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ius soli, ius culturae

Di Ius soli e Ius culturae, tema che divide non solo la politica, si è parlato lunedì 18 dicembre nel corso di un incontro organizzato dal Circolo PD Madonna Verona. Gli organizzatori hanno dialogato con Marco Rossi Doria, esperto di politiche educative e sociali e già sottosegretario all’istruzione con Monti e Letta, che ha messo in rilievo come la discussione in corso registra l’allontanamento da una tradizione più che millenaria di accoglienza, cedendo a paure e ragionamenti che poco hanno a che vedere con la realtà dei fatti e con il periodo storico che stiamo attraversando. La dimensione del fenomeno è stata data dai numeri forniti dal Cestim sul cui sito sono consultabili studi, interventi, statistiche. I residenti stranieri in tutta la Provincia sono circa 105.000 e rappresentano l’11,4% della popolazione complessiva; i minori sono 24.211 (15,4% sul totale di 157.527) e 18.084 sono in età di scuola materna e dell’obbligo. Nel 2016 i nati non italiani in Provincia sono stati 1.705 (22% delle nascite) e nel solo comune di Verona 585 (29%). I minori con genitori muniti di permesso da almeno 5 anni, e che potrebbero quindi beneficiare dello Ius soli, sono stimati in circa undicimila; ad altri tremila potrebbe essere riconosciuto lo Ius culturae avendo terminato un ciclo di studi. Va precisato comunque che in caso di approvazione della legge in discussione la richiesta di cittadinanza andrà avanzata dal genitore e non è detto che ciò avvenga in tutti i casi.

Alexandrina Scoferta, una giovane moldava, non è nata in Italia ma il suo racconto/testimonianza ha reso con efficacia e passione lo stato d’animo di chi è quotidianamente immerso – per studi, esperienze e frequentazioni – nella nostra stessa realtà ma deve vivere senza la certezza di sentirsene parte a tutti gli effetti.

«Io e te non parliamo la stessa lingua. Me ne sono accorta tanti anni fa, quando sono arrivata in Italia. I miei genitori conoscevano delle parole italiane, ma non parlavano italiano. Quando parlavano erano goffi ed io mi vergognavo tantissimo. Non parlare – pensavo – piuttosto taci, tanto non stai dicendo quello che stai dicendo. Era ridicola mia madre. Non diceva quello che voleva far dire alle parole, le persone l’ascoltavano fino alla fine per educazione e la guardavano come si guarda un handicappato che si morde la lingua, con la fretta e l’impazienza che finisse quella cavolo di frase, che tanto della frase non gliene fregava niente a nessuno. Io la guardavo e mi vergognavo. La stessa donna che nella sua terra era affascinante e intelligente, qui era penosa. Anche mio padre, che in casa aveva le spalle grosse e batteva i pugni sul tavolo, fuori era un insetto schiacciato dalla lingua. La lingua è una rana che mangia le mosche, lo straniero è un insetto che fa bzzzz intorno alla lingua. Allora decisi di farmi muta. Non ho mai voluto imparare la lingua, la lingua aveva tolto dignità ai pensieri dei miei genitori, li aveva resi ridicoli e stolti, non volevo che lo facesse anche con i miei, piuttosto sarei stata zitta per sempre. Per più di 10 anni, non ho detto nulla a nessuno, che non fosse strettamente necessario. Per più di dieci anni ho solo coltivato odio e rabbia cattiva verso la lingua. L’undicesimo anno sentivo la lingua dentro di me, era entrata con la forza e mi si annodava nello stomaco come la merda nella pancia di uno stitico. La lingua voleva essere defecata, doveva essere detta, era una questione di sopravvivenza. L’uomo, se non comincia ad esistere, muore. Gli italiani sono un popolo straordinario, avete una lingua succosa e densa come il paté di olive nere, io mi ci struscio, è una vera e propria perversione. Mi consumo letteralmente in lei, assorbe la mia Moldavia, il mio viaggio, la vergogna, i bambini che giocano con le mutande rotte a Casunca, il corpo scheletrico che aveva mia madre, lo sguardo gelido di mio padre incazzato con la sorte, il grembo caldo della nonna. La vostra lingua ha assorbito la mia vita, la Moldavia intera e io non faccio altro che darmi e darla alla lingua. La scrittura o la vita aveva detto qualcuno. La lingua o la morte dico io. L’italiano o la morte. Non mi è rimasto più nulla che possa essere detto in un lingua che non sia la vostra. Ti sto dicendo che siete straordinari e che vi corro dietro con tutte le forze che ho, con tutta la vita sulle spalle e non vi incontro mai».

 

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