 21 % dei genitori che hanno deciso di vaccinare i loro figli riteneva che le sentenze della magistratura confermassero, in ogni caso, che le vaccinazioni sono pericolose». Con la reintroduzione dell’obbligo vaccinale con la Legge 119 del 2017, che converte il decreto legge n. 73 del 7 giugno 2017, secondo Valsecchi «sta succedendo quello che, con fin troppo facile profezia, avevo predetto, ovvero che il ritorno all’obbligo riattiva atteggiamenti di irrazionalità pura da parte dei no-vax».

L’AULSS 9 Scaligera fa sapere che «dall’entrata in vigore della legge 119 sull’obbligo vaccinale per l’accesso a scuola, le sedi vaccinali sono state notevolmente impegnate sia per la consegna della documentazione necessaria per l’iscrizione a scuola, che per le richieste di recupero delle vaccinazioni mancanti. Sono state infatti potenziate le sedute vaccinali e previsti accessi aggiuntivi per la consegna dei certificati vaccinali». Tuttavia, non è in grado di «stimare con ragionevole certezza quanti bambini non siano stati vaccinati per le vaccinazioni previste dalla legge 119», perché l’anagrafe vaccinale regionale non lo può calcolare. Per ora, come dimostrano i dati a livello regionale, precisa sempre l’AULSS 9 Scaligera, «le cause di mancata adesione alle vaccinazioni sono principalmente legate a ritardi negli accessi programmati, spesso perché alla data fissata il bambino risultava ammalato». L’Azienda Socio Sanitaria scaligera sta pianificando il richiamo dei bambini e ragazzi che, tramite l’anagrafe vaccinale regionale, non risultano in regola con le vaccinazioni previste dall’obbligo di legge, mediante l’invito scritto ad un colloquio, per spiegare i vantaggi delle vaccinazioni e programmare il successivo recupero elle vaccinazioni mancanti.

Se è ancora difficile capire quanti genitori abbiano scelto di non adempiere agli obblighi vaccinali imposti, è certo che anche a Verona gli antivaccinisti non sono rimasti alla finestra. A ridosso dell’attesa sentenza della Corte Costituzionale sul ricorso della Regione Veneto, che si è opposta alla reintroduzione dell’obbligo, un cartellone pubblicitario 6 x 3 metri del Coordinamento regionale veneto per la libertà di vaccinazione (Corvelva) è apparso al quartiere Saval.

Più di recente, una serata in Sala Lucchi ha visto la presenza di Dario Miedico, medico radiato dall’Ordine di Milano, convinto detrattore delle vaccinazioni ma che, come ha ribadito più volte davanti alle centinaia di persone presenti il 14 dicembre scorso, «non vuole essere considerato no-vax o antivaccinista».

Secondo Valsecchi l’obbligo vaccinale ha di fatto «azzerato gli sforzi di dialogo delle istituzioni sanitarie venete con i cittadini sul tema dei vaccini» e cita l’esempio del percorso virtuoso portato avanti con l’associazione “Il Melograno” con cui «il dialogo si è realizzato nel migliore dei modi». Perché i dubbi, le opposizioni e paure contro i vaccini «hanno trovato il massimo ascolto da parte delle istituzioni sanitarie pubbliche e i risultati hanno dato ragione all’idea che solo attraverso l’ascolto e il dialogo sia possibile recuperare quella parte di genitori avversi a vaccinare i propri figli».

Una polarizzazione ideologica e politica di questo genere sui vaccini fa passare in secondo piano le esperienze di chi ad esempio, cinquant’anni fa, non ha potuto beneficiare dell’immunizzazione. Come è accaduto a Denis Montagnoli, attuale presidente dell’Associazione disabili motori (AIDM).

Denis Montagnoli-Ospedale di Malcesine-Palestra

«Mia mamma mi diceva ‘vai da papà’, ma io non potevo camminare perché le mie gambe non si muovevano» racconta Denis, «era la fine del 1953, avevo poco più di un anno e mi ammalai di poliomielite assieme a mia sorella gemella». Quello era il periodo in cui gli Stati Uniti e l’Europa, Italia compresa, affrontavano un’epidemia di questa gravissima malattia del sistema nervoso. La poliomielite è provocata da un virus, detto poliovirus, responsabile dell’infiammazione e distruzione delle cellule nervose motorie presenti nel midollo spinale. «Vaccinare contro la polio implica anche l’eliminazione dei virus attenuati che possono trovarsi nelle acque reflue di scarico che in Italia sono monitorate costantemente per l’adesione del nostro Paese al programma di eradicazione della polio dell’Oms» spiega Laura Bertolasi, medico neurologo, ricercatrice dell’Università di Verona, dedita da oltre quindici anni alla ricerca scientifica sulle sindromi post-polio. «Ci sono dei rischi nella vaccinazione contro la polio» aggiunge Bertolasi. «Il più grave è che il vaccino possa provocare la polio, ma si tratta di un caso su 600mila alla prima dose di vaccino e un caso su alcuni milioni alla fine del ciclo. Si tratta di fare una scelta e di soppesare il rischio di un evento rarissimo contro i possibili effetti dovuti al ritorno di un’epidemia di polio». Non è vero che la poliomielite non esiste più, afferma ancora «perché l’Oms non ha dichiarato eradicata la malattia e per questo noi continuiamo a vaccinare. Persone come Denis o i malati con i quali lavoro sono comunque i più fortunati perché, in quegli anni, l’Italia era ancora un paese poverissimo e non esistevano polmoni d’acciaio o centri di cura specialistici. Purtroppo, la maggior parte di quei malati oggi non è qui a raccontarci quello che è successo perché sono morti».

