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La rappresentazione della donna nel linguaggio, presenta ancora diversi problemi. È lo specchio del divario di genere presente nella società. Sono infatti, ancora forti le resistenze di tipo culturale, e non linguistico, nell’utilizzare la forma femminile di alcuni termini.

«E dove avete intenzione di condurmi a quest’ora?», chiedeva Totò le Mokò nell’omonimo film del 1949 diretto da Carlo Ludovico Bragaglia. Pronta la risposta del commissario che lo stava portando: «In questura, dal questore…» ed altrettanto pronta la replica del principe della risata: «E a quest’ora il questore è in questura? ».

Questa battuta sarebbe entrata nelle antologie cinematografiche e nelle raccolte di calembour se il questore fosse stata una questora, cioè una donna? Poniamo questa domanda perché Ivana Petricca, che lunedì 20 novembre si è insediata al vertice di lungadige Galtarossa, alla giornalista che l’aveva intervistata immediatamente dopo la nomina, aveva affermato: «Non me lo devono proprio dire che sono il “primo questore donna”. Chi pensa di fare un favore alle donne sottolineando questi aspetti in realtà fa sessismo. Distingue. Queste cose sono poco importanti, non ci sono distinzioni di sesso…».

Sintetizzando queste parole:  l’uso del sostantivo questore riferito ad una donna non è uno svilimento del ruolo che la stessa ricopre. Così come magistrato o ministro, questore indica una funzione; se questa funzione è ricoperta da un uomo piuttosto che da una donna non ha importanza. Ragionamento corretto, soprattutto se si pensa che, al 31 dicembre 2015, le donne nella Polizia di Stato erano 15.300 su 98.957, pari al 15,46% della forza effettiva (percentuale rispettata pure a Verona, con 123 donne su un totale di 820 unità); ragionamento che, però, si presta a qualche considerazione.

La prima: i nomi in –o hanno il femminile in –a (impiegato/impiegata); i nomi in –e non ne hanno bisogno perché hanno l’identica uscita per il maschile ed il femminile (insegnante, vigile), oppure hanno acquisito una uscita in –a per il femminile (infermiere/infermiera); i nomi con terminazioni di origine greca (-sta, -ta), hanno la stessa uscita al femminile ed al maschile (giornalista, pianista); i nomi di agente di origine latina, come attore o professore, al femminile escono in –trice, ed è qui che nascono le difficoltà. Se è possibile pronunciare attrice, è difficilissimo pronunciare professrice, mentre questrice, cioè il femminile di questore, è  cacofonico.

La seconda: se è vero che le lingue sono in continua evoluzione, è anche vero che l’involuzione estetico-formale (grazie soprattutto ai social) e gli usi consuetudinari di taluni vocaboli incidono sulla loro precisione. È il caso, ad esempio, di piromane, sostantivo che si usa nei confronti di chi appicca volontariamente incendi boschivi durante l’estate, mentre il piromane è una persona affetta da piromania, che è un disturbo del controllo degli impulsi.

La terza: la natura plastica del linguaggio ingloba evolutivamente neologismi, significati ed esterofilie a scopo espressivo o emotivo (si pensi a femminicidio, dallo spagnolo feminicidio, ed a femmicidio, dall’inglese femicide, due termini che si riferiscono a due concetti simili ma con sfumature diverse, giacché il femminicidio attiene al campo della criminologia mentre il femmicidio a quello della sociologia),  poiché – come sosteneva il semiologo svizzero Ferdinand de Saussure – il fatto che una determinata combinazione sintagmatica esista ha un’importanza assai minore del fatto che essa possa esistere.

In conclusione: da Anna Maria Niglio, prima italiana a reggere le sorti di una questura (a Terni a partire dal 1985), sono passati oltre 6 lustri ed al 31 dicembre 2015 su 552 dirigenti della Polizia di Stato, 250 erano donne. Se a ciò aggiungiamo le 35 – su 106 – prefette, è giusto che pure la grammatica italiana si adegui, senza però disarmoniche sciatterie o piegature gergali.

Antonio Mazzei

 

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