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Le lastre sovrapposte nel sottosuolo della Lessinia hanno 73 nomi. Li ha tramandati il cultore della tradizione, morto un mese fa. La sua ricerca, tra storia e scienza, è nel nuovo manuale dei fossili curato da Roberto Zorzin. In fiera fino a domenica i minerali fanno spettacolo, ma anche su marciapiedi e monumenti di Verona, tra ammoniti e nummoliti

Stelàr de la lóva, Biancón, Bianconsél, Grondìn de la lóva bianca, Lasta, Seciàr, Lasta del seciàr, Stelàr de la stopégna, Telàr de sìmo, Lastina del meón, Meonsél, Lasta da coèrti, Lastina del dopión, Sémbala, Bianchéta, Sotomeséta, Seciarón… Si può leggere come una poesia, e in un certo senso lo è, la pietra della Lessinia. Ne sono stati contati 73 strati sovrapposti nel sottosuolo, tutti con i loro nomi. A raccoglierli dalla memoria dei vecchi cavatori e a tramandarli fu Lino Benedetti. “Il Dino Coltro della montagna” ha scritto Lorenza Costantino sul quotidiano L’Arena per la morte di questo decano nel giornalismo veronese, scomparso a 90 anni d’età il mese scorso. È giusto accomunare nel ricordo questi due grandi ricercatori di storia e civiltà popolare e anche gli scienziati sanno valorizzare simili contributi. La “stratigrafia della Pietra della Lessinia secondo Lino Benedetti” è stata ora inserita nel manuale di Roberto Zorzin Vertebrati fossili marini e terrestri del Veronese (Cierre edizioni, 18 euro), per spiegare assieme all’origine geologica di queste pietre il loro uso tradizionale. Dal Cretaceo superiore passano 66 milioni di anni per arrivare ai secchiai (lasta del seciàr) e ai tetti di pietra in Lessinia (lasta da coèrti).

Sulla pietra si mescolano geologia, storia, arte e tradizione. Il primo a farlo fu John Ruskin. Arrivato a Verona da Londra, di fronte alle chiese gli veniva da chiedersi se fossero “musei di geologia pratica collegati a quello di Jermyn Street”, dove appunto in quel 1870 c’era il Museum of Practical Geology. Mineral Show: forse in onore a Ruskin la geologia torna con questo nome a dar spettacolo fino a domenica in fiera. Ma basta percorrere un marciapiede, a Verona, con le sue ammoniti fossili (la conchiglia che si attorciglia come le corna del dio Amon-Ra), rasentare lo stipite di un portone con i suoi nummoliti (da nummus, monetine) per arrivare al Museo di storia naturale dove perdersi tra i Pesci angelo e le palme fossili di Bolca… Ci vuole l’Arsenale per mettere in scena lo spettacolo come merita: l’aveva detto Lorenzo Sorbini, paleontologo, direttore del museo, altro che dopo Ruskin aveva capito la ricchezza di Verona, “the peach blossom marble”, città dal marmo fior di pesca. Dopo anni buttati, finalmente si torna alla sua idea. Perché ci vuole lo spazio di quei padiglioni, anche per salire in scala a chiocciola lungo una parete con la stratigrafia lessinica completa, leggendone tutti i nomi. Raccontano anche storie di fatica nel lavoro, lasta bastarda. Per chiudere con lo strato finale di cava, epitaffio per Lino Benedetti come meglio non si potrebbe: corso ultimo.

Giuseppe Anti

Giuseppe Anti

L'autore: Giuseppe Anti

Giuseppe Anti è nato a Verona il 28 agosto 1955. Giornalista, si è occupato di editoria per ragazzi e storia contemporanea; ha curato fino al giugno 2015 gli inserti “Volti veronesi” e le pagine culturali del giornale L’Arena. giuseppe.anti@libero.it

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