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A Verona, a Roma, come nel resto del Paese, serve il bello, che già esiste, da valorizzare grazie ad amministratori e professionisti capaci di coniugare efficienza ed efficacia.

Sarà stata la cena, sarà stato il clima festivo, sarà stata la partita poco entusiasmante, ma la battuta «È più brutta di Spelacchio» rivolta alla Magica che stava faticando oltremodo per superare il Cagliari, ha fatto sì che alcuni soci del Roma Club “Damiano Tommasi” riunitisi sabato 16 dicembre per il tradizionale scambio di auguri natalizi, iniziassero una discussione sul povero albero di piazza Venezia e sulle brutture – vere o presunte – nel resto del nostro Paese.

Riassumiamo. Nella Capitale, dall’inizio del mese, ci sono due alberi di Natale: uno, soprannominato Rigoglio, ha fatto un viaggio di 2.200 chilometri per arrivare da Elk, in Polonia, nello Stato del Vaticano, a piazza San Pietro, ed è uno splendido abete rosso pronto per essere illuminato ed illuminare; l’altro è Spelacchio, è arrivato dalla Val di Fiemme, era verdeggiante e frondoso (come tengono a ricordare i trentini) ma, dopo un viaggio costato ai romani 49.000 euro, è impallidito e trascolorato. Di chi la colpa di ciò? Della sindaca Virginia Raggi, della giunta capitolina, degli stessi abitanti dell’Urbe, oppure di una filosofia tutta italiana, capace di imbruttire le tante cose belle del nostro Paese? E sì, perché la discussione da bar sport nata con lo sfortunato Spelacchio ha, da subito, interessato altre città. Ad esempio, la stella che dal 1984 ogni anno, nel periodo natalizio, incornicia l’Arena di Verona, archiscultura alta 70 metri ideata dallo scomparso scenografo Rinaldo Olivieri, è bella o imbarbarisce l’anfiteatro romano? Ed i banchetti che, sempre nel periodo natalizio, invadono piazza dei Signori ed altri luoghi della quarta città italiana per turismo, sono belli e creano indotto o, come è stato ricordato in prefettura lo scorso 15 dicembre, in occasione della conferenza stampa di fine anno, creano pure problemi viabilistici di cui si farebbe volentieri a meno?

A queste domande si possono dare diverse ed articolate risposte, ed ognuno pensa e dice ciò che vuole (è il bello della democrazia), ma la discussione nata da e con il povero Spelacchio, per quanto inutile possa apparire, una doppia lezione la fornisce. La prima: a Roma, come nel resto del Paese, serve il bello – che già esiste – da valorizzare grazie ad amministratori e professionisti capaci di coniugare efficienza (che è il grado e la qualità dei risultati ottenuti in rapporto ai mezzi impiegati) ed efficacia (cioè il raggiungimento del fine perseguito). La seconda: l’abete della Val di Fiemme divenuto salice piangente ha avuto, insieme ad archivi, biblioteche, musei e ville, la sfortuna di finire nella parte sbagliata del campo. Quella in cui la cura è stata sostituita dall’incuria, presente in misura diversa a Roma come a Verona, a Firenze come a Venezia, a Napoli come a Torino. Non a Berlino o a Tokio, però. Perché nelle mani di tedeschi e giapponesi la sorte dell’ex aitante alberone sarebbe stata diversa, essendo noi italiani troppo spesso incapaci di far brillare le tante bellezze e le tante eccellenze di cui ci dovremmo vantare.

Antonio Mazzei

 
Antonio Mazzei

L'autore: Antonio Mazzei

Antonio Mazzei è nato a Taranto il 27 marzo 1961. Laureato in Storia e in Scienze Politiche, giornalista pubblicista è autore di numerose pubblicazioni sul tema della sicurezza. antonio.mazzei@interno.it

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