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Nel veronese si contano oltre 15 mila famiglie in povertà assoluta, su un totale di 387.000 famiglie residenti. Mons. Giuliano Ceschi, direttore della Caritas diocesana: «Per i cristiani il fratello che bussa alla porta in cerca di aiuto deve essere accolto. Quello degli immigrati è un problema difficile ma non impossibile da affrontare».

Papa Francesco ha istituito la prima Giornata Mondiale dei Poveri il 19 novembre 2017, e in questi giorni la Caritas veronese ha pubblicato il Rapporto Caritas 2017 sulla situazione nella nostra provincia. Cogliamo l’occasione di questi eventi per fare il punto sulle nuove strategie per affrontare la povertà con mons. Giuliano Ceschi, direttore di Caritas Diocesana Veronese.

Dopo 10 anni di crisi economica quali sono i numeri ed il volto della povertà in Italia?

«Innanzitutto occorre distinguere due diverse condizioni: la povertà assoluta, che misura le situazioni più estreme, e la povertà relativa definita da tutta una serie di indicatori di rischio e di esclusione sociale. I dati più recenti del 2016 mostrano che la povertà assoluta in Italia riguarda 1 milione e 619 famiglie (6,3% delle famiglie a livello nazionale) dato che si è stabilizzato rispetto al 2013, mentre è invece costantemente aumentato il numero delle persone in condizione di povertà assoluta pari a 4 milioni e 742mila individui (7,9% della popolazione)».

Perché questa differenza?

«Perché la povertà assoluta, che un tempo riguardava prevalentemente persone anziane sole, è andata via via ampliandosi alle famiglie con quattro componenti e oltre, che spesso comprendono anche uno o più figli minori. E ciò ha cambiato anche i bisogni e le richieste di aiuto».

E la situazione nel veronese?

«I dati del Veneto sono allineati a quelli di tutto il Nord Italia pari a circa il 3,9% di famiglie in povertà assoluta, e quindi nel veronese partendo da questo dato statistico, si contano oltre 15.000 famiglie in povertà assoluta su un totale di 387.000 famiglie residenti. Bisogna dire anche che la povertà colpisce più duramente i nuclei formati da soli stranieri rispetto a quelli di soli italiani. A livello nazionale il 25% delle famiglie di soli stranieri è in stato di povertà contro il 4,4%  di quelle composte da soli italiani».

Come è organizzata sul territorio la Caritas Veronese?

«Per quanto riguarda l’organizzazione, nella Diocesi di Verona sono attivi 56 Centri di Ascolto. I volontari sono alcune centinaia e diverse migliaia le persone aiutate. Come indicato nel nostro terzo Rapporto Caritas 2017, un campione di 21 CdA che (su dati del 2016) ha incontrato 2668 famiglie/persone. Aggiorniamo periodicamente il Rapporto Caritas e ne pubblichiamo i dati perché riteniamo che ciò consenta di focalizzare i problemi, prendere coscienza delle situazioni di sofferenza e disagio, programmare e organizzare al meglio le attività, oltre che dare una informazione più precisa di ciò che la Caritas concretamente fa sul territorio per la comunità».

Ci sono situazioni di povertà che non riuscite a raggiungere? 

«Esiste un “sommerso” di impoverimento ed è una realtà poco decifrabile, dal momento che le persone e le famiglie impoverite per le più svariate motivazioni, non sempre manifestano il loro disagio. Vivono con dignità, cercando di aggrapparsi anche ad esili e frammentate soluzioni, approdando solo nel momento della disperazione nei Centri di Ascolto Caritas».

E’ cambiato negli ultimi anni il modo di affrontare la povertà?