A più di sessant’anni da quell’epidemia, facciamo fatica a ricordare che cosa sia la poliomielite, una parola quasi strana tanto poco se ne parla, la cui etimologia greca indica l’antichità di questa malattia: polios significa grigio, myelos midollo e il suffisso –itis indica infiammazione. Nel 2012 l’Oms ha dichiarato il nostro paese “polio-free”, indicando che non vi sono state nuove diagnosi, ma alzi la mano chi di noi non ha mai visto una persona poco più che cinquantenne zoppicare, usare le stampelle o la carrozzina a causa di gambe e bacino deformi. Ci sarà sicuramente capitato di incontrarne e spesso si tratta di persone che nei primissimi anni della loro vita hanno contratto il poliovirus. Il grafico che segue mostra come i bambini nati nel 2014, a 24 mesi, non raggiungono il 95% di vaccinati.

«Spesso mi è capitato di parlare con genitori che non vogliono vaccinare i propri figli» racconta Denis Montagnoli «perché ritengono che la poliomielite sia scomparsa e mi convinco sempre più che questi genitori siano vittime della disinformazione. Io consiglio sempre di vaccinare: anche se esiste un rischio legato al vaccino contro la polio ritengo che i benefici siano di gran lunga maggiori». Inoltre, «come ha dichiarato nel maggio scorso il commissario europeo alla salute Vytenis Andriukaitis, il ritorno della polio è possibile a causa dei flussi migratori da Paesi come Pakistan, Siria e Afghanistan dove le coperture vaccinali sono bassissime. L’unico modo per scongiurare un ritorno di un’epidemia di polio – è convinta Denis Montagnoli – è vaccinarsi». Laura Bertolasi, dal canto suo, inviterebbe i genitori contrari alle vaccinazioni «a visitare almeno una volta l’ospedale di Malcesine, dove ogni giorno vi sono in media cinquanta pazienti che da bambini hanno contratto la polio, per rendersi conto di quale rischio decidono di far correre ai propri figli».

Anche Roberto Mora, che a giorni verrà sostituito nella sua carica di presidente dell’OMCeO di Verona, porta sulla propria pelle una testimonianza di pari importanza, mostrando una cicatrice sul collo: «A sette anni mi sono ammalato di difterite, allora non esisteva il vaccino e perché non morissi soffocato, hanno dovuto inserirmi un tubicino che mi permettesse di respirare». Un medico, Mora, che ha peraltro sottolineato pubblicamente, in una lettera su Quotidiano Sanità, la discutibile scelta dell’amministrazione di patrocinare un evento con relatori di dubbia attendibilità sotto il profilo scientifico e che certamente non augurerebbe ai propri nipoti di ammalarsi di morbillo, come ha invece fatto Miedico in Sala Lucchi. La convinzione che malattie come poliomielite, difterite, tetano siano scomparse è smentita da dati di fatto, accuratamente sottaciuti quella sera: la bambina torinese, non vaccinata, che ha contratto il tetano, i casi di difterite (cfr. tabella sottostante), la possibile ricomparsa della polio a causa dei flussi migratori da Paesi in cui le campagne vaccinali sono carenti o assenti.

Tabella difterite 2000- 2014

In Veneto, il rifiuto vaccinale è dovuto oltre che alla disinformazione anche alla conoscenza diretta o indiretta di bambini danneggiati da vaccini. L’indagine del 2011 Il popolo web e le vaccinazioni, sempre curata da Massimo Valsecchi, si domanda «se la maggiore conoscenza di bambini danneggiati da vaccini sia una causa o un effetto della scelta di non vaccinare». Chi sceglie di non vaccinare è spesso disposto ad ascoltare solo gli “esperti” e a ricercare le informazioni capaci di confermare le proprie convinzioni. In questo contesto, sempre più fluido e in divenire, l’introduzione dell’obbligo vaccinale da solo non basta a colmare lacune organizzative e comunicative verso i cittadini cui le istituzioni sanitarie pubbliche sono chiamate. Verona, ora più che mai, è un caso importante sul quale sarebbe ancora opportuno fare delle riflessioni.

Federica Lavarini

 

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