«Dal 2009 la Caritas Diocesana Veronese ha avviato una revisione interna a seguito anche dei processi di crescente impoverimento e deterioramento delle relazioni che coinvolgono la società. La Caritas è chiamata a realizzare lo sviluppo umano integrale partendo dalla persona quale soggetto attivo della comunità, e pertanto si è tentato, in questi anni, di rimettere al centro l’ascolto del territorio: cioè un ascolto integrale dove si incontra la persona nelle sue diverse dimensioni (anche di povertà) ma con una prospettiva territoriale, nel contesto in cui vivono persone, famiglie, gruppi e organizzazioni».

Mons. Giuliano Ceschi
Mons. Giuliano Ceschi

Ciò vuole dire andare oltre il tradizionale aiuto alimentare…

«Quello per forza di cose c’è sempre, cercando tuttavia di superare la logica dell’erogazione di risposte/beni e andare verso l’attivazione di processi e progetti quali per esempio il sistema degli Empori della Solidarietà, di strumenti operativi quali l’accompagnamento, la formazione, gli Osservatori Locali, i tavoli di coordinamento. Si è spinto inoltre verso una più capillare presenza sul territorio parrocchiale/unità pastorali e di quartiere, cercando nuove energie e sinergie in una ottica di nuove alleanze anche con altre organizzazioni».

E’ cambiato anche il modo di porsi davanti alle persone?

«Si, perché prima di tutto vengono il colloquio e l’ascolto che consentono di far crescere una relazione generativa tra i volontari dei CdA e le persone che si trovano, per vari motivi, in un momento di difficoltà. Ciò consente di rilevare i bisogni reali e di progettare in modo condiviso un percorso di accompagnamento che porti a eliminare, o almeno ridurre, le cause che hanno generato la situazione di difficoltà».

Allora nel concreto si sono diversificate anche le forme di aiuto….

«Gli aiuti non sono mai standard uguali per tutti, perché i bisogni sono diversi. In primo piano ci sono ancora gli aiuti materiali, che non sono solo beni alimentari ma sempre di più anche vestiario, prodotti per l’igiene personale e alimenti per neonati. Seguono in misura minore gli aiuti economici finalizzati a pagare le imposte, le utenze acqua gas elettricità per evitare di incorrere in situazioni di morosità, biglietti dei mezzi pubblici ed in qualche caso piccoli prestiti di solidarietà. Ma gli aiuti sono sempre proporzionati e tarati sulle situazioni specifiche».

L’arrivo negli ultimi anni di tanti nuovi immigranti ha scatenato polemiche, divisioni e contestazioni, riassumibili nel “prima gli italiani”. Come vive questo fenomeno il mondo del volontariato e delle parrocchie?

«Per i cristiani il fratello che bussa alla porta in cerca di aiuto deve essere accolto. Certo la situazione del fenomeno migratorio è difficile ma non impossibile da affrontare. Basterebbero politiche lungimiranti e azioni concrete che non puntino, come adesso, a delegare e basta. Il fenomeno deve essere governato e ci vuole un intervento a livello europeo ma anche mondiale di ridistribuzione delle ricchezze e delle risorse aiutando i paesi poveri, cessando le guerre, bloccando l’enorme ingiustizia sociale che vivono milioni di persone in totale povertà e abbandono».

Domenica 19 novembre è la Prima Giornata Mondiale dei Poveri istituita da Papa Francesco. Non c’è il rischio che diventi la solita celebrazione e mobilitazione di un giorno all’anno per mettere in pace la coscienza?

«Speriamo di no.  La Giornata Mondiale dei poveri è stata istituita da Papa Francesco per accendere un faro sulle tematiche che affliggono troppe persone nel mondo. Papa Francesco, dopo l’Anno della Misericordia, cosa vuole dirci? Di non pensare ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Ci dice invece di cambiare i nostri stili di vita e guardare al fratello in bisogno con gli occhi del cristiano, incontrando davvero il povero, e con lui condividere la nostra vita. Questo sarebbe il primo passo verso un cambiamento reale dei nostri cuori, un primo passo per dare concretezza e valore alla giustizia sociale».

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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